La poesia di Luis García Montero abita un territorio in cui convivono le preoccupazioni soggettive e i dolori collettivi, la singolarità dei propri sentimenti e la pluralità dettata dagli imperativi del presente, la bellezza e la pietas. È un disegno verosimile di una realtà sognata, immaginata, amplificata, distorta dal sentire poetico; mai intrisa di mero realismo e sempre concentrata a confrontare l’estetica del reale con un’epica del possibile.
La sua è una Poesía de la experiencia, caratterizzata da un linguaggio colloquiale e dalla presenza della quotidianità attraverso cui l’io si diluisce nel collettivo grazie ad un processo di estetizzazione dell’esperienza del singolo che, in tal modo, diventa patrimonio di tutti, umano. La poesia di Luis García Montero è un viaggio che riesce ad attraversare trasversalmente ogni lettore, il quale torna a casa con quel bagaglio senza il quale era partito.
(Le tre poesie sono tratte dalla raccolta Vista Cansada, Visor 2008. La traduzione è di Luigi Bosco)
Dalla newsletter de La Gru – Portale di Poesia e Realtà mi giunge la notizia della “versione definitiva dell’e-book “Calpestare l’oblio”, cento poeti italiani contro la rimozione della memoria repubblicana, della cultura e della poesia nella società dello spettacolo italiana”, scaricabile dal sito e di cui già ebbi modo di parlare tempo fa su questo blog. Lo ripropongo nella sua nuova veste grafica ed arricchio di molti nuovi testi. Qui sotto, la prefazione di Davide Nota, il giovane poeta marchigiano da cui è originata questa bella iniziativa.
(Breve premessa alla Nuova Versione, di Davide Nota)
Il libro che state per leggere non è un’antologia poetica. Calpestare l’oblio, settenario rapito dal raro inedito di Roberto Roversi, è stata un’operazione politica organizzata da poeti. La partecipazione è stata libera (e nelle forme della democrazia partecipativa, come ha pubblicamente notato Enrico Piergallini durante l’assemblea romana dell’8 gennaio) e dunque aperta a tutti, senza filtri di curatela. Vale a dire che troverete in rigoroso ordine alfabetico autori già conosciuti al pubblico della poesia (la maggior parte) ed altri invece esordienti, taluni anche alla prima prova pubblica.
Il dubbio che alcuni commentatori da destra hanno posto riguarda la validità dei testi raccolti. Alcuni di essi potranno forse essere considerati non riusciti, o retorici? (se la poesia serve la parola, e cioè la sconveniente sincerità dell’atto, la retorica si serve delle parole, e cioè dell’artificio demagogico). Io credo che si stia mancando il bersaglio, perché non è questo qui ed ora che ci interessa; né tantomeno stilare un’arbitraria lista dei testi e degli autori che a nostro avviso rimarranno. Spetti al singolo lettore o al critico di domani questo genere di valutazione e selezione. Si tenga però presente che Calpestare l’oblio è stato, prima d’ogni altra cosa, un grande ed umanissimo convivio, un’assemblea della poesia rimossa dalla società italiana, eppure viva e vegeta, palpitante, al di là del muro di Berlino della comunicazione di massa.
L’anomalia di questa iniziativa non è passata inosservata, se da un e-book pensato e nato dalla periferia del web (il sito de «La Gru») e della geografia reale (il confine tra le Marche e l’Abruzzo) la rivolta dei poeti italiani è rimbalzata dalla Rete alle pagine dei più importanti giornali nazionali, a partire da «Micromega» e «L’Unità» (grazie alla sensibilità di un giornalista “anomalo” in quanto poeta quale Pietro Spataro) per poi svilupparsi in forma di dibattito sulle pagine de «Il Giornale», «Il Corriere della Sera», «Libero», «Il Foglio», «Gli altri», «Il manifesto», «Left», «Radio24», «Radio3», «RedTv», «Carmilla», «Nazione indiana» e molti altri portali e giornali. Camminando nella nebbia dell’indifferenza mediatica questa voce collettiva è riuscita a fare finalmente un po’ di luce attorno ai temi della “questione culturale” in Italia e della “questione poetica” all’interno del mondo della cultura italiana.
Abbiamo detto che il Trentennio (1978-2009) dell’egemonia della comunicazione televisiva via etere e cioè del fenomeno berlusconiano è in crisi e che dalle crepe di questa crisi la cultura rimossa dalla società italiana può tornare a parlare, dando anche il proprio contributo allo sviluppo di una nuova idea di media, amico della parola e non dell’oblio.
Abbiamo detto che l’Ideologia della separazione delle discipline, dei linguaggi e dei fenomeni è percepita come un’ideologia stagnante e superata, che da poeti e scrittori contestiamo come si contesta un peso arbitrario di cui si è assunta una certa consapevolezza (e con essa il fenomeno speculare alla rimozione, e cioè la “sindrome di Stoccolma” della critica letteraria che si è pensata autonoma nel rifiuto formalista di ogni relazione extraletteraria).
Abbiamo chiesto che le strutture, i giornali, i media, le associazioni politiche e culturali che si danno come valore costitutivo la critica di tale ideologia aprano spazi di dibattito sui temi della questione culturale in Italia ed anche su quelli della questione più specifica della poesia, che è l’arte più ferita ed umiliata dal trentennio della Interruzione culturale.
Questo spontaneo coro critico ha dimostrato soprattutto che la poesia italiana esiste e resiste, che non è un’area morta dei linguaggi né un formulario alchemico destinato ai pochi iniziati all’analisi delle figure retoriche o della prosodia e metrica. Anzi! La poesia è l’arte di plasmare immagini contratte di parola e suono, e forse proprio un linguaggio espressivo e condensato come quello poetico potrebbe paradossalmente risultare tra i più affini al formato della comunicazione post-moderna, che si basa sulla narrazione sintetica e sentimentale.Se solo qualcuno osasse, pur nel degrado della televisione più imbecille d’Europa, sperimentare ed innovare, uscire dalla cappa dello scetticismo e dello «spleen d’Italie» (definizione di Gianni D’Elia, dai Riscritti corsari).
Sarà al lettore possibile, con una veloce ricerca su Google, trovare più approfonditi dettagli sul dibattito che ha seguito la prima pubblicazione di questo e-book, che ora riconsegniamo ai flussi della Rete in una versione aggiornata a cento poeti, grazie anche al prezioso contributo della rivista «Argo», nelle persone del poeta Fabio Orecchini e dello studioso Valerio Cuccaroni, e degli amici poeti ed organizzatori Enrico Cerquiglini e Lucilio Santoni.
Aggiungo che questa raccolta di poesie è, come vedrete, del tutto eterogenea negli stili e nei contenuti: si va dall’intervento civile alla meditazione metafisica sul tema della memoria, dal poemetto espressionista alla radiografia post-human della mutazione antropologica, così come formalmente si passa dal metro tradizionale alla prosa ritmata, o dal genere lirico allo sperimentalismo narrativo. Ed anche questo è un bel segno, che dimostra come la disgregazione della cultura critica e poetica in scuole di stile autonome e non comunicanti sia del tutto datata e non più rispondente alle necessità della storia in atto.
Continuiamo, cari amici, questa rete di discussione, di relazione e progetto comune, e assieme all’oblio della comunicazione calpestiamo anche le diffidenze di gruppo, di rivista o regione. Che la polifonia delle idee rimetta in moto una grande officina del pensiero critico e letterario in Italia, contro ogni rimozione, contro ogni oblio; per il dialogo e la poesia che saranno.
Quella di Enzo Campi è una voce importante della poesia contemporanea. La difficoltà maggiore che si incontra leggendo i suoi testi credo sia legata, più che ai contenuti che in essi vengono veicolati, al come tali contenuti vengono trasmessi. La sua è una incessante ricerca ontologica attraverso l’uso delle parole di ciò che dietro di esse si cela. Le parole di Enzo Campi non nominano, non determinano e neppure significano: i suoi discorsi de-strutturano il logos in chiave derridiana con un atto di forclusione del linguaggio che annulla il rapporto strutturato di significato-significante (Sassure) e trasforma la parola in parola-vuota, emulando quel meccanismo che trasforma tutto (e noi) da essenza ad assenza. Un de-strutturare che io vedo come atto di vendetta nei confronti di una realtà iper-strutturata che non vorrebbe lasciare scampo alla pressupposta monoliticità di una identità che vuole, invece, essere altro-da-sè. Lo stile di Enzo ricorda molto Carmelo Bene: è evidente il suo sforzo compiuto per evitare di “essere parlato”, offrendo la propria voce solo come mezzo di trasporto su cui far viaggiare il non-senso del senso senza biglietto. Leggere i testi di Enzo Campi significa sperimentare il vuoto, lo stesso che c’è tra realtà concreta e realtà simbolica proprio del discorso. Un vuoto che si sperimenta “fisicamente” con la lettura a precipizio delle sue poesie, dal ritmo serrato che trascina il lettore in un vortice di nuove disposizioni delle parole, dei concetti e della realtà. Un vuoto che, nonostante tutto, può essere riempito non definitivamente se ci si sforza di sperimentarlo, quindi riempirlo con significati nuovi.
Capita, a volte, di vedere, sentire o leggere cose talmente importanti che se ne vorrebbe essere gli autori. E un forte senso di invidia – quella autentica, genuina, capace di riconoscere la superiorità di ciò che abbiamo di fronte – ci lascia l’amaro in bocca, mentre le labbra si schiudono nella sorpresa. È qualcosa che a me personalmente non capita spesso, ma quando mi succede – come pochi minuti fa – diventa un momento che sento il bisogno di trattenere il più a lungo possibile.
Per questa ragione ho deciso di “inaugurare” una nuova rubrica che chiamerò “Altre Voci”, a cui affidare in custodia questi piccoli momenti preziosi in cui si riesce ad essere, per fortuna, altri da sè.
Questo è il primo, inavvertitamente regalatomi da Natalia Castaldi: una poetessa con una marcata potenza imaginifica ed una incredibile proprietà di linguaggio, in grado di trascinare il lettore in un vortice di parole che inaspettatamente si concretizzano in figure reali ed affatto retoriche. Una voce tenera ed a tratti disincantata che riesce ad adornare di bellezza anche le cose più terribili.