“La realtà è un animale corrotto. Se lo curi ti corrompe.”another quote »

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10
Aug 10

Antologia “Poetarum Silva”: Alessandro Assiri

Il linguaggio di Alessandro Assiri è semplice, misurato. Il gioco poetico dei suoi componimenti si sviluppa quasi totalmente a livello sintattico, attraverso una struttura capace di unire in maniera impercettibile il passaggio logico al salto pindarico, con un utilizzo mimetico della metafora all’interno di un discorso che dà l’impressione di lesinare le parole. Più che dal classico “lavoro a togliere”, è dal bisogno di essenzialità che a me sembra nascano direttamente i versi di questo poeta. Ed è proprio grazie a questi versi “scarni” che la poesia di Assiri guadagna in immediatezza: ogni verso è un suggerimento, un indizio ben preciso a cui segue il successivo; sta al lettore tenere il passo, unire i puntini per ritrovarsi sorpreso di fronte ad una figura scolpita nella carta, dal taglio netto, sincero nonostante una considerevole dose di ambiguità. Se le poesie di Assiri fossero un romanzo non avrebbero trama, ma solo un lungo colpo di scena. Come sassi levigatissimi, viaggiano veloci privi di attrito, raggiungendo prima il colpo.


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io non vado, ti anticipo
non lascio, preparo
ogni passione è a primavera,
quando la vita dovrebbe sbocciare
invece spesso si infligge,
passione è farsi uomo
dove non occorre nulla
per descriversi
difendersi senza cambiarsi il nome


*


Se ti immagino salire
vedo la fatica
di dar le spalle al mare,
ma poi ripenso che tutto nasce
da un digiuno
e che si mangia per tradire.
Il resto è farsi mondo
che poi è il rischio nostro
di scoprire il letto vuoto,
di domenica quando i giochi sono fatti
ma adesso che si è compiuto quasi tutto
e ogni padre fa supplenza,
siamo ancora schiavi tra gli schiavi
naufragati nel ritorno
quando somigli sempre meno


*


è una sera da dietro,
dove il tuo viso
è una misura per i vivi
e tutto il tempo
che si prende i lunedì
lo riduco a barchette
o a raffreddori
che sono solo scuse
per non andare a vela
e far finta che ci sia il motore
rottamo qualche inizio al giorno,
il nuovo mi disturba
approfondisce troppo il niente
chi scrive lo fa per non marcire
e allora ci contiamo
per sembrare meno,
un intermezzo di continua
a ridarci il benvenuto




Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962, vive nel Trentino. Ha pubblicato, per Aletti Editore, Morgana e le nuvole (2004) e Il giardino dei pensieri recisi (2006). Per Lieto Colle ha pubblicato Modulazione dell’empietà (2007) e Quaderni dell’impostura (2008). Con Chiara De Luca ha pubblicato, per Fara Editore, Sui passi per non rimanere (2008). Co-curatore del progetto Poeti a Nord-Est che si occupa di creare sinergie tra artisti prevalentemente del territorio e di portare la parola poetica all’interno delle scuole, con seminari e dibattiti. Fa parte della redazione della Kolibris Edizioni e del comitato editoriale di Opera prima. Collabora con riviste cartacee e telematiche. Promotore del Festival “Terzolas in poesia”.
È rintracciabile su http://www.lettereanessuno.splinder.com/


6
Jul 10

Taxi Driver (o l’umanità sconfitta allo specchio)

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«You talkin’ to me? You talkin’ to me?» dice Travis Bikle (Robert De Niro) nel colmo della sua solitudine psicotica, allo specchio, in un passaggio del suo percorso di trasformazione da soggetto storico a oggetto ludico, registrato dalle cineprese di Scorsese .

Taxi Driver (1976) è un concentrato di umanità che impregna ogni singolo fotogramma della pellicola: non solo perché nello stesso macchinone giallo – «uno di quelli con gli scacchi» – salgono puttane, avvocati, uxoricidi, vecchi, zimbelli della città e futuri presidenti degli Stati Uniti d’America; non solo perché il parabrezza del taxi è una finestra aperta sull’indifferenza metropolitana, sulla frenesia dei semafori appesi come magoni agli incroci della città, sulla violenza con cui il caso fa scontrare le vite con incontri fortuiti dell’ultim’ora; ma perché in un unico individuo – un tassista ventiseienne, ex marine reduce dal Vietnam, frustrato ed insonne – l’umanità intera raggiunge l’apice delle sue contraddizioni, dei suoi desideri di superamento, delle sue idiosincresie, dei suoi tic, esplodendo in un orgia di o-scene concatenazioni di eventi che si risolveranno in un totale riassorbimento dell’esasperazione entro gli argini della realtà.

Trevis ha un diario sul quale appunta piccoli sforzi quotidiani di identità che galleggiano solitari e singolari nell’accecante alienazione dei giorni. L’8 giugno scrive: «La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita [...] non c’è scampo: sono nato per essere solo [...] Oggi è l’8 giugno. La mia vita ha preso di colpo un’altra piega. I giorni passavano senza niente di nuovo, uno dopo l’altro.  Impossibile distinguerli, tutti uguali tutti in fila. Poi, all’improvviso, ecco il cambiamento.» Da questo momento, Trevis smetterà di scrivere il suo diario, come prova definitiva del suo desiderio di passare da spettatore ad attore di una vita che si trascina stancamente da ormai troppo tempo.

Trevis sente il bisogno epico di un gesto altrettanto epico, assoluto, decisivo, in grado di riscattare gli affondi e i colpi bassi della vita ricevuti rimanendo seduto, tra lo stoico e l’inebetito, sul sedile del suo taxi: tutte le puttane che non è riuscito a salvare dai papponi affettuosamente intransigenti, gli assassini che ha atteso con il tassametro acceso e riaccompagnato a casa, i barboni dementi che ha visto trascinare per le braccia sui marciapiedi in pieno giorno ad un semaforo rosso, l’ingratitudine delle donne, la falsità dei politici.

Al telefono con Betsy, che non vuole più rivederlo, Trevis vive il suo dramma personale che occupa, in quel momento, l’intera sua presenza storica di quel momento, quello stesso istante in cui le cineprese si spostano su un corridoio vuoto che termina in una porta aperta sulla strada, dove macchine e persone continuano a passare, ignare o indifferenti. Trevis non trova un alleato nemmeno in Iris (Jodie Foster), prostituta tredicenne in arte Facile, che ammette serenamente di volersi sottrarre dai suoi sfruttatori solo quando è “fatta”. Come se, in un eccesso di coscienza, la lucidità le fornisse sempre buoni e validi motivi per continuare senza rischiare di essere schiacciata completamente dall’alienazione dei suoi atti.

Ecco, un po’ come Iris, l’umanità è una puttana convinta di poter smettere quando vuole, incapace di trovare una valida ragione per farlo.

Mentre tutti ballano, come nella scena che Trevis guarda attraverso il televisore prima che si sfracelli al suolo, un paio di scarpe abbandonate giacciono in mezzo alla pista senza che nessuno ci faccia caso, senza che alcuno si chieda cosa ci facciano lì, di chi siano. Dovrebbero farlo. Quelle scarpe ospiteranno i passi dell’estenuante esasperazione del vivere di un uomo che ha raggiunto il limite per sé e tutti i sui simili, ignari navigatori del brodo esistenziale. Un giorno quell’uomo solleverà i remi e comincerà a remare contro, all’insputa di tutti, anche di quella parte di sé che vorrebbe salvarsi e che ora è perduta, confusa. Ma per ogni remata che batterà controcorrente, ve ne saranno altre migliaia e migliaia in direzione opposta alla sua. Al lui non resterà che il privilegio del dolore inflitto da una consapevolezza urgente, seppur ingenua.

«Io devo…io ho proprio bisogno di..c’è bisogno che io faccia… faccia… faccia qualcosa, ecco.» dice Travis al Mago, un collega tassista, il quale gli consiglia di «non pensare», di «andare a letto con le donne» ché non si può fare altro: «Siamo tutti fregati».

Nonostante l’ingenuità ed il trastorno di Trevis, gli è chiara l’idiozia di un discorso così sminuente a fronte di una richiesta di aiuto cui forse nessuno è in grado di rispondere, cedere alla coscienza che non approva la vita che gli diamo da interrogare. Così Trevis capisce che il suo gesto deve essere esemplare, devastante. L’obiettivo è Palantine, il senatore candidato alla presidenza e supportato dall’equipe di Betsy l’ingrata. Distruggere il sistema di valori di un mondo equivoco abbattendone un rappresentante.

Per raggiungere il suo obiettivo, Trevis comincia a costruire attorno al suo corpo un esoscheletro mostruoso, fatto di congeni meccanici ed armi, trasformandolo da soggetto agente a oggetto agito, da persona a prodotto della stessa realtà che vuole distruggere. Individuato come potenziale attentatore dalle guardie del corpo del senatore Palantine, Trevis fugge con in corpo ancora questa straziante e insopportabile necessità di esternare il suo stesso bisogno di morte che richiede, però, una missione. Se la vita è stata una inutile sofferenza, che almeno la morte sia degna del suoi proprio gesto.

Così, in preda di se stesso, Trevis si reca da Iris: spara a Sport, il suo pappone, sulla soglia dove fa la posta. Va a sedersi per qualche secondo sui gradini dell’edificio accanto, come in attesa di sentire se qualcosa è cambiato, se ora va meglio. E invece no, non va affatto bene: si sente come quando ha sparato per la prima volta la sua magnum sulla faccia di un negro disperato che rapinava lo stesso negozioin cui lui comprava il latte: indifferente, solo più incazzato. Allora sale le scale dirigendosi verso la camera di Iris, fa saltare quasi completamente una mano  all’affittacamere che lo chiama «pezzo di merda». «Sei un pezzo di merda» gli dice, mentre lo insegue quando si avventa contro un ospite che in quel momento stava godendo dei piaceri acerbi di un corpo giovane e immaturo.

Finita la carneficina, Trevis cerca di uccidersi. Ma la vita non smette di beffarlo: i proiettili sono finiti e a Trevis non resta che aspettare la polizia seduto sul divano, sanguinante.

Il campo si allarga: sale verso il soffitto con l’inquadratura che, lentamente, attraversa a ritroso tutta la scena, portando lo spettatore fuori della stanza e poi dell’edificio, lì, assieme alla folla ignara che si accalca attorno ai cordoni gialli della polizia. La lenta uscita dalla scena, gli abbassa piano piano la tensione, gli dà il tempo di metabolizzare la carne, la morte, la vendetta appena abbattutasi sul mondo ingiusto e nel frattempo cancellare ogni traccia di senso di colpa o di conflitto etico-morale prodotto dalla personificazione nel folle personaggio. Questa lentezza, quasi dolce, riproduce quella spossatezza e senso di obnubilamento che segue ad una forte scarica adrenalinica. L’oblio offre aiuto alla coscienza a rimettere a posto le cose e, con la stessa calma, ci dà il tempo di accettare il salto di Trevis da potenziale attentatore a eroe civile, il suo ricovero, la sua guarigione .

Tutto, nel giro di qualche minuto, riprende nella più completa normalità. Trevis torna a guidare il suo taxi, ora sta accompagnando Betsy a casa: le sorriderà e non la lascerà pagare. Tutto ciò che ha fatto è stato igienicamente digerito dal mondo. La vita prosegue il suo corso: l’umanità è stata sconfitta.


24
Jun 10

Silenzio Rosso – Alessandro Ghignoli, Via del Vento 2003


Silenzio Rosso

Alessandro Ghignoli

2003 pag. 31

volumetto n. 29

Via del Vento (collana Ocra Gialla)




«Ci sono giorni come rettili, lisce carezze d’acqua, rovine in cerca del luogo dove oramai non sono». Inizia così Silenzio Rosso, il viaggio nel tempo di Alessandro Ghignoli. Un tempo diverso, che va al di là del mero autobiografismo, facendosi spazio in cui la parola accolta sgonfia la tridimensionalità del reale distribuendola su «piani temporali» che, indistinguibili, «si sovrappongono».

Dalla breve plaquette di Ghignoli emerge tutta la fiducia che il poeta ripone nella parola («le parole attendono sempre una risposta») di cui è padrone, anche se si scorge una volontà di abbandono, di lasciarsi guidare dalla voce della lingua. Un abbandono che supera di gran lunga lo sforzo del farsi comprendere, inibendo – fin quasi ad annullarlo – il desiderio di suggerire le proprie visioni, che sfumano in «un singhiozzo che dà aria al respiro».

Silenzio Rosso – che vede un Ghignoli altamente lirico piegare la struttura sintattica più favorevolmente alle esigenze di una notevole musicalità del discorso piuttosto che alla chiarezza espositiva – non è prosa e non è poesia: è un arrampicarsi «verticale sui minuti per far durare ancora l’attimo»; è il linguaggio che si impossessa del sogno «per salvare l’ignoto»: non erge torri, ma allunga ponti nel vuoto per «camminare sulla vertigine astratta della lingua» lambendo le rive dell’oltre-da-sé. «Entrare nel silenzio, nel nulla dell’ombra, divenire fiamma al vento»: questo, l’unico modo per affrontare il vuoto di questa lettura. Predisporsi ad abbandonare il bisogno di «correre per arrivare prima di qualsiasi risposta», togliersi «la maschera», «lavarsi il viso e il proprio ruolo» e lasciare che questo «quaderno» riempito «con appunti prestati» ci apra «la carne» a «nuovi cammini», «come l’estrazione di un dente». Silenzio Rosso non offre risposte né dà consolazioni, poiché «un viaggio è un viaggio se è sempre senza ritorni», se «non si pensa al viaggio, ma alle sue conseguenza», se lo si fa per «capire il cammino».

In questi piatti piani temporali, «la follia» è «la normalità del normale»; la vita è «solo un gioco da prendere o da esserne presi»; gli altri «il noi più puro»: «inevitabilmente altri». La soluzione è «starsene in disparte [...] per non far parte del rapportarsi a tutti i costi»: essere inutile «senza per questo sentirsi colpevole» e scrivere «frasi« per avvicinarsi «a qualcuno o a qualcosa [...] che rinuncia a mostrarsi come un silenzio che tace le sue paure». Poiché «scrivere è sapere dell’inutilità delle cose», un ostinarsi a trovarsi nel passato («perché nell’oralità c’era lo spazio del presente, ma nella scrittura il passato tornava a trovarmi in modo imprevisto») per potersene liberare («Quando dico quando in verità voglio sbarazzarmi di ciò che mi è successo»).

Ma a qual fine «questo inventarsi ripetuto» se il «laboratorio che è vivere» ospita vani esperimenti, è un «posto lungo una linea parallela alla sua ombra»? Abbandonare questo eterno «stare nell’esserci», questo vedersi ripetere «seduti dentro una fotografia» impegnati in un «continuo cercare atti» per «tirare per un filo tutti gli anni, avvolgerli, farne un gomitolo da tenere in mano, perché aversi non è un gioco facile».



ADRIATICA


Ma oggi
Su questo tratto di spiaggia mai prima visitato/
Vittorio Sereni


Ci sono giorni come rettili, lisce carezze d’acqua, rovine in cerca del luogo dove oramai non sono. Transitare da silenzio a luce, in un passaggio del tempo, nel colore aperto il suono di un’adriatica riva calma.

Ricordo la linea orizzontale, quella ferita densa del mare, i corpi estivi s’inclinavano leggeri s’aprivano in bracciate cercando altri percorsi, tentativi da inventare. Tentativi senza direzione.

In questa piccola città di mare non voglio essere svegliato, perché la notte entra nel giorno e il giorno è un sogno sotto la pioggia, il movimento incerto di una marea, un tempo aperto alle impronte della riva. E seduto dentro una fotografia vedo la mia obra lenta ripetersi. Allungarsi in un movimento di vicinanze impossibili. Spostarsi per tornare all’inizio e poi giacere nella meraviglia della fissità, nel buio confuso dove anche la purezza si consuma in un gioco di rimandi.

Era estate, l’aria calda. Un caldo sudato colava dal collo. Bisognava correre per arrivare prima di qualsiasi risposta. Mia madre, la sua voce: un’ombra del corpo. Un rigido profilo luccicava in un lineare pendollo di parole cadenti che entravano, senza lasciarmi, veloci e perverse in cerca di una preda.

Una luce enigmatica illuminava gli angoli delle frasi da cui non sapevo difendermi, per esempio quella sul tempo. A volte un campanello, il suono diverso dell’attesa, mi permetteva di salvarmi senza mentire. Una volta, frammenti d’olio scivolavano orizzontali dal tavolo, coprivano disordinatamente il pavimento. Un gocciolare rabbioso risuonava, era il liquido degli anni, un disegno che allora non capii pur sapendo nuotare.

Canti, urla, voci, solo voci forse, si mescolavano in quell’estate distratta e melodiosa come una sirena in abbandono. Ubriaco di sale, mi alzai dal mio corpo senza sapere che cercare, mi tolsi la maschera, riempii il quaderno con appunti prestati, come l’estrazione di un dente si aprì la carne a nuovi cammini.


Se la morte ti cerca non farti sorprendere impreparato, se la sete è così forte abbeverati senza lasciare nessuna possibilità, se la tua mano affonda nel vuoto c’è solo una via da percorrere: entrare nel silenzio, nel nulla dell’ombra, divenire fiamma al vento. Unico destino da esplorare in una città mai avuta, tra strade simili a cicatrici lasciate riposare, ingenue ed innocenti.

Qui, ci sono gli incontri, le strette di mano, ci sono sguardi seducenti o da poco, ci sono io. Questo esserci senza essere altro che figura del passato, un ora e mai, un singhiozzo che dà aria al respiro.

Su uno specchio entrano le mani a bloccare le onde, a cercare di avvicinarsi con il gioco della risacca, con la voce provare a infrangere il riflesso in cui affogo, il mio ultimo tentativo è questo camminare sulla vertigine astratta della lingua. Mi ostino a trovarmi nel passato, tra il vento, i resti alla riva, la bicicletta con le ruote arruginite, la piazza stampata su una cartolina. Come abitare in un simulacro mi avvicino al sogno e parlo per salvare l’ignoto, il vissuto allora mai conosciuto.

Nel duro azzurro, del cielo o del mare, non posso ricordare che i giorni a venire, le ipotesi, le carezze avute con mani di nebbia, gli amici fedeli e poi cancellati dal calendario. Tutto è un impaziente ritorno, un presentarsi con lacrime di marmo, con le tasche piene di nomi, con una musica in testa, con ciò che ho lasciato incompleto. Una serie di linee tracciate nell’acqua.

Un incontro provvisorio mi farà rivivere ancora questo tradimento, un’andata e ritorno o un appuntamento mancato mi copriranno la vista di poche immagini, di un passaggio, di uno sterminato ancora.


13
Jun 10

PoetarumSilva: è Antologia – intervista con l’autore




Poetarum Silva

AA. VV

a cura di Enzo Campi

168 p. (Poesia)

Samiszdat




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Intervista con l’autore: Arturo Moll


Luigi: Buongiorno.

Arturo Moll: Buongiorno a lei.

L.: Chi è Arturo Moll?

A.M.: E a lei cosa importa?

L.: Volevo solo introdurla ai lettori di questa intervista e a quelli dell’antologia.

A.M.: Ma i lettori di questa intervista e quelli dell’antologia dovrebbero essere interessati a ciò che verrà detto in questa intervista e ciò che troverranno scritto nell’antologia, non in chi lo ha detto o chi lo ha scritto. Ad ogni modo, Arturo Moll è Arturo Moll: un nome ed un cognome. Non ricordo chi disse che i nomi sono una gran bella fregatura, però aveva ragione.

L: D’accordo, allora. La ringrazio per il tempo che mi dedicherà per questa breve intervista.

A.M.: Grazie a Lei per avermi dato modo di spenderne, ché non avrei saputo cosa farmene.

L.: In che senso, scusi?

A.M.: Nel senso che se Lei non fosse venuto qui ad intervistarmi, non avrei saputo come impiegare il tempo che ora Le sto dedicando e mi sarei annoiato.

L.: Beh, avrebbe potuto fare dell’altro.

A.M.: Per esempio?

L.: Scrivere.

A.M.: Ma io non impiego il tempo per scrivere. Uso la scrittura per ammazzare il tempo. Il che è diverso.

L.: Ah, si?

A.M.: Beh, si. Ma Lei è Italiano?

L.: Certo!

A.M.: E allora perché non capisce quello che Le dico?

L.: Certo che capisco! Dunque per Lei la scrittura in generale e la poesia in particolare servono a questo?

A.M.: Lo vede che non capisce?

L.: …

A.M.: Non faccia inferenze sulle cose che le dico. Si limiti ad ascoltare le parole. La scrittura in generale e la poesia in particolare non servono a questo.

L.: D’accordo. Dunque, cos’è per Lei la poesia?

A.M.: Qualcuno La sta pagando per stare qui?

L.: No, perché?

A.M.: Perché starebbe guastando il suo denaro.

L.: Ma… scusi!

A.M.: No che non la scuso. Le sembra una domanda da fare?

L.: Ma… Dottor Moll…

A.M.: Mi chiami Arturo, La prego.

L.: D’accoro, Arturo. Ma questa è la classica domanda

A.M.: Ecco, appunto. Se io fossi Leopardi, penserei che Lei è un minchione. Si può accettare il classico solo nello stile e solo quando esso si offra a dire il nuovo. Un dire classico è soltanto vecchio, già detto: a chi giova?

L.: A questo punto sono in difficoltà.

A.M.: E perché mai?

L.: Non sono sicuro di avere delle domande interessanti da porLe.

A.M.: Le domande sono interessanti quando non sono retoriche. Le sue lo sono?

L.: Non lo so. Precisamente in questo momento non mi sovviene di dir nulla.

A.M.: Ovvio! Ci provi un po’ a dire nulla. Non si può.

L.: Potrei rimanere in silenzio.

A.M.: Ma il silenzio è anch’esso un modo di dire. Carmelo Bene diceva “Tutto è un modo di dire, se si dice. Quando si muore, è un modo di morire”. Siamo condannati, non se ne faccia una colpa. A meno che…

L.: A meno che?

A.M.: Ci sono due modi per dire il nulla (o, almeno, avvicinarsi ad esso): contraddire il dire oppure dire il nuovo. Per entrambi, l’unica strada è la poesia. Ma è una strada che va battuta continuamente, poiché entrambe le soluzioni – contraddire il dire o dire il nuovo – sono momentanee.

L.: In che senso?

A.M.: Prenda, ad esempio, contaddire il dire. Quando si dice, in realtà, sempre noi diciamo nulla. Ma nel momento in cui questo dire viene condiviso, foss’anche da due sole persone, già questo nulla acquista una posizione nel dire e, dunque, nel mondo. Il nulla detto diventa un dire altro. Questo grazie alla (o a causa della) significazione. La significazione uccide la dialettica del discorso relegandolo alla retorica, che è il prepensionamento della parola. Per ovviare ciò, c’è bisogno di contraddire il dire. Ovvero: spezzare quel legame che si viene a creare tra significante e significato attraverso il discorso poetico. Un legame che sembra indissolubile, ma che in realtà è puramente convenzionale. La stessa cosa vale quando si dica il nuovo.

L.: Però perché Lei afferma che è una soluzione momentanea?

A.M.: è momentanea perché io posso contraddire il dire o dire il nuovo. Ma nel momento in cui uno o più individui fanno propria tale contraddizione, in questo stesso istante la contraddizione smette di essere tale e bisogna ricominciare tutto daccapo. La poesia diventa prosa. Non bisogna mai fermarsi.

L.: Quindi per Lei è questa la differenza tra prosa e poesia?

A.M.: Ma cosa fa? Mi ricomincia a fare il minchione? Stava andando così bene…

L.: Scusi, è stato più forte di me.

A.M.: Non si preoccupi. Le rispondo solo nella speranza di riuscire a rompere i compartimenti stagni in cui Lei ristagna. Per quanto mi riguarda, c’è molta più poesia nei Fratelli Karamazov che nelle poesie mie (che non sono ancora poesie) o di tanti altri poeti. Se lei cerca in libreria questo testo, sicuramente non lo trova nel reparto poesia, pur essendo una delle poesie più lunghe che siano mai state scritte. In questo, che per convenzione definiamo romanzo, c’è quel che io intendo per contraddire il dire o dire nuovo. Che si legga nel 1879 o nel 2010, una o dieci volte, non ha importanza: sempre riuscirà a sorprendere con il suo contraddire il dire e il suo dire nuovo. Per questo è un classico. Questo perché il dire che contraddice il dire o che dice il nuovo non spiega ciò che dice, ma fa pieno affidamento al potere della parola e, allo stesso tempo, ha uno smisurato rispetto di colui che la legge. Scrivere è un atto d’amore nei confronti dell’umanità che trova nella parola quell’incommensurabile spazio capace di accogliere tutti e che, purtroppo, concretamente ci manca. Per queste stesse ragioni posso affermare con onestà e lucidità che le mie poesie non sono ancora tali, poiché il mio bisogno di dire è ancora troppo più grande della mia fiducia nella parola. È incredibile come l’ego di una sola persona possa occupare tutto o quasi tutto quell’incommensurabile spazio che sarebbe da destinare a tutti.

L.: Sento del risentimento nella sua voce.

A.M.: Certo. Sono risentito, infatti.

L.: La soluzione?

A.M.: Non credo di conoscerla. La potenza della parola è incredibilmente più grande di quanto comunemente si pensi. Se il mondo è quel che è si deve al fatto che si è scelto di dirlo in questo modo. Basta cambiare il modo di dire il mondo per cambiare il mondo. E se la parola può cambiare il mondo, figurarsi se non può cambiare uno come me. Non mi resta che avere fiducia nella parola.

L.: Grazie.

A.M.: A Lei.


30
Apr 10

Amici Miei – Atto I (Germi, Monicelli, 1975)

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Questo video è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.


Una dissacrante, irriverente, a tratti bucolica presa in giro della vita e di chi ci crede. Amici Miei – il film che Pietro Germi consegnò alla regia di Mario Monicelli per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute – è il film cult di quel filone della cinematografia nazionale meglio conosciuto come commedia all’italiana. Filone sorto sulle macerie del neorealismo rosselliniano – di cui però conserva la consapevolezza – il cui fallimento delle intenzioni volte alla costruzione di una etica comune giunge al culmine negli anni ’70, anni in cui fu prodotto il primo atto di questa meravigliosa ed imperdibile trilogia, lasciando spazio alla satira di costume di una Nazione che non vuole imparare a capire.

Un nichilismo cinico e grottesco caratterizza decisamente, con costanza e senza mai troppo esagerare, l’intera pellicola, la cui tensione narrativa viene molto spesso esentata dalle tipiche esigenze cinematografiche della spettacolarizzazione della storia, disponendosi più favorevolmente ad una rappresentazione del reale, di cui rispetta i tempi. Come nella vita, anche in Amici Miei non si ride sempre come sempre non si piange; vi sono tempi morti che si alternano a vere e proprie “botte di vita” (le zingarate); come nella vita, anche guardando Amici Miei ci si annoia. Il tutto in 109 minuti.

Il Perozzi (Philippe Noiret), il Melandri (Gastone Moschin), il conte Mascetti (Ugo Tognazzi), il Necchi (Duilio Del Prete) e il Sassaroli (Adolfo Celi) sono cinque bischeri che, a modo loro, cercano di ammazzare la vita prima che la vita li ammazzi nella Firenze degli anni ’70. La tragedia e la commedia si alternano continuamente in una commistione di scene di vita dell’italiano medio, con un risultato grottesco per stomaci forti. Amici Miei è un film che mette a dura prova lo spettatore: ingannato dalle supercazzole del conte Mascetti (in viaggio di nozze con un orso al guinzaglio per dilapidare due patrimoni), si dispone illusoriamente ad una risata lunga più di un’ora. Ma con il passare del tempo, lo spettatore si accorge che la sua risata si trasforma prima in sorriso, poi in riso amaro, poi in ghigno.

Amici Miei è un film che richiede allo spettatore una elevata partecipazione, una disposizione alla condivisione ed il coraggio di mettersi in gioco completamente, fino in fondo. La paura del rischio di sprofondare nella propria piccolezza viene mitigata dalla complicità del gruppo dei cinque amici buffoni, pronti ad accogliere chiunque ammetta la propria umanità, ma anche spietati nel vendicarsi di coloro che ipocritamente giudicano. Potrebbe anche darsi di sentirsi emotivamente disturbati da qualche scena: in quel momento bisogna chiedersi se non si voglia ammettere a se stessi il fatto che quanto in quel momento si sta giudicando in realtà ci appartenga.

Nel momento in cui lo spettatore dovesse rifiutare la sua umanità, si ritroverebbe ad essere vittima del film che sta guardando, probabilmente impossibilitato ad interromperne la visione dalla sua stessa codardia che lo renderà masochisticamente vittima di se stesso. Ma non se la spasserà nemmeno chi, invece, si aprirà a questo affiatato e tragicomico gruppo di amici, scoprendo che la loro non è che una maniera puntuale e temporanea di far fronte alla vita leopardianamente priva di ragione.

Ciò che il Melandri, il conte Mascetti, il Necchi e il Sassaroli svelano al funerale del Perozzi allo spettatore è che la felicità è degli stolti, l’umorismo degli eroi-vinti. E, insieme, ne ridono.



Il giornalista Franco Bagnasco ha aperto un gruppo su facebook GIU’ LE MANI DA “AMICI MIEI”: FERMIAMO DE SICA E IL SUO ANNUNCIATO PREQUEL per richiedere che le riprese del Prequel di Amici Miei (formato cinepanettone) vengano fermate. Io mi sono iscritto, voi non so. Mi chiedo cosa penserebbero (e soprattutto farebbero) i nostri cinque simpatici biricconi se esistessero davvero. Sicuramente non la prenderebbero tanto sul serio.


16
Apr 10

Riportando tutto a casa – Nicola Lagioia, Einaudi (2009)



Nicola Lagioia

Riportando tutto a casa

2009

Einaudi – Supercoralli

pp. 292

€ 20,00

ISBN 9788806197124



La città è Bari, quella “da bere”, la Milano del sud. Gli anni sono gli ’80, i ruggenti anni ’80: quelli del boom economico e dei nuovi ricchi, delle Converse e dei pantaloni di pelle. Quelli di Drive In e della televisione commerciale, del new american style e del Muro di Berlino. Quelli dell’eroina e dell’AIDS.  La storia è una storia qualsiasi, una storia “inutile” come qualcuno crede siano stati gli anni in cui accade. Una storia, però, scritta talmente bene da riuscire a raccontare la storia di tutti: da dove veniamo e come siamo arrivati fin qui. Come sia potuto accadere che “anche il cervello, come il cuore, si trasformasse in un organo del tutto involontario.”

Riportando tutto a casa non è, come molti lo hanno definito, un romanzo di formazione. È, piuttosto, la volontà dell’autore di tirare le somme di una vita al netto delle perdite.

“Solo allora iniziai a realizzare che da qualche parte nel passato, doveva essersi verificata una catastrofe di dimensioni gigantesche. Una collisione invisibile, un crollo silenzioso, un trauma senza evento. E il cratere che l’impatto aveva scavato in molti di noi rappresentava il vero cuore del problema.”

Nicola Lagioia, senza cadere nel solipsismo dell’auto-fiction, ci regala con questo suo terzo meraviglioso romanzo “un D-day, un’Hiroshima-day, un 8 settembre, un 25 aprile”. Ovvero il “fatto da cui far discendere tutti gli altri” che mancava alla sua generazione figlia di un “trauma senza evento”, disorientata come chi riconosce di essere in un luogo senza sapere come ci è arrivato. Quel “fatto” sono gli anni ’80, subdolamente diluito in un intero decennio di malessere oscurato dalle luci stroboscopiche della disco e delle vetrine e annichilito dal vociare della televisione in sottofondo nelle sale da pranzo.

Il vero protagonista di questo romanzo, dunque, è la storia stessa che racconta. Invece, la voce narrante, Giuseppe e Vincenzo, con relative famiglie a carico, della storia sono i suoi tre antagonisti: ognuno, a modo suo, cerca di sopravvivele, di imporsi agli eventi troppo più grandi di loro, troppo più grandi di tutti e che, accadendo, li hanno travolti assieme a tutta la Nazione, facendoli rotolare fino ad oggi.

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Con uno stile narrativo americano un po’ cold ed un registro linguistico raffinato ed elegante che riesce a rimanere in linea con i parametri di leggibilità contemporanei, Lagioia dona ai suoi lettori l’origine ontologica del loro essere hic et nunc, e la possibilità di capire come “il bello diventato insulto, l’eccesso di vitalità che trascolora nel delirio di impotenza, l’arroganza spumeggiante del benessere che imbocca la strada della frustrazione” possa oggi indistirbatamente stare all’ordine del giorno e da cui ci si difende con la solfa del “mal comune, mezzo gaudio”.

Nicola Lagioia ha tardato circa due anni e mezzo a riportare tutto a casa, a riappropiarsi di alcuni pezzi di un passato che rischiava di essere sepolto dal continuo incedere di nuovi eventi che, senza il primo, sarebbero rimasti sconosciuti, alieni, incomprensibili. Non che dopo la lettura di Riportando tutto a casa si riesca ad arrivare a qualche tipo di conclusione. Accade, però, di sentirsi diversi quando si arriva all’ultima pagina. E non è poco.


8
Apr 10

Un Chien Andalou – Luis Buñuel, 1929

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Alla luce lattiginosa della luna piena che entra dai vetri di un balcone, un uomo con le sembianze di un volgare macellaio di provincia affila il rasoio con cui taglierà l’occhio di una donna. Quell’uomo, Luis Buñuel, non ancora sa di essere l’attore-autore della scena di una pellicola che segnerà per sempre  l’intera storia del cinema e il suo stesso futuro.

Parigi, 6 giugno 1929. Nella sala dello Studio des Ursulines, il meglio della elite culturale parigina riempie la platea, ansiosa di assistere alla proiezione di una pellicola di sedici minuti dal bizzarro titolo Un chien andalou, titolo che nulla ha a che vedere con la non-trama del film che si sta per proiettare. Da dietro le quinte, il giovanissimo Luis Buñuel affonda nervosamente le mani nelle tasche piene di sassi pronti da scagliare in caso di disapprovazione del pubblico, mentre osserva Pablo Picasso e Le Corbusier prendere posto accanto a Jean Cocteau e Max Ernst. Ci sono anche René Magritte, René Char, Ives Tanguy, Jean Arp, Pierre Unik, Louis Aragon, Paul Éluard, Tristan Tzara. Insomma: l’intero gruppo surrealista dell’epoca, nato dal Manifesto pubblicato nel 1924 da André Breton, il quale descrisse Un chien andalou come il perfetto esempio di surrealismo cinematografico. Cosa che valse agli autori del film Luis Buñuel e Salvador Dalì l’ingresso ufficiale nel gruppo dei surrealisti.

Prodotto e diretto in 15 giorni in Francia nel 1928 a spese del regista (finanziato dalla madre), Un chien andalou è il frutto delle influenze del movimento cinematografico francese dell’avanguardia  surrealista dell’epoca, di cui diventerà l’opera più significativa e rappresentativa, convertendosi nel corrispettivo manifesto cinematografico del movimento.

La radicale originalità del primo film di Buñuel sta nel suo contrapporsi al tempo stesso con la tradizione e l’alternativa. Con la tradizione, perché avversa volutamente il convenzionale fluire narrativo tipico della cinematografia tradizionale, attraverso una cosciente rottura della continuità tanto temporale come spaziale; con l’alternativa, perché si contrappone ai precedenti movimenti che, come il dadaismo, non prevedevano alcuno specifico contenuto oltre alle immagini spiazzanti e originali. La rottura della continuità spazio-temporale è ottenuta dall’utilizzo degli stessi personaggi e degli stessi ambienti diversamente contestualizzati e caratterizzati di scena in scena e dalle incongrue didascalie temporali (otto anni prima, alle tre del mattino, sedici anni prima, in primavera)che si interpongono tra un gruppo di scene e il successivo.

Come altri movimenti di rottura, anche il surrealismo cinematografico di Buñuel e Dalì, trasgrdendo gli schemi narrativi canonici, pretende di sconvolgere la morale dello spettatore, piuttosto che assecondarlo, attraverso l’utilizzo di immagini e scene aggressive, sorprendenti, impattanti. La differenza con gli altri movimenti che miravano a disorientare il pubblico sta, però, nella presenza di contenuto all’interno delle immagini utilizzate. Contenuto per nulla formale, logico o razionale, bensì di assoluta derivazione onirica.

Come l’intero movimento surrealista, profondamente influenzato dalle teorie freudiane, anche Buñuel e Dalì consideravano il sogno e l’inconscio due importanti sorgenti di ispirazione. Lo stesso Un chien andalou può essere considerato interamente un luogo onirico in cui una successione di visioni, immagini e deliri si susseguono senza una trama o un filo logico. Ciò è evidente sin dalla prima scena – emblematica della visione surrealista, che mira ad aprire lo sguardo dello spettatore su tutti quegli elementi nascosti che gli appartengono e che egli non vuole vedere, anche a costo di grandi sofferenze -  in cui Buñuel -attore taglia simbolicamente l’occhio della protagonista (che è in realtà l’occhio di un bovino accuratamente depilato). Secondo quanto riferisce lo stesso Buñuel a De la Colina e Pérez Turrent (Pérez Turrent, T. y De la Colina, J.:  Buñuel por Buñuel, Plot Ediciones, Madrid, 1993), Un chien andalou nacque proprio dall’unione di due sogni: uno del regista e l’altro di Dalì. L’idea originaria del film ebbe luogo a Cadaquès, nel dicembre del 1928, durante una conversazione tra i due sceneggiatori. Buñuel ricorda che:

Dalí me dice: Esta noche he soñado que hormigas pululían en mi mani, Yo dije: ¡Y bien! Yo he soñado que cortábamos el ojo de alguien.

(Dalí mi dice: stanotte ho sognato che formiche riempivano la mia mano, ed io dissi: Bene! Io ho sognato che tagliavamo l’occhio di qualcuno).

I due artisti scrissero la sceneggiatura con l’obbligo di non lasciare che alcun controllo razionale o associazione logica di idee intervenisse nella stesura di questa, così come si imposero di non determinare nessun simbolismo che fosse interpretabile attraverso una chiave di lettura appartenente al sistema culturale vigente.

Ovviamente, quella del taglio dell’occhio di Simone Mareuil non è che la prima di una lunga serie di sequenze oniriche che racchiudono tutto un insieme di immagini visionarie rappresentative delle ossessioni più ricorrenti dei due artisti. La critica all’educazione tradizionale, l’anticlericalismo, l’atteggiamento antiborghese, la repressione sessuale tra i temi più presenti in Buñuel; l’asino putrefatto, le formiche, simbolismi sessuali (peli delle ascelle sulla bocca, pistole, corpi femminili, figure androgine), il pianoforte come simbolo della classe alta, i preti, la religione, il sesso, l’alter ego tra le figure più caratteristiche di Dalí. Inoltre, tutte le situazioni rappresentate (il castigo faccia al muro, i monaci, la ribellione all’autorità o alle regole imposte, il desiderio sessuale carnale e osceno)  sembrano riflettere l’ambiente del Collegio degli studenti in cui Dalí e Buñuel, insieme a Lorca, convivevano.

Per essere apprezzato, Un chien andalou deve essere visto per ciò che è: un poema per immagini oniriche, le cui scene seguono la linea della quasi omonima raccolta di versi e prose che il regista spagnolo aveva intitolato Un perro andaluz, e che aveva pubblicato nel 1927 sulla Gaceta Literaria di Madrid. C’è chi non esclude che la raccolta poetica di Buñuel avesse una connotazione polemica contro alcune poesie di Federico García Lorca che pubblicherà in raccolta nel 1928 con il titolo Primero romancero gitano, accolta da molti con entusiasmo ed elogi, e con una amara stroncatura dall’amico Buñuel, il quale rimproverava al poeta gitano il suo “terribile estetismo”. Tanto che con l’uscita di Un chien andalou si determinò anche la rottura dei rapporti tra Buñuel e Lorca, quest’ultimo sicuro che il cane andaluso fosse proprio lui.

Ad ogni modo, tenendo da parte qualsivoglia vena meramente polemica, l’atteggiamento critico nei confronti del mondo dei surrealisti in generale e, in maniera che risulterà piuttosto evidente negli anni, in Buñuel e Dalí in particolare è l’espressione di una necessaria liberazione dell’uomo da se stesso, dai suoi pre-concetti, dai suoi pre-giudizi e dalle sue convenzioni. È una spasmodica ricerca sperimentale dell’artista, il quale ha capito l’importanza di svelare l’uomo all’uomo e che, per questo, utilizza l’arte in quanto unico strumento in grado di scoprire l’uomo che c’è dietro le sue opere e, al tempo stesso, l’uomo che c’è dietro ogni uomo, per la natura universalizzante che l’arte possiede. Da qui la polemica contro gli estetismi forzati e il rispetto pedissequo dei canoni estetici del tempo, visti come fronzoli dannosi che imbellettano con fiocchetti rosa le grigie catene che impediscono all’uomo di essere se stesso fino in fondo, e all’arte di svolgere la sua funzione che, lungi dall’essere uno strumento di coesione sociale, è quella di permettere all’uomo di avvicinarsi e superarsi attraverso il suo consumo (suo dell’arte ma anche dell’uomo stesso).

Nei 16 minuti di Un chien andalou, senza cadere nell’esagerazione, sono rappresentati tutti gli uomini che ci sono in un uomo: c’è l’Eros e il Thanatos, l’amore romantico e il sesso bramoso, il buon costume e l’osceno, l’io e l’alter-ego, la virilità e l’effemminatezza, amore e morte, la censura e l’autocensura, il presente che pensa al futuro con in mano le cesoie dell’infanzia, l’onore e la colpa, la religione e il classismo, il piacere e l’aggressività, la sublimazione e la desolazione. In ultimo, l’espressione dell’inutilità di tutto quanto sopra elencato condensata in una sola scena finale che insabbia i due protagonisti del film in una posa che si richiama all’Angelus di Millet (altra immagine che ossessionerà Dalí nel corso della sua produzione artistica come quella della merlettaia di Vermeer).

Nel 1960 il regista-produttore cedette i diritti della pellicola, non prima di averla sonorizzata con le musiche “Morte di Isotta” di Wagner e alcuni tanghi argentini, scelte dallo stesso Buñuel. L’attore protagonista, Pierre Batcheff, si suicidò pochi mesi dopo la fine delle riprese con una overdose di barbiturici. La sua compagna di scena Simone Mareuil lo seguirà nell’atto qualche tempo dopo, dandosi fuoco in una piazza pubblica. A Buñuel e Dalí sappiamo tutti come è andata.


26
Mar 10

Spavento – Domenico Starnone (2009)



Spavento

Domenico Starnone

Einaudi, 2009

pp. 290

€ 20,00

ISBN 9788806194772



Se Domenico Starnone non fosse un già ben affermato scrittore ed uomo di cultura, il suo ultimo romanzo – Spavento, edito da Einaudi – potrebbe sembrare l’intelligente riflessione di un maldestro esordiente, la cui prosa ancora da rifinire nasconde le sue mancanze dietro un apparente linguaggio volutamente semplice, con una struttura adeguata ai tempi e condito da qualche “cazzo” qui e lì a dare quella sfumatura di trasgressività della parola che non guasta mai (in un prodotto commerciale). Se Domenico Starnone non fosse il vincitore del Premio Strega 2001 con il romanzo Denti (che spero di avere la possibilità di leggere al più presto), si avrebbero serie difficoltà a trovare le ragioni dell’interesse di Einaudi per questa ultima sua opera narrativa. Se il lettore non cogliesse l’anima corporea di Spavento, il suo intento di riedificare una corporalità da troppo tempo dimenticata dalla Letteratura a tutto vantaggio di un’esagerata espressione lirica di Io (narrante, scrivente e agente), allora l’ultimo romanzo di Starnone potrebbe sembrare il basso turpiloquio di un grafomane coprofilo.

Letto distrattamente, Spavento potrebbe risultare una epica post-moderna della merda, una ode alla prostata infiammata, un poema in prosa del sangue occulto (questo il titolo originario del romanzo) nelle feci. Feci, urina, sangue, merda, cazzi, fighe bagnate, vomito, male ai reni; ma anche sesso, piacere dei sensi, eccitazione, cibo, caldo, freddo, donne, moglie, figli, nipoti, malattia, guarigione, madre, padre, le origini, Napoli, i friarielli e i babà, Tolstoj e lo sparpetuo, la Morte di Ivan Il’íč e le scorregge. Questo romanzo di Starnone è un invito a riconsiderare il proprio corpo, ma senza sublimazioni né virtuosismi lirici.

Il racconto-monologo interiore di circa 300 pagine del protagonista-scrittore racconta la vecchiezza, il riprendere coscienza di un moribondo del proprio corpo nel momento in cui questo inizia a cedere. La storia di Pietro Tosca, il racconto La morte allegra e un episodio autobiografico dello scrittore fungono da espedienti narrativi per raccontare la caducità del corpo in un intreccio inizialmente sorprendente ed assolutamente inaspettato, poi un po’ dispersivo e alla fine piuttosto cervellotico. Non v’è dubbio sul fatto che raccontare lo spavento che si prova di fronte la possibilità della morte e la caducità della vita non sia cosa facile, soprattutto se non si vuole cadere nel già detto o nel tranello della sublimazione a cui la finzione letteraria quasi inevitabilmente ed altrettanto naturalmente porta. Però, l’intreccio narrativo scelto da Starnone per raccontare questo spavento limita, a mio modesto avviso, di molto la portata della tensione narrativa del discorso. A ciò si aggiungono pezzi di riflessione sulla religione e la religiosità, sulla eutanasia, sulla letteratura e lo scrivere, sul linguaggio e la parola, escursioni del pensiero sulla pregnanza del vernacolo e le espressioni dialettali e molto altro che, pur essendo acuti ed illuminanti, disturbano, distraggono l’attenzione dal tema principale: la paura della morte – nonostante vi abbiano molto a che fare.

Ad ogni modo, anche se non mi sento di annoverare Spavento tra i migliori romanzi letti nell’ultimo periodo, è una lettura che consiglio per le numerose importanti riflessioni in esso contenute e per un finale assolutamente probabile ma per nulla prevedibile.