La poesia di Gabriella Garofalo possiede l’eco di una voce antica, che viene da lontano per narrare l’inconsistenza di un eterno presente.
La sua poetica, densa e rarefatta allo stesso tempo, ha il sapore di una mitologia postmoderna ed è refrattaria a qualsivòglia interpretazione che tenti di unire ciò che separa, costringendo in un volto un’espressione che lineamenti non ha. È un viaggio itinerante nel reale, fatto di paesaggi che si alternano privi di passaggi logici, che scorrono (inter)rotti dai salti di significato di cui la Garofalo si serve per consumare una scoraggiata e scoraggiante vendetta su quel “padre inesistente/forse madre” che “ti gettarono/a stanze in disordine a distesa”.
La vendetta si consuma attraverso un linguaggio che si serve degli elementi della natura e della terra (sole, luna, acqua, luce, erba, neve, fuoco, insetti mantidi libellule, cielo, nubi, fame, corpo) che all’interno del discorso, pur conservando la loro identità, vanno ad occupare posizioni diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati (anche in odor di metafora), e che non ci permettono più di riconoscerli, nonostante si continui a vederli. Da qui, l’inaccessibilità dei testi della Garofalo che, piuttosto che essere un artificio puramente stilistico, sembra derivi la sua raison d’être da un inevitabile ermetismo legato ad una operazione di i(m)perscrutabilità del reale.
Quella della Garofalo sembra essere una nemesi che si abbatte sull’esperienza (Ricordi il fastidio di anni e delle strade/quando ottobre non voleva saperne/di perdere le foglie e già il cielo cominciava/ad ammalarsi di parole?), punendola con un atto di forclusione che, attraverso la parola, mira ad una separazione del significato (senso) dal significante (realtà). In questo senso, la parola acquista peso e diventa più consistente dell’immagine a cui vorrebbe rimandare, trattenendo il significato ed eludendo tutto il resto. Un significato che, pur essendo disponibile tra i versi in avvistamenti zoppicanti, non vuole ergersi a messaggio edificante. La poesia della Garofalo, infatti, non vuole trasmettere i significati che trattiene più di quanto non voglia testimoniarne l’assenza in ciò a cui offre la voce: la vita.
Luigi B.
Ricordi il fastidio di anni e delle strade
quando ottobre non voleva saperne
di perdere le foglie e già il cielo cominciava
ad ammalarsi di parole?
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