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A proposito di “Addio alle Armi”

 

In tal modo all’infinito, attraverso il tempo, gli esseri del mondo si odieranno
e contro ogni simpatía manterranno il loro feroce appetito.

Michel Foucault

 

[Per i complottisti ed i sospettosi valga la seguente avvertenza: nessun invito alla massoneria o ortodossia poetica. Per i cinici ed i paranoici solo pacche sulle spalle e consigli medici in privato.
Queste parole e quelle che seguono sono di chi scrive. Ad esse si aggiungeranno, di giorno in giorno, quelle di tutti coloro che avranno qualccosa da dire. lb]

È necessario fare uno sforzo perché la poesia torni ad essere una cosa seria: questo il “leitmotiv” che ci ha accompagnati durante l’incontro di Verona di qualche giorno fa.
Uno sforzo non perché la poesia possa dettare le regole – come forse mai è riuscita a fare, ma perché torni ad aprire dei varchi. Non una questione di potere, dunque, ma di possibilità.

Far rientrare dalla finestra del retro la poesia (e, suvvia, i poeti!) che Platone fece uscire dalle porte principali della sua Repubblica – chiusa a più mandate da un cartesianismo trasformato in scientismo senza scrupoli – potrebbe essere una alternativa (o una soluzione) al “loop” tautologico in cui ci ha rinchiusi il linguaggio operativizzato del nostro secolo, coerente solo rispetto a se stesso ed alle sue regole interne che tendono sempre più a separare definitivamente l’enunciato dall’enunciazione e dall’enunciatore, ovvero: dall’esperienza.

In un mondo dove la unica dimensione pare essere quella tecnologica, in cui il reale è razionale, il razionale è funzionale e il funzionale è operativo, il rischio è quello di assistere all’estinzione dei concetti, rimpiazzati da un insieme di operazioni che descrivono senza sfumature, senza dare spazio ad altre possibilità. Già nel 1928 c’era chi affermava che «non ci permettiamo più di usare come strumenti, quando pensiamo, i concetti di cui non possiamo dare una descrizione adeguata in termini di operazioni» [1].

La pertinenza di tale osservazione ci riguarda tutti, indistintamente e da vicino, nella misura in cui le conseguenze della sua verità si ripercuotono sullo stile[2] nell’accezione jüngeriana del termine, ovvero sull’esercizio, all’interno di una necessità storica, di quella libertà che decide delle sorti di un popolo.
Per questo motivo, ogni epoca letteraria è una involontaria confessione della società che l’ha prodotta[3]: le sue opere sono una dichiarazione di poetica, mentre gli stili rappresentano la direzione verso cui la stessa società ha scelto di spingere l’esercizio della sua libertà. Per lo stesso motivo, la portata etica di ogni atto di scrittura e lettura si manifesta in tutta la sua evidenza. Continue reading A proposito di “Addio alle Armi”

Intervista al Movimento 15-M

[L’intervista che segue è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’UfficioStampa di DRY del movimento 15-M. In particolare ringrazio Dario Lovaglio, Aitor Tinoco, Adrià Rodriguez e Klaudia per la disponibilità e la pazienza.
Inoltre, ringrazio Alfabeta2 per l’ospitalità. (L.B.)]

  

Chi sono gli indignados che fanno parte di questo movimiento così eterogeneo? Riuscite ad offrirci un identikit “socio-demografico” del movimento?

Il Movimiento 15-M riunisce gente di tutte le classi, età e condizioni economiche.

In termini generali, il movimento è composto da persone che si sono rese conto del fatto che il sistema attuale non funziona.

Nonostante la grande diversità che caratterizza i suoi membri, il movimiento riesce a mantenersi unito attorno a dei principi comuni. Cosa vi unisce rendendo “innocue”, fin quasi ad annullarle, le diversità?

Ciò che ci unisce è un nuovo modo di relazionarci con l’altro, prestando meno attenzione alle cose che ci differenziano per concentrarci maggiormente su quelle che abbiamo in comune.

Ora, sebbene ciò sia inizialmente complicato – poiché veniamo addotrinati sin da bambini a fare il contrario – una volta superata questa barriera, ci si rende conto del fatto che le cose che abbiamo in comune sono infinitamente più importanti e profonde rispetto a quelle a cui prestavamo attenzione anteriormente. Continue reading Intervista al Movimento 15-M

Signore e Signori: l’Editoria! – Lettera aperta agli editori

[Pubblicato su Poesia 2.0]

Caro Marco Cassini
Cari editori

è da qualche settimana, ormai, che le pagine di vari quotidiani nazionali e siti web di una certa rilevanza vanno dando spazio ad un interessante dibattito sul futuro dell’editoria italiana, dal quale si spera giungano proposte concrete in grado di formulare i criteri di base per quella svolta percepita da molti come necessaria.

Galeotto fu il post e chi lo scrisse: tutto ebbe inizio con un intervento di Simone Barillari, pubblicato a fine giugno su minima&moralia, il quale rivolgeva un appello a tutti gli editori affinché si impegnassero di più e più seriamente nel «concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori»; nel provare a «spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, […] ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio […] a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici».

Il discorso non fa una piega. Però: non dovrebbe essere già così, naturalmente? Non dovrebbero essere queste le regole di base consustanziali al mestiere di editore, piuttosto che elevati obiettivi da raggiungere?
A quanto pare, no: i numeri del rapporto 2010 dell’AIE sullo stato dell’editoria in Italia ci dicono il contrario; numeri che – a suo dire, caro Cassini – sono il risultato di una errata e spesso controproducente politica editoriale che, saltando a piè pari la figura del lettore, ha fatto del mercato il suo principale interlocutore.

Ho molto apprezzato la sua presa di coscienza e la sua coraggiosa assunzione di responsabilità che mi fanno ben sperare, come anche mi sembra portatore di un sano cambiamento il dibattito, tutt’ora in corso, che vede coinvolti numerosi piccoli, medi e grandi editori che si sono espressi sulle colonne di varie testate giornalistiche e sulle pagine di numerosi siti internet (tra cui Lipperatura e Affaritaliani.it).

Però, cari editori, perché il dibattito diventi realmente terreno fertile per nuove e concrete possibilità, è necessario che non ci si limiti a far di conto, tirando somme, sfornando percentuali, elencando il numero di novità dell’anno in corso e sciorinando quote di mercato.
L’impressione che ho, infatti, è che si sia passati da un discorso del mercato o nel mercato ad uno sul mercato. Ma non si era detto che è necessario «riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore»? Certo, la presa di coscienza è già un passo significativo. Però questo è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
Ora, lungi da me l’obiettivo di un intervento destruens (siamo solitamente tutti molto bravi nel criticare), sento tuttavia la necessità – da lettore – di riportare il discorso su una linea più vicina a quella da cui si era partiti, e dalla quale mi pare ci si sia allontanati troppo rapidamente, col rischio di far sembrare il passo verso il lettore una mossa retorica per introdurre un discorso che parla d’altro e ad altri si rivolge.

Premetto che anch’io ritengo particolarmente auspicabile un processo di decrescita delle pubblicazioni: 7 mila case editrici che pubblicano 60 mila nuovi titoli all’anno (160 al giorno) sono davvero una enormità, soprattutto considerando il basso numero di lettori nel nostro Paese. Tuttavia, non credo che la decrescita sia la soluzione; almeno, non quella (e non certamente l’unica) in grado di ricostruire il rapporto con il lettore.

In più, è di vitale importanza stabilire la o le modalità di tale decrescita: in che modo si intende abbassare i ritmi delle pubblicazioni a livelli più umani? A spese di chi (scrittori esordienti, di nicchia) o di cosa (poesia, saggistica, filosofia, teatro)? Chi decide il tetto massimo? Con quali criteri? Chi stabilisce i criteri di scelta e valutazione delle opere pubblicabili? I TQ (da cui è partito l’appello) sono degli intellettuali coscenziosi e pragmatici, o sono una nuova lobby di scrittori che sta cercando di imporre la formazione di un contesto più selettivo e meno competitivo, su misura, che contribuisca in qualche modo a maggiori possibilità di successo? (Questa è una allusione un po’ cattiva ma, credo, scontatamente legittima).

La faccenda si complica ulteriormente se si tiene in considerazione che non tutto può essere letto (dell’edito, figuriamoci dell’inedito che vive nei cassetti!) e che il best-seller (inteso come il buon libro che arriva a tutti) è un risultato il cui raggiungimento è subordinato ad un numero elevatissimo di circostanze e coincidenze spesso slegate dall’impegno degli scrittori e dalla buona volontà degli editori e dei loro collaboratori – l’aleatorietà di tale risultato si intuisce anche dagli interventi dei vari editori sul tema.

Insomma, scegliere la strada della decrescita, oltre a rappresentare una soluzione insufficiente rispetto all’obiettivo che ci si è posti, non è cosa semplice e presuppone una grandissima responsabilità nei confronti dei lettori, degli scrittori e, soprattutto, della letteratura. Ciò non vuol dire che un avvicinamento al lettore non sia possibile.

Se l’idealismo (non privo di pragmatismo) di cui è impregnato il dibattito a cui stiamo assistendo è sincero; se l’obiettivo della nuova editoria che verrà è davvero quello di restituire il lettore al suo ruolo di interlocutore; se tutti questi grandi discorsi non sono solo una manfrina leziosa dietro la quale si nasconde il desiderio di allontanarsi dal mercato per dominare il mercato; se la proposta di abbassare i ritmi di pubblicazione non rappresenta la mera introduzione di una nuova regola di mercato che parifichi le opportunità; se tutto quanto state (e stiamo) discutendo deriva dal desiderio vero di recuperare il ruolo culturale dell’editoria in un Paese, allora le cose che si possono fare mentre si decidono i termini ed i criteri di una eventuale decrescita sono innumerevoli.

Per esempio, si potrebbe costituire una associazione di editori e lettori, con sottoscrizione annuale a pagamento, attraverso cui realizzare un fondo che finanzi poche ma importanti e ben strutturate occasioni di dibattito culturale, in grado, magari, di fornire la Nazione di quegli elementi di progettualità di cui tanto ha bisogno.

Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso.

Si potrebbe, per esempio, considerare la possibilità di definire nuove formule contrattuali per gli autori che, invece di stabilire i termini della loro produttività – spesso causa principale di noiose trilogie nel migliore dei casi e, nel peggiore, di romanzi mediocri –, li coinvolgano maggiormente e più da vicino nei processi di promozione delle loro opere (possibilmente più strutturati e progettuali di un “reading”).

Anche, ci si potrebbe impegnare nella costruzione di una rete solida di editori attivi sul territorio, capace di ripensare l’utilizzo degli spazi pubblici urbani (piazze, metropolitane, parchi, autobus) ed istituzionali (scuole, università, biblioteche) e di rivalutare la figura dei librai come anello di congiunzione tra le varie figure che abitano il quartiere.

Questi sono solo alcuni esempi di iniziative, progetti e idee che possono contribuire ad accorciare le distanze con il lettore, rendendo un servizio culturale a 360º alla propia comunità senza per questo dimenticare il mercato.

Cari editori, sicuramente molte delle proposte qui elencate non vi risulteranno nuove, ad altre ci avrete già pensato, mentre alcune saranno impraticabili o già esperienze consolidate da tempo. Sia come sia, la cosa mi interessa molto poco: non era mia intenzione insegnarvi il mestiere di editore in quattro parole. Ciò che invece mi preme farvi sapere è che se davvero volete un lettore più vicino è necesario che lo tiriate fuori dalle statistiche e che smettiate di rivolgervi a lui in termini di numeri di copie vendute. Se volete davvero che il lettore diventi il vostro interlocutore non dovete far altro che parlargli: vi risponderà, ne sono certo.

Con sincera stima

Luigi Bosco

Cara vecchia novità

[Questo intervento sul rapporto tra Letteratura e Web, già su Poesia 2.0, è stato pubblicato assieme a quelli di altri relatori all’interno degli atti del Convegno “Letteratronica” tenutosi lo scorso 9 Marzo e che sono stati ora raccolti in un e-Book che pubblicheremo a breve anche sulle nostre pagine.]

 

Il rischio che si corre quando si affrontano certi temi è quello di cominciare a parlare (o scrivere) senza poter mai riuscire a raggiungere quella sensazione di pienezza e soddisfazione che ti fa tirare il fiato e ti spinge a digitare l’ultimo punto. Questi sono i tipici discorsi che alle innumerevoli domande da cui originano rispondono con altrettanto innumerevoli domande e via così, in un infinito concatenarsi di punti interrogativi.
Quello sulla letteratura e il web fa sicuramente parte di questo genere di discorsi senza (una) risposta e molti questiti e a maggior ragione, visto che origina e si sviluppa in un ambiente la cui struttura è una apologia del panta rei: internet.

Dato lo stato delle cose (almeno dal mio punto di vista), credo che il modo migliore che ho di approfittare della disponibilità di chi mi ha invitato a questo dibattito e della pazienza del lettore sia quello di proporre una rassegna di temi che considero imprescindibili quando si voglia parlare di web e letteratura.

In principio era il Verbo

In principio era il Verbo e il poeta il suo guardiano. Protettore di un sapere tradizionale la cui veridicità era garantita dalle Muse, il poeta non inventava, ma ripeteva un repertorio di temi ereditati dalla cultura a cui apparteneva e che erano il riflesso della società che li aveva creati.

In tale contesto, il cambio è un evento straordinario e impercettibile piuttosto che cercato ed ordinario, ed ha sempre una natura sociale.

Con l’avvento della scrittura si genera una spaccatura all’interno della tradizione, restando il sapere sempre più indissolubilmente legato allo stile personale di chi s’incarica di trasmetterlo, lasciandolo esposto alla critica: nasce la letteratura – che, come molti affermano, non è fatta dai libri ma dai discorsi sui libri.
Allo stesso tempo, si forgia un nuovo modo di affrontare il passato ed il presente: la poesia aquisisce una rinnovata libertà ed originalità che fanno del poeta un creatore piuttosto che un cantore del sapere, all’interno di un contesto in cui l’ispirazione è molto più che memoria.

L’introduzione della scrittura e la nascita della critica illuminista nella cultura ellenica, conferendo un carattere critico e ludico alla letteratura e installando in questa una tendenza a cercare il nuovo, il sorprendente, l’originale, minano irrimediabilmente il fondamento mitico del sapere tradizionale – emblematica è, in tal senso, la cacciata dei poeti dalle città nella Repubblica di Platone.

Sotto questo punto di vista, la crisi della tragedia, come sottolinea anche Nietzsche, rappresenta la crisi del sociale, del sapere tradizionale come fondamento della collettività da cui origina. Tutto un modo di interpretare il mondo cede sotto gli attacchi del razionalismo sofista: la rovina del sapere tradizionale, ovvero la perdita della fede nel mito, apre una ferita nella coscienza collettiva che le deboli conquiste dell’individualismo critico e dell’illuminismo sofista non sono in grado di rimarginare, poiché difficilmente possono soddisfare le ansie dei cittadini in preda ad una profonda crisi di valori, che a quei tempi coincise con l’agonia della polis ed oggi prosegue sotto le mentite spoglie di una crisi delle democrazie.

Se la parola non basta

Ma la crisi della collettività è la crisi della coscienza dei signoli individui che la compongono, la quale, ritrovandosi a poggiare su una parola che non può più essere riconosciuta come vera – e, dunque, come fondante – si rifletterà in una crisi del discorso e, per ciò, della parola.

Il vuoto lasciato dalla caduta del mito cederà il posto al dogmatismo che caratterizzerà tutto il mondo occidentale fino al medioevo.
Sarà il Rinascimento che opporrà al dogmatismo un nuovo modo di ricercare e raggiungere la verità, proponendo una alternativa che restituisce al mito una dignità simbolica in grado di rifondare un discorso sul mondo. E lo farà con l’ausilio di una ampia iconografia che accosterà l’immagine alla parola, inaugurando una pratica che si estenderà fino ai nostri giorni.

Contemporaneamente, l’invenzione della stampa a caratteri mobili dell’era gutenbeg cambierà profondamente l’approccio semiotico al testo, che da allora in poi si vedrà obbligato ad includere lo spazio come ulteriore dimensione sintattica soggetta ad analisi.

La conversione del significante di un enunciato in un segno grafico e iconografico trasforma la parola in un oggetto a tre dimensioni, con una rinnovata materialità che viene a contrapporsi alla evanescenza di una natura arbitraria, privata del fondamento in grado di giustificarla.
I testi allegorici dell’epoca barocca, con molti precedenti medioevali e rinascentisti, normalizzano questa classe di spazio visuale attraverso geroglifici, emblemi, lemmi o calligrammi che propiziano l’apparizione e pervivenza di una densa cultura verbovisuale nella quale la contaminazione tra registro linguistico e immagine favorisce tanto la iconizzazione del verbale come la verbalizzazione dell’iconico.

La narrazione come fondamento di sé

Se, da un lato, gli sforzi di un certo umanesimo verso il recupero di una dimensione sacra delle origini costituiscono la base delle tensioni romantiche scaturite poi nella gesamtkunstwerk wagneriana e nel silenzio rimbaudiano, dall’altro il loro fallimento facilita l’imporsi della dimensione positivista del pensiero in ogni ambito dell’esperienza umana.

L’uomo moderno (e postmoderno) si caratterizza in tal modo per la rinuncia di qualunque tentativo di ricerca delle proprie origini in un sistema di ordine superiore, abbandonandosi completamente alla propria immanenza che gli impedisce di risalire gli anelli della catena della propria geneaontologia e lo installa nella circolarità dell’eterno ritorno di se stesso.
Una circolarità che, in quanto determinata formalmente e strutturalmente dalla sua stessa immanenza, è destinata ad un continuo rinnovamento, pena la disintegrazione.
Ciò spiega anche la benjaminiana perdita dell’aura dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ed il necessario passaggio dalla qualità (ormai resa impossibile dal rifiuto di qualsiasi assoluto) alla quantità (necessaria alla sopravvivenza).

In tale contesto, la narrazione diventa il principale strumento indispensabile al fondamento di sé.
Non che non lo sia mai stato, al contrario: da sempre la natura narrativa della soggettività ha spinto l’uomo a raccontarsi. Ma gli stravolgimenti esistenziali dello stare al mondo, alla luce di quanto detto fin’ora, hanno cambiato profondamente la natura delle narrazioni che produciamo ormai quasi compulsivamente.
Se nell’antichità bastava una unica storia per tutti, oggi ciascuno ha bisogno della propria, di una narrazione di sé che sia capace di sostenere e giustificare l’arbitrarietà della propria presenza nel mondo, in una reiterata formula di aggiornamento costante che va di pari passo al vissuto personale.

Potrebbe spiegarsi così l’esponenziale crescita del numero dei blog sul web e della nascita dei siti in tempo reale. Ovviamente internet non è solo blog e siti in tempo reale: sarebbe estremamente riduttivo ed ingenuo pensarlo.
Allo stesso tempo, però, non riesco a sorprendermi di fronte alle enormi potenzialità che questo strumento offre, poiché non sono in grado di percepire in esse che un cambio formale, piuttosto che sostanziale, di una mutazione antropologica in atto da almeno 200 anni e che, a mio avviso, non è in alcun modo adducibile alla rete.
Però è legittimo chiedersi: cosa cambia con il web?

Cosa cambia col web?

Sin dai tempi in cui l’uomo si è fatto anche umano, con l’uso del linguaggio in qualunque natura e forma, la sua principale preoccupazione è stata sempre quella di rispondere all’interrogativo più vecchio della storia: cosa ci faccio qui?

Viviamo nell’insospettabile certezza di morire prima di quanto ci aspettassimo, senza avere ben chiaro il perché lo abbiamo fatto – vivere e morire, s’intende.
La storia ha più volte stravolto la dimensione simbolica dell’esistenza, ed ora che abbiamo scelto (più o meno consapevolmente) di vivere senza una verità su cui fondare tutti i discorsi, prede della convenzionalità del linguaggio che parliamo essendo parlati, la parola è diventata un vuoto in cui giace l’eco della materialità sonora che la origina, e a cui tutti ci aggrappiamo come all’ultimo appiglio di consistenza che ci resta prima della totale dissolvenza.
Il rumore, solo il rumore, ci tiene ancora in vita – umanamente.

Il fallimento dell’illuminismo sofista dell’antichità si ripete, ma la dimensione positivista del pensiero contemporaneo non lascia spazio ad un recupero della sacralità, ad un nuovo rinascimento.
Come un’araba fenice, ci costringe a risorgere dalle nostre stesse ceneri, ed è lì che noi stiamo scavando. Ed è proprio questo scavare che, sotto il nome di sperimentalismo d’avanguardia, ha caratterizzato il secolo scorso non senza conseguenze per quello attuale.

Nei primi anni del ‘900, il futurismo, padre di tutte le avanguardie e di tutti gli sperimentalismi, avanzò numerose soluzioni-prototipo per una nuova forma di ricerca della verità e di fondamento della realtà basate sui miti del tempo assoluto della velocità e delle spinte pulsionali dell’uomo che sono l’origine della creazione intesa come assalto delle forze ignote per ridurle a prostarsi davanti all’uomo.
Nonostante l’enorme energia generata dal motore del secolo breve, non è stato possibile impedire ciò che oggi viene definito come “crisi del soggetto liberale”, per il semplice (credo) motivo che non può esservi soggetto senza un terzo che lo fondi, come affermerebbe Lacan.

Detto tutto ciò, e correndo il rischio di apparire arrogante, mi chiedo e vi chiedo: cosa dovrebbe sorprendermi del fenomeno di internet? La quantità di utenti iscritti a Facebook? Non riesco a sorprendermene, perché mi basta pensare che l’intera cultura occidentale deriva dalla mitologia greca e che in quel tempo così limitato nelle possibilità tutti sapevano tutto quanto c’era da sapere, per far diventare Facebook un intrattenimento senza fondamento di alcuni aficionados dell’informatica.
Allo stesso modo, come sorprendermi di fronte al fenomeno Twitter e della letteratura a 140 caratteri, o ad altri registri linguistici come il googlism, il flurfing etc., se penso alla brevità dei testi ed al paroliberismo futurista?
Nemmeno riesco a vedere una vera rivoluzione nelle possibilità ipertestuali offerte dalla tecnologia digitale, che interpreto come una naturale evoluzione dell’utilizzo degli spazi che ha origini ben più antiche. Non è forse un testo barocco un ipertesto? Non sono le installazioni e gli sperimentalismi delle avanguardie e delle neoavanguardie degli ipertesti? Non fu forse Wagner a parlare per primo di arte totale? E allora dov’è la rivoluzione e, dunque, la sorpresa di una poesia recitata in un video con foto e sottofondo musicale che posso vedere su YouTube?

Tengo a precisare che il mio non è un modo di sminuire il fenomeno del web; semplicemente vuole essere un tentativo che mira a ridimensionarne l’impatto rivoluzionario, cercando di riportare l’attenzione su quei fronti che riescono inspiegabilmente a prescindere dalle mutazioni socioculturali, rimanendo sostanzialmente gli stessi da sempre.
Ciò non toglie il fatto che internet possa rappresentare la principale causa di importanti stravolgimenti in atto che intervengono non solo in ambito letterario.

Restingendo il campo a ciò che in questa sede ci interessa, sono numerosi i cambiamenti, sia formali sia strutturali, che potremmo elencare e che riguardano la produzione così come il consumo della letteratura.
Penso, ad esempio, a SIC, il progetto di Scrittura Industriale Collettiva che a breve proporrà il primo romanzo al mondo scritto da circa 100 autori; oppure all’iniziativa di Quintadicopertina che da qualche mese offre un abbonamento allo scrittore. Penso a Giuseppe Genna ed al gruppo (pseudo)anonimo dei Wu Ming, tra i primi a confrontarsi dal punto di vista autoriale con il web, e penso al gruppo GAMMM ed alle infinite possibilità che la rete e la tecnologia digitale gli offre per le loro performance sperimentali e/o installative.
Penso a Nazione Indiana, che proprio in questo periodo si sta occupando di una verifica dei poteri 2.0, a il Primo Amore, a Alfabeta2, a DoppioZero e a decine di altre riviste e siti di cultura che hanno fatto leva sul potere di diffusione del web e sull’esiguità degli investimenti che esso richiede per raggiungere un elevatissimo numero di lettori che probabilmente mai avrebbero raggiunto.
Penso a AbsoluteVille, a Blanc de ta nuque, alla Dimora del tempo sospeso, a Compitu Re Vivi, a La Poesia e lo Spirito, a Imperfetta ellisse, a Poetarum Silva e a numerosissime altre esperienze, individuali e collettive, di diffusione della poesia sul web – un servizio alla società troppo grande e troppo sottovalutato di cui io sono stato uno dei beneficiari, motivo per il quale non li ringrazierò mai abbastanza.
Penso a Issuu, Scribd, Bookliners e decine di servizi di lettura simili che, grazie alle innovazioni tecnologiche ed al potere degli strumenti digitali e della rete, hanno letteralmente portato il libro sul web.
Penso ad Amazon ed al suo Kindle, che ha dato inizio alla guerra degli ebook, ed al cambio epocale che stanno vivendo le case editrici di tutto il mondo.
Penso a Google, al suo sistema di ricerca per parole chiave, ai suoi algoritmi e a come questo influenzi qualunque scritto in termini di creatività autoriale sin dalla scelta del titolo.
Penso ai commenti ed alle discussioni online, alle molteplici possibilità che il lettore ha di interagire come agente attivo con un’opera e con il suo autore.
Penso alla critica e al canone, ancora in fase di assestamento; penso al sapere e a Wikipedia; penso alla cronaca sempre più simile ai racconti ed ai racconti sempre più simili ad un articolo di blog ed alla vita in diretta; penso alla scissione dell’idea dal corpo assente; penso all’ologramma che ti fa le previsioni del tempo e poi ti racconta una storia; penso a photoshop e a quella luce bianca sullo sfondo che non esiste.

Quando penso ad internet, penso tutto ciò e, nonostante tutto, non posso evitare di pensare: cara vecchia novità….

Riferimenti e bibliografia

Introducción a la mitología griega, Carlos García Gual, Alianza Editorial, 2010.
Futurismo. La explosión de la vanguardia,
Alessandro Ghignoli e Llanos Gómez, Vaso Roto, 2011.
L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
, Walter Benjamin, Einaudi, 2000.
Il grado zero della scrittura
, Roland Barthes, Einaudi, 2003.

Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti

Lo scorso mercoledì, a Roma, all’interno della meravigliosa cornice della Biblioteca Vallicellianasorry, niente foto: quando ho tirato fuori la macchina fotografica, la responsabile della sala mi ha guardato come se stessi sgozzando suo figlio – ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a Letteratronica, una conferenza sulla letteratura ai tempi del web organizzata da Tiziana Colusso (formafluens.net) e Marco Palladini (retididedalus.it).
Conferenza che viene poco dopo l’eBookLab di Rimini e che inserisce – per fortuna e più che dignitosamente! – all’interno del discorso sul digitale la figura dello scrittore accanto a quella dell’editore.

Tutti i numerosi relatori presenti all’evento hanno messo sul tavolo questioni di fondamentale importanza, tutte fra loro differenti e complementari. A cominciare dalla direttrice della biblioteca Maria Concetta Petrollo Pagliarani e il problema di una archiviazione sistematica dei contenuti, fino al direttore de Le Reti di Dedalus Marco Palladini e il profilo degli scrittori e degli agenti culturali del XXI secolo, passando per Tiziana Colusso (Forma Fluens) e Sara Crimi (Quiappuntidalpresente) e il problema della lingua, Paolo Ruffini e l’esperienza della rete e Carlo Infante (Urban Experience)e le scritture mutanti, ciascuno ha contribuito a formulare la impegnativa domanda a cui tutti siamo chiamati a rispondere: come (ci) sta cambiando la letteratura nell’era di internet? Continue reading Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti

Un esempio storico*

Nel suo amore per la libertà, Socrate si sdegnava d’esser soggetto alla legge della gravità. E pensava che il bene stesse nell’indipendenza dalla gravità. Poiché è questa – pensava – che ci impedisce dal sollevarci fino al sole.–
Essere indipendenti dalla gravità vuol dire non aver peso: e Socrate non si concedette riposo finché non ebbe eliminato da sé ogni peso. – Ma consunta insieme la speranza della libertà e la schiavitù – lo spirito indipendente e la gravità – la necessità della terra e la volontà del sole – né volò al sole – né restò sulla terra; – né fu indipendente né schiavo; né felice né misero; – ma di lui con le mie parole non ho più che dire.

Platone vide questa meravigliosa fine del maestro e si turbò. E poiché egli aveva lo stesso grande amore, pur non essendo d’una sì disperata devozione, si concentrò a meditare. Conveniva trovare un meccanismo * per sollevarsi fino al sole, ma – ingannando la gravità – senza perdere il peso, il corpo, la vita; lungo tempo meditò e inventò il macrocosmo. La parte principale della strana macchina era un grande globo rigido, d’acciaio, che con le sue cure più affettuose per l’alto  Platone aveva riempito d’Assoluto – gli aveva levato l’aria, diciamo noi ora. – Con questo mirabile sistema egli si sarebbe sollevato senza perdere del proprio peso – senza diminuir la propria vita.

La partenza fu lieta d’ardite speranze; e l’areostato si sollevò rapidamente dai bassi strati dell’atmosfera.
“Vedete come noi saliamo per la sola volontà dell’assoluto» esclamava Platone ai suoi discepoli ch’erano con lui, e accennava al globo scintillante che li trascinava nella sua rapida salita. «È per sua virtù che noi andiamo verso il sole dove la gravità non domina più, e dai legami di questa, via via ci liberiamo”.
( – Veramente noi diciamo ora che la causa della salita dell’areostato non è «il suo voler salire bensì la caduta dell’aria più pesante di lui. – ) Ma Platone esultava per l’ebbrezza dell’esaltarsi e accennando al globo pieno d’assoluto esclamava: «mirate l’anima nostra!”.
E i discepoli che non capivano ma sentivano le vertigini e la nausea della salita, guardavano sbigottiti il maestro, e il globo, e la terra che fuggiva sempre di sotto. –
Quando giunsero ai limiti dell’atmosfera però l’areostato diminuì la sua velocità, ondeggiò e si fermò del tutto, equilibrato nel mare d’aria. Fuori dell’atmosfera non si va – bisognerà accontentarsi di galleggiare. E le speranze? e il sole? e l’indipendenza? I discepoli guardarono il maestro con muta richiesta. –
Allora Platone guardò al basso ed ecco gli si spalancò la magnificente visione di tutto il tempo e di tutto l’essere (Platone, Repubblica, 486 a.) ed egli si compiacque e disse ai suoi discepoli ch’erano con lui: «Ecco che noi siamo in alto; vedete giù le cose del basso mondo, esse sono in basso perché sono pesanti, perché hanno il peso, noi invece» e accennò al globo che galleggiava immobile sulle loro teste «noi invece abbiamo ‘la leggerezza’, noi siamo qui soltanto perché abbiamo ‘la leggerezza’”. I suoi discepoli anch’essi si curvarono sul parapetto, ma lo sgomento del vuoto li vinse così che ritiratisi vicini a venir meno, non ardirono più di sollevarsi dal fondo della navicella. «Noi» seguitò a dire il maestro «in quanto siamo qui partecipiamo anche noi della leggerezza ed ognuno di noi ha ‘ la leggerezza’, abbiamo corpo e peso ma secondo ‘la leggerezza’”. «Maestro» disse uno dei discepoli riavutosi un po’ dal peso dello sgomento e dello stupore, – «maestro, com’è fatta la leggerezza?”.

“La ‘leggerezza’» prese a dire Platone contemplando il mirabile spettacolo delle cose, che al suo sguardo più forte erano chiare come se fossero state vicine «la ‘leggerezza’ contiene tutte le cose; non come sono col loro peso nel mondo basso, ma senza peso; e come il peso appartiene al corpo, alla leggerezza appartiene ‘l’incorporeo’; e se al corpo appartiene l’estensione, la forma, il colore, tutto ciò in cui gli uomini in terra sono implicati, alla leggerezza appartiene l’inestenso, l’informe, l’incolore, lo spirituale. Colla sola contemplazione della leggerezza, noi che abbiamo la leggerezza, vediamo e possediamo tutte le cose non come appariscono in terra ma come sono nel regno del sole”.
– I discepoli ascoltavano in silenzio, con l’occhio intento all’abbagliante splendore dell’acciaio, e nessuno voleva confessare di non vedere niente; ma di tratto in tratto incitavano il maestro a dir di più. Ed egli allora parlò delle maraviglie occulte agli altri e che il suo sguardo acuto discerneva, apparendogli le cose sulla superficie della terra per la profondità vertiginosa in vari e nuovi e mirabili modi aggruppate. Queste nuove creature egli chiamava idee e diceva di loro ch’esse erano tutte chiuse nella «leggerezza”, – e che ognuno poteva vederle. – I discepoli che nulla vedevano s’abbandonavano alla suggestione delle sue visioni. E se la terra di notte s’oscurasse, se le nubi gli togliessero di vedere, se i suoi occhi si stancassero, ma egli nel suo trasporto seguitava pur sempre a narrare cavando dalla memoria le più riposte imagini e, a bizzarre fantasie congiungendole, sé e gli altri nutriva di parole.

Ma passavano i giorni, i mesi, gli anni – la vita non mutava – e speranza non c’era di mutamento. Gli abitanti della leggerezza e Platone stesso invecchiavano: infatti il regno del sole era lontano e lo splendore riflesso della macchina piena d’assoluto – come non dava né la gioia né la pace né la libertà così non dava l’eterna giovinezza. I discepoli nella mancanza d’ogni via di salvezza, d’ogni attività cui fossero stati sufficienti – s’erano abbrutiti in un oscuro torpore disperato. Ma un giorno – uno di loro più ardito e meno riverente avendo osservato che il maestro parlando aveva gli occhi sempre fissi alla terra lontana, si curvò ancora sul parapetto e vide il vuoto; sforzò il suo sguardo in ogni maniera per discernere qualche cosa ma non vide altro che, come una nebbia lontana, il luccicare delle acque alternato colle masse oscure della terra; e ciò non aveva la più lontana somiglianza con quello che il maestro descriveva. Ma non era egli persona da dissolversi per la paura del vuoto come gli altri compagni. La paura si maturava in lui in piani determinati e nell’effettuazione di questi spiegava una irresistibile alacrità. D’altronde male soffrì nel suo cuore geloso d’essere cieco là dove il maestro vedeva chiaramente, e fermò fra sé il proponimento di trovare un modo per poter tornar sulla terra. Da quel giorno egli si mise a studiare con ogni attenzione la macchina geniale che li aveva sollevati, e con abili domande ottenendo dal maestro le informazioni necessarie, in breve si ebbe acquistata una conoscenza minuziosa di tutti gli ingegni.

Allora fattosi innanzi così parlò al vecchio Platone:
“Maestro, tu dici che noi abbiamo la leggerezza?”.
“Altrimenti almeno non saremmo invero qui su” disse Platone.
“E noi siamo leggeri per la presenza della leggerez-za?”.
“Certamente”.
“E ogni cosa in quanto è leggera è tale per la presenza della leggerezza?”.
“Senza dubbio”.
“E all’inverso la leggerezza è tale da poter render leggera ogni cosa per la sua presenza”.
“Allo stesso modo”.
“Maestro, perché non potremmo noi prendere un po’ dell’aria che è qui attorno e metterla nella leggerezza? secondo il discorso su cui ora ci siamo accordati, essa perderebbe la sua natura di pesante e parteciperebbe anch’essa della leggerezza”. E tacque. – Platone lo guardò a lungo negli occhi miopi coi suoi occhi che vedevano lontano, e vide ch’egli lo tradiva. Ma il giovine discepolo conosceva il meccanismo, e ragionava diritto e Platone non poteva sottrarsi alla conclusione. D’altronde egli conobbe quanto e dove egli stesso aveva errato – né poteva egli ormai vecchio negar la vita al giovane discepolo. –
Egli chinò tristemente il capo e disse al giovane: «Va bene, fallo!”. Il discepolo s’affaccendava intorno alla valvola, e Platone seguiva melanconicamente i suoi movimenti. Ma d’altronde anche per lui l’altezza vertiginosa, l’aria irrespirabile – la mancanza di tutte le care cose della vita, e del commercio degli uomini – l’immobilità di tutte le cose nel giro dei giorni e delle notti – aveva un sinistro senso di vuoto cui le sue parole non riescivano a riempire – e che non era molto dissimile dalla paura.
Sicché quando l’aria cominciò a fischiare penetrando impetuosamente nel globo e svegliò i poveri discepoli dal loro torpore, anche Platone si sentì allargare il vecchio cuore mentre la sua asciuttezza s’inumidiva di desideri lontani.
L’areostato scendeva, i discepoli erano tornati alla vita. «Scendiamo!» «Scendiamo!» altro non potevano pronunciare e questa parola non si saziavano di ripetere che antecipava loro la gioia della quale avevano ormai disperato, la gioia d’aver la terra sicura sotto i piedi, d’esser per sempre fuori, salvi da quella terribile, vertiginosa solitudine.

E mentre Platone suo malgrado era assorto a osservar come l’aria penetrava nel globo, animati dal cambiamento e dalle nuove speranze e resi più curiosi dalla varietà delle cose ch’essi incominciavano a intravvedere ora sulla superficie della terra, gli si strinsero intorno e con maggior insistenza lo richiesero che parlasse ancora.
E Platone e per l’amore dei vecchi a novellare e per l’abitudine in lunghi anni contratta, continuò a descrivere ciò che gli si svolgeva sotto lo sguardo. Ma come ormai c’era l’aria terrestre nell’involucro rigido dell’areostato, come ormai la vista era più bassa, così i suoi discorsi non riuscirono più puri e convenienti a ciò ch’egli avreva sempre insegnato. Ma il più vicino e il più lontano, e l’orizzonte più ristretto e sempre vario, e le varie prospettive delle stesse cose lo preoccupavano. – Del resto poco abituato – all’aria più grave ben presto egli morì.

– Intanto la terra s’avvicinava, e gli sguardi dei discepoli ardevano d’impazienza. Con autorità naturale il traditore prese il posto del maestro e con gli stessi modi di lui, come quello che conosceva a fondo il meccanismo, cominciò a parlare per quanto nulla vedesse di distinto, ma per la pratica presa e parlando più del modo come il meccanismo funzionava e del comportamento dell’aria nella leggerezza che di ciò che appariva alla vista. – Quando giunsero in terra egli comincio a introdurre l’una cosa e l’altra nel globo e predicò di tutte la «leggerezza”, poi cominciò a osservarle nelle loro vicendevoli relazioni e poiché era fra loro e non sopra loro, andando da una in l’altra col suo meccanismo, cominciò a teorizzare su tutto l’essere. Tutta la gente accorreva da lui per prendere la merce che veniva dall’assoluto; egli ch’era uno spirito pratico prendeva la merce ch’era più in voga e che più s’adattava alla vista, al bisogni, ai gusti del pubblico, poi ci metteva su la marca di fabbrica coll’emblema della «leggerezza”. E il pubblico era felice di poter dire che la merce veniva dal cielo e di potersene servire proprio come se fosse stata merce di questa terra.

Quell’uomo era Aristotele.

Il suo sistema, che allora ebbe il più largo seguito, ancora vive fra noi, se pur sotto nuove vesti, in quanti sul terreno positivo la voce delle cose ripetendo quale dai modi vicini e dalle vicine necessità è data, nel nome dell’assoluto sapere la elaborano e s’affaccendano a teorizzar sulle cose. –

1 È per sé stesso chiaro, che come io non pretendo che davvero Platone abbia fatto l’areonauta, così non voglio aver fatto congetture sulle sue relazioni con Aristotele come in fatti avvenissero. Ma certo che gli ultimi dialoghi e specialmente il Parmenide sono animati da uno spirito aristotelico e sembrano un preludio alle categorie e alla metafisica d’Aristotele. Di platonico non hanno più che le frasi fatte del platonismo. Si può dire anche apertamente che non li ha fatti Platone – ma uno che non aveva niente da dire, e s’affannava ad accordare il sistema delle idee con le necessità d’un dire multiforme quale poi s’afferma nelle opere aristoteliche e che si doveva già sentire nell’aria – fosse poi l’autore Platone stesso – ma un Platone vecchio, dimentico di sé, o un qualunque suo discepolo. Il dissolversi del mondo delle idee nella infinita trama delle forme, – del quale questi dialoghi (Parmenide, Sofista, Politico) segnano un punto intermedio rivelatore, – quale avvenne allora nel lavorio filosofico degli idealisti, è una necessità che pur sotto altre apparenze si ripete ogni qual volta degli uomini seguendo materialmente la via d’un uomo migliore, s’affaccendino coi concetti per loro ormai privi di valore.


(La persuasione e la rettorica, Carlo Michelstaedter, Adelphi 1982)

Lettera a tutti i miei genitori

Care mamme,

Cari papà,

Siccome sono lontano, vi pensavo.

Vi pensavo con freddezza. E non per mancanza d’amore, ma per quel senno di poi che involontariamente ho ereditato crescendo, mentre un varco spazio-temporale si intrometteva silenziosamente tra i nostri percorsi, intercettandoli. È così che vi siete incurvati un po’ alla volta ad ogni mio nuovo pelo di barba o capello bianco, gli uni quasi all’insaputa degli altri, se non fosse per quelle poche occasioni in cui quel varco si restringe momentaneamente in un abbraccio che accoglie ed allo stesso tempo congeda.

Pensavo che se io ho all’incirca trent’anni, voi dovreste averne in media tra cinquantacinque e sassantacinque. E pensavo che se ciò è vero, nel fatidico biennio 1968-70 avevate tra i quindici e i venticinque anni. Eravate degli adolescenti, dunque, o dei giovani adulti quando, assieme ad altri giovani e meno giovani, scoprivate il mito della libertà, l’etica dell’uguaglianza, il governo di una autentica democrazia, il potere e la responsabilità del singolo individuo nei confronti della società a cui appartiene, il corpo nudo, Woodstock, il comunismo e la musica rock, i Beatles e i Rolling Stones, gli acidi e l’ LSD, i Pink Floyd e la cultura psichedelica, i diritti del popolo. Eravate più giovani di me mentre lottavate e morivate davanti le scuole e le Università, quando vi avventavate contro i cordoni di poveri poliziotti poveri due volte, quando votavate il PCI e quando smettevate di votarlo. Eravate più o meno miei coetanei sotto il palco di Berlinguer, oppure accalcati in via Caetani dietro i fascioni della polizia. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci. Continue reading Lettera a tutti i miei genitori