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(Ucciderò Mefisto, Valter Binaghi. PerdisaPop 2010, pag. 128, euro 9,00)

Ucciderò Mefisto non è un romanzo noir. Non è un thriller o un romanzo giallo. Forse, non è nemmeno un romanzo, anche se di questo ha la fattura, la struttura.

Ucciderò Mefisto è il tentativo di Valter Binaghi – milanese, classe 1957 – di mitizzare un “tempo meschino” in cui “non si possono scrivere grandi libri se non ci sono grandi vite da raccontare”. Dunque Ucciderò Mefisto come la riscrittura del Faust di Goethe in chiave moderna – e mai scelta fu più azzeccata, visti i tempi che corrono.

Fausto Blangé è uno scrittore chesi ritrova catapultato da uno stato più vicino all’autismo che alla mera chiusura per indole, all’apice del successo, dopo aver venduto l’anima al diavolo. Il suo Mefisto(fele) è il dottor Collinaro, il suo psicanalista complice e fautore della sua trasformazione in “uomo di mondo”. Il prezzo più alto che Fausto paga per questa sua trasformazione si chiama Margherita, la moglie.

Attraverso una struttura a doppio binario, Binaghi fa del lettore un dio onnisciente (e il lettore rende grazie), condendo la narrazione dei fatti scandita dalle investigazioni del commissario Leonetti, con il discorso interiore dell’omicida reo confesso che inizia come un flusso di coscienza, si trasforma in dialogo con l’airone-spirito-guida e infine diventa dialogo con il lettore, a cui viene raccontata una storia.

Lo stile narrativo di Binaghi è netto e lineare, semplice e privo di fronzoli come quello della prosa americana e, allo stesso tempo, intriso di riflessioni e contenuti di impronta filosofica, degni dei più audaci romanzi russi.

Nelle 128 pagine in cui ogni frase si accavalla alla successiva per la voglia di farsi leggere – zelo che mi pare abbia caratterizzato anche una certa fretta nel pubblicare un romanzo che avrebbe potuto svilupparsi meravigliosamente per qualche pagina in più –  l’originalissmo Binaghi trova il modo di: impostare una critica alla società, all’uomo moderno ed alle sue relazioni; descrivere (ed attaccare) il mondo dell’editoria contemporanea e quello dell’intellighenzia da salotto romano; stilare la classifica dei valori dell’uomo moderno, mostrandone al tempo stesso la lenta decadenza; descrivere l’urbanizzazione dei sentimenti umani sepolti sotto una fredda colata di cemento; inserire elementi di attualità quali la società berlusconizzata dei nani e delle ballerine figlia delle televisioni, di Craxi e della Milano da bere. (Quest’ultimo elemento vissuto, da parte mia, come l’unica nota un po’ stonata per colpa della meschinità del tempo che introduce, non certo per un qualche demerito dell’autore). Tutto questo, concentrato in un nitroglicerinico pamphlet del mondo contemporaneo di 128 pagine rilegate a filo, con una copertina semirigida plastificata su cui avrebbero dovuto riportare la scritta “Maneggiare con cautela”.

Ucciderò Mefisto, questo romanzo sull’Uomo travestito da romanzo noir in cui c’è la vittima e il reo confesso sin dalla prima pagina, com’è nella tradizione dei gialli più avvincenti, conserva nel finale il suo colpo di scena, a testimoniare l’ambiguità del filo conduttore dell’intera opera. Al tempo stesso facendo scacco matto al lettore, il quale prima si è lasciato guidare dall’evento-omicidio, poi si è limitato a percorrere le pagine del romanzo in cerca del vero movente che ha spinto Fausto Blangé a spappolare la faccia del suo psicoanalista con un tiro di carabina a distanza ravvicinata. Una ricerca del movente su cui sembra concentrarsi, per ovvie ragioni, anche il commissario Leonetti, con lo svantaggio rispetto al lettore di non avere tra le mani i pensieri rivelatori di Fausto. Ma Leonetti, quest’uomo dalla “sagoma squadrata da montanaro e la mascella leggermente spostata da un cazzotto di dieci anni fa”, prima di essere un commissario navigato è un uomo che più che cercare le giuste risposte (“Comunque lui [il sostituto procuratore] il suo colpevole per l’omicidio collinaro ce l’ha) si pone le giuste domande (“E io, che volevo un colpevole per la morte di Margherita?“). Repentinamente, in un solo rigo, Leonetti-Binaghi stravolge il senso di tutte le parole che quel rigo lo avevano preceduto. Ora la situazione è ribaltata: la vittima è diversa, il movente sembra piuttosto chiaro ma non c’è nessun reo confesso. “Collinaro, la Dugan, la Del Neri, la tenera Licia, l’amicone Gentili e naturalmente Blangé. Tutti colpevoli, eppure a loro modo, se li guardi da vicino, tutti innocenti”, dice Leonetti-Binaghi. Alla lista io ci aggiungo il lettore che, in un moto di incontenibile ribellione, potrebbe anche rispondere stizzito: “Ridatemi i miei casi da noir e non rompetemi più i coglioni”.

“L’arte è un modo di esprimere cosa significa essere vivi, e la caratteristica principale dell’esistenza è l’infinito numero di probabilità che sembrano negarla. Per ogni possibilità che abbiamo di essere in questo mondo, vi è un’infinità di modi di non esserci. La statistica ci considera ridicoli, la termodinamica ci nega. La vita, secondo qulunque metro razionale, è impossibile, e la nostra vita, questa, qui e ora, lo è infinitamente di più. L’arte ci permette di dire, di fronte a tutta questa impossibilità, quanto valga la pena celebrare il fatto che siamo in grado addirittura di dire qualcosa”.

Si presentano così i Satisfactors, guidati dalla direzione di Gian Paolo Serino (ideatore del progetto nato inizialmente come blog) e Paolo Cioni. Cos’è Satisfiction? L’ennesima rivista letteraria per sfoghi di penna ed egoiche manifestazioni di presunta superiorità culturale? La risposta è: sima anche no. La differenza di questa rivista, però, è che ha ragione di esserci perché parla davvero di Letteratura, e chi lo fa è talmente sicuro di ciò che scrive da sfidare il lettore con la formula del più audace venditore del “soddisfatti o rimborsati” – anche se la rivista è, in realtà, il primo free press culturale italiano distribuito gratuitamente in circa 120.000 copie in tutte le librerie indipendenti d’Italia. Sulla rivista (quattro numeri all’anno) compaiono, oltre a svariati inediti dei più importanti autori di questo e dello scorso secolo, numerose recensioni a romanzi di ogni genere e tipo. Se il lettore di Satisfiction legge un romanzo la cui recensione sulla rivista risulta non proprio adeguata, la redazione è disposta a rimborsare il lettore corrispondendogli il prezzo pagato per l’acquisto del libro.

A parte la “trovata pubblicitaria”  – nulla e nessuno può esimersi da questo, purtroppo, al giorno d’oggi – la rivista mi è parsa sinceramente interessante, un importante contributo alla Letteratura che mi sono sentito in dovere di sostenere, dando compimento, forse, al primo ossimoro capitalistico post-moderno: abbonandomi ad una rivista a tutti gli effetti gratuita. Qualcuno, probabilmente più autorevole di me, ha pensato di fare lo stesso diventandone addirittura editore. Vasco Rossi – si, proprio lui: smettete di sgranare gli occhi – a dimostrazione del fatto che la vita da rock star e qualche seria esperienza di vita fanno molto meno male della pubblicità, se sei una persona il cui cervello è ancora in grado di emettere delle scariche elettriche che abbiano un senso – ha per il momento investito circa 50 mila euro nel progetto, permettendo alla redazione di continuare in un percorso che, grazie a questo intervento, è forse passato dal medio al lungo termine.

Satisfiction è una rivista letteraria nuova, diversa: ai pomposi discorsi in terza persona, a cui destina poche righe senza presunzione, preferisce lasciare spazio alla parola diretta degli autori: è una vera rivista letteraria perché smette di parlare di letteratura per lasciar parlare la Letteratura. A tutti gli altri non resta che leggere. Dunque: buona lettura.


Informazione, approfondimento e cultura con l’editoriale di Massimo Fini e i gli articoli a firma di Valerio Lo Monaco, Federico Zamboni, Ferdinando Menconi, Alessio Mannino e tutti gli altri membri della redazione de La Voce del Ribelle.

(La ballata della piccola piazza, Elio Lanteri – Transeuropa (2009), pag. 146, euro 12,90)

“Settembre: nella valle s’incrociano due venti. Quello freddo del nord, superati gli alti valichi, si getta a capofitto nella vallata portando con sé i primi tordi. Il fumo delle stoppie non fa più arco verso i monti, ora accompagna il fiume e scende alla foce, raggiunge il mare e ne increspa le onde, corre a sud e si disperde al largo.  Stracci di nubi percorrono la valle, corrono lenzuola d’ombra fra i lentischi”.

Inizia così La ballata della piccola piazza, il primo romanzo di Elio Lanteri. Ligure, classe 1929, ha tenuto nascosto in un cassetto questa perla della narrativa italiana per vent’anni, fino a quando Marino Magliani, rimastone affascinato dopo la lettura, si impegnò perché diventasse un romanzo, poi edito da Transeuropa.

Siamo in un piccolo paesino dell’alta Liguria, dove una comunità di donne, vecchi e bambini vive precariamente il tempo duro della guerra dall’8 settembre alla primavera del 1945. È una voce antica quella che racconta di Nicó e Damìn, due cugini che attendono il ritorno dei padri in guerra e di cui non hanno più notizie da tempo, tra i pascoli delle pecore, le storie che i vecchi raccontano e i film in bianco e nero di Ridolini proiettato su un lenzuolo in una lurida cantina, il cui prezzo per entrare è qualche uovo. È una voce che viene da lontano quella di Lanteri, semplice, ed ha il tono caldo ed affettuoso di chi racconti una fiaba a vecchi bambini perché ingannino il tempo dell’attesa con il sogno e la leggenda.

La prosa di Lanteri è piena di poesia, ricca di un ritmo ed una sonorità che contribuiscono a creare quel velo di trasognante indulgenza nei confronti di un tempo essenziamente scarno e duro, rendendolo concretamente irreale, affidandolo ad un’altra dimensione. Lo stile è fluido ed adatto ad una trama volutamente poco corposa, scandita dai tempi delle stagioni e dalle ore del giorno. L’ampio utilizzo di parole ed aggetivi in disuso (appignata, gerbido, lentischi) sono in perfetto equilibrio con una terminologia dialettale (spreco, Ubagu) che tronca i nomi propri (Nicó, Ciulé, Zio Pié, Rubé) e che posiziona geograficamente una storia che potrebbe essere accaduta ovunque, identificando un popolo ed il suo particolare modo di affrontare un tempo che fu buio per tutti.

La ballata della piccola piazza è decisamente uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi anni.

Luigi B.


La poesia di Luis García Montero abita un territorio in cui convivono le preoccupazioni soggettive e i dolori collettivi, la singolarità dei propri sentimenti e la pluralità dettata dagli imperativi del presente, la bellezza e la pietas. È un disegno verosimile di una realtà sognata, immaginata, amplificata, distorta dal sentire poetico; mai intrisa di mero realismo e sempre concentrata a confrontare l’estetica del reale con un’epica del possibile.

La sua è una Poesía de la experiencia, caratterizzata da un linguaggio colloquiale e dalla presenza della quotidianità attraverso cui l’io si diluisce nel collettivo grazie ad un processo di estetizzazione dell’esperienza del singolo che, in tal modo, diventa patrimonio di tutti, umano. La poesia di Luis García Montero è un viaggio che riesce ad attraversare trasversalmente ogni lettore, il quale torna a casa con quel bagaglio senza il quale era partito.

(Le tre poesie sono tratte dalla raccolta Vista Cansada, Visor 2008. La traduzione è di Luigi Bosco)