(testo tratto da Rebstein)

Quella di Enzo Campi è una voce importante della poesia contemporanea. La difficoltà maggiore che si incontra leggendo i suoi testi credo sia legata, più che ai contenuti che in essi vengono veicolati, al come tali contenuti vengono trasmessi. La sua è una incessante ricerca ontologica attraverso l’uso delle parole di ciò che dietro di esse si cela. Le parole di Enzo Campi non nominano, non determinano e neppure significano: i suoi discorsi de-strutturano il logos in chiave derridiana con un atto di forclusione del linguaggio che annulla il rapporto strutturato di significato-significante (Sassure) e trasforma la parola in parola-vuota, emulando quel meccanismo che trasforma tutto (e noi) da essenza ad assenza. Un de-strutturare che io vedo come atto di vendetta nei confronti di una realtà iper-strutturata che non vorrebbe lasciare scampo alla pressupposta monoliticità di una identità che vuole, invece, essere altro-da-sè. Lo stile di Enzo ricorda molto Carmelo Bene: è evidente il suo sforzo compiuto per evitare di “essere parlato”, offrendo la propria voce solo come mezzo di trasporto su cui far viaggiare il non-senso del senso senza biglietto. Leggere i testi di Enzo Campi significa sperimentare il vuoto, lo stesso che c’è tra realtà concreta e realtà simbolica proprio del discorso. Un vuoto che si sperimenta “fisicamente” con la lettura a precipizio delle sue poesie, dal ritmo serrato che trascina il lettore in un vortice di nuove disposizioni delle parole, dei concetti e della realtà. Un vuoto che, nonostante tutto, può essere riempito non definitivamente se ci si sforza di sperimentarlo, quindi riempirlo con significati nuovi.