Vedilo


27
Feb 10

Blade Runner – Ridley Scott (1982)

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Il presente filmato è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.

Quando a Philip Dick fu proposto di adattare il suo Do Androids Dream of Electric Sheep? (Gli androidi sognano pecore elettriche?) per una trasposizione cinematografica, lo scrittore si mostrò piuttosto scettico. Non è difficile, d’altronde, intuire le ragioni di una tale riottosità all’idea, visto che il risultato fu Blade Runner.

Ora, prima che qualcuno tra i fan della pellicola mandi in segno di disapprovazione un replicante al mio indirizzo, voglio dire che questo mio commento non cerca di sminuire il valore della pellicola in sé, bensì  vuole sottolineare quanto poco abbiano a che fare tra loro il film ed il romanzo a cui esso si ispira. Detto questo, tralasciamo l’opera letteraria per concentrarci su quella cinematografica che, con buona pace dei tifosi, di difetti holliwoodiani e mancanze grossolane pure ne ha qualcuna (come l’immancabile The end consolatorio del lieto fine, con l’eroe e la sua amata diretti verso miglior vita).

È difficile credere il fatto che il film cult Blade Runner, a fronte del successo che a distanza di più di un quarto di secolo non ancora lo abbandona, abbia segnato un flop ai botteghini. Allo stesso tempo, ciò non dovrebbe sorprendere, visto che questo è il destino riservato a tutte quelle opere che non trovino un pubblico ancora preparato ad accoglierle.

Novembre 2019: Los Angeles è una città iper-urbanizzata, ultra- artificiale e super-tecnologica. Tutti gli edifici si sviluppano in altezza come enormi monoliti, con un contesto urbano che ricorda, nel suo complesso, la Metropolis di Fritz Languna. La scenografia è particolarmente curata, tanto da indurre Dick stesso ad affermare che il mondo che era stato creato per girare Blade Runner somigliava esattamente a quello che lui aveva immaginato.

Un giovanissimo Harrison Ford interpreta i panni del poliziotto senza divisa Deckard, un agente dell’unità Speciale Blade Runner incaricato di dare la caccia a sei replicanti Nexus 6 (riproduzioni assolutamente fedeli dell’uomo, a parte la loro incapacità nel provare emozioni) fuggiti dalle colonie extramondo ed approdati a Los Angeles in cerca di una modifica genetica che li aiuti a vivere più dei quattro anni per cui sono stati programmati.

La trama, unita agli effetti per quell’epoca (1982) assolutamente speciali, risulta senza ombra di dubbio avvincente, pur non rappresentando la parte più interessante del film. I piani narrativi di Blade Runner sono molteplici e, oltre all’azione scandita dal classico schema eroe-antieroe-ostacolo-risoluzione con una postilla amorosa, fanno riferimento a molte questioni, filosofiche e spesso cervellotiche, che riguardano l’uomo e il significato di essere umano.

Il fatto che i replicanti siano così simili agli uomini che li hanno creati amplifica la portata della domanda, già di per sé piuttosto importante, su cosa sia l’uomo, cosa significhi essere umano. In un mondo in cui esistono entità così simili agli uomini, risulta necessario ripensare l’umanità come caratteristica esclusiva dell’essere umano in quanto tale. Allo stesso tempo, questa somiglianza produce un elevatissimo livello di intercambiabilità tra i personaggi umani ed i replicanti, sia nei luoghi cinematografici proposti dal film, sia nei luoghi interpretativi di chi lo guarda. Anche se all’apparenza potrebbe sembrare il contrario, nella pellicola di Ridley Scott non vi sono buoni e cattivi. Lo scontro, infatti, non avviene sul piano etico o morale, ma su quello esistenziale: a confronto ci sono due condizioni – quella umana e quella replicante – che non possiedono una chiave interpretativa definita e non consentono una netta separazione tra ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Piuttosto, entrambe le condizioni a confronto costringono lo spettatore a porre continuamente e alternativamente in questione ora l’una ora l’altra posizione, nel tentativo di scoprire un eventuale metro di giudizio che possa identificarle e definirle.

L’intera pellicola possiede una ambiguità di fondo che non risparmia nessuno, nemmeno il protagonista Deckard, chissà anch’egli un replicante inconsapevole, proprio come Rachel (Sean Young), un androide di ultima generazione. A tal proposito, è interessante il dialogo tra Dereck e Rachel che ha luogo in casa del primo, durante il quale l’agente Blade Runner freddamente rivela alla affascinante replicante la sua vera natura, provocandone la delusione e il pianto. Uno dei tanti esempi di inversione dei ruoli e di intercambiabilità uomo-replicante che vorrebbero spingere lo spettatore a chiedersi: chi è l’umano tra i due? Da cosa lo riconosco? Come lo distinguo?

Quando Deckard si incontra con Tyrell, il magnate della produzione dei replicanti (“più umano dell’umano è il nostro motto”), si fa cenno nella discussione ai ricordi. Si è scoperto che i replicanti possono sperimentare alcune emozioni se forniti di un sostrato che funga loro da memoria. Sono allora forse i ricordi a renderci umani? È forse la nostra percezione di continuità a fare la differenza? Può darsi. Sicuramente, però, i ricordi contribuiscono a fornire a ciascun individuo la sua identità. Allora è forse questo che ci rende umani rispetto a tutto il resto che pure esiste? O, forse, il segreto della nostra umanità è custodito nella coscienza: coscienza di essere noi, coscienti di essere vivi perché coscienti della morte.

Il discorso finale tra il replicante Roy Batty (Rutger Hauer) e Deckard è, a mio avviso, piuttosto eloquente. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”: in queste poche ma fondamentali parole c’è una delle possibili risposte alla domanda “cosa è un uomo?” In questa breve frase è condensato il significato di una vita intera: vedere cose con i propri occhi e che l’Altro non potrebbe immaginarsi. Esperire la vita, sperimentare ciò che essa ci propone e poi conservarne il ricordo per raccontarlo, perché tutto quanto si è vissuto, tutti quei “momenti” non vadano perduti “nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

Dunque la vita come arma contro l’oblio, il ricordo come testimonianza di un passato che è esistito perché si è vissuto, il racconto che diventa memoria condivisa, storica, e che ci permette di vivere al di là della nostra presenza. Una memoria capace di costruire quel sentimento di umanità che racchiude in sé ogni elemento del vissuto attraverso il suo corrispettivo elemento del discorso che si tramanda.

È, forse, questa la ragione per la quale Roy Batty salva la vita di Deckard appesa al tetto sul quale si trovano: non perché quella morte sarebbe stata vana, in quanto non avrebbe significato più vita per Roy, ma perché più vita per Deckard significa anche più vita per Roy, che può continuare attraverso il ricordo di un altro, unica arma capace di sconfiggere definitivamente l’oblio, la morte assoluta. È solo allora, dopo averla superata, che Roy Batty riesce a consegnarsi serenamente alla sua natura e ad accettare il fatto che “è tempo di morire”. Anche per lui.

(Qui un’altra interessante interpretazione del film)

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4
Dec 09

Boccaccio ‘70 – Monicelli, Fellini, Visconti e De Sica contro la censura

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È il 1962 e mancano solo sei anni prima che il mondo si riversi nelle strade ed esploda in una rivoluzione globale che si trascinerà per anni. Nel frattempo, quattro tra i migliori registi italiani – Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti – preparano Boccaccio ’70: uno scherzo in quattro atti ideato da Cesare Zavattini e prodotto da Carlo Ponti e concettualmente ispirato alle novelle di Boccaccio, che ha come filo conduttore la satira del moralismo e del puritanesimo nell’Italia degli anni sessanta.

Nonostante il tema sia uno solo, risultano evidenti le differenti prospettive attraverso cui viene affrontato da ogni singolo regista, il quale conserva il suo stile ed il suo carattere senza lasciarsi troppo influenzare dalla cornice comune. La disposizione degli episodi, tenendo conto della loro diversità, riesce a determinare un ritmo unico e coerente della corposissima opera (quasi quattro ore di filmati), svolgendo la stessa funzione che ha la copertina di una raccolta di racconti.

La pellicola inizia con l’episodio di Renzo e Luciana, scritto da Giovanni Arpino, Suso Cecchi d’Amico ed Italo Calvino e con la regia di Mario Monicelli. Una coppia di giovani promessi sposi viene raccontata, con realismo narrativo in cornice manzoniana, alle prese con la gestione della loro vita personale e delle loro scelte di coppia e una realtà sociale e lavorativa invadente e spietata che toglie il lavoro alle donne che prendono marito. Un ritratto semplice e privo di straordinarietà, così come lo è lo scorcio di vita reale e quotidiana che racconta.

Con il secondo episodio Le tentazioni del dottor Antonio, dal quotidiano la pellicola salta direttamente al surreale, a firma di Federico Fellini con la collaborazione di Ennio Flaiano e Tullio Pinelli per la sceneggiatura. La storia è quella di un moralista ultracattolico intransigente che, a causa di un manifesto “indecoroso” in cui Anita Ekberg mette a disposizione le sue generose forme per pubblicizzare una marca di latte, giunge alla follia ossessionato dalle sue stesse censure sessuali. Onirico e geniale, Fellini riesce a costruire un episodio di forte impatto sullo spettatore, capace di divertire e di spiazzare allo stesso tempo attraverso il coordinato utilizzo della prospettiva scenica e concettuale.

Il lavoro è il terzo episodio girato da Luchino Visconti. Tratto dalla novella di Guy de Maupassant Sul bordo del letto e sceneggiato da Suso Cecchi d’Amico e Luchino Visconti, l’episodio è una cruda invettiva al mondo altolocato e nobiliare, anch’esso incapace di sfuggire alle censure corrosive che la realtà impone. Visconti racconta, con un realismo scarno e a tratti cinico, un matrimonio di facciata, privo di amore e basato sugli interessi dei coniugi che appaiono, in tale contesto, come due contraenti. Un ricco ed annoiato marito coinvolto in uno scandalo sessuale con delle “squillo da un milione” e una moglie ricca e sola ma innamorata si confrontano. Mentre il primo sembra incapace di agire per un eventuale recupero della situazione, sprofondato com’è nella sua accidia che lo rende indifferente, la seconda sembra decisa a trovare un lavoro per svincolarsi da una condizione che ha intorpidito la sua vita corrompendone i sentimenti. Alla fine, non riuscendo a rinunciare alla sua posizione ed ai suoi agi, propone al marito di essere pagata come fosse stata una squillo, sperando di provocare una qualche reazione o di trovare il compromesso tra un amore parziale ed una indipendenza economica. Troverà invece solo qualche lacrima, molta umiliazione ed un marito entusiasta di prostituire a se stesso la propria moglie.

Il film si chiude con il divertente episodio La riffa di Vittorio De Sica, sceneggiato da Cesare Zavattini. Si cambia totalmente ambiente ed umore: siamo nelle campagne romagole ed una esplosiva Sofia Loren è offerta come premio in una lotteria clandestina. Facce abbronzate, infiammate dal vino e dalla passione, e mani tozze e rugose si agitano nella piazzetta del paesino nell’attesa del vincitore. Esilarante gag di costume che si chiuderà con tanta gente in festa, il vincitore a bocca asciutta e donne alle finestre imprecando contro i mariti ubriachi.

Boccaccio ’70 fu presentato al Festival di Cannes fuori concorso. Quando il produttore, per l’occasione, tolse l’episodio di Monicelli Renzo e Luciana dall’edizione per l’estero, gli altri tre decisero di non recarsi al Festival per solidarietà.


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27
Nov 09

Un tram che si chiama Desiderio (Elia Kazan, 1951) – Isteria, repressione e cinismo della società del secondo dopoguerra

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L’arrivo di Blanche Du Bois al capolinea Desiderio dei Campi Elisi, un vecchio quartiere di New Orleans abitato da immigrati francesi, simbolizza in qualche modo l’arrivo al capolinea della società occidentale del secondo dopoguerra.

Un tram che si chiama Desiderio, tratto dall’omonimo dramma di Tennessee Williams (1947), mette in scena il degrado sociale e l’impoverimento (non solo economico) di una società ormai in caduta libera. Frustrazione, rabbia, violenza, dipendenza patologica, isteria e nevrosi sono alcuni degli elementi umani scelti da Tennessee per rappresentare l’istinto autodistruttivo che caratterizza l’esistenza di una società ormai giunta ai limiti del paradosso. Il particolare si fa veicolo dell’universale attraverso il racconto della storia delle sorelle Du Bois, Stanley Kowalski e l’entourage del quartiere in cui vivono, caratterizzato da una catena di conflitti e sentimenti contrastanti che emergono con forza e in maniera quasi opprimente, grazie alle brillanti interpretazioni di attori del calibro di Vivien Leigh, Marlon Brando, Kim Hunter, Karl Malden, Rudy Bond, alcuni dei quali riuscirono a conquistare un meritato Oscar.

Nella pellicola di Elia Kazan sono presenti tutte le debolezze umane, amplificate da una condizione in cui il conflitto sociale e la lotta per la sopravvivenza la fa da padrona. Mentre, da un lato, la cipria di Blanche Du Bois (Vivien Leigh) nasconde l’ipocrisia delle buone maniere di una classe educata e colta ma in rovina che ha appena contribuito alla distruzione del mondo per la seconda volta nella storia, la maglietta perennemente madida di sudore di Stanley Kowalski (Marlon Brando) sfoggia con spudoratezza ed ostentazione l’orgoglio di essere diverso e, al tempo stesso, il cinismo e la brutalità propri di una classe sociale repressa da una condizione di cattività imposta, che non gli appartiene. Una condizione di repressione che trova la sua valvola di sfogo nel vizio (il bere, il gioco d’azzardo, il sesso) e nella violenza, e che spinge ad incontrare un capro espiatorio nel primo malcapitato, senza alcuna capacità di distinzione o comprensione delle circostanze o del prossimo.

Si capisce sin da subito che Stanley è solo un bruto, un immigrato polacco impulsivo e ignorante. Ma, nonostante tutto, non lo si riesce ad odiare o, comunque, si trova sempre il modo di giustificare le sue azioni. Forse per quella sua semplicità espressa attarverso la naturalezza e la spontaneità dell’ atteggiamento, seppur spavaldo e incontrollato, di chi non ha nulla da nascondere. Per la rappresentazione di questo personaggio, non poteva esserci interprete migliore di Marlon Brando, con il quale nasceva un nuovo modo di recitare. Intenso e introspettivo, indolente ed esplosivo, Marlon Brando introdusse un “metodo” innovativo di fare cinema, quello del maestro russo Stanislavskij, praticato dall’Actors Studio fondato a New York da Lee Strasberg e dallo stesso regista Elia Kazan.

È forse anche a causa della presenza di  un opposto così evidente che l’ipocrisia delle buone maniere e della gentilezza forzata di Blanche Du Bois emerge agli occhi dello spettatore  in maniera ancor più esasperata ed esasperante, fino quasi a raggiungere il fastidio e la repulsione.

Blanche appare come una invadente e viziata donna per bene con le manie da regina senza trono. Vedova e repressa sessualmente, Blanche cerca rifugio da se stessa e dai suoi affanni in casa della sorella Stella (Kim Hunter), portando con sè, oltre ai suoi bauli pieni di futili vanità, anche i suoi complessi di donna sul lastrico incapace di accettare la sua situazione e vittima della repressione della sua stessa cultura. Le sue buone maniere e l’atteggiamento da donna altolocata sono le uniche cose rimastele dopo il crollo economico della sua famiglia ed il suicidio di suo marito, sorpreso in una relazione omosessuale dalla moglie (elemento, quest’ultimo, che non verrà posto in evidenza nella trasposizione cinematografica dell’opera teatrale per questioni di censura – siamo nel 1951). Un suicidio che ha inflitto alla vanità di Blanche un colpo mortale, lasciandola in preda a futili paranoie che si tramuteranno in seguito in totale isteria. Dopo la morte del marito, Blanche trova rifugio nell’alcol e nella prostituzione in un vecchio albergo della città nella quale vive e lavora come insegnante di letteratura inglese. Sorpresa non esattamente sobria in attegiamenti ambigui con un suo allievo, viene allontanata dalla scuola.

Per questo Blanche cerca riparo dalla sorella. Ma sin dal primo giorno tra Blanche e Stanley è subito scontro: entrambi gli atteggiamenti, già di per sé estremi, vengono via via amplificandosi, ognuno rafforzando la propria posizione. Lo scontro si concluderà con una esplosione di violenza di Stanley, prima corporale nei confronti di sua moglie Stella, poi sessuale nei confronti di sua cognata, le cui manie e debolezze sfoceranno in una vera e propria follia.

Celebre è l’ultima frase che Blanche pronuncia – “Chiunque lei sia, ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei” – che rivolge allo psichiatra chiamato da Stanley e giunto per condurla in manicomio. Una frase che racchiude la terribile solitudine sofferta da Blanche (e da tutti coloro che appartengono alla sua categoria) e che la spinge a cercare conforto nel primo che le dimostri un minimo di attenzione.

All’epoca della sua uscita, nel 1951, il film ottenne nove nominations, riuscendo a conquistare quattro statuette: quella di Vivien Leigh come attrice protagonista, quella di Kim Hunter come attrice non protagonista, di Karl Malden come attore non protagonista e quella per la migliore scenografia in bianco e nero. Nessun oscar invece per Marlon Brando, d’altra parte da sempre riluttante al successo.

A rendere il film un capolavoro della cinematografia di quegli anni e dei nostri è, oltre al testo di Tennessee Williams che lo stesso Kazan definì «un classico contemporaneo», la elevata capacità interpretativa degli attori, dovuta anche all’approfondita conoscenza che molti di loro (Brando compreso) avevano dell’opera, per averla recitata molte volte durante i tre anni precedenti l’uscita del film nei teatri di New York. La stessa cosa può forse spiegare la debolezza di alcuni passaggi dovuta, come suggerì Luchino Visconti, all’usura delle troppe repliche.

Nel 1999 Un tram che si chiama Desiderio è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.


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18
Nov 09

Paisà – Un ampio sguardo sugli italiani della liberazione

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Dopo Roma città aperta (1945), Roberto Rossellini realizza l’anno successivo Paisà, la seconda pellicola della cosiddetta “trilogia della guerra”. Presentato nel 1947 alla prima Mostra di Venezia del dopoguerra, Paisà consiste di sei distinti episodi che descrivono l’arrivo degli alleati in territorio italiano, partendo dalla Sicilia e risalendo l’Italia passando per Napoli, Roma, Firenze, Appennino Emiliano fino a Porto Tolle, presso la linea gotica.

Proprio per la sua struttura ad episodi, la stesura del soggetto impegna molti autori, tra cui Victor Haines, Marcello Pagliero, Sergio Amidei, Federico Fellini, Vasco Pratolini e lo stesso Rossellini, mentre la sceneggiatura la scrivono solo Rossellini e Fellini. La pellicola, come quella che la precedette, fu girata prevalentemente utilizzando attori non professionisti e con grande scarsità di materiali e di risorse economiche.

Mentre con Roma città aperta Rossellini descrive l’occupazione nazista, con Paisà il regista racconta della liberazione. Ma a differenza di Roma città aperta, con Paisà Rossellini decide di abbandonare la narrazione del particolare, dell’individuale, estendendo il suo racconto a tutta la penisola. Come se, con la pellicola che porta impressa la seconda più grande opera del cinema realista italiano, avesse cercato di unire finalmente tutti i suoi connazionali in un simbolico grande abbraccio.

Come tutte le opere del grande Maestro, anche Paisà è impregnato dal grande umanismo rosselliniano, che vede tutti gli uomini accomunati dallo stesso destino, dalle stesse sofferenze e dagli stessi desideri, pur nella loro evidente diversità. È forse anche questo che Rossellini ha voluto comunicare sin dalla scelta del titolo, strutturando simbolicamente il suo film in distinti episodi che, nonostante siano ambientati in contesti profondamente diversi (Sicilia separatista, Napoli ladrona, Roma e Firenze sconvolte dalle rappresagli, un convento e una landa sperduta nei presi di Comacchio) e con personaggi altrettanto lontani tra loro, suonano all’unisono in perfetto accordo tra loro, come diversi strumenti di una stessa orchestra, come distinte voci di uno stesso coro.

Un coro che Rossellini lascia cantare senza dirigere, semplicemente ponendosi all’ascolto e registrandone i suoni, i messaggi, che poi metterà assieme per poterli riprodurre. Un atteggiamento da inventore del realismo, secco, quasi asettico, spesso duro e crudele come solo la realtà – soprattutto di quel momento storico – può essere. La sua presenza come regista si nota solo per l’utilizzo delle cineprese in contesti che più che rappresentare la realtà sembrano esserne parte. La presenza della voce narrante di Giulio Panicali, le inquadrature tecniche, semplici e nette, prive di qualsiasi artificio cinematografico o scenico, mostrano l’approccio documentaristico alla narrazione della storia-che-si-fa, che contemporaneamente accade davanti agli occhi degli spettatori di fronte allo schermo gigante del cinema e fuori, davanti a quegli stessi occhi. Molto meno romanzate rispetto a Roma città aperta, le storie di Paisà raccontano privandosi di qualsiasi slancio estetico o sentimentalistico. Eppure, nonostante questa asetticità quasi ostentata, queste stesse storie riescono a commuovere e a coinvolgere come se le si stesse vivendo in prima persona perchè piene di umanità. Quella umanità che viene fuori soprattutto nelle situazioni più disperate, che ci fa piccoli e grandi allo stesso tempo, e che ogni uomo non può non riconoscere e sentirsene parte.

Su quella stessa umanità che ha permesso agli uomini di far fronte agli abomini degli uomini, Rossellini punta la sua cinepresa e la sua speranza, indicandola come il punto da cui partire per ricominciare ad essere migliori.

Vincitore di un cospicuo numero di premi cinematografici, tra cui 3 Nastri d’argento (musiche, film e regia) e la coppa Anica alla XI Mostra di Venezia del 1946.

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7
Nov 09

Il Caso Mattei – La morte di un italiano diverso (Francesco Rosi, 1972)

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Era inevitabile che il genio di Francesco Rosi, uno dei registi più impregnati di attivismo politico e sociale del ‘900 italiano, non si occupasse cinematograficamente della morte del molto discusso Presidente dell’ENI, Enrico Mattei.

Girato con una commistione di generi, mescolando l’approccio della cronaca e dell’inchiesta alle tecniche della ricostruzione documentaristica in un articolato montaggio narrativo, Il caso Mattei racchiude in ogni fotogramma il principio primo del realismo del “cogliere la realtà nel momento in cui si compie”, e rappresenta l’idea stessa di cinema che il regista Rosi insegue. Lo stesso Rosi sostenne che “Il cinema serve anche a testimoniare la realtà del proprio Paese, a stimolare dubbi nella gente. Questo è il cinema che ho fatto, nel quale credo, che voglio continuare a fare e che spero che molti giovani facciano”.

Erano passati meno di dieci anni dalla morte del Presidente dell’ENI Enrico Mattei avvenuta nel 1962, e i dubbi sulla sua morte – nonostante l’inchiesta fosse stata frettolosamente archiviata come incidente aereo – erano ancora molti. Per questo, Rosi intreccia le informazioni provenienti dalle diverse fonti all’epoca disponibili (è il 1970), accostando tra loro i diversi punti di vista, evitando di portare avanti esclusivamente la tesi dell’attentato (scartata da subito dai magistrati), senza però escluderla del tutto. Per fare ciò non rinunciò ad intervenire direttamente per porre quesiti e sollecitare risposte, rappresentando se stesso davanti le cineprese.

Forse anche perchè si sentì chiamato in causa personalmente a seguito della sparizione di De Mauro. Negli ultimi giorni del Luglio del 1970, infatti, il regista contattò il giornalista Mauro De Mauro per proporgli di ricostruire le ultime ore di vita di Mattei a Gagliano, in Sicilia. De Mauro accettò la proposta ed iniziò immediatamente le sue ricerche. Andò a Gagliano dove grazie al sig. Puleo, gestore del locale cinema, riuscì a procurarsi il nastro con l’ultimo discorso fatto dal presidente dell’Eni. Quindi iniziò ad avere i primi contatti con alcuni personaggi del posto, soprattutto due: Graziano Verzotto, uomo politico e amministratore dell’Ente Minerario Siciliano, da molti indicato come molto vicino alla cosca mafiosa di Giuseppe Di Cristina; e Vito Guarrasi, personaggio molto ambiguo vicino a tanto ad Amintore Fanfani quanto ai Servizi Segreti Americani. Poi, il 16 settembre del 1970, a pochi giorni dall’incontro con Guarrasi, il giornalista De Mauro scompare nel nulla, sequestrato sotto casa sua in viale delle Magnolie a Palermo, e di lui non se ne saprà più nulla.

Il caso Mattei, sia per lo spessore politico, economico ed internazionale del personaggio che per le condizioni della sua morte ed i suoi rapporti con molti personaggi oscuri ed ambigui, è un giallo politico necessariamente non convenzionale e decisamente al di fuori dei canoni classici del mistero, della vittima, del colpevole, dell’eroe e, soprattutto, del caso  risolto. Il caso Mattei è sicuramente un mistero, la cui soluzione, però, resta imbrigliata negli intrecci narrativi della pellicola che corrispondono, purtroppo, alla realtà. La vittima c’è, anche più di una, e questa è la unica certezza in tutta questa storia. Anche i colpevoli ci sono, ma restano nell’ombra e senza nome. Tranne uno: la vittima stessa. Si, perchè ne Il caso Mattei, la vittima non è l’eroe, figura decisamente rinchiusa negli armadi delle vecchie figure retoriche. Nel film, Mattei – imterpretato magistralmente da Gian Maria Volontè – è una figura altrettanto ambigua come le personalità di cui si circonda.

La struttura del film, con una composizione narrativa a mosaico e un ritmo serrato del racconto, rappresenta chiaramente tutto ciò, vagliando di volta in volta le diverse ipotesi sulla morte di Mattei, senza però avvalorarne alcuna. Non si traggono conclusioni guardando questa pellicola di Rosi, ma solo spunti di riflessioni; non si ottengono risposte, ma solo nuovi quesiti. A proposito de Il Caso Mattei, Rosi disse: “Il mio film tende solo a capire perché il delitto è stato possibile, se di delitto si è trattato. Non mira affatto a sciogliere il mistero della fine di Mattei. Poi, vorrebbe ripercorrere le varie fasi di un “creatore di lavoro” che sente le necessità di una rottura in un’Italia in mano alla destra economica. Voglio citare una frase detta da Moravia: “In sostanza, per capire la morte di Mattei pensiamo che bisogna risalire alla situazione storica dell’Italia e arrischiare l’ipotesi che Mattei sia stato assassinato non tanto perché dava fastidio quanto perché non aveva alle spalle una borghesia e una cultura egemoniche, come i suoi avversari. Cioè perché era stato costretto a condurre la sua lotta da solo e quasi in maniera privata”.

“Nella azione del film ha giocato molto il fatto che io sia partito dagli ultimi tempi di Mattei, andando poi a ritroso, perché questo mi ha permesso non solo di fare biografia ma anche storia, di ripercorrere le tappe di una storia italiana, economica, politica, sociale. Con al centro un personaggio come Mattei che anche un po’ misterioso da definire, e che certamente ha avuto molti meriti e molte ambiguità, quando da servitore dello stato, come lui diceva, ha cominciato a diventare un padrone dello stato”. Le rotture improvvise del filo conduttore della storia che va continuamente avanti e indietro nel tempo, le accelerazioni, gli inserti documentari, le divagazioni sulla vita del primo presidente dell’Eni, fanno del Caso Mattei uno dei migliori film-inchiesta del cinema italiano, “di un genere abbastanza nuovo , mi pare, rispetto a quello che si è fatto di solito nel cinema” (Francesco Rosi).

Presentato in concorso al 25° Festival di Cannes, ha vinto il Grand Prix per il miglior film.


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28
Oct 09

Fronte del Porto – La storia di un pentimento, un prodotto della Guerra Fredda.

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Fronte del Porto è un film catartico, che viaggia sui binari della redenzione e del pentimento. Terry Malloy –meravigliosamente interpretato da un allora giovane Marlon Brando che con questo film otterrà un oscar come miglior attore – è un ex pugile che lavora come scaricatore di porto nei docks di New York. Ma Terry è anche il fratello di Charley (Rod Steiger), uno dei capi della gang che gestisce svariati porti sulle coste americane, traendo i suoi maggiori profitti dallo sfruttamento dei lavoratori e dal racket. Dopo aver provocato involontariamente la morte di un operaio che voleva solo il rispetto dei propri diritti, passa dalla parte dei lavoratori, grazie anche all’influenza che su di lui esercitano la sorella del lavoratore ucciso, Edie Doyle (Eva Marie Saint), di cui si innamorerà e il sacerdote cattolico Barry (Karl Malden). Successivamente ad una faticosa crisi di coscienza, che lo spinge a testimoniare contro la gestione criminale del porto, affronta una coraggiosa deposizione in tribunale e si pone alla testa del movimento per la emancipazione dei lavoratori.

Di per sè, la trama del film pare non essere in grado da sola a giustificare i sette Premi Oscar e il Leone d’Argento vinti dalla pellicola nel 1955. Bisogna, per questo, prendere in considerazione due cose: il contesto storico-culturale dell’anno di uscita della pellicola ed il regista.

Fronte del Porto venne presentato al pubblico nel 1954. Erano gli anni di piombo della Guerra Fredda, dei film patriottici e di propaganda. Anni particolarmente caratterizzati da un elevato livello di tensione politica e sociale e da una folle caccia alle streghe rosse, i comunisti, spesso condotta in maniera arbitraria, spiccia e poco ortodossa e con processi alla buona e piuttosto sbrigativi in cui chiunque poteva essere accusato per i più futili motivi. Il metodo era quello imposto dal Senatore McCharty, il feroce ed accanito sostenitore della lotta al comunismo, contro cui si batte il giornalista Ed Murrow dagli studi della CBS in Good Night and Good luck di George Clooney. Allo stesso McCharty, quello vero, si rivolge il regista di Fronte del Porto Elia Kazan il 10 aprile 1952. Presentatosi dinanzi ai membri dell’HUAC (House Un-American Activities Committee) accusa di militanza comunista undici artisti cinematografici, tra cui il regista Jules Dassin e l’attrice Kim Hunter, da lui diretta in Un tram che si chiama desiderio, stroncandone la carriera.

Visto in questa ottica, risulta piuttosto evidente il filo che lega intimamente il percorso di redenzione di Terry Malloy in Fronte del Porto al tentativo del regista di riscattarsi da una colpa che, nonostante tutto, egli non sente come propria ma dovuta alle circostanze del contesto. Assumono una importanza ed un significato che vanno oltre la pellicola fine a se stessa molti dei dialoghi affrontati dai vari personaggi.

Inizialmente si assiste ad un Terry-Kazan con una coscienza totalmente assorbita dal contesto che lo circonda e che lo lascia indifferente: alle accuse di Edie (“Non c’è un briciolo di sentimento, di gentilezza o di umanità in te”) egli risponde con il cinismo ottuso (“Sono cose che non danno altro che noie”) proprio di chi cerca di difendersi da un sistema che percepisce come sbagliato senza per questo sentirsi in dovere di contrastarlo. Una povertà di empatia solo apparente, e che emerge in maniera sempre più evidente di scena in scena: sia perchè, innamorandosi di una ragazza ferita, Terry-Kazan scopre che si può rimanere feriti anche dalla sofferenza degli altri; sia perchè i discorsi-predica del prete Barry risvegliano in lui i sentimenti (di stampo marcatamente cristiano) di fratellanza e amore per il prossimo assopiti da tempo.

In tale contesto, la figura del prete assume un valore pittosto importante, non solo per questioni strutturali relative al ruolo che il personaggio ha nella pellicola, ma anche per il significato che la sua presenza in tale contesto assume, alla luce del catarsi del personaggio-regista. Un significato che suggerisce una catarsi che prevede il pentimento per l’azione compiuta, ma non il rifiuto del sistema che lo ha spinto a compierla. Ovvero: Kazan si pente delle sue denunce, ma non per questo abbandona quello che è il sistema in cui crede, diventando comunista. Neanche quando si accorge del tradimento, del dolore ricevuto dal sistema di cui egli si sente parte, fratello. Emblematica, in questo caso, è la meravigliosa scena del taxi. Totalmente improvvisata dagli attori e girata in un angolo di un teatro di posa per scarsità di mezzi (sul finestrino posteriore del taxi compare una veneziana per nascondere lo studio), Terry (Marlon Brandon) è in macchina con il fratello Charley (Rod Steiger) che ha il compito di convincerlo ad abbandonare il suo percorso di redenzione o di ucciderlo. Quando Charley punta la pistola addosso al fratello, Terry la abbassa con la mano senza timore, pronunciando solo le parole “Oh, Charly, Charly… OH, Charly”, come se avesse sempre saputo che Charly non gli avrebbe mai sparato. Sul suo volto non c’è paura, o terrore, o rabbia. C’è solo una enorme delusione e pena per ciò che non avrebbe mai voluto che accadesse. Questo atteggiamento di redenzione senza riniego è testimoniato da più elementi: c’è il prete e quindi la religione, c’è la presenza delle forze istituzionali e di governo, c’è la giustizia dei tribunali, ci sono i sindacati corrotti. Un pentimento, dunque, che non prevede la rivoluzione.

Nessuno può sapere quale sia stato il pentimento del regista, ne se effettivamente Kazan si sia mai pentito sul serio. Bisogna comunque tenere sempre presente che un film “rivoluzionario” o comunque “troppo contro” e di totale denuncia a quell’epoca sarebbe stato praticamente impossibile da produrre. Difatti, a finanziare l’uscita di Fronte del Porto fu Sani Spiegel, un produttore austriaco “indipendente”, cioè non troppo legato a quelle regole economiche e industriali che di solito finiscono per prevalere su quelle artistiche ed estetiche, per quanto riguarda il cinema, e su tutte le altre in generale.

Il film, tratto da un racconto di Budd Schulberg e alcuni articoli di Malcolm Johnson, fu girato prevalentemente all’esterno nel porto di Hoboken di New York, in pieno inverno, utilizzando veri lavoratori portuali come comparse.

Nel 1989 è stato inserito fra i film preservati dal National Film Registry presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito all’ottavo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è sceso al diciannovesimo posto. La realizzazione dei manifesti del film per l’Italia fu affidata al pittore cartellonista Anselmo Ballester.



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26
Oct 09

Germania Anno Zero – La sofferenza di tutti e la morte del futuro

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IL PRESENTE FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

È il 1947, Agosto. Roberto Rossellini arriva in mezzo a ciò che resta di Berlino; con la sua troupe e l’attrezzatura necessaria passeggia tra le macerie di quella che, fino ad un paio di anni prima, era stata la capitale del naziolnalsocialismo, per girare le scene di ciò che diventerá Germania Anno Zero nel febbraio 1948.

Ancora una volta, l’attenzione del Maestro del Neorealismo viene catturata dagli sconvolgimenti del presente, che lo obbligano a volgere il suo sguardo indagatore verso la sofferenza individuale e collettiva degli uomini del suo tempo. Condensando assieme i principi della produzione documentaristica con la potenza dell’arte cinematografica in un sottile equilibrio che mai viene abbandonato durante l’intera durata della pellicola, Rossellini riesce a dare visibilitá a ciò che egli stesso pronunció come principio: “Il realismo non è altro che la forma artistica della verità”.

Una “verità”, quella di Rossellini, mai assoluta e sempre instancabilmente ricercata dal regista attraverso gli strumenti propri della cinematografia e le tematiche di base del neorealismo (attori non professionisti, lunghe riprese in esterni, storie di gente comune, attenzione ai bambini), con cui egli interroga la realtá e, con essa, gli uomini che la possiedono. Rossellini sembra dire agli uomini della Seconda Guerra Mondiale – a coloro che l’hanno voluta e combattuta così come a chi l’ha inevitabilmente subita: guardate cosa abbiamo fatto a noi stessi. Non è un monito, nè una presa di posizione e nemmeno un sermone fatto nascondendosi dietro una cinepresa pieno di falsi moralismi. È un invito a prendere atto della realtà. Una realtà non interpretata, bensì raccontata così com’è, così come si era presentata agli occhi del regista e delle sue cineprese nel 1947, la stessa che era lì fuori ad attendere gli spettatori all’uscita delle sale cinematografiche.

Puntando la macchina da presa sulle macerie di una città dove, come dice la voce fuori campo all’inizio del film, le persone “vivono nella tragedia come nel loro elemento naturale”, Rossellini mette quelle stesse persone di fronte ad un bivio sin dal titolo della pellicola: Anno Zero può essere inteso sia come un nuovo punto di partenza, la possibilità e la necessità di ricominciare a vivere, dopo il nazismo e dopo la guerra, in maniera diversa; sia come l’ultimo approdo di una società che sembra ormai non essere più in grado di vivere, che vaga allucinata in una realtà che, come un limbo, sembra precedere appena l’annullamento totale di tutto.

Allontanandosi dalla realtà italiana, Rossellini tenta di dar voce alla universalità della sofferenza, utilizzando come protagonisti della sua storia proprio coloro i quali erano ora visti da tutto il mondo come i principali responsabili di quella stessa sofferenza, dando nuovamente prova del suo grande umanismo.

La storia è quella di Edmund Koeler, un ragazzino di appena tredici anni che vive di espedienti in una desolante Berlino del dopoguerra. Con il padre costretto a letto da una grave invalidità, il fratello disertore e ricercato come ex nazista e la sorella che si guadagna favori e regali prostituendosi con i soldati delle truppe alleate, Edmund si aggira per i palazzi distrutti in cerca di cibo e di lavoro di qualsiasi genere per sostentare la famiglia, che vive tutta assieme nell’unica stanza di un appartamento di proprietà altrui.

Le cineprese che filmano la precarietà di questa famiglia come normalità, come regola quotidiana, seguendola nella quotidianità dei gesti, dei pensieri, delle azioni, scoprono una realtà più vasta e una verità più grande, riprendendo anche ciò che avviene intorno, raccogliendo in ogni singola scena il particolare ed il generale, l’individuale ed il collettivo, il personaggio ed il contesto, contribuendo a rendere universale e senza nazionalità la storia di un giovane tedesco, fisicamente prototipo della razza ariana.

Edmund un giorno incontra un suo vecchio maestro, un ex nazista non più abilitato ad insegnare; il viscido docente lo affascina con le sue teorie secondo cui “i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere“. Edmund torna a casa e, influenzato dai discorsi del maestro e dall’atteggiamento vittimistico del padre, di nascosto avvelena il genitore uccidendolo. Quando torna dal maestro per confessare il suo delitto, questi, terrorizzato e temendo di essere coinvolto, gli dà del pazzo e dell’assassino.

Il ragazzino, sconvolto dalla reazione del maestro e dal senso di colpa per l’errore commesso, non ha il coraggio di tornare a casa, e comincia a vagabondare per la città. Il suono di un organo esce da una chiesa senza tetto, a rappresentare metaforicamente il pentimento e, forse, ancora la presenza, seppur piccola, di un ultimo appiglio morale di un popolo travolto da un istinto autodistruttivo e pieno di disperazione.Il vagabondare porta Edmund su un campanile pericolante da cui vede trasportare via la salma del padre e da cui il bambino si butta poi nel vuoto.

La recitazione, soprattutto dell’ultima parte della pellicola, quasi priva di espressività, assieme al suicidio di una così piccola vita, rafforzano la visione di una realtà talmente orrenda da far pensare che non possa esserci nulla di peggiore. Il suicidio di Edmund rappresenta metaforicamente anche la morte del futuro ed è un forte richiamo dell’attenzione rivolto a tutti; una denuncia estrema di una condizione umana paradossale, quasi surreale. Come anche in Roma Città Aperta, la presenza di giovani personaggi, in questo caso addirittura protagonisti della storia narrata, vuole essere un monito ad un presente enormemente ferito dal passato, ma con ancora la possibilità di un futuro migliore.

Il film è dedicato alla memoria di Romano Rossellini, il figlio del regista prematuramente scomparso a 9 anni nel 1946.

Le musiche del film sono di Edgardo Micucci. Il film è stato girato in prima battuta in tedesco e poi doppiato in italiano a cura di Sergio Amidei.

Vincitore del Primo Premio al Festival di Locarno del 1948.

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15
Oct 09

Orwell 1984 (Michael Radford, 1984)

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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.


Nel 1984 esce nelle sale britanniche Orwell 1984, una eccezionale trasposizione cinematografica del famosissimo romanzo di George Orwell. La regia è di Michael Radford, a cui Sonia Brownell, vedova di Orwell e titolare dei diritti d’autore, permise, prima di morire nel 1980, di realizzare la pellicola a patto che il film non utilizzasse nessun effetto speciale all’epoca molto in voga.

Il film viene girato principalmente in alcuni docks della zona portuale di Londra, poco prima della loro demolizione. Considerando la location, il tema ed il periodo storico, la pellicola è inizialmente concepita in bianco e nero, ma la proposta viene rifiutata dalla produzione. La colonna sonora è scritta da Dominic Muldowney, mentre il pezzo di chiusura “Julia” è degli Eurythmics.

Il volto del Grande Fratello è di Bob Flag, un attore non professionista che fu inserito nel cast dopo una selezione con questionario. A vestire meravigliosamente i panni di Wiston Smith è un ottimo John Hurt, il quale interpreta in modo incredibilmente realistico la sofferenza, sia psicologica che fisica, del protagonista. Suzanna Hamilton è la trasgressiva Julia, innamorata di Wiston, l’unico con il quale può permettersi ancora di vivere una vita reale ed esprimersi genuinamente nella società del Socing e della Neolingua, sottraendosi al controllo vigile del Partito. Per il ruolo dello spietato O’Brien vengono considerati Paul Scofield, Anthony Hopkins e Sean Connery. La scelta finale, però, cade su Richard Burton, a cui la pellicola è dedicata e che con Orwell 1984 ci regala la sua ultima apparizione cinematografica (il film uscì nelle sale cinematografiche dopo la morte dell’attore).

Gli ottimi accorgimenti tecnici e la scenografia scarna ed essenziale contribuiscono all’emergere dell’aspetto realista del film, trasformando ciò che qualcuno crede possibile in qualcosa di già accaduto e tuttavia presente. L’utilizzo dei molti primi piani sapientemente alternato ai campi estesi costringe lo spettatore a spostarsi continuamente dal piano personale a quello collettivo, riproducendo quel conflitto dentro-fuori che è tra i temi principali di Orwell, diligentemente riproposto da Radford in chiave cinematografica.

Il regista rimane fondamentalmente fedele al testo su cui si basa la sceneggiatura: ne rispetta i tempi, i luoghi ed i passaggi più importanti, mentre le caratteristiche principali dei personaggi emergono senza difficolta grazie ad una consapevole scelta degli attori. Nonostante ciò, vi sono alcune leggere differenze con il romanzo: il gesto di saluto, che nel libro non esiste; il Ministero della Produzione (Minprod), che corrisponde all’orwelliano Ministero dell’Abbondanza (Minabbon); il Ministry of Records (Minrec) dove lavora Wiston, indicato nel libro come Ministero della Verità (Mintrue); l’appellativo di “fratello” e “sorella” utilizzato nel film al posto di “compagno”.

Due passaggi, invece, si discostano completamente dal testo di riferimento: la consegna del libro segreto della Resistenza “Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico”, scritto dal fantomatico Goldstein, e l’incontro con O’Brian. Per quanto riguarda la prima differenza, probabilmente dovuta a questioni puramente pratiche (risparmio di una intera scena, di attori e di tempo), mentre nel romanzo la consegna avviene in una piazza durante un comizio, nel film è O’Brian stesso a consegnare a Wiston il ilbro segreto, a seguito di una visita di quest’ultimo presso l’abitazione del primo. La seconda differenza, invece, sembrerebbe più di ordine tecnico: mentre nel romanzo Wiston si reca presso O’Brian in compagnia di Julia, nel film Wiston è solo durante la visita. Forse, la scelta del regista è legata alla figura di Julia, che nella versione cinematografica resta ambigua fino alla fine della pellicola senza risolvere il sospetto del tradimento.

Un’ultima, importante differenza è nel finale: mentre Orwell fa di Wiston un uomo completamente spersonalizzato a seguito delle torture di O’Brian e totalmente condizionato alle leggi del Partito, Redford lascia al protagonista un ultimo accenno di ribellione, quasi impercettibile e probabilmente inconsapevole. Comprensibilmente, la visione distopica ed apocalittica del mondo di Orwell nel 1948 (anno in cui il libro fu scritto) è difficilmente compatibile con il mondo all’epoca di Redford, trentasei anni più tardi: la Seconda Guerra Mondiale è terminata ormai da tempo, Hitler è un fantasma del passato, la Germania smilitarizzata e divisa, la guerra o troppo lontana oppure nascosta. A ciò si aggiunge il fatto che nel 1984 (anno di produzione del film) nelle case dei cittadini (apparentemente) non vi sono affatto enormi schermi con il viso baffuto di Big Brother. Resta comunque difficile capire se la scelta del regista sia dipesa più da una visione maggiormente positiva della storia dell’uomo rispetto a quella di Orwell, o se semplicemente Redford vuole offrire una speranza ai suoi spettatori e nessun appiglio ad eventuali critiche feroci.

Il film vinse il Premio per il Miglior Film dell’anno 1984 nella rassegna British Film Awards organizzata dal quotidiano inglese Evening Standard.


Nota: Nell’ultima parte della pellicola, Smith scrive quasi inconsciamente la formula “2+2= “. Questa formula apparteneva al richiamo alla realtà di Smith quando ancora la sua mente era libera dai condizionamenti delle torture di O’Brian e alla definizione di Libertà di Wiston (“la libertà è poter dire che 2+2=4″). Il fatto che alla somma non segua un risultato potrebbe indicare un ultimo residuo di coscienza di Wiston. Tuttavia si tratta di un errore. Nelle versioni britanniche del romanzo dal 1951 al 1987, infatti, la si produsse un errore di stampa causato dalla caduta dell’ultimo carattere (il numero 5) che in tal modo sparì per sedici anni da tutte le edizioni. Il film, datato 1984, riporta il medesimo errore, essendo basato proprio su una di queste edizioni. In realtà, Orwell, nella versione corretta del romanzo, non lascia spazio ad alcun residuo di coscienza in Wiston, il quale affermerà che “2+2=5″ senza dubitarne.


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1
Oct 09

Addio alle Armi (Charles Vidor, 1957)

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E’ del 1957 la seconda versione cinematografica del bellissimo romanzo di Hemingway Addio alle armi, a cui si ispira liberamente (forse un po’ troppo) il regista Charles Vidor.

La presenza di Jennifer Jones (all’epoca più verso i 40) nelle vesti della giovane crocerossina Catherine Barckley di Hemingway potrebbe supporre sia dovuta al suo vincolo matrimoniale con il produttore David O. Selznick, che con il fiasco commerciale e di critica di questo film chiude definitivamente la sua carrierera. A Rock Hudson è affidata la parte del protagonista della vicenda, il giovane giornalista americano Federico Henry.

La pellicola non rispetta affatto il ruolo di speranza e di catarsi salvifica che Hemingway affida alle storie di amore all’interno dei suoi racconti di guerra, trasformando Addio alle Armi in una patetica storia d’amore di impronta hollywoodiana in cui la Grande Guerra assume un carattere del tutto secondario e di sottofondo.

A questo va aggiunta la poca rilevanza attoriale degli interpreti dei protagonisti, il cui ruolo principale non riesce a contrastare la potenza artistica di un De Sica in piena forma nei panni del chirurgo Alessandro Rinaldi, a cui verrà assegnato il Premio Oscar come miglior attore non protagonista.

Ad ogni modo, il film merita di essere visto, anche per godere della freschezza interpretativa di un allora giovane Alberto Sordi nella parte di Padre Galli, il quale si lascerà morire assieme ai feriti abbandonati mentre tutti scappano a seguito di un attacco nemico e che provocherà il cedimento psicologico di De Sica-Rinaldi portandolo alla fucilazione. Questi, a mio avviso, gli unici due momenti veramente degni di nota dell’intera pellicola.

Nel cast compare anche Bud Spencer che indossa le vesti di un carabiniere.

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22
Sep 09

Roma Città Aperta – Roberto Rossellini e il nuovo cinema italiano

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IL PRESENTE FILMATO E’ DA INTENDERSI PER SCOPI EDUCATIVI E SENZA FINI DI LUCRO.

Roma, 1944. Il regime fascista è caduto, gli Alleati sono sbarcati in Italia ma non sono ancora giunti nella capitale, dove il persistere delle repressioni nazifasciste e l’attività sabotativa dei resistenti non fanno che peggiorare le già difficili condizioni di una popolazione ormai privata di tutto dalla estenuante guerra.

Queste poche righe non introducono solo lo scenario che si ritrova di fronte lo spettatore immaginario di Roma Città Aperta. Le stesse righe descrivono l’effettiva precarietà delle condizioni e del contesto storico-sociale sotto i quali la pellicola è stata prodotta. Una precarietà talmente tanto evidente che ha contribuito ad aumentare il valore di questo capolavoro della cinematografia italiana del dopoguerra non solo dal punto di vista artistico, e che ha spinto Carlo Lizzani a girare Celluloide nel 1996 – un film sulle difficoltà incontrate da Rossellini e dalla troupe prima e durante le riprese.

La confusione giunta a seguito della ritirata dei tedeschi e la povertà ereditata da cinque anni di guerra e poi di occupazione, furono le principali cause della scarsa disponibilità delle strutture e del materiale tecnico, compresa la pellicola. Rossellini e la sua equipe furono costretti ad improvvisare le riprese di alcuni interni nel vecchio Teatro Capitani, in via degli Avignonesi 32, in prossimità del Tritone, mentre gli studi di Cinecittà venivano utilizzati come rifugio per gli sfollati.

A proposito della scarsità dei materiali e delle risorse, Rossellini ricorda:

 

 

“Abbiamo cominciato a girare appena due mesi dopo la liberazione di Roma, nonostante la mancanza quasi totale di pellicola. Ho dovuto prendere i soldi a prestito. Inizialmente infatti il film era stato concepito muto, non per scelta ma per necessità. La pellicola costava 60 lire al metro e per ogni scena avremo dovuto spendere centinaia di lire in più se avessimo voluto registrare il sonoro”.

Senza considerare il fatto che Rossellini diresse il film “in teatri di posa quasi improvvisati e, comunque, molto spesso in mezzo alla strada, fra la gente, nei cuore di una città ancora troppo ferita per non guardare con un certo fastidio a un gruppo di cineasti con macchina da presa” (Da Il Cinema Grande storia Illustrata Volume terzo di De Agostini1981).

 

Come lo stesso regista affermò, “lo spirito da cui è originata la trama é storico”. La pellicola si ispira, infatti, alla storia reale di don Luigi Morosini – rielaborata da Sergio Armidei e Alberto Consiglio e sceneggiata dal regista con Amidei, Federico Fellini e Celeste Negarville – collaboratore antifascista della resistenza e per questo fucilato da uno degli ultimi plotoni nazisti ancora presenti nella capitale. L’intento, invece, fu quello di raccontare ai superstiti, attraverso le vicende private di personaggi della Roma popolana, la storia ancora recente della lotta, delle sofferenze e dei sacrifici degli Italiani che vissero la Nazione della guerra e dell’occupazione.

Girato in bianco e nero, il film è il primo della cosiddetta “Trilogia della guerra”, poi proseguita con Paisà (1946) e Germania anno zero (1947) e impose in tutto il mondo una nuova maniera di rappresentare la realtà cogliendola nel suo farsi (il film fu, infatti, girato mentre ancora esisteva la Repubblica di Salò) per offrirla ai suoi stessi protagonisti, attraverso un percorso di sublimazione di ciò che accade caratterizzato da elementi romanzeschi di lirismo cinematografico e, per questo, allontanandosi dal mero esercizio della cronaca. Per la presenza di tutte queste caratteristiche, Roma Città Aperta verrà universalmente riconosciuta come la pietra miliare di quel movimento che sarà successivamente indicato con il nome di Neorealismo, mentre la scena girata in Via Raimondo Montecuccoli (quartiere Prenestino-Labicano) della corsa e della fucilazione di Anna Magnani, dietro al camion che portava via il marito prigioniero, rimarrà nella storia del cinema italiano, simbolizzandone una trasformazione epocale. Tanto epocale da spingere Otto Preminger ad affermare: “La storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”.

A distanza di molti anni, nel 1976, Rossellini definì Roma Città Aperta

“un film sull’ovvio. L’ovvio di quel momento là, naturalmente. Cosa c’era infatti in Roma città aperta? Il coraggio, la paura, la rivolta, il partigiano, il borsaro nero, persino un bambino sul pitale. Me l’hanno rimproverato tante volte, ma quel bambino su quel pitale non stava mica lì per il gusto della sensazione, ma proprio per trasmettere il senso dell’ovvio, per portare l’essere umano il più possibile vicino alla realtà. Solo così, dopo, vedi l’eroismo, l’eroe. Se lo cogli, l’eroe, anche nei momenti più dimessi, lontano dal piedistallo, dopo, quando risale sui piedistallo, ci credi di più “(

Da Il Cinema Grande storia Illustrata Volume terzo di De Agostini1981).

Ed è proprio questa testimonianza dell’ovvio a rendere Roma Città Aperta così speciale. A differenza dei film con una impostazione storica contemporanei, dove è la memoria a rappresentare la loro raison d’etre, in Roma Città Aperta è il desiderio di mettere gli uomini al cospetto della realtà così com’è, in contrasto a una tradizione di ipocrisia fascista durata vent’anni, a far nascere nel regista l’esigenza della riproduzione di un pezzo di storia tanto recente da non aver bisogno di impegnative scenografie per raffigurare la Roma del post guerra. Lo slancio umanista di Rossellini si cela dietro ogni singolo fotogramma della pellicola che si serve della storia del singolo per parlare all’umanità. La scena emblematica dei bambini spettatori della fucilazione del loro parroco, è fortemente simbolica nel rappresentare la morte di tutta una serie di valori (non solo cattolici) che caratterizzerà i tempi avvenire. In quest’ottica, la stessa scena suona come un monito alle generazioni future che, su quella terra ricoperta dal sangue dei corpi fucilati, costruiranno il loro avvenire. Un monito, purtroppo, rimasto inascoltato.

Il film fu presentato al pubblico nel Settembre del 1945 senza il supporto di anteprime e iniziative pubblicitarie, mentre la realizzazione dei manifesti e delle locandine furono affidati al pittore e cartellonista Anselmo Ballester. La pellicola fu apprezzata unanimamente sia dal pubblico che dalla critica solo a seguito di vari premi e riconoscimenti, soprattutto esteri, ottenendo un incasso accertato a tutto il 31 dicembre 1952 di £ 124.500.000. Presentato in concorso al Festival di Cannes 1946, ottenne il Grand Prix come miglior film. Vinse tre Nastri d’Argento (miglior regia, miglior sceneggiatura e migliore attrice non protagonista, Anna Magnani) e ottenne una nomination al Premio Oscar come migliore sceneggiatura originale.

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