08
Feb 10

Caro Marco, mi hai deluso

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Mi hai deluso perché per trentanove minuti e venti secondi hai parlato delle ultime dichiarazioni di Ciancimino, hai ricostruito per l’ennesima volta il percorso che lega la mafia alla politica nelle persone di Dell’Utri e Berlusconi, hai riassunto ancora una volta la vita processuale del Presidente del Consiglio passo dopo passo, hai fatto i tuoi conti e tirto le tue somme – giustissime, per carità! – rispetto alla situazione della magistratura ed al ricatto a cui viene ripetutamente sottomessa dagli organi legislativi del nostro Paese.

Ma non hai speso una solo parola per la vicenda Di Pietro – De Luca. Non un solo commento sull’eclatante fallimento dell’unico partito che sembrava riuscire a farci sperare. Non un battito di ciglia sul boato che questo enorme fracasso dell’IDV ha provocato con le sue recenti “scelte politiche” (o scelte obbligate?). Leggendo i tuoi articoli, mi è sembrato che tu stia ancora in un limbo decisionale, come se dovessi ancora capire bene quello che è successo. O, forse, stai solo cercando ancora le parole giuste per dirlo. Spero che tu riesca a fartene una idea – mentre io cerco di farmene una ragione – da farmi ascoltare o leggere la prossima settimana.

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08
Feb 10

“Windows”

Questa vita

sempre più simile ad un foglio Excel: inutile

interminabile riempire infinite

celle vuote

e necrologi in PowerPoint

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07
Feb 10

Quei suoni che la mano non trattiene

Sospese come sassi sospettosi stanno

strette sulla sottile soglia del

senso che le aspetta sussurrando

son qui.

Si schiudono in un soffio schivo

svolando via se non

le sfiori neanche, ma se le tocchi

ti scavano la schiena oppure

ti sferzano la faccia con una carezza.

Soffocano in gola le sillabe

sedute sul silenzio mentre

sfuggono la voce che soffia un

parlami.

Sfiorita l’ugola dell’appasito canto

straripa la parola in un singhiozzo

con l’inchiostro che scorre dall’occhio

sull’ennesimo foglio di carta.

(a N.C.)

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07
Feb 10

L’ideologia è un errore di sintassi – Gianluca Cataldo

Un bellissimo esempio di prosa di Gianluca Cataldo su Nazione Indiana.


“Sono cresciuto tra la le macerie dell’ospedale Ingrassia e un bicchiere di rosolio al pistacchio, mia madre mi ha garantito una capacità linguistica che mi ha consentito una sopravvivenza fisica e culturale di cui le sono grato. Le sue paturnie mi hanno forgiato in una decisa convinzione di superiorità da spendere sulla cellulosa altrui in una redazione romana. Grazie a lei sono disposto ad acquistare ogni barbone di tutte le città nelle quali ho vissuto con la carità che tanto assomiglia a una lettera di dimissioni non datata. Conosco F., conosco Paulo, chiacchiero allegramente con Pierino cui recentemente hanno bruciato il motorino (un vecchio Sì dai colori cangianti). Ho vestito Mario, per tutti semplicemente Bocchino, rimproverandolo garbatamente per i suoi eccessi linguistici al limite della violenza. Mi sono tutti grati, di una gratitudine innocente e speranzosa, inconsapevoli della differenza che passa tra le loro intenzioni e le mie, figlio della logica dell’atrocità attraente da sospensione dell’etica. La loro condizione serve a riscattare la mia, la loro deprecarietà a forgiare nella redenzione la mia stabilità sociale. Non economica bensì ideologica, e sociale. Nella disfunzione borghese da assenza di difficoltà le disgrazie altrui servono a elevarsi a una condizione meno umana, eterea probabilmente, stimabile sicuramente. La sua morte, ad esempio, ha dato alla mia immagine (nel secolo della comunicazione manifesta) una aura regale, degna di nota. Accuratamente sfruttata con ubriacature solidari in taverne compiacenti, idealizzata al punto da considerarla conveniente la sua morte ha assunto connotati del tutto inaspettati. Il desiderio di una disgrazia casalinga, l’attesa per un avvenimento dai contorni tanto decantati e coniugati in tutte le sue forme verbali mi rendeva morboso ogni volta che lei accusava un male oscuro, un cedimento alla sua personalissima cognizione del dolore. Ho aspettato che accadesse, ho fatto in modo che accadesse quando nelle nostre discussioni lasciavo scivolare tra la sua schiena e la mia pancia frasi sussurrate “Se il peccato non esiste più, il suicidio non è più peccato” e lei “Ma non stiamo parlando d’arte” “Oh sì che parliamo d’arte, mia cara” “… D’accordo. Allora è il suicidio a non esistere più”. So di non essere stato io la causa, non sono la goccia di nessuno, sollecito pensamenti e ripensamenti ma mai decisioni. Lei aveva una predilezione dotta che la portava a preferire i suicidi, Drake, Buckley e, soprattutto, Elliott Smith. Trovava assurda la scelta dei farmaci e non comprendeva questa tendenza alla sofferenza, alle coltellate, questo modo tanto cattolico di pagare per i propri peccati, le proprie depressioni, ogni singola debolezza. Quando non poteva averne suicidava tutti come tanti Pinelli letterari nella sua personale anarchia riguardo le trame dei nostri romanzi. Così Horacio non sopravvisse ad addirittura due letture, ritrovandosi nella tomba fra ben più illustri personaggi, Stavrogin, Edda Ciano e Werther. Allontano questi pensieri mentre giro la chiave della terrazza, c’ho appena passato una cena insieme e non voglio portarli anche quassù. Preparo una sigaretta e…”

(continua a leggere qui)

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07
Feb 10

Se mi lasciano un racconto sulla panchina

Da un paio di mesi sto tenendo d’occhio Microcenturie, un progetto che ho scoperto sbirciando in chissà quale remoto angolo del web o blogroll di chissà quale sito galleggiante nella rete. È giunto il momento di parlarne.

Microcenturie: racconti che edificano mondi minimi di una sola pagina, universi fatti di storie interstiziali: nascono in rete per essere poi stampati e smarriti lungo i viali, sugli autobus, nelle tasche dei passanti, nascosti ma in attesa di svelamento. Parole come matrici delle cose, anche in pagine di carta, scritte e seminate a far bastione e contrafforte al mondo, per disegnare una nuova cartografia del reale e dell’irreale. Fiumi che scompaiono dopo un breve corso, ma continuano un viaggio carsico che rispunta chissà dove, chissà quando. Romanzi in atto unico, dispersi per essere ritrovati e per far giungere altri fin qui, a raccontare ancora e far esistere sempre nuovi mondi. I racconti potranno essere stampati in formato pdf da autori e lettori utilizzando l’apposita funzione presente in calce alle singole microcenturie. Le pagine andranno quindi disperse presso cantieri edili, viali, negozi, metropolitane, reparti di fabbrica, mense scolastiche, uffici postali, parcheggi multipiano di centri commerciali e ogni altro interstizio del mondo reale. I contributi comunque disseminati dovranno contenere l’indirizzo www.microcenturie.it.

Ogni autore permette e auspica la diffusione del proprio contributo tra le fondamenta del reale.


Così recita la home del sito che ospita i racconti mono-pagina di chiunque abbia voglia di inviarne uno (il progetto è aperto a tutti), disponibili a chiunque abbia intenzione di leggerli, stamparli e, soprattutto, disperderli.

L’idea, dal sapore un po’ romantico, risulta originale ed interessante, soprattutto in un Paese in cui la lettura è un lusso che ci si concede solo in presenza di polizze assicurative e fondi di investimento (a volte, neanche per questo), mentre la scrittura è nelle mani di Totti & C.

A chiunque ritenga che sia un progetto fallimentare, rispondo che non è destinato al fallimento più della Domenica mattina di milioni e milioni di persone passata in chiesa. A coloro che ritengano sia una offesa alla “vera letteratura”, dico che mi offende di più vedere i libri di Saramago nascosti dalle pile alte un metro dell’autobiografia di Buffon. A chi vede questa iniziativa come una risposta all’ansia di pubblicare, dico che uno sconosciuto resta tale anche se se ne conosce il nome. A colui che si preoccupa che nelle mani di un pensionato ignaro possa arrivare della mediocrità, dico che almeno non ha dovuto pagare per essa.

È vero: molti dei racconti sono più vicini ad una chiacchierata al bar, ad un referto medico o ad una testimonianza in tribunale. Alcuni, invece, sembrano contenere dentro un loro proprio mondo, che è molto più di quanto possa contenere un romanzo (a volte). Il problema si pone, se si pone, nel momento in cui si sbaglia l’interpretazione del progetto. Microcenturie non è per gli autori né e per la Letteratura. Microcenturie, a mio avviso, vuole riempire il vuoto occupato dalla nostalgia del sogno con una cartografia dell’irreale, vuole essere bastione e contrafforte al mondo che ha definitivamente sconfitto la possibilità con la sua iper-realtà. Chi non riesce a cogliere questo, preferisce la ragione al sogno. Ma la vita è un dato di fatto, non un fatto dato.


(I contributi possono essere inviati a microcenturie@gmail.com (allegati in formato word o compatibile) e devono essere  lunghi una sola pagina. Vanno inseriti nel corpo della email: nome o nickname, url dell’eventuale sito web o blog e l’indicazione del luogo in cui la microcenturia verrà smarrita. Chiunque può stampare e smarrire racconti altrui, segnalando la cosa nello spazio dei commenti corrispondente al testo disperso).

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07
Feb 10

Bebe e io

Su Filosofipercaso, un mio racconto.

Grazie ad Antonella Foderaro per l’ospitalità.

Luigi

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06
Feb 10

Altre Voci: Gabriella Garofalo

La poesia di Gabriella Garofalo possiede l’eco di una voce antica, che viene da lontano per narrare l’inconsistenza di un eterno presente.

La sua poetica, densa e rarefatta allo stesso tempo, ha il sapore di una mitologia postmoderna ed è refrattaria a qualsivòglia interpretazione che tenti di unire ciò che separa, costringendo in un volto un’espressione che lineamenti non ha. È un viaggio itinerante nel reale, fatto di paesaggi che si alternano privi di passaggi logici, che scorrono (inter)rotti dai salti di significato di cui la Garofalo si serve per consumare una scoraggiata e scoraggiante vendetta su quel “padre inesistente/forse madre” che “ti gettarono/a stanze in disordine a distesa”.

La vendetta si consuma attraverso un linguaggio che si serve degli elementi della natura e della terra (sole, luna, acqua, luce, erba, neve, fuoco, insetti mantidi libellule, cielo, nubi, fame, corpo) che all’interno del discorso, pur conservando la loro identità, vanno ad occupare posizioni diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati (anche in odor di metafora), e che non ci permettono più di riconoscerli, nonostante si continui a vederli. Da qui, l’inaccessibilità dei testi della Garofalo che, piuttosto che essere un artificio puramente stilistico, sembra derivi la sua raison d’être da un inevitabile ermetismo legato ad una operazione di i(m)perscrutabilità del reale.

Quella della Garofalo sembra essere una nemesi che si abbatte sull’esperienza (Ricordi il fastidio di anni e delle strade/quando ottobre non voleva saperne/di perdere le foglie e già il cielo cominciava/ad ammalarsi di parole?), punendola con un atto di forclusione che, attraverso la parola, mira ad una separazione del significato (senso) dal significante (realtà). In questo senso, la parola acquista peso e diventa più consistente dell’immagine a cui vorrebbe rimandare, trattenendo il significato ed eludendo tutto il resto. Un significato che, pur essendo disponibile tra i versi in avvistamenti zoppicanti, non vuole ergersi a messaggio edificante. La poesia della Garofalo, infatti, non vuole trasmettere i significati che trattiene più di quanto non voglia testimoniarne l’assenza in ciò a cui offre la voce: la vita.

Luigi B.




Ricordi il fastidio di anni e delle strade

quando ottobre non voleva saperne

di perdere le foglie e già il cielo cominciava

ad ammalarsi di parole?



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05
Feb 10

Buonanotte

Dormire è difficile se penso

al risveglio. Sotto

il mio cuscino un cimitero

i sogni

mi aspettano in silenzio.

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04
Feb 10

Gaza – Non in mio nome

Gino Di Costanzo ha pubblicamente depennato il suo nome dalla lista degli italiani rappresentati dalle dichiarazioni del Premier in occasione della sua visita a Gerusalemme. Si è spontaneamente formata una lista di nomi che si stanno aggiungendo l’uno sotto l’atro al grido di “Non in mio nome”. Se sei dello stesso avviso, aggiungi la tua firma al post: farai parte dei depennati. Io ho aggiunto il mio, con una breve postilla.

Gaza – Non in mio nome

Non sarà in mio nome

che i gelsi reclineranno la testa

Non in mio nome

i rami dei salici penderanno

nei giardini spezzati delle case

Non in mio nome

le strade si riempiranno di pioppi

e la scritta: fate silenzio.

 

Non sarà in mio nome

che si griderà vittoria

Non in mio nome

si vendicherà una sconfitta

che io non ho cercato

Non in mio nome

una bandiera sventolerà sulle teste

di chi non la vuol vedere.

 

Non saranno in mio nome

le scie di cielo verde la notte

Non in mio nome

il fumo e i calcinacci

levarsi come incenso sulla strada, staccarsi dai palazzi

Non in mio nome

i padri fucilati

i figli coi fucili

e i ventri delle madri rattrappiti.

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01
Feb 10

L’immunigiribirizzazzione ed altre storie

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Il covo di Riina non viene perquisito, ma non fa niente. Ciancimino jr. afferma che Provenzano abbia vissuto la sua intera latitanza a Corleone sotto la protezione di una parte “deviata” dell’arma dei Carabinieri, ma Mario Chiesa non si tocca. Abu Omar viene sequestrato, portato in Egitto e torturato, ma Pollari & C. hanno il segreto di Stato dalla loro parte. Gli spioni di Telecom, invece, hanno interessanti “reportage” dalla loro per non farsi processare. Berlusconi… ecchettelodicoafare.

È tutta una catena: di favori, di ricatti, di scambio di posizioni di occupare. Qualche poltrona sempre vuota per le new entry dell’ultim’ora che proprio non sono riusciti a scamparsi un’accusa o un processo e si fanno immunoparlamentarizzare. Se stai pensando che esiste l’altra metà della politica che bilancia la situazione, o ti stai sbagliando oppure ci sono tre metà. Il PD, soffocato dai suoi complessi di inferiorità, ha infatti deciso di candidare alla presidenza della Campania Vincenzo De Luca, plurimputato per corruzione e associazione a delinquere. Un classico, insomma. Se ci fossero i pop corn sembrerebbe un film.

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