
“Non riesco ad abituarmi all’idea che esista una sorta di testamento di Fabrizio perché so che la sua velocità di elaborazione era talmente alta che mi risulta difficile credere che si possa pensare a lui come se ad un certo punto avesse trovato un termine.” Queste sono le parole con cui Ivano Fossati descrive Fabrizio De Andrè, di cui oggi si celebra il decimo anniversario dalla sua morte, avvenuta l’11 Gennaio 1999 alle 2.15 di notte presso l’Istituto Tumori di Milano, dov’era ricoverato in seguito ad una diagnosi di cancro ai polmoni.
Non bisogna essere dei profondi conoscitori di De Andrè per dar ragione alle parole di Fossati. Basta ascoltare alcuni brani per rendersi immediatamente conto di chi si ha di fronte: cantautore, poeta, intellettuale, con 40 anni di carriera e 15 dischi ha scritto parte della storia della musica italiana, e ha fatto della musica italiana uno strumento di denuncia delle ingiustizie sociali e di forte critica agli schemi di vita borghesi. Egli stesso afferma: “Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane“.
Muovendosi “in direzione ostinata e contraria”, fece presto ad allontanarsi da ciò che la sua filosofia di vita rifiutava e contrastava, andando a vivere con il poeta anarchico Riccardo Mannerini, con il quale scriverà nel 1968 “Tutti morimmo a stento”, il suo primo album. Da quel momento in poi la storia musicale di De Andrè verrà scritta con testi come Bocca di rosa, La canzone di Marinella, Quello che non ho, Ballata degli impiccati, La canzone dell’amore perduto.
È indubbio che, come disse Dori Ghezzi, De Andrè “il suo mondo l’aveva dentro di sé“, ma è anche vero che parte di quel mondo traspare dai suoi testi. Nonostante i temi toccati da Faber siano numerosi, sono tutti riconducibili a due principi fondamentali: la bellezza della semplicità e la semplicità della bellezza. Questi due elementi possono trovarsi, così armonicamente coordinati, così presenti contemporaneamente in uno stesso testo, solo se chi lo scrive sente da vicino e profondamente e, oserei dire più e meglio degli altri, ciò di cui sta scrivendo. È esattamente questo ciò che, a mio avviso, più caratterizza De Andrè e lo rende unico nel suo stile. E questi stessi due elementi, bellezza e semplicità, sono anche ciò che dal Genovese viene cantato. Da qui proviene, secondo me, la “leggerezza” di De Andrè, in questo caso non intesa nell’accezione di superficialità; la stessa leggerezza che ha fatto si che Radio Vaticano mandasse in onda le sue canzoni, nonostante i tempi, nonostante i temi, nonostante la sua anarchia, nonostante Un blasfemo.
Riferendosi ai suoi studi di Giurisprudenza disse: “Probabilmente sarei divenuto un pessimo avvocato”. Credo che in molti siano felici che sia andata così, anche perché personalmente De Andrè avvocato non riesco ad immaginarmelo se non presenziando udienze con orazioni a colpa di rima baciata o alternata, possibilmente con una chitarra. Per fortuna è andato diversamente e ci è stato regalato un uomo che, in tempi di molotov e rivolte sociali, ha fatto le sue battaglie con la voce ed a risvegliato e trascinato le masse con la musica, nonostante credesse che “l’uomo possa anche conquistare le stelle ma le sue problematiche fondamentali sono destinate a rimanere le stesse per molto tempo, se non per sempre” . Purtroppo aveva ragione anche in questo, motivo per il quale anche le sue canzoni più vecchie non sono mai state così attuali.
De Andrè disse anche: “Ci sono vari tipi di morte prima di arrivare a quella vera. Quando tu perdi un lavoro, un amico, muori un po‘ “. Allora, caro Fabrizio, posso dire che siamo tutti un po’ morti.
