Amici Miei – Atto I (Germi, Monicelli, 1975)

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Una dissacrante, irriverente, a tratti bucolica presa in giro della vita e di chi ci crede. Amici Miei – il film che Pietro Germi consegnò alla regia di Mario Monicelli per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute – è il film cult di quel filone della cinematografia nazionale meglio conosciuto come commedia all’italiana. Filone sorto sulle macerie del neorealismo rosselliniano – di cui però conserva la consapevolezza – il cui fallimento delle intenzioni volte alla costruzione di una etica comune giunge al culmine negli anni ’70, anni in cui fu prodotto il primo atto di questa meravigliosa ed imperdibile trilogia, lasciando spazio alla satira di costume di una Nazione che non vuole imparare a capire.

Un nichilismo cinico e grottesco caratterizza decisamente, con costanza e senza mai troppo esagerare, l’intera pellicola, la cui tensione narrativa viene molto spesso esentata dalle tipiche esigenze cinematografiche della spettacolarizzazione della storia, disponendosi più favorevolmente ad una rappresentazione del reale, di cui rispetta i tempi. Come nella vita, anche in Amici Miei non si ride sempre come sempre non si piange; vi sono tempi morti che si alternano a vere e proprie “botte di vita” (le zingarate); come nella vita, anche guardando Amici Miei ci si annoia. Il tutto in 109 minuti.

Il Perozzi (Philippe Noiret), il Melandri (Gastone Moschin), il conte Mascetti (Ugo Tognazzi), il Necchi (Duilio Del Prete) e il Sassaroli (Adolfo Celi) sono cinque bischeri che, a modo loro, cercano di ammazzare la vita prima che la vita li ammazzi nella Firenze degli anni ’70. La tragedia e la commedia si alternano continuamente in una commistione di scene di vita dell’italiano medio, con un risultato grottesco per stomaci forti. Amici Miei è un film che mette a dura prova lo spettatore: ingannato dalle supercazzole del conte Mascetti (in viaggio di nozze con un orso al guinzaglio per dilapidare due patrimoni), si dispone illusoriamente ad una risata lunga più di un’ora. Ma con il passare del tempo, lo spettatore si accorge che la sua risata si trasforma prima in sorriso, poi in riso amaro, poi in ghigno.

Amici Miei è un film che richiede allo spettatore una elevata partecipazione, una disposizione alla condivisione ed il coraggio di mettersi in gioco completamente, fino in fondo. La paura del rischio di sprofondare nella propria piccolezza viene mitigata dalla complicità del gruppo dei cinque amici buffoni, pronti ad accogliere chiunque ammetta la propria umanità, ma anche spietati nel vendicarsi di coloro che ipocritamente giudicano. Potrebbe anche darsi di sentirsi emotivamente disturbati da qualche scena: in quel momento bisogna chiedersi se non si voglia ammettere a se stessi il fatto che quanto in quel momento si sta giudicando in realtà ci appartenga.

Nel momento in cui lo spettatore dovesse rifiutare la sua umanità, si ritroverebbe ad essere vittima del film che sta guardando, probabilmente impossibilitato ad interromperne la visione dalla sua stessa codardia che lo renderà masochisticamente vittima di se stesso. Ma non se la spasserà nemmeno chi, invece, si aprirà a questo affiatato e tragicomico gruppo di amici, scoprendo che la loro non è che una maniera puntuale e temporanea di far fronte alla vita leopardianamente priva di ragione.

Ciò che il Melandri, il conte Mascetti, il Necchi e il Sassaroli svelano al funerale del Perozzi allo spettatore è che la felicità è degli stolti, l’umorismo degli eroi-vinti. E, insieme, ne ridono.

Il giornalista Franco Bagnasco ha aperto un gruppo su facebook GIU’ LE MANI DA “AMICI MIEI”: FERMIAMO DE SICA E IL SUO ANNUNCIATO PREQUEL per richiedere che le riprese del Prequel di Amici Miei (formato cinepanettone) vengano fermate. Io mi sono iscritto, voi non so. Mi chiedo cosa penserebbero (e soprattutto farebbero) i nostri cinque simpatici biricconi se esistessero davvero. Sicuramente non la prenderebbero tanto sul serio.

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