Category Archives: Descrizioni di descrizioni

Blade Runner – Ridley Scott (1982)

[flashvideo file=http://www.stroboscopio.com/wp-content/Video/Blade%20Runner.flv /]

Il presente filmato è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.

Quando a Philip Dick fu proposto di adattare il suo Do Androids Dream of Electric Sheep? (Gli androidi sognano pecore elettriche?) per una trasposizione cinematografica, lo scrittore si mostrò piuttosto scettico. Non è difficile, d’altronde, intuire le ragioni di una tale riottosità all’idea, visto che il risultato fu Blade Runner.

Ora, prima che qualcuno tra i fan della pellicola mandi in segno di disapprovazione un replicante al mio indirizzo, voglio dire che questo mio commento non cerca di sminuire il valore della pellicola in sé, bensì  vuole sottolineare quanto poco abbiano a che fare tra loro il film ed il romanzo a cui esso si ispira. Detto questo, tralasciamo l’opera letteraria per concentrarci su quella cinematografica che, con buona pace dei tifosi, di difetti holliwoodiani e mancanze grossolane pure ne ha qualcuna (come l’immancabile The end consolatorio del lieto fine, con l’eroe e la sua amata diretti verso miglior vita).

È difficile credere il fatto che il film cult Blade Runner, a fronte del successo che a distanza di più di un quarto di secolo non ancora lo abbandona, abbia segnato un flop ai botteghini. Allo stesso tempo, ciò non dovrebbe sorprendere, visto che questo è il destino riservato a tutte quelle opere che non trovino un pubblico ancora preparato ad accoglierle.

Novembre 2019: Los Angeles è una città iper-urbanizzata, ultra- artificiale e super-tecnologica. Tutti gli edifici si sviluppano in altezza come enormi monoliti, con un contesto urbano che ricorda, nel suo complesso, la Metropolis di Fritz Languna. La scenografia è particolarmente curata, tanto da indurre Dick stesso ad affermare che il mondo che era stato creato per girare Blade Runner somigliava esattamente a quello che lui aveva immaginato.

Un giovanissimo Harrison Ford interpreta i panni del poliziotto senza divisa Deckard, un agente dell’unità Speciale Blade Runner incaricato di dare la caccia a sei replicanti Nexus 6 (riproduzioni assolutamente fedeli dell’uomo, a parte la loro incapacità nel provare emozioni) fuggiti dalle colonie extramondo ed approdati a Los Angeles in cerca di una modifica genetica che li aiuti a vivere più dei quattro anni per cui sono stati programmati.

La trama, unita agli effetti per quell’epoca (1982) assolutamente speciali, risulta senza ombra di dubbio avvincente, pur non rappresentando la parte più interessante del film. I piani narrativi di Blade Runner sono molteplici e, oltre all’azione scandita dal classico schema eroe-antieroe-ostacolo-risoluzione con una postilla amorosa, fanno riferimento a molte questioni, filosofiche e spesso cervellotiche, che riguardano l’uomo e il significato di essere umano.

Il fatto che i replicanti siano così simili agli uomini che li hanno creati amplifica la portata della domanda, già di per sé piuttosto importante, su cosa sia l’uomo, cosa significhi essere umano. In un mondo in cui esistono entità così simili agli uomini, risulta necessario ripensare l’umanità come caratteristica esclusiva dell’essere umano in quanto tale. Allo stesso tempo, questa somiglianza produce un elevatissimo livello di intercambiabilità tra i personaggi umani ed i replicanti, sia nei luoghi cinematografici proposti dal film, sia nei luoghi interpretativi di chi lo guarda. Anche se all’apparenza potrebbe sembrare il contrario, nella pellicola di Ridley Scott non vi sono buoni e cattivi. Lo scontro, infatti, non avviene sul piano etico o morale, ma su quello esistenziale: a confronto ci sono due condizioni – quella umana e quella replicante – che non possiedono una chiave interpretativa definita e non consentono una netta separazione tra ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Piuttosto, entrambe le condizioni a confronto costringono lo spettatore a porre continuamente e alternativamente in questione ora l’una ora l’altra posizione, nel tentativo di scoprire un eventuale metro di giudizio che possa identificarle e definirle.

L’intera pellicola possiede una ambiguità di fondo che non risparmia nessuno, nemmeno il protagonista Deckard, chissà anch’egli un replicante inconsapevole, proprio come Rachel (Sean Young), un androide di ultima generazione. A tal proposito, è interessante il dialogo tra Dereck e Rachel che ha luogo in casa del primo, durante il quale l’agente Blade Runner freddamente rivela alla affascinante replicante la sua vera natura, provocandone la delusione e il pianto. Uno dei tanti esempi di inversione dei ruoli e di intercambiabilità uomo-replicante che vorrebbero spingere lo spettatore a chiedersi: chi è l’umano tra i due? Da cosa lo riconosco? Come lo distinguo?

Quando Deckard si incontra con Tyrell, il magnate della produzione dei replicanti (“più umano dell’umano è il nostro motto”), si fa cenno nella discussione ai ricordi. Si è scoperto che i replicanti possono sperimentare alcune emozioni se forniti di un sostrato che funga loro da memoria. Sono allora forse i ricordi a renderci umani? È forse la nostra percezione di continuità a fare la differenza? Può darsi. Sicuramente, però, i ricordi contribuiscono a fornire a ciascun individuo la sua identità. Allora è forse questo che ci rende umani rispetto a tutto il resto che pure esiste? O, forse, il segreto della nostra umanità è custodito nella coscienza: coscienza di essere noi, coscienti di essere vivi perché coscienti della morte.

Il discorso finale tra il replicante Roy Batty (Rutger Hauer) e Deckard è, a mio avviso, piuttosto eloquente. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”: in queste poche ma fondamentali parole c’è una delle possibili risposte alla domanda “cosa è un uomo?” In questa breve frase è condensato il significato di una vita intera: vedere cose con i propri occhi e che l’Altro non potrebbe immaginarsi. Esperire la vita, sperimentare ciò che essa ci propone e poi conservarne il ricordo per raccontarlo, perché tutto quanto si è vissuto, tutti quei “momenti” non vadano perduti “nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

Dunque la vita come arma contro l’oblio, il ricordo come testimonianza di un passato che è esistito perché si è vissuto, il racconto che diventa memoria condivisa, storica, e che ci permette di vivere al di là della nostra presenza. Una memoria capace di costruire quel sentimento di umanità che racchiude in sé ogni elemento del vissuto attraverso il suo corrispettivo elemento del discorso che si tramanda.

È, forse, questa la ragione per la quale Roy Batty salva la vita di Deckard appesa al tetto sul quale si trovano: non perché quella morte sarebbe stata vana, in quanto non avrebbe significato più vita per Roy, ma perché più vita per Deckard significa anche più vita per Roy, che può continuare attraverso il ricordo di un altro, unica arma capace di sconfiggere definitivamente l’oblio, la morte assoluta. È solo allora, dopo averla superata, che Roy Batty riesce a consegnarsi serenamente alla sua natura e ad accettare il fatto che “è tempo di morire”. Anche per lui.

(Qui un’altra interessante interpretazione del film)

La ballata della piccola piazza – Elio Lanteri, Transeuropa (2009)

[issuu layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml backgroundcolor=FFFFFF showflipbtn=true documentid=100225124937-dd04af42128242d2b3243325dd0542fe docname=9_primo_capitolo_ballata username=Stroboscopio loadinginfotext=La%20ballata%20della%20piccola%20piazza%20-%20Elio%20Lanteri width=600 height=450 unit=px]

(La ballata della piccola piazza, Elio Lanteri – Transeuropa (2009), pag. 146, euro 12,90)

“Settembre: nella valle s’incrociano due venti. Quello freddo del nord, superati gli alti valichi, si getta a capofitto nella vallata portando con sé i primi tordi. Il fumo delle stoppie non fa più arco verso i monti, ora accompagna il fiume e scende alla foce, raggiunge il mare e ne increspa le onde, corre a sud e si disperde al largo.  Stracci di nubi percorrono la valle, corrono lenzuola d’ombra fra i lentischi”.

Inizia così La ballata della piccola piazza, il primo romanzo di Elio Lanteri. Ligure, classe 1929, ha tenuto nascosto in un cassetto questa perla della narrativa italiana per vent’anni, fino a quando Marino Magliani, rimastone affascinato dopo la lettura, si impegnò perché diventasse un romanzo, poi edito da Transeuropa.

Siamo in un piccolo paesino dell’alta Liguria, dove una comunità di donne, vecchi e bambini vive precariamente il tempo duro della guerra dall’8 settembre alla primavera del 1945. È una voce antica quella che racconta di Nicó e Damìn, due cugini che attendono il ritorno dei padri in guerra e di cui non hanno più notizie da tempo, tra i pascoli delle pecore, le storie che i vecchi raccontano e i film in bianco e nero di Ridolini proiettato su un lenzuolo in una lurida cantina, il cui prezzo per entrare è qualche uovo. È una voce che viene da lontano quella di Lanteri, semplice, ed ha il tono caldo ed affettuoso di chi racconti una fiaba a vecchi bambini perché ingannino il tempo dell’attesa con il sogno e la leggenda.

La prosa di Lanteri è piena di poesia, ricca di un ritmo ed una sonorità che contribuiscono a creare quel velo di trasognante indulgenza nei confronti di un tempo essenziamente scarno e duro, rendendolo concretamente irreale, affidandolo ad un’altra dimensione. Lo stile è fluido ed adatto ad una trama volutamente poco corposa, scandita dai tempi delle stagioni e dalle ore del giorno. L’ampio utilizzo di parole ed aggetivi in disuso (appignata, gerbido, lentischi) sono in perfetto equilibrio con una terminologia dialettale (spreco, Ubagu) che tronca i nomi propri (Nicó, Ciulé, Zio Pié, Rubé) e che posiziona geograficamente una storia che potrebbe essere accaduta ovunque, identificando un popolo ed il suo particolare modo di affrontare un tempo che fu buio per tutti.

La ballata della piccola piazza è decisamente uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi anni.

Luigi B.

Altre Voci: Luis García Montero

[issuu layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml backgroundcolor=FFFFFF showflipbtn=true documentid=100223195355-7cc7c2ae35ed4cdda815e67115d08f77 docname=luis_garcia_montero username=Stroboscopio loadinginfotext=Tre%20Poesie%20-%20Luis%20Garcia%20Montero width=600 height=426 unit=px]


La poesia di Luis García Montero abita un territorio in cui convivono le preoccupazioni soggettive e i dolori collettivi, la singolarità dei propri sentimenti e la pluralità dettata dagli imperativi del presente, la bellezza e la pietas. È un disegno verosimile di una realtà sognata, immaginata, amplificata, distorta dal sentire poetico; mai intrisa di mero realismo e sempre concentrata a confrontare l’estetica del reale con un’epica del possibile.

La sua è una Poesía de la experiencia, caratterizzata da un linguaggio colloquiale e dalla presenza della quotidianità attraverso cui l’io si diluisce nel collettivo grazie ad un processo di estetizzazione dell’esperienza del singolo che, in tal modo, diventa patrimonio di tutti, umano. La poesia di Luis García Montero è un viaggio che riesce ad attraversare trasversalmente ogni lettore, il quale torna a casa con quel bagaglio senza il quale era partito.

(Le tre poesie sono tratte dalla raccolta Vista Cansada, Visor 2008. La traduzione è di Luigi Bosco)

Altre Voci: Alessandro Assiri

Allessandro Assiri è un’altra voce che ha scelto di abbandonarsi alla parola. “In bilico tra la cultura del nulla e il nulla della cultura, trasferisce nella parola il segno di un disagio evidenziando le contraddizioni di una generazione che troppi treni ha perduto per un pelo“. Una parola che ti sferza, ti ferisce, ti taglia a metà e con gli schizzi del tuo sangue fa stupendi quadri astratti. Mi scrisse una volta – l’unica in  cui avemmo modo di comunicare – che i poeti sono “accompagnatori di parole”. Alessandro Assiri le parole le accompagna in una splendida carrozza.


sono poche righe avanti

negli sbagli secondo natura

ogni purezza è lingua di partenza

equivoco di fondo

esempio di lettura

sono poche righe avanti

negli sbagli secondo natura

ogni purezza è lingua di partenza

equivoco di fondo

esempio di lettura

Altre Voci: Gino Di Costanzo

Gino Di Costanzo è una di quelle penne che, più che scrivere tante belle parole, si impone a chi ha la fortuna di leggere ciò che scrive. Gino Di Costanzo non è uno di quelli che impiegano un romanzo e centinaia di pagine di finta e retorica sofferenza per poi fare “il salto” che riscatti lo scrittore e ripaghi il favore di chi abbia scelto di leggerlo per questo. Gino Di Costanzo ti fa cadere senza tenderti la mano, senza buoni consigli non richiesti. Per gli amanti del precipizio, è l’esperienza più vicina al vuoto assoluto. Una sensazione bellissima.


Raramente mi allontano dalla tana separato da me scollato non dissociato mai abbastanza famelico per società di disuguali né smanioso di potere mi difendo dalla seduzione incompleta di valori a me alieni parte di me inscena silenziosa protesta sabota boicotta intralcia rifiuta ed io oscillo tra sconosciuto spirito pratico e pratica dello spirito è sempre essere o non essere chissà se mio padre m’ha riconosciuto fugace visita la sera che morì solo in ospedale so ridere quasi come un tempo quando piangevo di più mai geniale media intelligenza quanto basta per soffrire mi consegnai inutilmente al vizio del fumo che non mi volle e all’alcool che ancora mi tenta delle elementari mia prima prigione ricordo una grande finestra un cielo grigio al di là ed il mio primo amore i profilattici mi uccidono il mio limbo è tascabile e gira con me non mi ricatteranno se non avrò famiglia non desidero il desiderio dei soldi che inseguo arrivo ancora a fine mese piccolo e borghese il vero fallimento voglio stirare muscoli e tendini correvo come il vento col vento sulla faccia nell’acqua sono acqua che fare se la mia presenza a volte mi disturba e dormo male c’è gente che non ha da mangiare l’integrità mi zavorra mi dovrei arrabbiare non ascolto i piagnistei se sono miei non mi lascio una carezza giocoliere monco vedetta strabica baro galantuomo viaggiatore immobile quale tormento abbraccerò alla fine mi avrai tu poesia? non ho finito adesso vado senza molta convinzione…


A tavola

Non mi ero ancora seduto a tavola, che mio padre mi chiese di stappare la bottiglia di vino. Da tempo non compiva più operazioni come quelle, si era arreso. Le sue mani non sopportavano più l’umiliazione di certi piccoli fallimenti, gli anni che lo assediavano avevano fatto breccia nella sua volontà.

Mi bastò un’occhiata per capire che era una bottiglia di vino di scarsa qualità, di quelle col tappo a vite in lega metallica, ma nascosto dalla stessa capsula che sigilla i sugheri di vini ben più raffinati. Senza esitare afferrai saldamente il collo della bottiglia con la mano destra, poi ne strinsi l’apice tra il pollice e l’indice della sinistra svitando vigorosamente il tappo e strappando contemporaneamente l’ingannevole sigillatura che lo avvolgeva. Fingendo di sorseggiare il suo brodo, mio padre aveva osservato attentamente e con sconsolata ammirazione le mie mani, che deridevano la sua vecchiaia.

Altre voci: Natàlia Castaldi

[issuu layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml backgroundcolor=FFFFFF showflipbtn=true documentid=100124114133-9aca83aa08c54394b9fc32d0e9b499ac docname=poesie_scelte-natalia_castaldi viagra professional username=Stroboscopio loadinginfotext=Poesie%20Scelte%20-%20Natalia%20Castaldi width=600 height=424 unit=px]

(testi tratti da Minimalismi Letterari e Dintorni Controvento)

Capita, a volte, di vedere, sentire o leggere cose talmente importanti che se ne vorrebbe essere gli autori. E un forte senso di invidia – quella autentica, genuina, capace di riconoscere la superiorità di ciò che abbiamo di fronte – ci lascia l’amaro in bocca, mentre le labbra si schiudono nella sorpresa. È qualcosa che a me personalmente non capita spesso, ma quando mi succede – come pochi minuti fa – diventa un momento che sento il bisogno di trattenere il più a lungo possibile.

Per questa ragione ho deciso di “inaugurare” una nuova rubrica che chiamerò “Altre Voci”, a cui affidare in custodia questi piccoli momenti preziosi in cui si riesce ad essere, per fortuna, altri da sè.

Questo è il primo, inavvertitamente regalatomi da Natalia Castaldi: una poetessa con una marcata potenza imaginifica ed una incredibile proprietà di linguaggio, in grado di trascinare il lettore in un vortice di parole che inaspettatamente si concretizzano in figure reali ed affatto retoriche. Una voce tenera ed a tratti disincantata che riesce ad adornare di bellezza anche le cose più terribili.


 

Boccaccio ’70 – Monicelli, Fellini, Visconti e De Sica contro la censura

[flashvideo file=http://www.stroboscopio.com/wp-content/Video/Boccaccio%2070.flv /]

 

Questo filmato è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.

 

È il 1962 e mancano solo sei anni prima che il mondo si riversi nelle strade ed esploda in una rivoluzione globale che si trascinerà per anni. Nel frattempo, quattro tra i migliori registi italiani – Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti – preparano Boccaccio ’70: uno scherzo in quattro atti ideato da Cesare Zavattini e prodotto da Carlo Ponti e concettualmente ispirato alle novelle di Boccaccio, che ha come filo conduttore la satira del moralismo e del puritanesimo nell’Italia degli anni sessanta.

Nonostante il tema sia uno solo, risultano evidenti le differenti prospettive attraverso cui viene affrontato da ogni singolo regista, il quale conserva il suo stile ed il suo carattere senza lasciarsi troppo influenzare dalla cornice comune. La disposizione degli episodi, tenendo conto della loro diversità, riesce a determinare un ritmo unico e coerente della corposissima opera (quasi quattro ore di filmati), svolgendo la stessa funzione che ha la copertina di una raccolta di racconti.

La pellicola inizia con l’episodio di Renzo e Luciana, scritto da Giovanni Arpino, Suso Cecchi d’Amico ed Italo Calvino e con la regia di Mario Monicelli. Una coppia di giovani promessi sposi viene raccontata, con realismo narrativo in cornice manzoniana, alle prese con la gestione della loro vita personale e delle loro scelte di coppia e una realtà sociale e lavorativa invadente e spietata che toglie il lavoro alle donne che prendono marito. Un ritratto semplice e privo di straordinarietà, così come lo è lo scorcio di vita reale e quotidiana che racconta.

Con il secondo episodio Le tentazioni del dottor Antonio, dal quotidiano la pellicola salta direttamente al surreale, a firma di Federico Fellini con la collaborazione di Ennio Flaiano e Tullio Pinelli per la sceneggiatura. La storia è quella di un moralista ultracattolico intransigente che, a causa di un manifesto “indecoroso” in cui Anita Ekberg mette a disposizione le sue generose forme per pubblicizzare una marca di latte, giunge alla follia ossessionato dalle sue stesse censure sessuali. Onirico e geniale, Fellini riesce a costruire un episodio di forte impatto sullo spettatore, capace di divertire e di spiazzare allo stesso tempo attraverso il coordinato utilizzo della prospettiva scenica e concettuale.

Il lavoro è il terzo episodio girato da Luchino Visconti. Tratto dalla novella di Guy de Maupassant Sul bordo del letto e sceneggiato da Suso Cecchi d’Amico e Luchino Visconti, l’episodio è una cruda invettiva al mondo altolocato e nobiliare, anch’esso incapace di sfuggire alle censure corrosive che la realtà impone. Visconti racconta, con un realismo scarno e a tratti cinico, un matrimonio di facciata, privo di amore e basato sugli interessi dei coniugi che appaiono, in tale contesto, come due contraenti. Un ricco ed annoiato marito coinvolto in uno scandalo sessuale con delle “squillo da un milione” e una moglie ricca e sola ma innamorata si confrontano. Mentre il primo sembra incapace di agire per un eventuale recupero della situazione, sprofondato com’è nella sua accidia che lo rende indifferente, la seconda sembra decisa a trovare un lavoro per svincolarsi da una condizione che ha intorpidito la sua vita corrompendone i sentimenti. Alla fine, non riuscendo a rinunciare alla sua posizione ed ai suoi agi, propone al marito di essere pagata come fosse stata una squillo, sperando di provocare una qualche reazione o di trovare il compromesso tra un amore parziale ed una indipendenza economica. Troverà invece solo qualche lacrima, molta umiliazione ed un marito entusiasta di prostituire a se stesso la propria moglie.

Il film si chiude con il divertente episodio La riffa di Vittorio De Sica, sceneggiato da Cesare Zavattini. Si cambia totalmente ambiente ed umore: siamo nelle campagne romagole ed una esplosiva Sofia Loren è offerta come premio in una lotteria clandestina. Facce abbronzate, infiammate dal vino e dalla passione, e mani tozze e rugose si agitano nella piazzetta del paesino nell’attesa del vincitore. Esilarante gag di costume che si chiuderà con tanta gente in festa, il vincitore a bocca asciutta e donne alle finestre imprecando contro i mariti ubriachi.

Boccaccio ’70 fu presentato al Festival di Cannes fuori concorso. Quando il produttore, per l’occasione, tolse l’episodio di Monicelli Renzo e Luciana dall’edizione per l’estero, gli altri tre decisero di non recarsi al Festival per solidarietà.