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	<title>Stroboscopio &#187; L&#8217;opinione</title>
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	<description>... luce a sprazzi</description>
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		<title>Ho ucciso l&#8217;uomo: l&#8217;uomo è morto!</title>
		<link>http://www.stroboscopio.com/ho-ucciso-luomo-luomo-e-morto/2010/06/28/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 16:38:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[metafisica]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci fu un tempo in cui l’uomo si accorse di sé e cominciò ad interrogarsi. Poi venne il giorno in cui iniziò a darsi le risposte sbagliate. Essere coscienti di sé è un peccato; diventarne schiavi è una colpa. Non è il cosa, né il come, né il quando, la vera domanda. La vera domanda, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="border: 0pt none; margin-top: 0px; margin-bottom: 0px;" title="2001 - Odissea nello spazio (fotogramma)" src="http://files.splinder.com/253d6e074a4282a0b10682e514361eb3_medium.jpg" alt="" width="599" height="270" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ci fu un tempo in cui l’uomo si accorse di sé e  cominciò ad interrogarsi. Poi venne il giorno in cui iniziò a darsi le  risposte sbagliate.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere coscienti di sé è un peccato; diventarne  schiavi è una colpa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è il cosa, né il come, né il quando, la  vera domanda. La vera domanda, il quesito dei quesiti, l’interrogativo  supremo è: perché. A chi, infatti, giova sapere il cosa, il come e il  quando di qualcosa di cui non si riesce a determinare il perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno in cui l’uomo si accorse di sé si  separò dal mondo. Fu in quello stesso istante che, non facendone più  parte, perse la capacità di comprenderne la gratuità: e la bellezza  divenne irraggiungibile e la verità un chiodo laico a cui appendere gli  specchi vuoti.</p>
<p style="text-align: justify;">Condannato è l’uomo, poiché pigramente giace  sotto il giogo della ragione, preferendo codardamente la schiavitù della  coscienza alla propria epifania.</p>
<p style="text-align: justify;">Incapaci come siamo di testimoniarci, non ci  rimane che giustificarci la vita a misura di ragione. Chi, infatti, tra  coloro ancora dotati della perversione del senno, è in grado di  abbandonarsi con naturalezza all’idea che l’essere sia inutile e, al  tempo stesso, sopravvivere ad essa? Chi è colui in grado di testimoniare  a se stesso, con il semplice atto di vivere, di essere nient’altro che  il dispiegamento dell’essere in una delle sue infinite e gratuite forme  senza per questo precipitare perduto nel baratro della sua stessa  “gettatezza”?</p>
<p style="text-align: justify;">Una “gettatezza” heideggeriana che possiede  tutte le accezioni del rifiuto, dello scarto, dell’escremento,  dell’avanzo. Poiché questo è tutto ciò che siamo al di fuori di ogni  metafora; poiché tutto quanto dio o la metafisica ci hanno attribuito  appartiene in realtà all’essere, mentre noi e tutto ciò che vi è fuori  di noi non siamo che entità, prodotti, artefatti dell’agire dell’essere.  E, poiché l’ente è il rifiuto dell’essere così come la vita è lo scarto  della Natura, non è nel prodotto, nello scarto che mai si potrà  intravedere un barlume di bellezza o di verità e neppure nell’essere in  sé, ma è piuttosto nella gratuità dell’atto dell’essere che esse sono  esistite.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più appassito dei papaveri è di gran lunga  superiore al migliore degli uomini, poiché esso è in grado di  testimoniare che ci fu un tempo anteriore a tutti i tempi in cui la  bellezza, del cui sudore esso ora è prova il tempo che gli è dovuto, fu  in una unica inintelligibile eternità al di fuori di ogni tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, invece, possiede lo svantaggio di una  coscienza che gli chiede spiegazioni di tanta sfacciata e irragionevole  testimonianza senza riuscire a venirne a capo. Fu così che l’uomo ebbe  bisogno di Dio e dell’immortalità dell’anima, poiché accettare di essere  uno scarto della gratuità della bellezza lo avrebbe condotto alla  follia molto più rapidamente di quanto il senno non stia facendo  ragionevolmente con più calma.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi venne un giorno in cui un uomo con una  lanterna che cercava dio, non riuscendo a trovarlo, disse alla piazza  che dio era morto: ancora oggi è possibile osservarne le esequie esalare  il loro ultimo convulso respiro tra un giubileo, un sermone ed un  bonifico bancario. Poi venne un giorno in cui qualcuno disse che se dio è  morto, allora tutto è permesso. Ma non venne capito e la sua ingenuità,  superiore in questa occasione alla sua intelligenza, gli fece  dimenticare che morto Dio era rimasto l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto il piede dell’uomo agonizza il petto di  Dio, mentre nella sua mano la lampada a metafisica non fa che luce al di  qua del paralume.</p>
<p style="text-align: justify;">È giunta l’ora di far morire l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è morto! L’uomo è morto! Spargete la  voce, ditelo nelle piazze: l’uomo è morto!</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto finalmente sarà permesso, eccetto l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">(su <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/22927343/ho-ucciso-l-uomo-l%25E2%2580%2599uomo-e-morto" target="_blank"><strong>Filosofipercaso</strong></a>)</p>

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		<title>Discorso sulla poesia &#8211; Una apologia della Parola</title>
		<link>http://www.stroboscopio.com/discorso-sulla-poesia-una-apologia-della-parola/2010/06/01/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 00:06:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Rimbaud]]></category>
		<category><![CDATA[correspondances]]></category>
		<category><![CDATA[dérèglement]]></category>
		<category><![CDATA[essere assolutamente moderni]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[parola]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[ragione]]></category>

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		<description><![CDATA[« Nobil natura[...]/Madre è di parto e di voler matrigna.» (La Ginestra, Giacomo Leopardi) L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo. Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><span style="font-size: x-small;"><strong>«</strong> Nobil natura[...]/Madre è di parto e di voler matrigna.»</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: x-small;">(<em>La Ginestra</em>, Giacomo Leopardi)</span></p>
<p style="text-align: justify;">L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si potrebbe abbandonare tutti in una lunga eutanasia dei ghiacciai e avremmo <em>Ragione</em>. Ma sarebbe contro <em>Natura</em>. Poiché il vivere possiede ancora un interstizio nel suo illeso principio dove <em>Natura</em> e <em>Ragione</em> riescono a convivere, dove la prima trova la sua giustificazione nella seconda, nonostante la loro irriducibile inimicizia.</p>
<blockquote><p style="text-align: justify;">«La ragione è nemica d&#8217;ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. [...] La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è piccola.»[1]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Eppure l’uomo ha creduto alla <em>Ragione</em>, convinto di aver trovato dentro di sé quel Dio che non è riuscito ad incontrare altrove, ed in essa ha riposto la sua fede. Ma la fede, che fu anello della concordia tra <em>Natura</em> e <em>Ragione</em>, ora non è che cerchio di un vizio che si apre e si richiude su se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è in impasse, la <em>Natura</em> lo sa.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa pensate possa avere la meglio tra la <em>Testimonianza</em> e la <em>Giustificazione</em>? E necessario abbandonarsi alla prima rinnegando la seconda. E se ciò vi sembrasse irragionevole, sareste sulla buona strada.</p>
<p style="text-align: justify;">I discorsi posticci farciti di spiegazioni buy-now non hanno fatto altro che regalarci soluzioni di plastica tre per uno, galleggianti nel bacino putrescente della moda.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senno fu degli antichi, ancora abbastanza saggi da volersi immaginare. A noi non è rimasto che l’eco delle nostre grida nei compartimenti stagni dentro i quali ce ne stiamo rinchiusi, scrivendoci le motivazioni sulle pareti con le unghie manicurate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma un giorno io le schiaccero la testa e Caravaggio rinnegherà la sua Maria.</p>
<p style="text-align: justify;">Riempirsi la bocca di Democrazia, con ancora la bava che cola mista al sangue di chi non abbiamo mai conosciuto, è il placebo ad una sofferenza che la <em>Ragione</em> ci impedisce di comprendere, per non crollare sotto l’implosione delle sue stesse macerie su cui piantiamo le nostre bandiere.</p>
<p style="text-align: justify;">La corsa verso la libertà ci affanna, e gli schermi dei PC s’appannano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci associamo, ci ribelliamo, manifestiamo. «Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pragmatico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica.»[2]</p>
<p style="text-align: justify;">Sabotare l’utile e rinnegare il bello come menzogne dalle quali liberarsi per aprirsi alla densità del reale che ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo. Solo così «L’umana compagnia» [3] saprà di <em>Ginestra</em>, e i seni bianchi delle donne s’ergeranno allora a picco ai lati della valle ancora fertile, dove la morte odorerà di latte ed il tramonto sarà il tempo per raccontare ciò che non si è vissuto. La schiuma sulla groppa degli asini gli ricorderà chi sono, ma senza redini. Dormiranno gli stambecchi accanto ai leoni e le lucertole canteranno con i grilli, tra i rami e le pietre, l’estate. Suderanno gli inverni sotto il passo dei vecchi, sorpresi di vedere le loro orme bianche seguirli ancora. Sorgeranno le primavere verdi ogni mattino e gli autunni coccoleranno le foglie non più acerbe con flebili sbuffi di vento. La gaia normalità che non sorprende rende felici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma noi, lo siamo? Felici, dico. La ragione ha attraversato gli abissi della <em>metafisica</em> per cercare le risposte sbagliate. Quanta energia sprecata. Dire che l’uomo non può essere felice perché superiore alla sua propria <em>Natura</em> è come tagliare le zampe al proprio cane e dire che non corre verso di noi perché sordo. Quale onore ci farebbe poter riuscire ad ammettere le incapacità della <em>Ragione</em>. Ma nessuno è tanto ardito da rinnegare il proprio Dio: Giuda s’impicco, prolificarono solo Cristi da resuscitare.</p>
<p style="text-align: justify;">Sostituire la finzione con l’immaginazione attraverso quell’atto intemporale che è la <em>Parola</em> non appena viene prodotta, l’unica ad essere realmente libera poiché in grado di distaccarsi completamente da colui che la produce per gettarsi, vergine e fiduciosa, tra le braccia di chi vorrà accoglierla, sempre diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in un’epoca in cui la <em>Ragione</em> analizza e spiega ogni cosa, ebbra dei fumi della determinatezza e patologicamente smaniosa di determinazione, perché la <em>Parola</em> non venga assorbita dalla finitudine e possa conservare quell’ambiguità che le è indispensabile per rinnovare la sua ingenuità, perché ciò che ha la pretesa di appartenere all’universale non diventi prigioniero dei confini del caso particolare, c’è bisogno di <em>liberare il dire</em> da tutte quelle associazioni convenzionali che lo cristallizzano a spese dell’invenzione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Anteporre l’espressione alla funzione nel linguaggio significa creare una idiosincresia tra significati e significanti prestabiliti attraverso un lavoro negativo, a togliere, che abbia come risultato trasformare il dire in un invito dell’altro a costruire. Il vero atto comunicativo è, infatti, quello capace di subordinare l’urgenza del singolo a quella della comunità in cerca di se stessa, attraverso l’uso della prassi simbolica del linguaggio che non conosce menzogna.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale migliore luogo perché ciò avvenga se non la <em>Poesia</em>? Ed essendo questo un atto di per sé etico, una <em>Poesia</em> che lo metta in pratica è l’unica <em>Poesia</em> etica possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Cos’è l’invito rimbaudinano ad «essere assolutamente moderni»[4] se non questo rinnegare ogni differenza personale per un incontro della «umana compagnia» nel linguaggio? Un invito spesso ridotto alla mera ricerca dell’originalità espressiva, di uno sperimentalismo fine a se stesso che non ha tenuto conto dell’intero invito di Rimbaud:</p>
<blockquote><p style="text-align: justify;">«A ogni modo posso dire che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili di fuoco, i sospiri ammorbati si attenuano. Tutti i ricordi immandi si cancellano. Si dileguano gli ultimi rimpianti, &#8211; gelosie per accattoni, briganti, amici della morte, minorati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna essere assolutamente moderni.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente cantici: mantenere il passo conquistato.»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Così, anche la <em>Poesia</em> più sinceramente impegnata, più intimamente civile, se non si impegna nella reinvenzione della <em>Parola</em>, se attraverso questa non cerca di risolvere quella <em>sintesi dell’assoluto</em> inaccessibile alla <em>Ragione</em> che non ammette <em>correspondances</em>, se non mira ad un <em>dérèglement</em> della struttura linguistica della comunità alla quale si rivolge, rischia di diventare parte di quella dieta igienica assimilata dallo status quo, poiché parla lo stesso linguaggio, slittando impercettibilmente da una posizione in difesa di un qualche tipo di ideale ai più bassi compromessi a favore del profitto, giustificati dalla <em>Ragione</em> con lucide sublimazioni di un atto che altrimenti non avrebbe molte spiegazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la <em>Parola</em> smette di essere «appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione» iniziata «per mezzo del linguaggio»[5], allora essa diviene mortale e il suono che produce è il rumore dei cocci di un’altra opportunità andata in frantumi.</p>
<p style="text-align: right;"> </p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: xx-small;">«Ma se così è, ecco l&#8217;illusione sparita, e se il poeta non può illudere non è più poeta,</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: xx-small;">e una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole ec. ec.»</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: xx-small;">(Giacomo Leopardi)</span></p>
<p>di Arturo Moll<br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><span style="font-size: xx-small;">[1] <em>Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, </em>Giacomo Leopardi, Le Monnier (Firenze), 1921-1924.</span></p>
<p><span style="font-size: xx-small;">[2] <em>L’uomo a una dimensione</em>, Herbert Marcuse. Piccola Biblioteca Einaudi.</span></p>
<p><span style="font-size: xx-small;">[3] <em>La Ginestra</em>, Giacomo Leopardi.</span></p>
<p><span style="font-size: xx-small;">[4] <em>Rimbaud. Poesie e prose</em>, Oscar Mondadori, 1975.</span></p>
<p><span style="font-size: xx-small;">[5] <em>Cos’è la Letteratura</em>, J. P. Sartre, Il Saggiatore 1960.</span></p>

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		<title>Poesia 2.0</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 15:09:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[saggio]]></category>

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		<description><![CDATA[La Poesia è morta! La Poesia muore! Anche la nostra epoca, come tutte quelle che l’hanno preceduta, grida la morte della Poesia. Ma la Poesia non è mai stata viva se non nella sua agonia. Ab aeternum la Poesia parla all’uomo in limine mortis, poiché è nella natura stessa della Poesia l’essere agonizzante, agonia del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.stralunato.com/images/enter.jpg" alt="" width="430" height="323" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>La Poesia è morta! La Poesia muore!</p>
<p>Anche la nostra epoca, come tutte quelle che l’hanno preceduta, grida la morte della Poesia. Ma la Poesia non è mai stata viva se non nella sua agonia.</p>
<p><em>Ab aeternum</em> la Poesia parla all’uomo in <em>limine mortis</em>, poiché è nella natura stessa della Poesia l’essere agonizzante, agonia del poeta che muore la vita impossibile che non ha mai vissuto.</p>
<p>La Poesia è canto della perdita, poiché canta ciò che non è mai stato.</p>
<p>L’<em>uomo</em> vede ciò che <em>non ha</em> e per questo soffre. Il <em>poeta</em> vede ciò che <em>non c’è</em> e per questo soffre.</p>
<p>La Poesia sta al margine. La Poesia è il margine: il limite di contenimento del reale oltre il quale tutto sarebbe ontologicamente poetico e impossibile: irreale.</p>
<p>Lo scopo della vita è conservare se stessa, autodeterminandosi logicamente attraverso l’azione razionale basata sul principio dell’utile, con una efficiente economizzazione delle risorse: il lavoro.</p>
<p>Lo scopo della Poesia è consumare se stessa nell’arco di un verso rispondendo al principio del piacere nell’istante stesso dell’urgenza che produce, urgenza dell’inconoscibile che si svela esercitando una pressione su tutto il resto che muore: il desiderio.</p>
<p>La Poesia è contro la vita come la conosciamo poiché tende all’origine. È igienicamente anti-economica, geneticamente fondata sulla destituzione di ciò che è dato. È linguaggio che insorge contro le sue stesse regole.</p>
<p>Non v’è sorpresa, dunque, dinanzi al margine a cui essa viene relegata dalla vita.</p>
<p>La nostra epoca, nonostante il livello di conoscenza raggiunto, non è riuscita ancora ad eliminare maghi e stregoni; non è stata capace di uccidere la fede, qualunque sia il suo oggetto di culto. Conoscere non rende l’uomo più felice né più libero, ma schiavo di ciò che scopre di non poter cambiare.</p>
<p>Morire è un tabù che non ci possiamo permettere.</p>
<p>La realtà sopraffattoria di marcusiana memoria ha invaso tutti i campi dello scibile umano; il positivismo scientifico è ormai fine a se stesso, noi le sue bestie sperimentali. Si è infiltrata ovunque tranne che nella Poesia, ancora capace di invocare la luna nonostante Neil Armstrong.</p>
<p>Il potere della parola è infinitamente più grande della realtà che nomina. Il linguaggio determina e distrugge, fa vivere e morire, struttura e destruttura, definisce ed allude, indica ed evoca.</p>
<p>La parola è magica e i poeti sono degli stregoni. Il verso è un alchimia a cui non interessa l’oro: annulla, azzera e distrugge e dalle macerie crea il nuovo che esiste lungo l’intero attimo prima dell’a-capo. Se si rilegge è nuovo ancora una volta.</p>
<p>L’altro è sempre alla porta del verso che canta il suo arrivo: trapassa, trafigge il reale che detona in mille frammenti di cristallo in cui si riflette il possibile. I detriti esplosi fanno il rumore del vuoto quando toccano la cima dell’abisso sprofondato dalla gravità. L’io ferito si da del tu al suo funerale.</p>
<p>Il metro non misura più lo spazio, ma il tempo dell’essere altro da sé quando si legge. Il suono è quello della caduta vertiginosa e poi lo schianto.</p>
<p>Il mio nome in mille pezzi. Le mani che tremano nel ricomporlo.</p>
<p>Oggi come ieri, solo più veloce: Poesia 2.0.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>(liberamente ispirato al saggio breve di <a href="http://www.giornalecritico.it/GCSI%203/PDF/GCSIn2-%20Alessandra%20Pigliaru.pdf" target="_blank"><strong>Alessandra Pigliaru su GCSI</strong></a> e varie letture delle ultime settimane sull&#8217;argomento)</p>

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		<title>La merce, il desiderio</title>
		<link>http://www.stroboscopio.com/la-merce-il-desiderio/2010/04/27/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 20:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Pigliaru]]></category>
		<category><![CDATA[capitale umano]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofipercaso]]></category>
		<category><![CDATA[merce]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>

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		<description><![CDATA[(in risposta ad un post di Alessandra Pigliaru su Filosofipercaso) Se nasciamo da una escrescenza del tempo, ognuno di noi sa cos&#8217;è il vuoto. Quando la dimensione sociale ha assimilato quella individuale, ciò ci ha lasciato capaci di percepirne il sintomo, rendendoci incapaci di risalire alla causa. L&#8217;iper-razionalità ci impedisce di arrenderci ad essa. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/842ddc53e22fc7a9776692b71edd1da7_medium.jpg" alt="" width="430" height="500" /></p>
<p style="text-align: right;">(in risposta ad un post di <strong>Alessandra  Pigliaru </strong>su <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/22624562/il-desiderio-della-merce" target="_blank"><strong>Filosofipercaso</strong></a>)</p>
<p style="text-align: left;">Se nasciamo da una escrescenza del tempo, ognuno di noi sa cos&#8217;è il  vuoto.</p>
<p style="text-align: left;">Quando la dimensione sociale ha assimilato quella individuale,  ciò ci ha lasciato capaci di percepirne il sintomo, rendendoci incapaci  di risalire alla causa. L&#8217;iper-razionalità ci impedisce di arrenderci  ad essa.</p>
<p style="text-align: left;">Il capitalismo è la sublimazione del mondo animale: mangiare  per non essere mangiati. Si compra per leggittima difesa. Il sistema ci  fagocita e allo stesso tempo ci serve degli strumenti necessari per  fagocitarlo: il denaro. Tutto si tiene in piedi in un equilibrismo  perfetto e instabile.</p>
<p style="text-align: left;">Il fagocitare sembra essere l&#8217;unico strumento  rimasto all&#8217;uomo per autodeterminarsi e non essere fagocitato  nell&#8217;indistinzione. La merce è l&#8217;oppio dei popoli, direbbe un Marx  del 2010.</p>
<p style="text-align: left;">Oggi la merce, domani il web, in futuro chissà: tutti  strumenti in grado di giustificare noi a noi stessi. Ciò che prima non  ci si chiedeva (perché non se ne aveva coscienza) e poi si è  giustificato con la religione, oggi lo si giustifica con la merce. Ci  spieghiamo il nostro sfruttarci con il nostro acquistarci.</p>
<p style="text-align: left;">Il capitale  umano è una condizione orribile senza valore aggiunto.</p>
<p style="text-align: left;">Moriremo  tutti. Moriremo vuoti.</p>

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		<title>Nicola Lagioia vs. Antonio Ricci: una lettera</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 10:18:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Drive In]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Lagioia]]></category>
		<category><![CDATA[Non è la Rai]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Striscia la notizia]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>

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		<description><![CDATA[Sulle colonne de Il Fatto Quotidiano si è consumato qualche giorno fa un piccolo scontro tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci. Il botta e risposta tra i due, riportato sul blog della Minimum Fax, riguarda il linguaggio del potere. Riporto qui sotto la mia lettera pubblicata come commento al post in questione. Caro Nicola, Ti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulle colonne de <strong><a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a> </strong>si è consumato qualche giorno fa un piccolo scontro tra <strong>Nicola Lagioia</strong> e <strong>Antonio Ricci. </strong>Il botta e risposta tra i due, riportato sul <a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/04/21/ricci-vs-lagioia/" target="_blank">blog </a>della <strong>Minimum Fax</strong>, riguarda il <em>linguaggio del potere. </em>Riporto qui sotto la mia lettera pubblicata come commento al post in questione.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Caro Nicola,</p>
<p>Ti scrivo &#8211; dandoti del tu, nella speranza di non approfittare troppo di una confidenza che non mi è stata concessa – come scriverei ad un fratello maggiore (ci separa solo qualche anno).</p>
<p>Ho apprezzato molto il tuo “successo librario” intitolato “Riportando tutto a casa” (umilmente <a href="../../../../../riportando-tutto-a-casa-nicola-lagioia-einaudi-2009/2010/04/16/">recensito sul mio piccolo blog</a> senza pretese), che mi ha concesso di rivivere la Puglia (mia regione d’origine) degli anni ’80; la mia pubertà (che fu la tua adolescenza) la Domenica, seduto all’angolo di un lunghissimo tavolone attorno al quale le trame dei fili parentali tessevano la loro tragicità tra gli intervalli pubblicitari del Martini-Milano-da-bere e un quiz di Domenica In. E anche io, come il protagonista del tuo ultimo romanzo, non capivo perché mia cugina volesse a tutti i costi far parte delle ragazze di Non è la Rai; né capivo le risate di tutti alle battute dei comici di Drive In o i sorrisetti cattivi con cui le mie zie rispondevano ai cinici commenti dei loro rispettivi mariti sulle veline con i pattini a rotelle.</p>
<p>Striscia la notizia rappresenta per me un ulteriore segreto mediatico: da dove tira fuori tutto quello share? Chi la guarda e perché? Perché a me non piace? La lucidità delle tue critiche mosse alla trasmissione e ad Antonio Ricci mi porta a credere di essere dello stesso parere, o uno stupido se non pensassi la stessa cosa. Dalla lettera di Ricci si capisce quanto l’autore dei programmi che hanno fatto la storia delle televisione commerciale in Italia sia talmente parte di un sistema che egli crede di de-costruire da non rendersi conto che, in realtà, è proprio tale sistema che ha strutturato la sua intera vita, assorbendolo completamente. Ricci è una parte funzionalmente necessaria, indispensabile anche, al subdolo fascismo contemporaneo di cui egli fa parte (come ognuno di noi, d’altronde), non rendendosi conto che questo non si combatte con una tessera onoraria dell’ANPI.</p>
<p>Fossi in te, dunque, concederei a Ricci l’aggravante della buona fede. Un’aggravante che, se non gli venisse concessa, dovrebbe essere democraticamente rifiutata a tutti i Lagioia che scrivono per la Einaudi, a tutti i Saviano che pubblicano per la Mondadori, a tutti i Nori che collaborano con Libero.</p>
<p>Non ho le intenzioni né possiedo strumenti e statura atti a pormi in difesa di una delle parti in causa. Né sto banalmente mortificando il tuo romanzo paragonandolo ad una puntata di Striscia la notizia – foss’anche quella con lo share più alto. Mi chiedo, però, quanto anche la tua scelta di pubblicare per l’Einaudi non sia il frutto di un compromesso che parla la stessa lingua del sistema a cui si oppone.</p>
<p>Ci tengo a precisare ancora una volta che il mio non vuole essere un giudizio o una critica, di cui non sarei all’altezza. Semplicemente, con umiltà mi chiedo: che fare?</p>
<p>Con i miei più sinceri auguri per il futuro – di cui tutti siamo orfani &#8211; ti saluto.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Con stima,</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Luigi Bosco</p>

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		<title>25 Aprile: 1991-2010</title>
		<link>http://www.stroboscopio.com/25-aprile-1991-2010/2010/04/25/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 08:20:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[25 Aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Battiatio]]></category>
		<category><![CDATA[Inneres Auge]]></category>
		<category><![CDATA[Povera Patria]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo riusciti a liberarci di tutti (o è capitato? La Storia si fa nel dubbio dell&#8217;incertezza) tranne che di noi. Povera Patria Inneres Auge ___________________________________________________]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo riusciti</p>
<p>a liberarci</p>
<p>di tutti</p>
<p>(o è capitato?</p>
<p>La Storia si fa</p>
<p>nel dubbio dell&#8217;incertezza)</p>
<p>tranne che</p>
<p>di noi.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Povera Patria</strong></p>
<p><img src="http://www.stroboscopio.com/wp-content/plugins/flash-video-player/default_video_player.gif" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Inneres Auge</strong></p>
<p><img src="http://www.stroboscopio.com/wp-content/plugins/flash-video-player/default_video_player.gif" /></p>

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		<title>Lettelatrura:  ovvero, perché Berlusconi è il migliore narratore contemporaneo.</title>
		<link>http://www.stroboscopio.com/lettelatrura-ovvero-perche-berlusconi-e-il-migliore-narratore-contemporaneo/2010/03/24/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 19:38:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Luttazzi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile fredda]]></category>
		<category><![CDATA[identificazione]]></category>
		<category><![CDATA[L'amore vince sempre sull'odio e sull'invidia]]></category>
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		<category><![CDATA[narrazione politica]]></category>
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		<category><![CDATA[retorica]]></category>
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		<description><![CDATA[Nonostante sia indubitabilmente complesso dare una definizione di cosa sia l’arte, ciò non mi priva della possibilità di individuare alcuni dei suoi tratti più salienti. Se si assume che arte è tutto ciò che esime dagli oneri dell’efficienza; che, pur derivando da una necessità, non esprime la soluzione ad un bisogno; che si assume la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788804601876" alt="" width="200" height="308" />Nonostante sia indubitabilmente complesso dare una definizione di cosa sia l’<strong>arte</strong>, ciò non mi priva della possibilità di individuare alcuni dei suoi tratti più salienti. Se si assume che <strong>arte</strong> è tutto ciò che esime dagli oneri dell’<em>efficienza</em>; che, pur derivando da una <em>necessità</em>, non esprime la soluzione ad un <em>bisogno</em>; che si assume la responsabilità dei suoi <em>artifici</em> prodotti al di fuori dei parametri della <em>logica</em> e che al rigore della <em>funzionalità</em> preferisce la sperimentazione estetica del <em>bello</em>; se si assume tutto ciò come vero, si potrebbe essere d’accordo nell’affermare che <strong>arte</strong> è soprattutto (ma non solo) forma (da non confondersi con lo <em>stile</em>).</p>
<p>Detto ciò, va da sé che ad ogni tipo d’arte corrisponde una sua propria <strong>forma d’espressione</strong>, che avviene grazie alla <em>manipolazione</em> di un determinato <strong>materiale primario</strong> secondo le regole di base stabilite dalle varie <em>tecniche</em>: la pittura si servirà dei colori e delle tecniche pittoriche e del disegno; la fotografia della luce, della prospettiva e delle tecniche dello sviluppo; la musica del suono e degli strumenti musicali e del pentagramma; la poesie della parola, del suono, del ritmo e delle tecniche della metrica; la letteratura del linguaggio, della sintassi e delle tecniche della <strong>narrazione</strong><em>.</em></p>
<p>Limitiamo il discorso restringendo il campo d’indagine all’ultimo ambito artistico: la <strong>letteratura</strong>.</p>
<p>A differenza di colui che per esprimersi sceglie la <em>poesia</em> – un susseguirsi di suon-immagini evocanti i più diversi stati d’animo che si consumano nel giro di qualche verso, lo scrittore-narratore ha bisogno di guadagnarsi la fiducia del lettore attraverso la <em>persuasione</em> perché il lettore decida di dedicare molte ore o qualche giorno alla storia-romanzo che gli propone. Indubbiamente, il <em>contenuto</em> di una storia o di un romanzo è fondamentale al fine di stimolare la lettura. Ma molta della persuasione che fonda la motivazione del lettore deriva dal <strong>modo della narrazione</strong>. Anche le cose più interessanti, infatti, se non espresse nel modo giusto, rischiano di rimanere inascoltate. Allo stesso modo, argomenti di scarso interesse o semplici come può essere una storia qualsiasi, possono ripristinare gli uditi più sordi, se raccontati nel modo giusto.</p>
<p>La <strong>capacità narrativa</strong> influenza anche le sorti di un autore. Quando, infatti, un autore, da fenomeno editoriale, diventa a tutti gli effetti scrittore? Quando, attraverso la sua <strong>tecnica narrativa</strong>, è capace di instaurare quel <em>legame empatico</em> e di <em>coinvolgimento</em> tra i suoi personaggi e il lettore, diventando il <em>trait d’union</em> indispensabile tra la storia che egli scrive scrive e quella di colui che la legge, il quale non vorrà mai smettere di leggere oltre per vedere <em>come va a finire</em>.</p>
<p>Chi altri è, ancora, il buon scrittore? È colui che, attraverso gli <strong>artifici narrativi</strong> e l’utilizzo del <strong>linguaggio condiviso</strong> dalla comunità a cui si rivolge, è in grado di comunicare persuasivamente il nuovo insinuandolo sotto le mentite spoglie del vecchio, utilizzando una struttura manifesta dentro cui nascondere l’imprevisto/imprevedibile, appropriandosi delle parole per poi restituirle cariche di un significato che prima non conoscevano. Tutto questo crea un <strong>legame</strong> tra chi scrive e chi legge, tanto più indissolubile quanto meglio è raccontata la storia, e che, da semplicemente <em>persuasivo</em>, diventa di <em>condivisione</em>: <strong>universalizzante</strong>.</p>
<p>Tutto questo lungo preambolo mi è servito da premessa alla seguente affermazione: <strong>il miglior narratore italiano contemporaneo, anche se non ha mai scritto un cazzo, è Silvio Berlusconi</strong> (che è anche il maggior editore italiano, ma questo è un altro discorso).</p>
<p>A chi fosse scettico al riguardo chiedo: se <strong>Silvio Berlusconi</strong> non è il miglior <strong>narratore</strong> contemporaneo, cosa diavolo è questa storia che dura da un ventennio ormai, che è stata capace di unire milioni di cittadini-lettori in un unico coinvolgente amplesso emotivo che le cinque stagioni di Lost le fanno un baffo? Se si riflette bene su Silvio Berlusconi, con un minimo di obiettività e un pizzico di senno del poi, si può facilmente intravedere la <strong>perfezione del personaggio</strong>: un <em>signor nessuno</em> che passa dall’animazione di crociera alla presidenza del consiglio, attraverso un percorso pieno di <em>peripezie</em>, <em>ostacoli</em>, <em>amici</em> e <em>nemici</em>, grazie al suo <em>carisma</em> ed alle sue <em>straordinarie capacità</em>. Lo stereotipo della storia del <em>self-made man</em> raccontata in maniera sublime a 56 milioni di italiani che hanno seguito e seguono, passo dopo passo, le vicende che il <strong>protagonista</strong> ha deciso di raccontargli, appassionandosi, lasciandosi piacevolmente coinvolgere dalle <strong>passioni della personificazione</strong>. Il protagonista lo hanno amato, odiato, difeso, attaccato, osannato, disprezzato, senza mai privarlo del suo ruolo e lasciando che questi diventasse <strong>parte della loro stessa vita</strong>, proprio come lo sono diventati alcuni personaggi che abbiamo conosciuto nelle pagine dei libri o nei serial televisivi.</p>
<p>Se <strong>Silvio Berlusconi</strong> ha una <em>capacità</em>, questa è quella di <strong>comunicare/rsi</strong>. L’attuale presidente del consiglio, infatti, ha saputo raccontarsi al suo popolo, come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare raccontando il protagonista di una sua storia, utilizzando in maniera lucida ed originale il <strong>linguaggio</strong> in tutte le sue accezioni <em>verbali</em> e <em>non verbali</em>, <strong>appropriandosi delle parole</strong> rendendole inoffensive o funzionali al suo discorso (comprare le case editrici serve anche a questo), come un vero maestro della <em>retorica,</em> e <strong>utilizzando tutti gli elementi narrativi di una storia ben raccontata</strong>.</p>
<p>Come lucidamente descrive <a href="http://www.danieleluttazzi.it/" target="_blank"><strong>Daniele Luttazzi</strong></a> nel suo ultimo <em>saggio-satira</em> <a href="http://www.ibs.it/code/9788807702136/luttazzi-daniele/guerra-civile-fredda.html" target="_blank"><strong><em>“La guerra civile fredda”</em></strong></a>, esistono <strong>cinque elementi indispensabili</strong> affinché una storia risulti ben raccontata: il <strong>progetto</strong>, o il <strong>voler raggiungere/ottenere qualcosa a qualsiasi costo</strong>; gli <strong>ostacoli da superare</strong>; <strong>l’unicità del protagonista</strong>; le <strong>debolezze del protagonista</strong>; il <strong>passato del protagonista</strong>.</p>
<p>Ora, il <strong>progetto di Berlusconi</strong>, inutile quasi dirlo, è il <strong>potere</strong> (che è riuscito a raggiungere alla grande, ma che ora vuole mantenere). Gli <strong>ostacoli</strong> sono anch’essi noti a tutti, visto che il Nostro si prodiga di ricordarceli un giorno si e l’altro pure: la <strong>stampa comunista</strong>, le <strong>toghe rosse</strong>, la <strong>polizia eversiva</strong>. Come Luttazzi sottoline, Berlusconi tende ad <strong>enfatizzare</strong> e <strong>ingigantire</strong> <strong>ossessivamente</strong> i suoi ostacoli perché ciò gli è congeniale: quanto più grandi sono gli ostacoli che il protagonista deve superare, tanto maggiore saranno gli sforzi che egli dovrà compiere. Le sue azioni, che fuor di contesto potrebbero risultare <em>eccessive</em> o <em>spregiudicate</em>, vengono automaticamente <strong>giustificate</strong> dalla grandezza di tali ostacoli. Con il vantaggio che <em>l’avventura</em> risulta ancor più <strong>avvincente</strong>. La <strong>unicità e le debolezze del protagonista</strong> sono indispensabili al cittadino-lettore perché possa delineare i <em>tratti del personaggio</em> e costruirsi una <em>rappresentazione</em> di esso, da cui nascerebbe il <em>vincolo emotivo</em> e la <em>partecipazione empatica</em>. <strong>Silvio Berlusconi</strong> è indiscutibilmente <strong>unico</strong>, più unico di quanto ognuno di noi lo sia giá solo per il semplice fatto di raccontarsi ed averne la possibilità. A questo si aggiunge che non tutti sono presidenti del consiglio, chiunque non è presidente di Mediaset, è ricco come pochi ed ha molto potere che gestisce liberamente (anche troppo, direi). Anche le sue <strong>debolezze</strong> sono evidenti, <strong>volutamente evidenti</strong> perché il personaggio Silvio Berlusconi, pur nella sua unicità, non si allontani troppo <strong>dall’uomo comune</strong>, il quale conserva, prorpio per questo, la possibilità di <strong>identificarsi</strong> con esso. Le donne, le puttane, le frequentazioni poco limpide, i due matrimoni, i figli di primo e secondo letto, le vicende giudiziarie, il divorzio con Veronica a Porta a Porta, le questioni sull’eredità, il mausoleo nella sua villa di Arcore, il teatro greco nella residenza estiva a Villa Certosa, Mangano in casa, sono tutti elementi che rendono <strong>speciale e fin troppo umano il personaggio Silvio Berlusconi</strong>, contribuendo, al tempo stesso, a <strong>creare la sua storia</strong>. La <strong>storia di un personaggio</strong> è assolutamente <strong>fondamentale</strong> per indurre quel <strong>meccanismo di identificazione</strong> da cui deriva, successivamente, l’<strong>empatia</strong>. Il suo passato sta alla base di quel <strong>sentimento di familiarità</strong> che consente la <em>vicinanza emotiva</em>. Ricordate <em>“Una storia italiana”</em>? quel libricino che <em>Silvio</em> mandò a mezza Italia con la storia della sua vita. E i vari reportage su <em>Chi</em>? lui con la famiglia, lui nelle sue residenze, lui con i suoi affari, lui con tre dolci fanciulle sedute sulle sue gambe. Per non parlare di quei fascicoletti su Berlusconi pubblicati a puntate da <em>Libero</em> di qualche anno fa. <em>Familiarità</em>, <em>debolezze</em> e <em>unicità</em> – e un <strong>enorme potere mediatico</strong> per raccontare.</p>
<p>L’ultimo esempio eclatante a conferma del fatto che il nostro (?) presidente del consiglio sia anche il più grande narratore contemporaneo è l’attacco fisico subito a seguito di un suo comizio a Milano qualche mese fa. La <strong>sofferenza</strong> del volto di un uomo ferito, quindi non invincibile, e al tempo stesso la <strong>forza</strong> e <strong>l’orgoglio</strong> di un <strong>uomo speciale</strong> che si affaccia dallo sportello dell’auto per farsi vedere dal suo popolo. Evento – vero o montato che sia non ha importanza – immediatamente trasformato in <strong>racconto</strong>, <strong>storia</strong>, <strong>trama</strong>, con un utilizzo della parola e del linguaggio in generale pieno della più efficace retorica che si rivolge alle anime pie.</p>
<p>Uno dei vantaggi di Berlusconi, infatti, è stato quello di aver saputo <strong>appropriarsi delle parole</strong> più <em>“alla moda”,</em> quelle più <em>presenti nelle bocche di tutti</em>, quelle più <em>rappresentative</em> dei suoi tempi, restituendole alla sua platea <strong>rinnovate</strong> nel significato e nella portata. <em>“Il Popolo delle Libertà”</em>, i <em>“difensori del voto”,</em> la “<em>libertà</em>”, la “<em>democrazia</em>”, la “<em>privacy</em>”, la “<em>meritocrazia</em>”, la “<em>responsabilità sociale</em>”, l’”<em>uguaglianza</em>”, il “<em>partito dell’amore</em>”, la “<em>tolleranza</em>”, il “<em>perdono</em>”: tutte espressioni proprie, se non di una cultura strettamente comunista, almeno di una visione del mondo di sinistra, che si è fatta rubare da sotto il naso quella che era la <em>sua</em> retorica. Un linguaggio ed una terminologia evidentemente in contrasto con la sua politica affarista, il suo atteggiamento dispotico ed anti-democratico, la sua visione del mondo del <em>“io so’ io e voi nun siete un cazzo</em>”. Ma tale atteggiamento contraddittorio, quasi vicino alla <strong>schizofrenia</strong>, come è evidente, non è importante o, piuttosto, <strong>perde la sua importanza di fronte alle necessità della narrazione</strong>.</p>
<p>Ciò che è accaduto, infatti, è che <strong>l’identificazione</strong> tra il personaggio e il suo pubblico-lettore si è talmente <strong>solido-radicata</strong> da consentire al protagonista di questa <em>“storia italiana”</em> di parlare solo ed esclusivamente di sé senza che nessuno si senta <strong>escluso</strong> dal racconto. Tutti quei cori in piazza durante la manifestazione di qualche sabato fa non sono altro che il prodotto della <strong>totale e alienante personificazione</strong> del cittadino-lettore con il suo personaggio. Tutti infatti rispondevano in coro che non volevano<em> le tasse di successione per le eredità</em>, non volevano <em>la magistratura schierata</em>, non volevano <em>un controllo fiscale che fosse troppo invasivo</em>, non volevano <em>le intercettazioni della polizia</em>: tutti questi questi “<em>ostacoli</em>” che, in realtà, sono di una persona sola (<strong>Silvio Berlusconi</strong>), sono diventati gli ostacoli di <strong>tutti</strong>. Con la pubblicazione del libro commemorativo <strong><em>“L’amore vince sull’odio e sull’invidia”</em></strong> da parte della <strong>Mondadori</strong> si è arrivati all’apoteosi dell’assurdo: il presidente del consiglio, nonché proprietario della casa editrice, pubblica un libro commemorativo di se stesso, assolutamente privo di qualsiasi valore culturale, qualitativamente sotto le barzellette di Totti e a pari livello di un catalogo Ikea, guadagnandoci su.</p>
<p>Proprio a seguito di questo inaccettabile avvenimento editoriale, in un mondo dove ormai sembra che anche <strong>l’abbaiare di un cane possa fare poesia</strong>, mi sono concesso la libertà di un neologismo: <strong><em>lettelatrura</em></strong>. Nel frattempo, la <strong>mercificazione del sé</strong> tramite l’identificazione con la narrazione va avanti.</p>
<p>Anche io sono curioso di conoscere il finale di questa lunga storia, nonostante sia convinto di sapere già come andrà a finire: il protagonista si ritirerà a vita privata, lasciando in eredità al successore il suo impero politico-mediatico con l’onere e l’onore di mantenerlo così com’è, se non per perfezionarlo. Morirà in esilio pseudo volontario-verosimilmente forzato in qualche luogo esotico o comunque lontano dagli occhi e dal cuore. Non si farà che parlare di lui, come già accadde quando era in vita. Si formeranno gli schieramenti dei pro e dei contro. Andrà a sostituire nei discorsi la retorica del fascismo e dell’antifascismo, che oggi occupa le voci di molti italiani e le pagine di molti giornali. Dopo una decina d’anni &#8211; quando i vecchi di ora saranno morti o troppo vecchi, i giovani di adesso saranno vecchi o troppo stanchi o troppo delusi e quelli che oggi sono bambini saranno giovani che non ricorderanno nulla o non abbastanza, obnubilati dall’intermittenza delle luci della playstation – quando tutto sarà più lontano, gli dedicheranno onorificenze e, magari, anche una piazza di qualche città. Qualcuno, molto pochi, si incazzerà per questo. Tutti gli altri saranno troppo impegnati in un altra avvincente storia di questa nostra lettelatrura italiana. Edizioni Mondadori o chissà.</p>

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		<title>Lettera aperta a Morgan Palmas</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 14:04:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lettera aperta]]></category>
		<category><![CDATA[licenziamento]]></category>
		<category><![CDATA[Morgan Palmas]]></category>
		<category><![CDATA[Sul romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[(in risposta a Morgan Palmas) Caro Morgan, non sto qui a dirti &#8220;Bravo&#8221;, in preda allo slancio lirico del più posticcio romanticismo post-moderno figlio dei gruppi su facebbok in difesa della libertà, per non trasformarti retoricamente nell’ennesimo capro espiatorio attraverso cui riscatto illusoriamente la sconfitta quotidiana delle mie ore come quelle di una intera generazione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">(in risposta a <a href="http://sulromanzo.blogspot.com/2010/03/un-tale-si-licenzia-e-decide-di-leggere.html" target="_blank"><strong>Morgan Palmas</strong></a>)</p>
<p>Caro Morgan,</p>
<p>non sto qui a dirti &#8220;Bravo&#8221;, in preda allo slancio lirico del più posticcio romanticismo post-moderno figlio dei gruppi su facebbok in difesa della libertà, per non trasformarti retoricamente nell’ennesimo capro espiatorio attraverso cui riscatto illusoriamente la sconfitta quotidiana delle mie ore come quelle di una intera generazione, per poi sentirmi pago e tronfio di una rivincita non mia come quando si esce dal cinema dopo aver visto l’ennesimo eroe hollywoodiano sconfiggere finalmente il male. Almeno per un paio d’ore.</p>
<p>Ti prego di non considerare ciò che qui ti scrivo come un attacco personale. Piuttosto, vedi queste mie parole come una sincera difesa della tua scelta, che ha tutte le caratteristiche di un’epica moderna del reale e che rischia di diventare un mero racconto in più, dimenticando le dita che ci sono dietro i caratteri digitali sullo schermo. A meno che questo non sia il motivo del tuo post. Ad ogni modo, sicuramente ti faccio un grosso in bocca al lupo e ti auguro buona fortuna, perché ne avrai bisogno.</p>
<p>Purtroppo il mondo, intrappolato com&#8217;è tra il compulsivo autoerotismo della crescita e i convulsi amplessi dello sviluppo, è riuscito ad obnubilare tutto con le ragioni del suo contrario. È così che chi lotta per la giustizia è un dio-in-terra, chi paga le tasse diventa l’allegoria dell’onestà, chi si ribella ad una condizione di schiavitù post-moderna è un eroe. Mentre, invece, in un mondo che fosse lucido, tutte queste persone non dovrebbero essere né santi né eroi, ma rappresentanti della normalità. Ma un mondo siffatto ha bisogno di santi ed eroi per giustificare ciò che altrimenti sarebbe ingiustificabile.</p>
<p>Ripeto e ribadisco: non dico questo per sminuire il tuo gesto, anzi. Cerco solo di sottolineare la dimensione di assurdità che inspiegabilmente viviamo con il più elevato livello di normalità percepibile.</p>
<p>La mia <a href="http://www.stroboscopio.com/grazie-a-dio-mi-hanno-licenziato/2010/02/18/" target="_blank">esperienza personale</a> di anni addietro mi porta a scriverti alcune cose. Per esempio, che incontrare un altro lavoro, serio, ben pagato e in regola non ti restituirà la dignità che credi di aver perduto. La serenità mentre fai la fila per pagare le bollette, quella forse si. Ma la maledirai comunque. Secondo il teorema di Peter, ti vedrai circondato da decine, forse centinaia di persone che occupano il livello più elevato consentito dalla loro inettitudine, mentre la tua intelligenza verrà messa al servizio di lavori sottopagati a tempo determinato con le stesse motivazioni del professorone: &#8220;sai che lunga fila c&#8217;è se mandi tutto a puttane?&#8221;.</p>
<p>E la colpa di questo è di tutto, o meglio: di tutti. O, ancora meglio, di ognuno di noi, di tutti coloro che faranno la fila dietro di te e ringrazieranno con ampi sorrisi e strette di mano colui il quale li renderà schivi inetti di una situazione che hanno meritato a tutti gli effetti e che sugellato il loro accordo allo sfruttamento con una firma consenziente riusciranno a sentirsi anche fortunati.</p>
<p>Ci sono i sindacati dei lavoratori, le associazioni per le famiglie, per i consumatori, per i bambini del bangladesh, per i daltonici senza patente, per i diritti universali degli ornitorinchi e gruppi su facebook contro l&#8217;agricoltura ONG. Mi chiedo quanto ancora ci vorrà prima che qualcuno si renda conto che è giunta l&#8217;ora di smettere questa putrida lotta tra poveri, questa corsa al posto sottopagato, questa competizione tra competenze mercificate, riunendosi tutti sotto il comune obiettivo di “Io non faccio la fila per la schiavitù”.</p>
<p>Il mondo è un grande mercato e ognuno di noi è un prodotto. Tu non sei ciò che sei, se non forse per te stesso e tua madre. Tu non sei nemmeno ciò che sai fare o ciò che fai. Tu sei ciò che ti danno la possibilità di fare ed essere, e il tuo stipendio è ciò che vali, ovvero il tempo che il mondo impiegherebbe a metabolizzare la tua fuoriuscita. Non ho però ancora visto nessuno organizzarsi per contrastare tutto questo. Quelle stesse persone nella tua condizione, che magari verranno qui a dirti bravo perché combatti per loro mentre loro ti sostituiscono, a differenza tua, si sottopongono felici alle condizioni disumanizzanti pronti a scattare per la prossima corsa ed arrivare primi chissà in quale altro buco di culo del mondo a fare qualcosa di assolutamente inutile, che diventerà il ripiego in cui incastreranno la loro dignità di cartapesta, allontanando così l’eventuale ipotesi del suicidio post-licenziamento per perdita di identità.</p>
<p>Aspetto una fortemente desiderata implosione e sarò alla finestra durante il crollo.</p>
<p>Nel frattempo, ti saluto e ti auguro davvero buona fortuna.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Sinceramente,</p>
<p>Luigi</p>

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		<title>L&#8217;eterno ritorno (made in Italy)</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 15:05:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Benito Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Elsa Morante]]></category>
		<category><![CDATA[eterno ritorno]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;[...] Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, X* si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://www.giornaledifilosofia.net/public/img/prima_pag/img_art/morante.gif" alt="" width="263" height="406" /><em>&#8220;[...] Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, <strong>X* </strong>si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e  libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e  la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero  non avrebbe mai posto al governo un <strong>X</strong>). [...] Tutti questi delitti di <strong>X </strong>furono o tollerati, o addirittura  favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo  capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude,  peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.<br />
 Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per  viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una  parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che  si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché <strong>X </strong>era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti  questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior  dei casi come dei fessi (parola  nazionale assai pregiata dagli  italiani).<br />
 Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti  erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è  cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo  si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale  sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.<br />
 <strong>X</strong>,uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza  alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e  specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e  libero, <strong>X </strong>sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con  un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi  sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio  provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e  offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile  enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese  libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e  avrebbe fatto migliore figura, alla fine. [...]<br />
 Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte  contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza  credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità  facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e  sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza,  alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto.  Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della  beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il  proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è  snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la  loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e  ne parla male con l’amante più valido, così <strong>X </strong>predica contro i  borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di  essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la  abbandonerà quando non potrà più servirsene, così <strong>X </strong>con le  masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa,  Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur  ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e  grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti ,  anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far  effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena [...], e la musica patetica [...]. Della poesia non gli  importa nulla, ma si commuove a quella mediocre [...] e bramerebbe  forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe  stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce  essere un demagogo.<br />
 Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e  incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti.  Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta  temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli  servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di  disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o  lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e  innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come  ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di  essere il personaggio che vuole rappresentare.&#8221;</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Questa era <strong>Elsa Morante</strong> in una pagina di diario <strong> </strong>del 1945, pubblicata su <em>Paragone  Letteratura</em>, n. 456, n.s., n.7,  febbraio 1988, poi in <em>Opere </em>(Meridiani),  Milano 1988, vol. I, pp.  L-LII. <a href="http://www.liberazione.it/rubrica-file/543257652.htm" target="_blank"><strong>Qui </strong></a>la versione originale e integrale.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>*: <strong>X, </strong>che nel testo originale della Morante è <strong>Mussolini, </strong>per chi si voglia compiacere, può essere sostituito da <strong>Silvio Berlusconi</strong>, senza timore di stonare. Le tinte, purtroppo, sono quelle. Chi, invece, non si voglia compiacere &#8211; infliggendo un ulteriore colpo a quello che è ormai diventato (suo malgrado) il capro espiatorio di tutto e, soprattutto, di tutti &#8211; farebbe bene a non sostituire quella <strong>X </strong>con alcun nome. Tanto per aver ben delineate le caratteristiche del prossimo capo carismatico al quale compiacevolmente si sottometterà, fintanto che resterà simile a se stesso ed al suo popolo impegnato in un insopportabile e irriducibile remake storico che dura da 100 anni.</p>

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		<title>Renato Vallanzasca, santo subito!</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 12:57:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[articolo 21]]></category>
		<category><![CDATA[banda della Comasina]]></category>
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		<description><![CDATA[Apprendo, dalle colonne del Corriere della Sera, che Renato Vallanzasca, l&#8217;uomo che terrorizzò Milano con i suoi crimini (rapine a mano armata, sequestri e conflitti a fuoco con il morto) ha ottenuto, in base all&#8217;art. 21 dell&#8217;ordinamento penitenziario, il permesso di riavere una vita dalle 9 alle 19. Il &#8220;bel Renè&#8221;, sulla cui vita Michele [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://images.milano.corriereobjects.it/gallery/Milano/2010/03_Marzo/vallanzasca/1/img_1/VAL_17_672-458_resize.jpg" alt="" width="300" height="458" />Apprendo, dalle colonne del <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_marzo_8/vallanzasca-prima-giornata-lavoro-esterno-carcere-permesso-1602611173059.shtml" target="_blank"><strong>Corriere della Sera</strong></a>, che <strong>Renato Vallanzasca, </strong>l&#8217;uomo che terrorizzò Milano con i suoi crimini (rapine a mano armata, sequestri e conflitti a fuoco con il morto) ha ottenuto, in base all&#8217;art. 21 dell&#8217;ordinamento penitenziario, il permesso di riavere una vita dalle 9 alle 19.</p>
<p>Il <em>&#8220;bel Renè&#8221;, </em>sulla cui vita <strong>Michele Placido </strong>sta girando un film con <strong>Kim Rossi Stuart </strong>nei panni del criminale, alla tenera età di 60 anni proverà a condurre una vita normale, nonostante 40 anni di carcere duro, interrotti solo da un paio di evasioni parzialmente riuscite. Chissà ora i moralisti social-democratici! che all&#8217;occorrenza dimenticano che la funzione del carcere, più che punitiva, tenta di essere rieducativa. Sempre, in questi casi, <strong>Cesare Beccaria </strong>è solo un vecchio letterato che nessuno ricorda più e <em>Dei delitti e delle pene</em> diventa un lungo elenco di chise moraliste, unghie incarnite e calli sotto gli alluci.</p>
<p>Ovviamente, la mia non è una apologia del reato. Piuttosto, cerco di ridimensionare la moralità del giudizio con i confini dei dati di fatto. Voci di gran lunga più autorevoli della mia si sono pronunciate nella stessa direzione. Tra queste, quella di <strong>Massimo Fini</strong>, il quale scrisse ben due lettere per richiedere la grazia di Vallanzesca: una il 29 Settembre 1995, indirizzata all&#8217;allora Presidente della Repubblica <strong>Oscar Luigi Scalfaro</strong> e pubblicata su <em><a href="http://www.ilribelle.com/archivio-editoriali-fini/2009/1/19/presidente-conceda-la-grazia-a-vallanzasca.html" target="_blank">L&#8217;Indipendente</a>; </em>l&#8217;altra il 31 dicembre 2009 indirizzata all&#8217;attuale Presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong>, pubblicata da<em> <a href="http://www.ilribelle.com/archivio-editoriali-fini/2010/1/5/vallanzasca-grazia-per-il-bandito-onesto.html" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a>.</em></p>
<p><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://images.milano.corriereobjects.it/gallery/Milano/2010/03_Marzo/vallanzasca/1/img_1/VAL_15_672-458_resize.jpg" alt="" width="350" height="242" />Fini, che è &#8211; a differenza di molti suoi &#8220;colleghi&#8221; &#8211; una persona coerente, già si espresse con <em>&#8220;simpatia&#8221; </em>nei confronti dell’ex leader della <strong>banda della Comasina, </strong>la <em>Batteria, </em>in un articolo del lontano Agosto 1987,<em> </em>definendolo un <em>&#8220;bandito leale&#8221;</em> perché &#8220;<em>anche se gangster, è un uomo che si assume le proprie responsabilità in una società di camaleonti dove i più protervi lottizzatori si dichiarano contro la lottizazione, gli assenteisti più spudorati contro l&#8217;assenteismo, dove la questione morale viene sbandierata da coloro che fino a ieri rubavano e dove la colpa è sempre del compagno di banco&#8221; </em>(<em>Il Conformista, </em>Marsilio Tascabili 2008, pag. 71-73)<em>. </em>Vallanzasca è, invece, un uomo che dice <em>&#8220;Si, sono stato io&#8221;</em>, che ha scarcerato innocenti accusati di colpe che erano le sue, che non cerca di ingraziarsi i giudici con dichiarazioni tanto eclatanti quanto fasulle e che non cerca di conquistare il favore dell&#8217;opinione pubblica accusando spudoratamente la magistratura di <em>complottismo, </em>come molti negli ultimi anni hanno imparato a fare.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://images.milano.corriereobjects.it/gallery/Milano/2010/03_Marzo/vallanzasca/1/img_1/VAL_01_672-458_resize.jpg" alt="" width="350" height="255" />Vallanzasca è quell&#8217;uomo che, il giorno del suo arresto nel &#8217;77, rispose a chi gli chiedeva se si sentisse vittima della società: &#8220;<em>Non diciamo cazzate&#8221;. </em>Quello stesso uomo che oggi afferma: <em>&#8220;Mi chiedete se ho sbagliato? Sarei un cretino se dicessi il contrario&#8221; </em>e che ai ragazzi <em>difficili</em> che incontra per volontariato spiega che  <em>&#8220;non vale affatto la pena mettersi nei guai. Qualcuno mi dice che sono un mito. Rispondo loro  che un mito che si fa 40 anni di galera è un mito idiota, e che di miti  non devono averne, perché i miti sono pieni di debolezze&#8221;.</em></p>
<p>Forse, più che ai ragazzi, il Vallanzasca dovrebbe dare lezioni di <strong>moralità </strong>ai loro padri: ai dottor <strong>Bruno Tassan Din</strong> condannato a quattordici anni e mezzo di  reclusione per il crack del Banco Ambrosiano e a piede libero; ai <strong>Carlo De Benedetti</strong>, condannato a sei anni e mezzo per lo  stesso reato incolume da ogni accusa: anzi, all&#8217;occasione accusatore dalle pagine dei sui giornali; ai <strong>Mokbel </strong>dell&#8217;alta finanza; ai <strong>Silvio Berlusconi </strong>prescritti per decreto legge; ai <strong>D&#8217;Alema </strong><em>facci-sognare </em>seduti in Parlamento.</p>
<p>Come dice bene Fini, Vallanzasca è <em>&#8220;un bandito onesto in una società dove, troppe volte, gli onesti sono dei banditi&#8221;. </em>E ad una società che risulti tale è difficile sottrarre i capri espiatori.</p>

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		<title>Ripensare l&#8217;Uomo</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 12:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Luigi Bosco su Filosofipercaso) Tutta colpa del pollice opponibile Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: controllo. Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un elemento del tutto al vedere il tutto come insieme [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/431b230668e70fe8910b7ff839caa973_medium.png" alt="" width="425" height="337" /></p>
<p style="text-align: right;">(di <strong>Luigi Bosco</strong> su <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/22347275/Ripensare+l%E2%80%99Uomo" target="_blank"><strong>Filosofipercaso</strong></a>)</p>
<p><strong>Tutta colpa del pollice opponibile</strong></p>
<p>Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: <strong>controllo</strong>.</p>
<p>Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un <em>elemento del tutto </em>al vedere il <em>tutto come insieme di elementi</em> a sua disposizione. Iniziò a modificare il corso naturale degli eventi attraverso l’utilizzo dei suoi <strong>artifici </strong>sempre più “<em>ingombranti</em>” e il mondo divenne una sua <strong>appendice</strong>: nacque la <strong>scienza</strong>, la <strong>tecnica</strong> e la <strong>tecnologia</strong>. L’esigenza di comunicare spinse l’uomo a costruirsi un sistema fatto di <em>simboli </em>e <em>significati </em>attraverso cui scambiare messaggi e informazione: nacque il <strong>linguaggio</strong>, in tutte le sue accezioni.</p>
<p>La maggiore facilità con cui l’uomo riuscì a mantenersi in vita generò un “<em>disavanzo</em>” di tempo che egli iniziò a dedicare all’esercizio del <strong>pensiero</strong>. Con il pensiero, l’uomo passò dall’essere un <em>“ente posto in”</em> al sentirsi una <em>“identità posta su”</em> un sistema di esistenze. Fu così che <strong>l’uomo trovò se stesso perdendo la testa</strong>.</p>
<p>Allora iniziò il mondo così come lo conosciamo. L’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, conobbe il potere della proiezione degli eventi: nacquero lo <strong>spazio </strong>e il <strong>tempo</strong>. Passò dal sopravvivere al vivere, al vivere meglio, al vivere sempre meglio: nacque il <strong>progresso</strong>, e il presente sostò all’ombra del futuro, e il passato fu un baule pieno di ricordi da dimenticare, da rimestare con la svogliata nostalgia di quella parte di se stessi che si è appena perduta mentre si stava guardando avanti.</p>
<p>Fu così che l’uomo iniziò ad <strong>antropomorficizzare </strong>la realtà: impegnato com’era a vivere, dimenticò la <strong>morte</strong>, mentre il presente si deformava in una orribile smorfia schiacciato dal peso di un futuro – tempo infinito e inesistente – che avrebbe avuto il compito di farlo sorridere, un giorno.</p>
<p>L’evoluzione del pensiero dell’uomo andò di pari passo con quella della sua <strong>cono-scienza:</strong> quanto più la realtà veniva identificata, tanto più il pensiero astraeva da essa, fino a spingersi oltre i confini dell’ignoto, allargando sempre più il tessuto della <strong>trascendenza</strong>.</p>
<p>Tanti furono i “<em>mondi</em>” prima esplorati e poi partoriti dalla mente dell’uomo: la <strong>Scienza </strong>e la <strong>Filosofia</strong>, <strong>Dio </strong>e la <strong>religione</strong>, la <strong>Natura </strong>e la <strong>Tecnica</strong>. Ma tutte queste esplorazioni e questi parti nacquero dai due più grandi <strong>aborti </strong>del genere umano, che tutt’ora sopravvivono al grembo che li accolse: l’<strong>Identità </strong>e la <strong>Libertà</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><code><img src="http://www.stroboscopio.com/wp-content/plugins/flash-video-player/default_video_player.gif" /></code></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>L’identità</strong></p>
<p>Ogni esistenza si differenzia non in termini <em>quantitativi</em>, né in termini <em>qualitativi</em>. Piuttosto, la differenza è in termini di <strong>presenza a se stessa.</strong> Una pietra non esiste <strong>né più né meno</strong> che un gatto. Un albero non esiste <strong>né meglio né peggio</strong> di un uomo. Ciò che fa la differenza è quello che viene comunemente definito come <strong>coscienza</strong>. Meglio ancora se si parla di <strong>coscienza di coscienza</strong>, ovvero la capacità di una esistenza di essere presente a se stessa. La coscienza di coscienza, nei termini in cui a noi è conosciuta, è una caratteristica precipua dell’essere umano. Lasciamo, quindi, stare pietre alberi e gatti.</p>
<p>Come dicevamo, l’uomo non è solo cosciente, ma è anche cosciente di essere cosciente. Questo determina i confini di quella che noi conosciamo come <strong>Identità</strong>, che ci regala la nostra unità separandoci da tutto il resto. Tale “<em>separazione</em>” produce uno scarto tra l’uomo e il mondo. Tale scarto è il <strong>TEMPO</strong>. Ora, mentre un animale semplicemente cosciente si sentirà una <em>parte-del-tutto</em> e si preoccuperà di salvaguardare la “porzione” di <strong>presenza </strong>che gli è stata riservata, un uomo cosciente della sua coscienza si sentirà <em>una parte-nel-tutto</em> e andrà oltre la sua presenza. Egli procurerà di conservare la sua <strong>PERMANENZA</strong>, costruendosi convenzionalmente <em>un-posto-nel-mondo</em>. In questo senso, l’uomo vive come vivrebbe un dio che non sappia cosa fare di se stesso: non riconoscendo la sua <em>funzione-col-mondo</em>, si affanna a cercare una possibile <em>funzione-nel-mondo</em>. Come fa tutto ciò? Con l’affermazione della sua propria identità, ovvero di quella stessa funzione da cui tutto è partito, da quel muro che lo ha separato da tutto il resto illudendolo con la sensazione di essere parte di se stesso.</p>
<p>La principale e peggiore caratteristica dell’identità è il suo bisogno di <strong>coerenza</strong>, capace di trasformare l’uomo in un animale che si prenda troppo sul serio. Tale coerenza viene raggiunta e mantenuta attraverso la reiterazione di una serie di comportamenti e la ragione che li giustifica logicamente. La possibilità del cambiamento viene in tal modo ristretta, se non del tutto preclusa, a favore dell’autoconservazione della propria identità. Rimaniamo così immobili, impossibilitati nel muoverci dal nostro titanismo, a cui la nostra identità ci soggioga.</p>
<p>Ma siamo davvero noi a scegliere chi siamo?</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><code><img src="http://www.stroboscopio.com/wp-content/plugins/flash-video-player/default_video_player.gif" /></code></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>La libertà</strong></p>
<p>Credo di non sbagliare se affermo che la più grande libertà di una qualsiasi esistenza è la <strong>libertà di essere</strong>. Però, io non posso scegliere di esistere o meno, semplicemente: esisto. Credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. La domanda è: il fatto di non poter scegliere di esistere non pregiudica già di per sé l’esercizio ed il concetto stesso di libertà? Non è l’essere già “<em>schiavo</em>” della sua stessa esistenza? Non è la libertà di un uomo inteso in tal senso simile a quella di uno schiavo che può scegliere se farsi piacere o no stare al servizio del suo padrone?</p>
<p>L’uomo non è libero perché esiste senza sceglierlo, così come l’Essere non è libero perché esiste senza sceglierlo. Potrei anche affermare che, in questo senso, la <strong>libertà stessa non solo non esiste ma non è libera</strong>.</p>
<p>Da un punto di vista puramente logico, la libertà presuppone una scelta e degli oggetti di scelta. L’atto della scelta presuppone che esista qualcuno/qualcosa che scelga tali oggetti di scelta che, a loro volta, devono esistere (concretamente o idealmente nella mente di chi sceglie). Tutto quanto ruota attorno alla libertà prevede un’esistenza che sceglie. Ora, un’esistenza può compiere potenzialmente qualunque scelta tranne quella di esistere, poichè qualcosa che non esiste non può scegliere. E, però, allo stesso tempo è proprio ciò che non esiste ad essere a tutti gli effetti libero. Quindi, non credo di sbagliarmi se dico che <strong>la libertà non esiste</strong>, oppure che la libertà <em>è </em>non esistere. O, ancora meglio, che l<strong>a libertà è non sapere di esistere</strong>, annullarsi in quel <strong>Nulla </strong>che altro non è se non il <strong>Tutto senza coscienza</strong>.</p>
<p>Nemmeno posso scegliere di perpetrare la mia esistenza, poiché presto o tardi sopraggiunge la morte. A questo punto, quella che potremmo definire in termini trascendentali (a me poco congeniali) come <strong>Libertà Assoluta</strong> è concettualmente un equivoco che andrebbe abbandonato per concentrarsi su un altro tipo di libertà più “<em>contingente</em>”. L’unica libertà di cui possiamo parlare è tutta “<em>umana</em>” e altro non è se non il risultato di un incrocio di circostanze ed eventi passati, presenti e futuri che determinano una particolare condizione. In maniera più ampia, tale processo potrebbe essere identificato con la <strong>Storia</strong>. Ciò che noi crediamo siano nostre scelte, frutto del nostro libero arbitrio, altro non sono che il susseguirsi di cause ed effetti determinati da fattori esterni e da fattori interni a loro volta influenzati dai primi. Le nostre sono scelte che sicuramente prevedono una nostra responsabilità, senza per questo lasciare spazio ad alcuna libertà. Se vi è una libertà, questa è la libertà di azione, la quale non è in grado di determinare assolutamente la direzione di tale azione.</p>
<p>Generalmente, l’uomo quotidiano non è cosciente (o fa finta di non esserlo) di questa mancanza di libertà e della assurda inutilità del suo esistere fine a se stesso e si ostina a porsi degli scopi e degli obiettivi, si lascia tediare dal pensiero dell’avvenire, giustifica i suoi comportamenti ed agisce di conseguenza. Si crogiuola nel trascendente, si nutre di speranza, sempre accondiscendente all’<strong>Etica </strong>che si è costruito.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Ripensare l’Uomo</strong></p>
<p>Mi chiedo se non sia giunto il momento di <strong>ripensare l’Uomo,</strong> ridimensionando concetti quali “<em>identità</em>”, “<em>sé</em>”, “<em>uomo</em>”, “<em>Bene</em>”, “<em>Male</em>”, “<em>Trascendente</em>”, “<em>Oltre</em>”, per poter finalmente vivere non con un <strong>atteggiamento fattivo</strong>, bensì con un<strong> sentimento partecipativo</strong> di un processo che ci trascende fintanto che esistiamo e che ci concerne quando ormai non siamo più; senza più quell’insensata esigenza di costruirci una trascendenza della contingenza in un disperato tentativo di conservare la nostra identità anche quando non sapremmo più cosa farcene. Forse, in questo modo, esistere potrebbe assumere altri significati, le scelte altre direzioni, i fini altri pesi, le attività altri aspetti, le priorità altri valori. Forse, ci sarebbe ancora la possibilità di capire che smettere di esistere può significare tornare a far parte di quel tutto che si è vissuto senza poter farne parte e, chissà, l’uomo potrà finalmente anche<strong> imparare a morire</strong>.</p>
<p>Nell’attesa che ciò accada, mi consolo con l’<strong>arte</strong>, l’unica a saper meglio rappresentare <strong>la nostalgia di quell’assurdo a cui fingiamo di non appartenere</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><object style="width:600px;height:424px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=100126170818-6d0e3e6d4c4546bab45a1df80b7d235f&amp;docName=1956ultimadomandaasimov&amp;username=Stroboscopio&amp;loadingInfoText=L'ultima%20domanda%2C%20Asimov&amp;showFlipBtn=true&amp;backgroundColor=FFFFFF&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" style="width:600px;height:424px" flashvars="mode=embed&amp;documentId=100126170818-6d0e3e6d4c4546bab45a1df80b7d235f&amp;docName=1956ultimadomandaasimov&amp;username=Stroboscopio&amp;loadingInfoText=L'ultima%20domanda%2C%20Asimov&amp;showFlipBtn=true&amp;backgroundColor=FFFFFF&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml" allowfullscreen="true" menu="false" /></object></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Per chiunque voglia partecipare, la discussione è aperta sul sito che ospita l&#8217;articolo &#8211; <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/22347275/Ripensare+l%E2%80%99Uomo" target="_blank"><strong>Filosofipercaso. </strong></a>Ogni parere, appunto o obiezione sarnno benvenuti.</p>

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		<title>Gialli Mondadori: caso (ir)risolto</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 14:49:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Alan D.]]></category>
		<category><![CDATA[Gialli Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Costanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Altieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Agiornamento 2 Marzo 2010, ore 17.20: Ovviamente, dopo averlo scritto, sono andato a postare il link dell&#8217;articolo nel blog dei Gialli Mondadori, blog in cui è in atto (da qualche tempo) un po&#8217; di censura ai commenti degli utenti che non siano &#8220;Faccio i miei migliori auguri al grande e famoso nuovo direttore&#8221; e sbavataggini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Agiornamento 2 Marzo 2010, ore 17.20:</strong> Ovviamente, dopo averlo scritto, sono andato a postare il link dell&#8217;articolo nel blog dei Gialli Mondadori, blog in cui è in atto (da qualche tempo) un po&#8217; di censura ai commenti degli utenti che non siano &#8220;Faccio i miei migliori auguri al grande e famoso nuovo direttore&#8221; e sbavataggini varie. Ovvio, è un blog di letteratura che vuole rimanere fuori da beghe politiche e/o massoniche. Ma se è davvero così, farebbero bene a cambiare il loro nuovo direttore. Comunque, il mio commento è scomparso, assieme a quello di un altro utente che rispondeva alla &#8220;provocazione&#8221;. C.V.D.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p style="text-align: center;">
<hr style="width: 600px;" />
<p><br class="spacer_" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://www.ilribelle.com/storage/immagini-articoli/persone/maurizio-costanzo.jpg?__SQUARESPACE_CACHEVERSION=1267437939608" alt="" width="350" height="274" />Il Dott. <strong>Maurizio Costanzo*</strong> (dottore si fa per dire: l&#8217;unico straccio di Laurea che è riuscito a conseguire gli è stato offerto &#8220;honoris causa&#8221; (?) dall&#8217;Università IULM) già  membro della<strong> loggia massonica</strong><strong> Propaganda 2</strong> (tessera 1819), Professore alla  <strong>Facoltà di Scienze della Comunicazione </strong>dell&#8217;Università  <strong>La Sapienza</strong> di  Roma, <em>padre-padrone</em> del <strong>Teatro Parioli</strong> di Roma, direttore artistico  del <strong>Brancaccio </strong>di Roma, gestore della <strong>Fondazione  Teatro di Latina</strong> e del<strong> Todi  Arte Festival</strong>, fondatore di <strong>diverse aziende specializzate nella comunicazione mediatica e   nell&#8217;immagine personale</strong> e di una <strong>società di produzione</strong>,  la <strong>Fascino</strong>, nonchè <strong>consulente </strong>nei più diversi ambiti che vanno dai <strong>programmi televisivi</strong> (<em>Palco e  retropalco</em>), agli  <strong>enti pubblici</strong> (il  Comune di <strong>Roma</strong>), agli <strong>incarichi di stato</strong> (il ministro  delle  Comunicazioni <strong>Paolo Gentiloni</strong> lo ha ad esempio nominato  &#8220;<em>consulente  &#8216;esperto&#8217; del digitale terrestre</em>&#8220;), è di recente diventato <a href="http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2010/03/01/maurizio-costanzo-scrive-ai-lettori-del-giallo-mondadori/" target="_blank"><strong>Direttore Responsabile Gialli Mondadori</strong></a>, una delle realtà editoriali italiane più storiche e significative.</p>
<p style="text-align: justify;">La nomina di Costanzo a Direttore Responsabile Gialli Mondadori ha visto <strong>Sergio &#8220;Alan D.&#8221; Altieri</strong> fare un passo indietro verso la poltrona di <strong>editor </strong>della stessa collana (o a non fare il passo avanti verso una posizione di maggiore responsabilità). E pensare che solo un paio di mesi fa (26 Dicembre 2009) il povero Altieri scriveva sul <a href="http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2009/12/26/editoriale/" target="_blank"><strong>blog della collana:</strong></a></p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Il 2010 segnera’ il mio quinto anno quale  Direttore Editoriale del Giallo Mondadori. Da responsabile di tali e  tante scelte editoriali, non posso che ritenermi onorato e lusingato di  poter continuare la tradizione iniziata dal grande Alberto Tedeschi e  continuata da straordinari uomini e donne di editoria quali Oreste del  Buono, Laura Grimaldi, Gianfranco Orsi, Lia Volpatti&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://www.fantascienza.com/blog/stranoattrattore/wp-content/uploads/2009/07/alan-d-altieri.jpg" alt="" width="350" height="233" /></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo<em>, </em>la sua avventura alla testa di questo longevo marchio (80 anni di vita) è terminata. Eppure il <strong>curriculum</strong>** del dottor Altieri (lui si, dottore in ingengneria meccanica) mi pare di tutto rispetto: vissuto per molti anni a cavallo tra gli Stati Uniti d&#8217;America e Milano, è <strong>scrittore</strong>, <strong>traduttore </strong>e <strong>sceneggiatore</strong>. Autore di diversi romanzi e sceneggiature per cinema e TV, collabora con il produttore <strong>Dino de Laurentiis</strong> e lavora con varie mansioni ai film <strong>Atto di forza</strong>, <strong>Conan il distruttore</strong>, <strong>L&#8217;anno del dragone</strong> e <strong>Velluto blu</strong>. Contemporaneamente, Altieri lavora come traduttore, traducendo importanti autori quali <strong>Andy McNab</strong>, <strong>David Robbins,</strong> <strong>Stuart Woods</strong>; traduce anche i primi due volumi del <strong>Preludio a Dune </strong>scritti da <strong>Brian Herbert</strong> e <strong>Kevin J. Anderson</strong>, le Cronache del ghiaccio e del fuoco, la saga fantasy di George R. R. Martin; per i <strong>Meridiani Mondadori</strong> ha tradotto i racconti di <strong>Raymond Chandler</strong> e i romanzi di <strong>Dashiell Hammett.</strong> Costanzo, invece, sembra essersi cimentato con la scrittura di 15 racconti gialli ambientati nel mondo della televisione, raccogliendo la &#8220;sfida&#8221; lanciatagli da nientepopodimenoché <strong>Alfonso Signorini </strong>(si, proprio quello di “<strong><em>Chi</em></strong>” e “<strong><em>TV Sorrisi e Canzoni</em></strong>”).</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, a parte chiedermi cosa spinga Altieri a rimanere lì dov&#8217;è (e non venite a dirmi che è per  amore della Letteratura che mi girano i birilli), mi domando cosa diavolo abbia a che fare Maurizio Costanzo con i gialli della Mondadori (genere che, a detta sua, gli è poco familiare) e, soprattutto, dove mai troverà il <strong>tempo </strong>per dirigere <strong>anche </strong>questa eredità storica che miracolosamente siamo riusciti a conservare (anche se nel <em>baule </em>sbagliato).</p>
<p style="text-align: justify;">Per chi ami questionarsi sullo stato della Letteratura italiana: si, credo ci sia qualcosa che non va.</p>
<p style="text-align: right;">Luigi B.</p>
<p style="text-align: justify;">*Le informazioni sugli incarichi di Maurizio Costanzo sono state estratte da un articolo di <strong>Giuseppe Carlotti </strong>su <strong><a href="http://www.ilribelle.com/quotidiano/2010/3/1/sanremo-quando-costanzo-ci-mette-il-tentacolo.html?SSLoginOk=true" target="_blank">La Voce del Ribelle</a>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">**Il curriculum di Sergio Altieri è stato riassunto facendo riferimento alla sua pagina su <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alan_D._Altieri" target="_blank"><strong>Wikipedia</strong></a>.</p>
<blockquote style="text-align: justify;">
<blockquote style="text-align: justify;">
<blockquote style="text-align: justify;">
<blockquote style="text-align: justify;"><p style="text-align: justify;"><em><br />
 </em></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
</blockquote>
</blockquote>
</blockquote>
</blockquote>

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		<title>Grazie a dio, mi hanno licenziato</title>
		<link>http://www.stroboscopio.com/grazie-a-dio-mi-hanno-licenziato/2010/02/18/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 14:24:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[licenziamento]]></category>
		<category><![CDATA[mestiere]]></category>
		<category><![CDATA[schiavitù]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[Fabbricare fabbricare fabbricare Preferisco il rumore del mare Che dice fabbricare fare e disfare Fare e disfare è tutto un lavorare Ecco quello che so fare. (Dino Campana) L’attività del lavoro è strettamente legata all’attività della vita. Non alla vita dell’uomo nello specifico, piuttosto alla vita in sé: l’uno implica l’altra e viceversa. La vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;"><em>Fabbricare fabbricare fabbricare</em></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;"><em>Preferisco il rumore del mare</em></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;"><em>Che dice fabbricare fare e disfare</em></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;"><em>Fare e disfare è tutto un lavorare</em></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;"><em>Ecco quello che so fare.</em></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;">(Dino Campana)</span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 331px"><img style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/35/Tiziano_-_S%C3%ADsifo.jpg/535px-Tiziano_-_S%C3%ADsifo.jpg" alt="" width="321" height="359" /><p class="wp-caption-text">&quot;Sisifo&quot; - Tiziano, 1548</p></div>
<p style="text-align: justify;">L’attività del <strong>lavoro </strong>è strettamente legata all’attività della <strong>vita</strong>. Non alla vita dell’uomo nello specifico, piuttosto alla vita in sé: l’uno implica l’altra e viceversa. La vita stessa è lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>lavoro</strong> – da <em>làbor</em>, fatica – è principalmente un concetto fisico definito come la <strong>forza</strong> associata ad uno <strong>spostamento</strong>, dove la prima è il risultato dell’interazione che ha come prodotto il secondo, attraverso il cambiamento dello stato di <strong>quiete</strong> o di <strong>moto</strong> di un corpo ottenuto grazie all’impiego di <strong>energia</strong> verso una determinata <strong>direzione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto quanto esiste, dunque, non è che il prodotto del dispendio di energia necessario perché tale esistenza sia possibile. Dall’albero alla pietra che giace ai piedi delle sue radici, dal gatto sul divano all’uomo che gli è accanto fissando il televisore: tutto questo è lavoro, per il semplice fatto di <strong>esserci</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio come una pianta, una pietra o una bestia qualsiasi, anche l’uomo, ai suoi albori, lavorava per esistere. Poi, un giorno accadde che il lavoro divenne <strong>mestiere</strong> – da <em>ministerium</em>, officio o servigio. La società divenne sedentaria, ci fu la suddivisione dei ruoli e le persone passarono dall’appellarsi con i nomi delle regioni di provenienza o occupati, al riconoscersi con i nomi dei propri mestieri (molti dei cognomi correnti possiedono entrambe le origini). Iniziò, quindi, una <strong>identificazione</strong> dell’individuo con il proprio mestiere, cioè con il modo in cui tale individuo <strong>esisteva</strong>, ovvero con la sua <strong>ragione di vita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una identificazione con il proprio mestiere tramandatasi sino ai nostri giorni, in cui (raramente) si assiste al gesto disperato del suicidio e (più frequentemente) al sopravviversi depresso di coloro i quali hanno perso il loro mestiere, la loro ragione di vita: la loro <strong>identità</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mestiere contemporaneo, concettualmente equivoco quando lo si definisca lavoro, ha raggiunto dei livelli di sublimazione e intellettualizzazione impensabili fino a qualche centinaio di anni fa. Un percorso di sublimazione che è andato di pari passo all’accrescersi del livello di astrattismo del pensiero dell’uomo il quale, avendo a disposizione una maggior quantità di tempo a sua disposizione, pensò bene di rivolgere il suo sguardo altrove, verso una supposta trascendenza a cui crede di tendere per ragioni non meglio identificate, ma che io identifico come necessità di superare la sua riconosciuta pochezza – cosa, tra l’altro, che potrebbe benissimo farsi senza quell’inspiegabile sottovalutazione della contingenza e dell’imminenza, ma tant’è. Resta comunque il fatto che anche l’uomo più tracendente è soggiogato dal lavoro per vivere nel mondo e al suo mestiere per sopravvivere alla sua società.</p>
<p style="text-align: justify;">È accaduto, così, che diventasse normale – anche  se con qualche salto logico – che la gente iniziasse ad <strong>identificarsi quasi totalmente</strong> con il proprio mestiere: si è prevalentemente ciò che si fa e, in base a ciò che si fa, si costruisce ciò che si è, i propri desideri, le proprie traiettorie, i propri obiettivi e direzioni su <strong>misura</strong> &#8211; l’unica a non essere la propria, bensì acquisita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro, nell’accezione equivoca moderna di mestiere, è stato oggetto di approfondite indagini da parte dell’uomo: su di esso si è <strong>pensato</strong>, <strong>filosofeggiato</strong>, <strong>narrato</strong>, <strong>cantato</strong>, ma soprattutto <strong>legiferato</strong>. Fino a farne il fondamento costituzionale di alcune repubbliche come la nostra – <strong>Articolo 1 della costituzione</strong>: <em>“L&#8217;Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò, se il lavoro non fosse, di fatto, una schiavitù legalmente istituzionalizzata e socialmente accettata. Già di suo, il lavoro è essenzialmente e concettualmente una schiavitù che tutti gli esseri in vita devono subire se vogliono rimanere tali. In tal caso, però, ci si sta riferendo ad una schiavitù della necessità e, soprattutto una schiavitù utile e paritaria. Quanto sono, invece, necessari, utili e paritari i nostri moderni mestieri? Senza timore di esagerare, oserei dire quasi nessuno. Beninteso, quasi nessuno di essi è necessario alla vita in sé, ma assolutamente determinante per la vita così come abbiamo deciso di viverla, il che non è proprio la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">È una schiavitù ampia, quella del lavoro moderno: ci rende succubi del non tempo, ci impedisce di vivere il presente occupandolo con l’intrasigenza di un futuro che preme alle porte e per cui dobbiamo darci da fare, ci limita negli spazi, determina le nostre decisioni, si insinua subdolamente trai i nostri desideri, decide chi come e dove dobbiamo incontrare, ci obbliga a prendere alcune decisioni tralasciandone altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, soprattutto, ci rende schiavi di noi stessi, della nostra identità costruita attorno al nostro mestiere. Ci obbliga a svegliarci il mattino riconscendoci medici, spazzini, ingegnieri, idraulici e ci impone di andare a letto ricordandocene. Al desiderio oppone la necessità di pensare in funzione di ciò che facciamo come se fosse ciò che siamo e decidere ciò che siamo limitatamente a ciò che facciamo. Ci cataloga, ci etichetta, ci mercifica, ci umilia nella nostra pochezza così come nella eventuale grandezza che ci annoda ad una caviglia. Determina il maggior numero di azioni e gesti della giornata e occupa la maggior parte del nostro tempo, regalandoci un misero week end come se fosse una premio-favore.</p>
<p style="text-align: justify;">Se esiste qualcosa di peggiore a tutto ciò, questo è il nostro bisogno di coerenza, che ci impone di giustificare, sopportare e, nei casi peggiori, apprezzare tutto ciò per poterci sopravvivere. La cosiddetta attitudine ottimistica (di voltairiana memoria, aggiungerei): visto che funziona così, meglio ricavarci qualcosa di buono. È vero che <strong>De Andrè </strong>scrisse che “<em>dalla merda nascono i fior</em>”, ma non è questo il caso, non il contesto. Non può nascere del bello dal brutto, e chi crede sia così è solo una vittima delle misticazioni feiste del proprio tempo, capaci dei più sordidi feticismi anti-estetici pur di preservare il proprio orrore. Ecco dunque che il lavoro diventa <strong>valore. </strong>Ecco che si incontrano General Manager felici, Finanzieri e Economisti entusiasti, call-ceteristi che lottano sui tetti per il proprio lavoro <em>“per non perdere la dignità”</em> (la dignità?&#8230; la dignità?!), e lavoratori di ogni genere e tipo pronti a fare carriera, a determinarsi nel proprio ufficio perdendo la propria identità solo nel quarto d’ora del ritorno a casa, pronti a lottare per un posto di lavoro ad ogni costo (letteralmente ad ogni costo) ed anche sotto costo (in questo caso la dignità la mettono da parte),  felici di applaudire agli ultimi vittoriosi risultati finanziari della propria impresa, frutto di una loro mercificazione. Quanto guadagni è quanto costi. Quanto costi è quanto vali. Quanto vali è il tempo che il mondo che ti accoglie è disposto ad aspettare prima di sbarazzarsi della tua presenza. Non so chi abbia affermato che <em>“il lavoro nobilita l’uomo</em>”, di sicuro non ha letto <em>“Lavorare stanca”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sto pensando su da tempo ma, al momento &#8211; purtroppo, non possiedo una <em>proponibile </em>soluzione alla nostra già misera condizione resa ancor più misera dal modo in cui la viviamo, né so se quanto penso e credo sia corretto, vantaggioso o meglio di ciò che altri pensano o credono. Ciò che so è che la mia identità è salva perché, grazie a Dio, <strong>mi hanno licenziato.</strong></p>
<p style="text-align: right;">Luigi B.<strong><br />
 </strong></p>

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		<title>Piccoli Tartaglia crescono. In Parlamento</title>
		<link>http://www.stroboscopio.com/piccoli-tartaglia-crescono-in-parlamento/2010/02/11/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 10:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È scontro tra il Popolo Padano (Lega) e il Popolo dei Giusti (IDV): volano insulti, qualche pugno e un volume del Regolamento della Camera a Montecitorio. Si vede che il mercatino allestito all&#8217;interno del Palazzo aveva finito le riproduzioni del Duomo di Milano. Il Partito dell&#8217;Amore (Vice Presidente della Camera Lupi) chiama in soccorso i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_10/agricoltura-governo-battuto-camera_cbc8c21c-165e-11df-9e42-00144f02aabe.shtml" target="_blank">È scontro</a> tra il <strong>Popolo Padano</strong> (Lega) e il <strong>Popolo dei Giusti</strong> (IDV): volano <strong>insulti</strong>, qualche <strong>pugno </strong>e un <strong>volume del Regolamento della Camera</strong> a <strong>Montecitorio</strong>. Si vede che il mercatino allestito all&#8217;interno del Palazzo aveva finito le <strong>riproduzioni del Duomo di Milano</strong>. Il <strong>Partito dell&#8217;Amore</strong> (Vice Presidente della Camera <strong>Lupi</strong>) chiama in soccorso i <strong>questori</strong>, troppo tardi per evitare il peggio.</p>
<p>Piccoli <strong>Tartaglia </strong>crescono in <strong>Parlamento</strong>: bisognerebbe rinchiderli tutti. In <strong>manicomio </strong>o in <strong>galera</strong>, non fa alcuna differenza.</p>
<p>(<a href="http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Assemblea?NumeroLegislatura=16&amp;NumeroSeduta=281&amp;IdIntervento=218101" target="_blank"><strong>Qui </strong></a>il <strong>video </strong>relativo all&#8217;episodio. Le telecamere <strong>improvvisamente </strong>si limitano ad un primo piano di Lupi, evitando accuratamente di filmare quanto in sottofondo si può ascoltare. Sono <strong>eloquenti </strong>le espressioni dei volti dei fortunati che compaiono nelle riprese).</p>

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		<title>Se la Letteratura diventa un luogo comune</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 20:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Axolotl Roadkill]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Helene Hegemann]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Helene Hegemann &#8211; nuova stella del panorama letterario berlinese e autrice del già best-seller Axolotl Roadkill &#8211; ha ammesso di aver scritto il &#8220;suo&#8221; romanzo &#8220;saccheggiando&#8221; la rete qui e lì, dopo essere stata accusata di plagio da Deef Pirmasen, autore di un romanzo online a cui la Hegemann più si è &#8220;ispirata&#8220;. Ma è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/41xyqPoHwML.jpg" alt="" width="250" height="379" />Helene Hegemann</strong> &#8211; nuova stella del panorama letterario berlinese e autrice del già best-seller <strong>Axolotl Roadkill</strong> &#8211; ha ammesso di aver scritto il <em>&#8220;suo&#8221;</em> romanzo &#8220;<em>saccheggiando</em>&#8221; la rete qui e lì, dopo essere stata accusata di plagio da <strong>Deef Pirmasen</strong>, autore di un romanzo online a cui la Hegemann più si è &#8220;<em>ispirata</em>&#8220;. Ma è davvero questa la notizia? A mio modo di vedere, <strong>assolutamente no</strong>.</p>
<p>Dietro questa storia, c&#8217;è molto più di una ragazzina (l&#8217;autrice ha solo diciassette anni) smaniosa di atteggiarsi all&#8217;ultima <strong>Virginia Wolf</strong> made in Berlin. Avranno pure un ruolo la <strong>casa editrice</strong>, gli <strong>editor </strong>e la <strong>critica</strong>, o no? Che dire, poi, dell&#8217;artificio derivante dal famoso &#8220;<em>effetto esposizione</em>&#8220;, meglio conosciuto come &#8220;<em>effetto museo</em>&#8220;, tanto studiato dai sociologi: centrerà pur qualcosa, o no?</p>
<p>Dico questo perché credo che questa storia vada al di là della vicenda in sé. Ad esempio, potrebbe rappresentare il lassismo di una <strong>critica </strong>che ha smesso, come parte di quella italiana, di leggere i libri che recensisce. Oppure, se così non fosse, potrebbe voler dire che il <strong>web </strong>è pieno di <strong>scrittori geniali</strong> e <strong>incompresi </strong>almeno tanto quanto <strong>sconosciuti</strong>. Se neanche si fosse d&#8217;accordo su questo, l&#8217;unica cosa che mi rimane da pensare è che <strong>abbiamo seriamente bisogno di rivedere i canoni estetici e stilistici con cui siamo soliti approcciarci alla Letteratura</strong>. Perché, allo stato attuale delle cose, un buon romanzo è quello che <strong>vende più copie</strong>, il <em>Best-Seller</em> appunto. Che è un po&#8217; come dire che il buon scrittore è quello che scrive più libri. Ma così, sappiamo benissimo tutti non essere.</p>
<p>La <strong>Letteratura </strong>sta rischiando di morire schiacciata dal <strong>peso dell&#8217;invadenza</strong> di una <strong>narrativa spicciola,</strong> il cui unico pregio è quello di <strong>adeguarsi perfettamente ai gusti estetici del mercato corrente</strong>. Una letteratura (e non Letteratura) come questa non è più in grado di offrire nulla al mondo che la accoglie. Anzi: dal mondo essa prende gli elementi che non è più capace di creare, reinventare, proporre, e si limita a raccontarli, a volte con romanticismo e buonismo altre con piglio più lucido e sadico, riempiendo pagine e pagine di <strong>retorica e messaggi edificanti non richiesti</strong>, perdipiù scritti male. E ci ritroviamo pieni di &#8220;<em>fiction</em>&#8221; in biblioteca così come in TV. Come se la vita che abbiamo, così com&#8217;è, ci piacesse così tanto che sentiamo la necessità di ripetercela, rivivendola ogni volta nelle pagine di un libro. Oppure è la definitiva sconfitta dell&#8217;immaginazione, la bandiera della realtà piantata nella testa cava del sogno. Realtà a cui sempre più uomini sembrano adeguarsi con sempre maggiore facilità e velocità, perché, in fin dei conti, è quel che c&#8217;è. Ma dov&#8217;è quella <strong>Letteratura </strong>che <strong>re-inventa</strong> la realtà? Dove quella che <strong>ri-pensa</strong> l&#8217;uomo e la sua inutile presenza su questo mondo?</p>
<p>Della <strong>Hegemann</strong> mi hanno colpito molto le due dichiarazioni/giustificazioni rilasciate <strong> </strong>in risposta alle critiche giunte un po&#8217; da tutte le parti. La prima è <em>&#8220;L&#8217;originalità in ogni caso non esiste più, solo l&#8217;autenticità&#8221;</em>, come dire: la Letteratura è morta, non possiamo che ripeterci e sperare di vedere il nostro nome sotto il titolo di un romanzo che non abbiamo scritto. La seconda è <em>&#8220;Credo che il mio comportamento e il modo di lavorare sia stato del tutto  legittimo; non mi faccio rimproveri, ciò può dipendere anche  dall&#8217;ambiente dal quale provengo e nel quale si cerca l&#8217;ispirazione un  po&#8217; dappertutto&#8221;</em>, definendo gli scrittori (futuri o attuali) del suo ambiente (quindi anche della sua generazione) come degli amanti del decoupage.</p>
<p>Tra le due, ciò che più mi spaventa è la possibilità che possa aver ragione, anche alla luce di alcuni &#8220;best-sellers&#8221; che hanno abitato e tutt&#8217;ora abitano gli scaffali delle nostre librerie.</p>
<p style="text-align: right;">Luigi B.</p>

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