Non doveva essere eccessivamente fredda quella stessa sera di Gennaio del 1948 nella piazza Birla House a Nuova Delhi, perché arrivò all’appuntamento con i fedeli avvoltolato nel suo panno bianco e i sandali ai piedi. E comunque, non sarebbe stata di certo la temperatura ad evitare la consueta preghiera che il Mahatma (Grande Anima) si stava accingendo a celebrare, come tutte le sere. Cose molto più dure, in passato, non erano state in grado di arginare le piene di questo piccolo omino smunto dagli occhialetti tondi, che a vederlo lo si sarebbe potuto tranquillamente definire il «fachiro seminudo che osa parlare alla pari a Sua Maestà Britannica» , come lo descrisse Churchill.
Quest’uomo: che toccava gli intoccabili e con loro puliva le latrine di Phoenix a Durban, in Sudafrica; che praticava il brahmacharya (voto di castità) per affrancarsi dai piaceri della carne, che pure lo sedussero in gioventù, quando mangiò carne di nascosto per esser forte come gli inglesi e rubò i soldi al fratello per comprarsi le sigarette; che istituì la satyagraha (forza della verità) dando inizio alla lotta non violenta; l’uomo le cui armi migliori erano il digiuno, la contestazione civile e pacifica, il boicottaggio; che si lasciava arrestare e, appena scarcerato, si arruolava come infermiere durante la seconda guerra mondiale per curare i suoi accusatori; che dopo anni di sforzi e battaglie civili liberò l’India, facendone uno Stato indipendente; questo uomo improvvisamente, di fronte lo sguardo attonito della folla, si accascia al suolo a seguito di due spari. La sua colpa fu quella di essere stato troppo indulgente nella gestione della questione tra musulmani ed induisti – che è all’origine della nascita dello stato musulmano del Pakistan al cui favore Gandhi richiese che venisse effettuato un pagamento, e nell’aver sacrificato gli interessi dell’India e degli induisti al fine di ottenere il consenso delle minoranze religiose. Nathuram Vinayak Godse fu condannato a morte, che gli venne inflitta tramite impiccagione l’8 Novembre dello stesso anno nonostante il parere contrario dei seguaci del Mahatma.
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Dopo 61 anni, tutto quello che siamo riusciti a fare di Mohandas Karamchand Gandhi è stato vendere i suoi libri e le raccolte dei suoi aforismi e toccare le corde dell’animo del consumatore con una “rivoluzionaria” campagna di marketing che non so che risultati abbia portato. Ora, è pur vero che Gandhi significa droghiere e che la sua era una famiglia di commercianti, ma non credo avrebbe apprezzato la messa al banco di valori che andrebbero, invece, condivisi senza scopo di lucro. Quale meccanismo renda più “virale” un video su YouTube piuttosto che lo sforzo per la tolleranza, io non lo so. Credo, però, che tutti dovremmo lasciarci “ispirare” da quanto quest’uomo ha fatto e detto, piuttosto che limitarci ad inserire qualche suo aforisma in un quote rotator sul nostro blog, o scrivere articoli come io, misero individuo, sto facendo. Quest’uomo, che «le future generazioni difficilmente potranno credere che sia vissuto davvero su questa terra» – come affermò Albert Einstein, è esistito davvero, e dovremmo ricordarcene più spesso, prima che la traccia della sua esistenza smetta di far parte della Storia diventando leggenda.
Potremmo partire da qui, lasciando i corani e le bibbie sui comodini per le letture serali. Non sto suggerendo un nuovo Dio, nè sto invitando all’idolatria che, per carattere e per principio, non appoggio, nonostante sappia quanto l’uomo abbia bisogno di credere. Ma qualcuno mi dica se sbaglio se penso che questo sarebbe un punto facilmente condivisibile da tutti da cui partire, anzi: ripartire. Perchè abbiamo bisogno di ricominciare tutto daccapo.
“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”, disse in uno dei suoi tanti discorsi. Egli lo fu. Ma noi, lo siamo?