“L'arte è la nostalgia dell'assurdo.”another quote »

02
Sep 10

Lettera a tutti i miei genitori

Care mamme,

Cari papà,

Siccome sono lontano, vi pensavo.

Vi pensavo con freddezza. E non per mancanza d’amore, ma per quel senno di poi che involontariamente ho ereditato crescendo, mentre un varco spazio-temporale si intrometteva silenziosamente tra i nostri percorsi, intercettandoli. È così che vi siete incurvati un po’ alla volta ad ogni mio nuovo pelo di barba o capello bianco, gli uni quasi all’insaputa degli altri, se non fosse per quelle poche occasioni in cui quel varco si restringe momentaneamente in un abbraccio che accoglie ed allo stesso tempo congeda.

Pensavo che se io ho all’incirca trent’anni, voi dovreste averne in media tra cinquantacinque e sassantacinque. E pensavo che se ciò è vero, nel fatidico biennio 1968-70 avevate tra i quindici e i venticinque anni. Eravate degli adolescenti, dunque, o dei giovani adulti quando, assieme ad altri giovani e meno giovani, scoprivate il mito della libertà, l’etica dell’uguaglianza, il governo di una autentica democrazia, il potere e la responsabilità del singolo individuo nei confronti della società a cui appartiene, il corpo nudo, Woodstock, il comunismo e la musica rock, i Beatles e i Rolling Stones, gli acidi e l’ LSD, i Pink Floyd e la cultura psichedelica, i diritti del popolo. Eravate più giovani di me mentre lottavate e morivate davanti le scuole e le Università, quando vi avventavate contro i cordoni di poveri poliziotti poveri due volte, quando votavate il PCI e quando smettevate di votarlo. Eravate più o meno miei coetanei sotto il palco di Berlinguer, oppure accalcati in via Caetani dietro i fascioni della polizia. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci.

Cosa è accaduto? Dove siete andati?

Cari papà, avevate quarant’anni quando il muro di Berlino cadeva dagli schermi delle TV accese a cena, mentre le vostre mogli mi accudivano come si fa con i bambini di sette anni. Ne avevamo tutti cinque in più quando a Palermo scoppiavano le bombe mentre a Roma piovevano le monetine sulle teste calve di ex presidenti che avevate votato, mentre nuovi presidenti facevano alleanze con i pochi rimasti al di fuori delle camere d’interrogatorio, con le porte chiuse in faccia ai giornalisti in fila e le persiane abbassate sulla folla sotto le finestre a strillare. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci.

Cosa è accaduto? Dove siete andati?

Cari mamme e papà, oggi avete tra i cinquanta e i sessant’anni e non ci siete. Non ci siete perché non ne avete più la forza, oppure perché siete dall’altro lato e di sotto alle vostre finestre non è rimasto più nessuno. Nemmeno i vostri figli, troppo stanchi e troppo soli, ad aspettare.

Cari mamme e papà, se mai vi capiterà di sfogliare i vostri ricordi come un vecchio album di foto, fatelo chiedendovi cos’è che manca, cosa è accaduto, dove siete andati. Poi, trovata la risposta, restatevene un poco in silenzio, assaporandola come un whyskey d’annata e, in silenzio, per favore, toglietevi dai coglioni.

Con immenso affetto,

Vostro figlio.


15
Aug 10

Cari intellettuali… – una lettera aperta

Dunque, dopo mesi di dibattito non siete ancora giunti ad una conclusione. Questo accade quando il problema è fittizio oppure è mal posto.

Vi lamentate che la vostra voce resti inascoltata, e questo vi preoccupa e vi offende. Vi preoccupa perché è giusto pensare che una società che non ascolti la voce dei suoi intellettuali è più probabilmente destinata ad un percorso infelice; vi offende perché vi fa sentire inutili, invalorati, come un giocatore perennemente in panchina o un operaio annoiato che fissa il suo mostro meccanico in silenzio.

Lamentate la mancanza di spazi che, però, io vedo ancora numerosi: basti considerare quelli che hanno accolto negli ultimi mesi i vostri rumorosi rimbrotti. Lamentate la mancanza di mezzi e qui, forse, potrei darvi ragione, a patto di considerare come mezzi solo quei canali da voi considerati e che sono quelli istituzionali.

Viste le premesse ed essendo io in buona fede, voglio pensare non che il problema sia un modo come un altro di parlare di qualcosa per avere visibilità, come un attore fallito che partecipa ai talk show parlando del proprio fallimento, ma che il problema sia mal posto.

I vostri ragionevoli piagnistei si volgono dal lato del potere, dove spesso le lacrime vengono confuse col sudore: cercate appoggio e comprensione dalla parte sbagliata del mondo, dove difficilmente sarete ascoltati.

Sognate di andare in TV a dire al mondo che la TV è una incantatrice di serpenti e che la ricerca della verità deve essere portata avanti altrove. Ma già ci fu qualcuno, anni fa, che lo fece. Ed è proprio per questo che non ve lo lasciano più fare. Anelate ad un rinvigorimento delle terze pagine morte e sepolte su giornali che ogni giorno perdono sempre più credibilità. Lamentate le porte chiuse a più mandate delle Università, dove da tempo non si insegna nulla che vada oltre la riproduzione di un mondo sempre più uguale a se stesso.

Io non vi rimprovero ciò che dite, ma il modo in cui lo dite e, soprattutto, a chi vi rivolgete. Non potete continuare a pensare di poter cambiare il mondo o la vostra situazione con invettive lanciate dalle colonne di un qualunque periodico. Il tempo in cui gli articoli risuonavano come bande è passato da un pezzo. Oggi siamo in democrazia (?), dove ognuno è libero di dire quel che vuole e proprio per questo ciò che dice subisce un ridimensionamento che forse non potete (o volete) accettare. Le voci che hanno qualcosa da dire si sono moltiplicate a dismisura, ed anche questo ha infiacchito la forza delle parole di tutti. Non sto dicendo che ciò che dite abbia perso di senso, né che tutti abbiano sempre qualcosa di interessante da dire. Ma chi riuscirebbe ad apprezzare un’Aria sulla A14 il week end di Ferragosto?

Ecco dunque la prova, a mio avviso, che il problema è mal posto. Io e, credo, tanti come me, siamo i primi a volere, desiderare e pretendere un rinvigorimento della vostra voce in una Italia plebiscitaria e chiacchierona. Ma per poter arrivare a ciò bisogna prima fare un poco di silenzio intorno. Certo, non potete mica mascherarvi di notte per andare a sabotare le antenne televisive e occupare le redazioni dei giornali, ma il silenzio che prepara all’ascolto va conquistato stappando le orecchie di chi volete che vi ascolti.

Dunque: chi volete che vi ascolti? A chi si rivolgono i vostri discorsi? Se il vostro auditorium si trova all’interno dei palazzi, allora vi state lamentando inutilmente e fareste bene a dibattere meno: risparmiate carta, siate almeno ecosostenibili. Se invece il vostro auditorium è la Nazione di cui fate parte, allora voltatevi di 180 gradi, perché avete la faccia dal lato sbagliato, e continuiamo a discutere.

Perché le vostre parole siano ascoltate, c’è bisogno di orecchie pronte a riceverle e niente affatto supinamente. Ma molte orecchie della nostra Nazione sono sorde a qualunque vostro richiamo: troppo rumore c’è intorno e pochi sono il tempo e i mezzi per riuscire a distingure i suoni nella confusione.

La comunicazione non è solo una questione di linguaggio: certo, parlare la stessa lingua aiuta, ma c’è bisogno di un metalinguaggio e di obiettivi comuni per una predisposizione ad un ascolto che non rimanga fine a se stesso. Tale metalinguaggio non è affatto condiviso, cosa che non sorprende nessuno – a parte gli ingenui – viste le condizioni sempre peggiori dello stato di cultura in Italia (che non è un caso fortuito, ma un obiettivo da alcuni raggiunto a pieno). Non potete allora sorprendervi se quando voi parlate nessuno sembra disposto ad ascoltarvi. Tutto intorno e dentro la loro vita è costruito ad hoc perché non vi ascoltino e nemmeno si ascoltino.

Se davvero volete riguadagnare credibilità rispetto al vostro auditorim-Nazione, c’è bisogno che non parliate per esso ma con esso; dovete scendere in campo per offrire la prova della vostra esistenza con una presenza che sia fisica; avete bisogno di educare all’ascolto prima una piccola cerchia ristretta di persone ancora con qualche possibilità e poi, tra queste, “reclutare” coloro che possono aiutarvi a diffondere il seme della cultura e del senso critico sostituendolo all’ormai germinato seme delle ferie esotiche e dei centri commerciali. C’è bisogno di inculcare nella popolazione il bisogno di ricordare il passato non per usarlo come strumento di mistificazione di quella porzione di presente che appartiene ad una fantomatica fazione opposta alla propria, ma per determinare un punto da cui partire per poter iniziare un percorso di attraversamento e superamento.

Mi rendo conto che questo mio, pur con tutte le sue buone intenzioni, è un discorso profondamente retorico che non risponde alle due domande fondamentali: che fare e come farlo. Quello che riesco a proporre personalmente in proposito è: se Maometto non va alla montagna, allora sarà la montagna che cercherà di raggiungerlo. Non siate un bar: non aspettate con la porta aperta che entrino i clienti. È demoralizzante. Scendete in campo, abbandonate di tanto in tanto le vostre scrivanie per qualcosa che non sia solo la presentazione di un vostro nuovo libro o di un numero di una vostra rivista. Siate capaci di unirvi senza lobbismi di sorta, organizzatevi per attività concrete sul territorio, pensando in piccolo, per quartieri. Visitate le scuole e le Università, anche se non vi hanno voluti come docenti. Rivolgetevi a quella classe dirigente che ancora ha qualche possibilità e lavorate con essa. Utilizzate in maniera diversa le strutture urbane, qualunque esse siano. Ma soprattutto cercate: cercate il guizzo negli occhi della platea e non fermatevi al moto d’orgogliosa soddisfazione che esso vi provoca: andategli incontro e chiedetegli di non spegnersi, di non ritornare a fissarsi nel vuoto: quel guizzo può essere prezioso per voi, per la ricerca di altri guizzi.

Se metto da parte il lirismo a cui mi sono volutamente lasciato andare, mi rendo conto che gli intellettuali non sono degli dei – per quanto a me piacerebbe tantissimo e a voi non dispiacerebbe affatto – ma degli esseri umani, con i loro limiti, le loro capacità e soprattutto le loro necessità. Dunque: il denaro. Non sono stupido e l’idealismo privo di pragmatismo l’ho abbandonato da qualche tempo. Non c’è dubbio che recuperare fondi è forse più difficile rispetto a tutto il resto. Ma voglio continuare a credere che l’unione faccia la forza, almeno fino a prova contraria, e che di persone disposte ad aiutarvi davvero ce ne sono. D’altronde, se si continua di questo passo senza rimboccarsi le maniche, ci saranno sempre meno persone a comprare i vostri libri e le vostre riviste, e quei pochi giornali che ancora hanno qualche intellettuale all’interno delle loro redazioni penserà a loro ogni volta che ci sarà un problema di ingressi o di copie. Pensatelo come un investimento a lungo termine e sperate di vederne i frutti prima di passare a nuova vita: magari non sarete diventati ricchi, ma avrete (o avrete cercato di) cambiare una Nazione. E questo vi farà onore.

 

Con stima e affetto,

Luigi Bosco


10
Aug 10

Antologia “Poetarum Silva”: Alessandro Assiri

Il linguaggio di Alessandro Assiri è semplice, misurato. Il gioco poetico dei suoi componimenti si sviluppa quasi totalmente a livello sintattico, attraverso una struttura capace di unire in maniera impercettibile il passaggio logico al salto pindarico, con un utilizzo mimetico della metafora all’interno di un discorso che dà l’impressione di lesinare le parole. Più che dal classico “lavoro a togliere”, è dal bisogno di essenzialità che a me sembra nascano direttamente i versi di questo poeta. Ed è proprio grazie a questi versi “scarni” che la poesia di Assiri guadagna in immediatezza: ogni verso è un suggerimento, un indizio ben preciso a cui segue il successivo; sta al lettore tenere il passo, unire i puntini per ritrovarsi sorpreso di fronte ad una figura scolpita nella carta, dal taglio netto, sincero nonostante una considerevole dose di ambiguità. Se le poesie di Assiri fossero un romanzo non avrebbero trama, ma solo un lungo colpo di scena. Come sassi levigatissimi, viaggiano veloci privi di attrito, raggiungendo prima il colpo.


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io non vado, ti anticipo
non lascio, preparo
ogni passione è a primavera,
quando la vita dovrebbe sbocciare
invece spesso si infligge,
passione è farsi uomo
dove non occorre nulla
per descriversi
difendersi senza cambiarsi il nome


*


Se ti immagino salire
vedo la fatica
di dar le spalle al mare,
ma poi ripenso che tutto nasce
da un digiuno
e che si mangia per tradire.
Il resto è farsi mondo
che poi è il rischio nostro
di scoprire il letto vuoto,
di domenica quando i giochi sono fatti
ma adesso che si è compiuto quasi tutto
e ogni padre fa supplenza,
siamo ancora schiavi tra gli schiavi
naufragati nel ritorno
quando somigli sempre meno


*


è una sera da dietro,
dove il tuo viso
è una misura per i vivi
e tutto il tempo
che si prende i lunedì
lo riduco a barchette
o a raffreddori
che sono solo scuse
per non andare a vela
e far finta che ci sia il motore
rottamo qualche inizio al giorno,
il nuovo mi disturba
approfondisce troppo il niente
chi scrive lo fa per non marcire
e allora ci contiamo
per sembrare meno,
un intermezzo di continua
a ridarci il benvenuto




Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962, vive nel Trentino. Ha pubblicato, per Aletti Editore, Morgana e le nuvole (2004) e Il giardino dei pensieri recisi (2006). Per Lieto Colle ha pubblicato Modulazione dell’empietà (2007) e Quaderni dell’impostura (2008). Con Chiara De Luca ha pubblicato, per Fara Editore, Sui passi per non rimanere (2008). Co-curatore del progetto Poeti a Nord-Est che si occupa di creare sinergie tra artisti prevalentemente del territorio e di portare la parola poetica all’interno delle scuole, con seminari e dibattiti. Fa parte della redazione della Kolibris Edizioni e del comitato editoriale di Opera prima. Collabora con riviste cartacee e telematiche. Promotore del Festival “Terzolas in poesia”.
È rintracciabile su http://www.lettereanessuno.splinder.com/


10
Aug 10

Raduga Premio letterario italo-russo per i giovani autori

 

1. Obiettivo del Premio: rafforzare i rapporti culturali italo-russi e valorizzare le opere di giovani narratori e traduttori, sia russi che italiani, dando loro la possibilità di trovare un editore e di confrontarsi, in tal modo, con un più ampio numero di lettori.

2. Organizzatori:

• In Russia: Istituto Letterario A. M. Gorky, Società russa degli autori (RAO) e altri enti pubblici e privati interessati;

• In Italia: Associazione Conoscere Eurasia, Istituto Italiano di Cultura a Mosca e altri enti pubblici e privati interessati.

3. Oggetto del Premio: racconti di giovani autori (da 18 a 30 anni). Le opere, non superiori a dieci cartelle, devono essere inedite, non premiate in precedenza, né segnalate in altri concorsi letterari. Ogni partecipante deve inviare un solo testo, scritto nella propria lingua, in italiano o in russo.

4. La frequenza dell’assegnazione del premio sarà annuale.

5. Giurie del Premio: sono previste due giurie nazionali. Ciascuna è composta da personalità della letteratura e sceglie cinque opere per ogni Paese di appartenenza. I lavori verranno tradotti e pubblicati nell’Almanacco letterario, edito con periodicità annuale. La composizione della Giuria sarà resa nota all’atto della premiazione.

6. Almanacco letterario: oltre alle opere in russo e in italiano, tutte pubblicate con traduzione a fronte, darà spazio anche a una nota critica sui vincitori. Il volume verrà distribuito in entrambi i Paesi al fine di far meglio conoscere il lavoro dei giovani narratori e traduttori. La traduzione dei cinque racconti selezionati da giurie nazionali verrà affidata a giovani traduttori della Russia e dell’Italia.

7. La partecipazione al Premio è gratuita.

8. Ciascuna delle due giurie nazionali conferisce il premio «Il giovane autore dell’anno» a uno dei cinque autori pubblicati nell’Almanacco letterario. Il Premio Il giovane autore dell’anno è di 5.000,00 Euro. L’annuale premiazione si terrà alternatamente in Russia e in Italia. In tale occasione, ciascuna delle giurie nazionali assegnerà anche il premio « Il giovane traduttore dell’ anno», a uno dei cinque traduttori di ogni Paese. Tale premio è di 2.500,00 Euro.

9. Modalità di presentazione delle opere: i testi vanno inviati in due esemplari entro e non oltre il 31 agosto 2010 (fa fede il timbro postale), accompagnati da una nota bio-bibliografica e dall’indicazione di nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo di residenza, numero telefonico ed e-mail. I manoscritti non saranno restituiti.

Le opere in lingua russa vanno inviate: all’Istituto Letterario A. M. Gorky, Ufficio relazioni internazionali Tverskoy Boulevard, 25, 123104, Mosca, Russia E-mail: pobeda65lit@litinstitut.ru, Tel.: +7-045-6940729, segretaria: Oxana Liskovaya.

Le opere in lingua italiana vanno inviate: all’Associazione “Conoscere Eurasia” Via Achille Forti, 10, 37121 Verona E-mail: info@conoscereeurasia.it, Tel.: +39-045-8020904, segretaria: Iryna Shmatco.


30
Jul 10

Turno di guardia

 

(Agli amici perduti e a quelli rimasti)


Proprio tra i cocci che misi sul tetto

una rondine pigra si venne a posare.

Tra i vetri rotti la vidi una volta

volare: lo dissi agli altri che risero forte.


Giù per il vallo i sassi assolati,

i sacchi bucati, svuotati di guerra,

la sabbia per terra a segnare i passi

dell’andirivieni del turno di guardia.


Diverse misure di scarpe alle orme,

sui muri le ombre ad altezze diverse:

potrei riconoscerle tra mille altre macchie -

ma non di sangue, ma non di sangue.


Io mi ricordo le nostre facce

rosse di vino, di sole o vergogna

con una spugna lavammo le spalle

l’uno dell’altro senza parlare.


Quanto è più lungo ora il turno di guardia,

questo sostare nello stare senza.

Tu fosti il primo a cui chiusero gli occhi.


Ingannammo la notte col sogno e la veglia

Ma non abbastanza, non abbastanza.


29
Jul 10

Slot*

Raramente mi accorgo di me anche la notte fa ombra se il corpo alla luna espone la carne la pelle avvizzita vuol dire che il tempo nasconde nei solchi delle rughe il segreto della sopravvivenza abituarsi a morire un poco per volta a volte vorrei non saperlo vorrei non sapermi di fronte allo specchio la trasustanziazione della colpa non sapere il mio nome per chiederlo pronunciandolo sillaba a sillaba sgocciolando fonemi dalla bocca come bava con il giorno che si incastra negli occhi alle prime ore del mattino abitate dal sospetto che non sia un giorno nuovo mentre mi lavo i denti meditando su alcune questioni secondarie di poco conto come il grado di fatica che l’inutilità del vivere richiede oppure quante vite vale un pieno se cerco di ascoltarmi non ho nulla da dire riempio il silenzio che ho prodotto con vaghi progetti a medio e lungo termine o con buoni propositi di inizio stagione oppure con pensieri utili come ricordati di chiudere la porta di casa con la chiave quando esci fuori inevitabilmente coinvolto in una intricata ragnatela di relazioni che implicano cose come sorridere ai vicini votare soddisfarmi con qualcuno che vive con me dichiarare guerra ad un paese straniero esercitare la mia libertà d’acquisto tenere sotto controllo la prostata pranzare con i colleghi sostenendo valori di media portata produrre rifiuti organici non fare il bagno dopo pranzo partecipare ad eventi collettivi scusandomi di vivere lontano da quei luoghi di intrattenimento dove riversare le ultime energie inassorbite dal precariato comunicare con monoliti verbali tipo buongiorno dove pranziamo ti amo hai comprato il pane mi manchi arrivare in orario in ufficio esprimere emozioni come due punti meno parentesi chiusa oppure due punti meno pi sentirmi all’altezza dei tempi che cambiano perdemmo la coda quando iniziammo a trascinarci dietro il resto gli scheletri negli armadi hanno lasciato i corpi molli sprofondati nelle poltrone sfondate dalla forza di gravità depositato da qualche parte ai margini della coscienza mi scorgo impegnato ad assaporare un mondo senza presenza mentre il tempo lentamente mi tace.

 

(Antologia AA VV Poetarum Silva, Arturo Moll, Samiszdat 2010)

*il testo qui riportato presenta alcune lievi modifiche rispetto alla versione originale per volere dell’autore.


14
Jul 10

Poetarum Silva – Corpi a confronto


Libreria Interno 3 – Arti e Pensieri

Ateliers Via dei Due Gobbi 3 – Reggio Emilia

 

Sabato 24 Luglio

(dalle 21.00 alle 24.00)

 

 

POETARUM SILVA

(corpi a confronto)

 

READING LETTERARIO MULTIMEDIALE

a cura di Enzo Campi


con

 

Mariangela Guatteri, Arturo Moll, Mirella Gazzotti,

Silvia Molesini, Elena Lusvardi, Giovanni Campi,

Natàlia Castaldi, Antonella Taravella, Silvia Rosa,

Pierluigi Tedeschi, Federica Gramiccia, Anna Maria Meliga,

Stefania Crozzoletti, Enzo Campi,

 

 

 

Programma della serata

 

READING

 

Di sole voci (Silvia Rosa) – Ed. LietoColle

Ipotesi Corpo (Enzo Campi) – Ed. Smasher

Poetarum Silva (AAVV) – Ed. Samiszdat

Vertigini scomposte (Antonella Taravella) – Ed. Smasher

Prima vita (Stefania Crozzoletti) – Fara Editore

 

 

ANTEPRIME INEDITI

 

Due Dimensioni (Mariangela Guatteri)

La distruzione della morte affrescata (Silvia Molesini)

 

 

PROIEZIONI VIDEO

 

Simpliciter & Complicatibus ne La burla del tempo

di Giovanni Campi, interpretato da Nevio Gambula e animato da Orsola Puecher

Ipotesi Corpo

di Enzo Campi, con Mariaestella Coli, Chiara Puglisi, Antonio Iorio

 

 

PERFORMANCE

 

Grevelieve

di e con Pierluigi Tedeschi, e con Lucia Bonacini, Luca Censi

I Cantastorie

di e con Mirella Gazzotti, Anna Maria Meliga

 

 

INSTALLAZIONI

 

Il profilo delle parole (Pierluigi Tedeschi)

Gesti d’aria e incombenze di luce (Enzo Campi)

 


10
Jul 10

Elephant & Castle n.3 – Call for Papers

Mutevoli labirinti di forme: la natura e le sue metamorfosi

Curatrice: Greta Perletti (greta.perletti@unibg.it)


Il numero della rivista Elephant and Castle che qui si presenta si propone di raccogliere testi, materiale iconografico e recensioni che abbiano come tema le metamorfosi nel mondo naturale, con riferimento in particolare alle trasformazioni che interessano il regno vegetale.  La molteplicità delle forme della natura ha affascinato nei secoli poeti e naturalisti, artisti e filosofi, generando infiniti dibattiti e riflessioni sulla bellezza, la complessità e l’origine del mondo naturale. Ma è soprattutto nell’incessante mutare e trasformarsi della natura – nel suo instancabile divenire ‘altro’ – che l’immaginario trova un laboratorio ricco di suggestioni, capace di esprimersi e affascinare in epoche e luoghi assai diversi. L’Origine delle Specie di Charles Darwin (1859) si chiude con un ammirato tributo alla magnificenza della natura, colta nel sofisticato movimento di trasformazione delle sue forme: “[c]’è qualcosa di grandioso in questa idea della vita […]; da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono”. È noto come per Darwin l’arte potesse essere solo una pallida imitatrice dello spettacolo offerto dal mondo naturale, con la sua infinita varietà di forme in costante mutamento. Eppure le metamorfosi del mondo naturale costituiscono da sempre un ricchissimo terreno d’indagine per l’espressione artistica, secondo un filo rosso che collega la classicità alle avanguardie (specialmente simbolismo e surrealismo) e alle sperimentazioni contemporanee. Mentre lo studio delle metamorfosi (specie nell’opera di Ovidio e Apuleio) si è spesso soffermato sulle trasformazioni che coinvolgono il regno animale, l’ambito delle trasformazioni relative al mondo vegetale rimane relativamente poco esplorato, nonostante le numerose riscritture che ne sono state compiute (si pensi alla ripresa della vicenda di Polidoro nella Commedia dantesca o ne L’Orlando Furioso, o alla novella di Lisabetta di Messina riproposta dal romantico Keats). È dunque ai percorsi dell’immaginario generati dalle metamorfosi del/nel regno vegetale che questo numero di Elephant and Castle intende rivolgersi, per esplorarne le ricadute nel discorso letterario, filosofico, artistico e scientifico. Se una declinazione preponderante di questo tema è costituita dai movimenti metamorfici che coinvolgono i due regni del vegetale e dell’umano (per limitarci alla mitologia, basti pensare a Dafne, Narciso, Filemone e Bauci, ma anche al grano che nasce dal corpo di Osiride), i contributi della rivista potranno indirizzarsi anche all’analisi delle trasformazioni e evoluzioni che avvengono in seno alla botanica (emblematico il caso de La Metamorfosi delle Piante di Goethe), o ai mutamenti delle forme naturali nella loro contaminazione con l’arte e l’architettura (ad esempio nell’Art Nouveau o in alcune sperimentazioni artistiche e cinematografiche contemporanee). Alcuni possibili (non necessariamente vincolanti) aspetti d’indagine potranno pertanto includere:

  • Le metamorfosi di/in piante e fiori nella mitologia e nell’arte;
  • Contaminazioni e trasformazioni tra regno vegetale e regno umano, animale, o inorganico in letteratura e arte;
  • La fanciulla-fiore in letteratura e arte;
  • Lo studio dell’evoluzione della pianta e del fiore in filosofia e scienza;
  • Fitomorfismo e biomorfismo in architettura e arte.

È gradita una manifestazione di interesse a partecipare alla pubblicazione entro il 15 agosto 2010, inviando il titolo del contributo, un abstract di circa 300 parole e una breve nota biografica a greta.perletti@unibg.it

I contributi dovranno pervenire in redazione entro il 31 gennaio 2011.


Qui la pagina ufficiale della rivista

Qui le norme per la stesura dei testi