Caro me stesso

 

Caro me stesso,
da quando non sei mai
esistito, non ti riconosco più
rinchiuso in un usbergo
lippoloso che si appiccica
alla carne
come cispa sulla faccia
che ti strappa le ciglia se
apri gli occhi di mattina.

Dev’essere un segnale, penso
allora resto dove sono
– no,non ti alzare, sei ancora in tempo!
abbarbicato al mio cruccio
come ad un cuscino
ad osservare il giorno entrare
polveroso dalla finestra.

Una liana gialla si aggrappa
alle tende del salotto: trasparente
le trapassa
e mi viene a toccare la fronte.

Mi chiedo
se l’Ulisse di James Joyce sia
all’altezza per fermare questo
raggio di realtà che
mi colpisce l’occhio e
la ragione mentre
scientificamente spera
che il ronzio del giorno
arrivi all’orecchio
ancora supino al cuore
che balbetta.

L’Ulisse in piedi sul tavolino
è l’ideale: troppe pagine
oscure da attraversare
anche per la luce.

Richiudo gli occhi e sono
più sereno: torno
dove si può essere nessuno.

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