Archives for category: Vedilo

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Il presente filmato è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.

Quando a Philip Dick fu proposto di adattare il suo Do Androids Dream of Electric Sheep? (Gli androidi sognano pecore elettriche?) per una trasposizione cinematografica, lo scrittore si mostrò piuttosto scettico. Non è difficile, d’altronde, intuire le ragioni di una tale riottosità all’idea, visto che il risultato fu Blade Runner.

Ora, prima che qualcuno tra i fan della pellicola mandi in segno di disapprovazione un replicante al mio indirizzo, voglio dire che questo mio commento non cerca di sminuire il valore della pellicola in sé, bensì  vuole sottolineare quanto poco abbiano a che fare tra loro il film ed il romanzo a cui esso si ispira. Detto questo, tralasciamo l’opera letteraria per concentrarci su quella cinematografica che, con buona pace dei tifosi, di difetti holliwoodiani e mancanze grossolane pure ne ha qualcuna (come l’immancabile The end consolatorio del lieto fine, con l’eroe e la sua amata diretti verso miglior vita).

È difficile credere il fatto che il film cult Blade Runner, a fronte del successo che a distanza di più di un quarto di secolo non ancora lo abbandona, abbia segnato un flop ai botteghini. Allo stesso tempo, ciò non dovrebbe sorprendere, visto che questo è il destino riservato a tutte quelle opere che non trovino un pubblico ancora preparato ad accoglierle.

Novembre 2019: Los Angeles è una città iper-urbanizzata, ultra- artificiale e super-tecnologica. Tutti gli edifici si sviluppano in altezza come enormi monoliti, con un contesto urbano che ricorda, nel suo complesso, la Metropolis di Fritz Languna. La scenografia è particolarmente curata, tanto da indurre Dick stesso ad affermare che il mondo che era stato creato per girare Blade Runner somigliava esattamente a quello che lui aveva immaginato.

Un giovanissimo Harrison Ford interpreta i panni del poliziotto senza divisa Deckard, un agente dell’unità Speciale Blade Runner incaricato di dare la caccia a sei replicanti Nexus 6 (riproduzioni assolutamente fedeli dell’uomo, a parte la loro incapacità nel provare emozioni) fuggiti dalle colonie extramondo ed approdati a Los Angeles in cerca di una modifica genetica che li aiuti a vivere più dei quattro anni per cui sono stati programmati.

La trama, unita agli effetti per quell’epoca (1982) assolutamente speciali, risulta senza ombra di dubbio avvincente, pur non rappresentando la parte più interessante del film. I piani narrativi di Blade Runner sono molteplici e, oltre all’azione scandita dal classico schema eroe-antieroe-ostacolo-risoluzione con una postilla amorosa, fanno riferimento a molte questioni, filosofiche e spesso cervellotiche, che riguardano l’uomo e il significato di essere umano.

Il fatto che i replicanti siano così simili agli uomini che li hanno creati amplifica la portata della domanda, già di per sé piuttosto importante, su cosa sia l’uomo, cosa significhi essere umano. In un mondo in cui esistono entità così simili agli uomini, risulta necessario ripensare l’umanità come caratteristica esclusiva dell’essere umano in quanto tale. Allo stesso tempo, questa somiglianza produce un elevatissimo livello di intercambiabilità tra i personaggi umani ed i replicanti, sia nei luoghi cinematografici proposti dal film, sia nei luoghi interpretativi di chi lo guarda. Anche se all’apparenza potrebbe sembrare il contrario, nella pellicola di Ridley Scott non vi sono buoni e cattivi. Lo scontro, infatti, non avviene sul piano etico o morale, ma su quello esistenziale: a confronto ci sono due condizioni – quella umana e quella replicante – che non possiedono una chiave interpretativa definita e non consentono una netta separazione tra ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Piuttosto, entrambe le condizioni a confronto costringono lo spettatore a porre continuamente e alternativamente in questione ora l’una ora l’altra posizione, nel tentativo di scoprire un eventuale metro di giudizio che possa identificarle e definirle.

L’intera pellicola possiede una ambiguità di fondo che non risparmia nessuno, nemmeno il protagonista Deckard, chissà anch’egli un replicante inconsapevole, proprio come Rachel (Sean Young), un androide di ultima generazione. A tal proposito, è interessante il dialogo tra Dereck e Rachel che ha luogo in casa del primo, durante il quale l’agente Blade Runner freddamente rivela alla affascinante replicante la sua vera natura, provocandone la delusione e il pianto. Uno dei tanti esempi di inversione dei ruoli e di intercambiabilità uomo-replicante che vorrebbero spingere lo spettatore a chiedersi: chi è l’umano tra i due? Da cosa lo riconosco? Come lo distinguo?

Quando Deckard si incontra con Tyrell, il magnate della produzione dei replicanti (“più umano dell’umano è il nostro motto”), si fa cenno nella discussione ai ricordi. Si è scoperto che i replicanti possono sperimentare alcune emozioni se forniti di un sostrato che funga loro da memoria. Sono allora forse i ricordi a renderci umani? È forse la nostra percezione di continuità a fare la differenza? Può darsi. Sicuramente, però, i ricordi contribuiscono a fornire a ciascun individuo la sua identità. Allora è forse questo che ci rende umani rispetto a tutto il resto che pure esiste? O, forse, il segreto della nostra umanità è custodito nella coscienza: coscienza di essere noi, coscienti di essere vivi perché coscienti della morte.

Il discorso finale tra il replicante Roy Batty (Rutger Hauer) e Deckard è, a mio avviso, piuttosto eloquente. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”: in queste poche ma fondamentali parole c’è una delle possibili risposte alla domanda “cosa è un uomo?” In questa breve frase è condensato il significato di una vita intera: vedere cose con i propri occhi e che l’Altro non potrebbe immaginarsi. Esperire la vita, sperimentare ciò che essa ci propone e poi conservarne il ricordo per raccontarlo, perché tutto quanto si è vissuto, tutti quei “momenti” non vadano perduti “nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

Dunque la vita come arma contro l’oblio, il ricordo come testimonianza di un passato che è esistito perché si è vissuto, il racconto che diventa memoria condivisa, storica, e che ci permette di vivere al di là della nostra presenza. Una memoria capace di costruire quel sentimento di umanità che racchiude in sé ogni elemento del vissuto attraverso il suo corrispettivo elemento del discorso che si tramanda.

È, forse, questa la ragione per la quale Roy Batty salva la vita di Deckard appesa al tetto sul quale si trovano: non perché quella morte sarebbe stata vana, in quanto non avrebbe significato più vita per Roy, ma perché più vita per Deckard significa anche più vita per Roy, che può continuare attraverso il ricordo di un altro, unica arma capace di sconfiggere definitivamente l’oblio, la morte assoluta. È solo allora, dopo averla superata, che Roy Batty riesce a consegnarsi serenamente alla sua natura e ad accettare il fatto che “è tempo di morire”. Anche per lui.

(Qui un’altra interessante interpretazione del film)

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È il 1962 e mancano solo sei anni prima che il mondo si riversi nelle strade ed esploda in una rivoluzione globale che si trascinerà per anni. Nel frattempo, quattro tra i migliori registi italiani – Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti – preparano Boccaccio ’70: uno scherzo in quattro atti ideato da Cesare Zavattini e prodotto da Carlo Ponti e concettualmente ispirato alle novelle di Boccaccio, che ha come filo conduttore la satira del moralismo e del puritanesimo nell’Italia degli anni sessanta.

Nonostante il tema sia uno solo, risultano evidenti le differenti prospettive attraverso cui viene affrontato da ogni singolo regista, il quale conserva il suo stile ed il suo carattere senza lasciarsi troppo influenzare dalla cornice comune. La disposizione degli episodi, tenendo conto della loro diversità, riesce a determinare un ritmo unico e coerente della corposissima opera (quasi quattro ore di filmati), svolgendo la stessa funzione che ha la copertina di una raccolta di racconti.

La pellicola inizia con l’episodio di Renzo e Luciana, scritto da Giovanni Arpino, Suso Cecchi d’Amico ed Italo Calvino e con la regia di Mario Monicelli. Una coppia di giovani promessi sposi viene raccontata, con realismo narrativo in cornice manzoniana, alle prese con la gestione della loro vita personale e delle loro scelte di coppia e una realtà sociale e lavorativa invadente e spietata che toglie il lavoro alle donne che prendono marito. Un ritratto semplice e privo di straordinarietà, così come lo è lo scorcio di vita reale e quotidiana che racconta.

Con il secondo episodio Le tentazioni del dottor Antonio, dal quotidiano la pellicola salta direttamente al surreale, a firma di Federico Fellini con la collaborazione di Ennio Flaiano e Tullio Pinelli per la sceneggiatura. La storia è quella di un moralista ultracattolico intransigente che, a causa di un manifesto “indecoroso” in cui Anita Ekberg mette a disposizione le sue generose forme per pubblicizzare una marca di latte, giunge alla follia ossessionato dalle sue stesse censure sessuali. Onirico e geniale, Fellini riesce a costruire un episodio di forte impatto sullo spettatore, capace di divertire e di spiazzare allo stesso tempo attraverso il coordinato utilizzo della prospettiva scenica e concettuale.

Il lavoro è il terzo episodio girato da Luchino Visconti. Tratto dalla novella di Guy de Maupassant Sul bordo del letto e sceneggiato da Suso Cecchi d’Amico e Luchino Visconti, l’episodio è una cruda invettiva al mondo altolocato e nobiliare, anch’esso incapace di sfuggire alle censure corrosive che la realtà impone. Visconti racconta, con un realismo scarno e a tratti cinico, un matrimonio di facciata, privo di amore e basato sugli interessi dei coniugi che appaiono, in tale contesto, come due contraenti. Un ricco ed annoiato marito coinvolto in uno scandalo sessuale con delle “squillo da un milione” e una moglie ricca e sola ma innamorata si confrontano. Mentre il primo sembra incapace di agire per un eventuale recupero della situazione, sprofondato com’è nella sua accidia che lo rende indifferente, la seconda sembra decisa a trovare un lavoro per svincolarsi da una condizione che ha intorpidito la sua vita corrompendone i sentimenti. Alla fine, non riuscendo a rinunciare alla sua posizione ed ai suoi agi, propone al marito di essere pagata come fosse stata una squillo, sperando di provocare una qualche reazione o di trovare il compromesso tra un amore parziale ed una indipendenza economica. Troverà invece solo qualche lacrima, molta umiliazione ed un marito entusiasta di prostituire a se stesso la propria moglie.

Il film si chiude con il divertente episodio La riffa di Vittorio De Sica, sceneggiato da Cesare Zavattini. Si cambia totalmente ambiente ed umore: siamo nelle campagne romagole ed una esplosiva Sofia Loren è offerta come premio in una lotteria clandestina. Facce abbronzate, infiammate dal vino e dalla passione, e mani tozze e rugose si agitano nella piazzetta del paesino nell’attesa del vincitore. Esilarante gag di costume che si chiuderà con tanta gente in festa, il vincitore a bocca asciutta e donne alle finestre imprecando contro i mariti ubriachi.

Boccaccio ’70 fu presentato al Festival di Cannes fuori concorso. Quando il produttore, per l’occasione, tolse l’episodio di Monicelli Renzo e Luciana dall’edizione per l’estero, gli altri tre decisero di non recarsi al Festival per solidarietà.


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L’arrivo di Blanche Du Bois al capolinea Desiderio dei Campi Elisi, un vecchio quartiere di New Orleans abitato da immigrati francesi, simbolizza in qualche modo l’arrivo al capolinea della società occidentale del secondo dopoguerra.

Un tram che si chiama Desiderio, tratto dall’omonimo dramma di Tennessee Williams (1947), mette in scena il degrado sociale e l’impoverimento (non solo economico) di una società ormai in caduta libera. Frustrazione, rabbia, violenza, dipendenza patologica, isteria e nevrosi sono alcuni degli elementi umani scelti da Tennessee per rappresentare l’istinto autodistruttivo che caratterizza l’esistenza di una società ormai giunta ai limiti del paradosso. Il particolare si fa veicolo dell’universale attraverso il racconto della storia delle sorelle Du Bois, Stanley Kowalski e l’entourage del quartiere in cui vivono, caratterizzato da una catena di conflitti e sentimenti contrastanti che emergono con forza e in maniera quasi opprimente, grazie alle brillanti interpretazioni di attori del calibro di Vivien Leigh, Marlon Brando, Kim Hunter, Karl Malden, Rudy Bond, alcuni dei quali riuscirono a conquistare un meritato Oscar.

Nella pellicola di Elia Kazan sono presenti tutte le debolezze umane, amplificate da una condizione in cui il conflitto sociale e la lotta per la sopravvivenza la fa da padrona. Mentre, da un lato, la cipria di Blanche Du Bois (Vivien Leigh) nasconde l’ipocrisia delle buone maniere di una classe educata e colta ma in rovina che ha appena contribuito alla distruzione del mondo per la seconda volta nella storia, la maglietta perennemente madida di sudore di Stanley Kowalski (Marlon Brando) sfoggia con spudoratezza ed ostentazione l’orgoglio di essere diverso e, al tempo stesso, il cinismo e la brutalità propri di una classe sociale repressa da una condizione di cattività imposta, che non gli appartiene. Una condizione di repressione che trova la sua valvola di sfogo nel vizio (il bere, il gioco d’azzardo, il sesso) e nella violenza, e che spinge ad incontrare un capro espiatorio nel primo malcapitato, senza alcuna capacità di distinzione o comprensione delle circostanze o del prossimo.

Si capisce sin da subito che Stanley è solo un bruto, un immigrato polacco impulsivo e ignorante. Ma, nonostante tutto, non lo si riesce ad odiare o, comunque, si trova sempre il modo di giustificare le sue azioni. Forse per quella sua semplicità espressa attarverso la naturalezza e la spontaneità dell’ atteggiamento, seppur spavaldo e incontrollato, di chi non ha nulla da nascondere. Per la rappresentazione di questo personaggio, non poteva esserci interprete migliore di Marlon Brando, con il quale nasceva un nuovo modo di recitare. Intenso e introspettivo, indolente ed esplosivo, Marlon Brando introdusse un “metodo” innovativo di fare cinema, quello del maestro russo Stanislavskij, praticato dall’Actors Studio fondato a New York da Lee Strasberg e dallo stesso regista Elia Kazan.

È forse anche a causa della presenza di  un opposto così evidente che l’ipocrisia delle buone maniere e della gentilezza forzata di Blanche Du Bois emerge agli occhi dello spettatore  in maniera ancor più esasperata ed esasperante, fino quasi a raggiungere il fastidio e la repulsione.

Blanche appare come una invadente e viziata donna per bene con le manie da regina senza trono. Vedova e repressa sessualmente, Blanche cerca rifugio da se stessa e dai suoi affanni in casa della sorella Stella (Kim Hunter), portando con sè, oltre ai suoi bauli pieni di futili vanità, anche i suoi complessi di donna sul lastrico incapace di accettare la sua situazione e vittima della repressione della sua stessa cultura. Le sue buone maniere e l’atteggiamento da donna altolocata sono le uniche cose rimastele dopo il crollo economico della sua famiglia ed il suicidio di suo marito, sorpreso in una relazione omosessuale dalla moglie (elemento, quest’ultimo, che non verrà posto in evidenza nella trasposizione cinematografica dell’opera teatrale per questioni di censura – siamo nel 1951). Un suicidio che ha inflitto alla vanità di Blanche un colpo mortale, lasciandola in preda a futili paranoie che si tramuteranno in seguito in totale isteria. Dopo la morte del marito, Blanche trova rifugio nell’alcol e nella prostituzione in un vecchio albergo della città nella quale vive e lavora come insegnante di letteratura inglese. Sorpresa non esattamente sobria in attegiamenti ambigui con un suo allievo, viene allontanata dalla scuola.

Per questo Blanche cerca riparo dalla sorella. Ma sin dal primo giorno tra Blanche e Stanley è subito scontro: entrambi gli atteggiamenti, già di per sé estremi, vengono via via amplificandosi, ognuno rafforzando la propria posizione. Lo scontro si concluderà con una esplosione di violenza di Stanley, prima corporale nei confronti di sua moglie Stella, poi sessuale nei confronti di sua cognata, le cui manie e debolezze sfoceranno in una vera e propria follia.

Celebre è l’ultima frase che Blanche pronuncia – “Chiunque lei sia, ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei” – che rivolge allo psichiatra chiamato da Stanley e giunto per condurla in manicomio. Una frase che racchiude la terribile solitudine sofferta da Blanche (e da tutti coloro che appartengono alla sua categoria) e che la spinge a cercare conforto nel primo che le dimostri un minimo di attenzione.

All’epoca della sua uscita, nel 1951, il film ottenne nove nominations, riuscendo a conquistare quattro statuette: quella di Vivien Leigh come attrice protagonista, quella di Kim Hunter come attrice non protagonista, di Karl Malden come attore non protagonista e quella per la migliore scenografia in bianco e nero. Nessun oscar invece per Marlon Brando, d’altra parte da sempre riluttante al successo.

A rendere il film un capolavoro della cinematografia di quegli anni e dei nostri è, oltre al testo di Tennessee Williams che lo stesso Kazan definì «un classico contemporaneo», la elevata capacità interpretativa degli attori, dovuta anche all’approfondita conoscenza che molti di loro (Brando compreso) avevano dell’opera, per averla recitata molte volte durante i tre anni precedenti l’uscita del film nei teatri di New York. La stessa cosa può forse spiegare la debolezza di alcuni passaggi dovuta, come suggerì Luchino Visconti, all’usura delle troppe repliche.

Nel 1999 Un tram che si chiama Desiderio è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.


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Dopo Roma città aperta (1945), Roberto Rossellini realizza l’anno successivo Paisà, la seconda pellicola della cosiddetta “trilogia della guerra”. Presentato nel 1947 alla prima Mostra di Venezia del dopoguerra, Paisà consiste di sei distinti episodi che descrivono l’arrivo degli alleati in territorio italiano, partendo dalla Sicilia e risalendo l’Italia passando per Napoli, Roma, Firenze, Appennino Emiliano fino a Porto Tolle, presso la linea gotica.

Proprio per la sua struttura ad episodi, la stesura del soggetto impegna molti autori, tra cui Victor Haines, Marcello Pagliero, Sergio Amidei, Federico Fellini, Vasco Pratolini e lo stesso Rossellini, mentre la sceneggiatura la scrivono solo Rossellini e Fellini. La pellicola, come quella che la precedette, fu girata prevalentemente utilizzando attori non professionisti e con grande scarsità di materiali e di risorse economiche.

Mentre con Roma città aperta Rossellini descrive l’occupazione nazista, con Paisà il regista racconta della liberazione. Ma a differenza di Roma città aperta, con Paisà Rossellini decide di abbandonare la narrazione del particolare, dell’individuale, estendendo il suo racconto a tutta la penisola. Come se, con la pellicola che porta impressa la seconda più grande opera del cinema realista italiano, avesse cercato di unire finalmente tutti i suoi connazionali in un simbolico grande abbraccio.

Come tutte le opere del grande Maestro, anche Paisà è impregnato dal grande umanismo rosselliniano, che vede tutti gli uomini accomunati dallo stesso destino, dalle stesse sofferenze e dagli stessi desideri, pur nella loro evidente diversità. È forse anche questo che Rossellini ha voluto comunicare sin dalla scelta del titolo, strutturando simbolicamente il suo film in distinti episodi che, nonostante siano ambientati in contesti profondamente diversi (Sicilia separatista, Napoli ladrona, Roma e Firenze sconvolte dalle rappresagli, un convento e una landa sperduta nei presi di Comacchio) e con personaggi altrettanto lontani tra loro, suonano all’unisono in perfetto accordo tra loro, come diversi strumenti di una stessa orchestra, come distinte voci di uno stesso coro.

Un coro che Rossellini lascia cantare senza dirigere, semplicemente ponendosi all’ascolto e registrandone i suoni, i messaggi, che poi metterà assieme per poterli riprodurre. Un atteggiamento da inventore del realismo, secco, quasi asettico, spesso duro e crudele come solo la realtà – soprattutto di quel momento storico – può essere. La sua presenza come regista si nota solo per l’utilizzo delle cineprese in contesti che più che rappresentare la realtà sembrano esserne parte. La presenza della voce narrante di Giulio Panicali, le inquadrature tecniche, semplici e nette, prive di qualsiasi artificio cinematografico o scenico, mostrano l’approccio documentaristico alla narrazione della storia-che-si-fa, che contemporaneamente accade davanti agli occhi degli spettatori di fronte allo schermo gigante del cinema e fuori, davanti a quegli stessi occhi. Molto meno romanzate rispetto a Roma città aperta, le storie di Paisà raccontano privandosi di qualsiasi slancio estetico o sentimentalistico. Eppure, nonostante questa asetticità quasi ostentata, queste stesse storie riescono a commuovere e a coinvolgere come se le si stesse vivendo in prima persona perchè piene di umanità. Quella umanità che viene fuori soprattutto nelle situazioni più disperate, che ci fa piccoli e grandi allo stesso tempo, e che ogni uomo non può non riconoscere e sentirsene parte.

Su quella stessa umanità che ha permesso agli uomini di far fronte agli abomini degli uomini, Rossellini punta la sua cinepresa e la sua speranza, indicandola come il punto da cui partire per ricominciare ad essere migliori.

Vincitore di un cospicuo numero di premi cinematografici, tra cui 3 Nastri d’argento (musiche, film e regia) e la coppa Anica alla XI Mostra di Venezia del 1946.

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Era inevitabile che il genio di Francesco Rosi, uno dei registi più impregnati di attivismo politico e sociale del ’900 italiano, non si occupasse cinematograficamente della morte del molto discusso Presidente dell’ENI, Enrico Mattei.

Girato con una commistione di generi, mescolando l’approccio della cronaca e dell’inchiesta alle tecniche della ricostruzione documentaristica in un articolato montaggio narrativo, Il caso Mattei racchiude in ogni fotogramma il principio primo del realismo del “cogliere la realtà nel momento in cui si compie”, e rappresenta l’idea stessa di cinema che il regista Rosi insegue. Lo stesso Rosi sostenne che “Il cinema serve anche a testimoniare la realtà del proprio Paese, a stimolare dubbi nella gente. Questo è il cinema che ho fatto, nel quale credo, che voglio continuare a fare e che spero che molti giovani facciano”.

Erano passati meno di dieci anni dalla morte del Presidente dell’ENI Enrico Mattei avvenuta nel 1962, e i dubbi sulla sua morte – nonostante l’inchiesta fosse stata frettolosamente archiviata come incidente aereo – erano ancora molti. Per questo, Rosi intreccia le informazioni provenienti dalle diverse fonti all’epoca disponibili (è il 1970), accostando tra loro i diversi punti di vista, evitando di portare avanti esclusivamente la tesi dell’attentato (scartata da subito dai magistrati), senza però escluderla del tutto. Per fare ciò non rinunciò ad intervenire direttamente per porre quesiti e sollecitare risposte, rappresentando se stesso davanti le cineprese.

Forse anche perchè si sentì chiamato in causa personalmente a seguito della sparizione di De Mauro. Negli ultimi giorni del Luglio del 1970, infatti, il regista contattò il giornalista Mauro De Mauro per proporgli di ricostruire le ultime ore di vita di Mattei a Gagliano, in Sicilia. De Mauro accettò la proposta ed iniziò immediatamente le sue ricerche. Andò a Gagliano dove grazie al sig. Puleo, gestore del locale cinema, riuscì a procurarsi il nastro con l’ultimo discorso fatto dal presidente dell’Eni. Quindi iniziò ad avere i primi contatti con alcuni personaggi del posto, soprattutto due: Graziano Verzotto, uomo politico e amministratore dell’Ente Minerario Siciliano, da molti indicato come molto vicino alla cosca mafiosa di Giuseppe Di Cristina; e Vito Guarrasi, personaggio molto ambiguo vicino a tanto ad Amintore Fanfani quanto ai Servizi Segreti Americani. Poi, il 16 settembre del 1970, a pochi giorni dall’incontro con Guarrasi, il giornalista De Mauro scompare nel nulla, sequestrato sotto casa sua in viale delle Magnolie a Palermo, e di lui non se ne saprà più nulla.

Il caso Mattei, sia per lo spessore politico, economico ed internazionale del personaggio che per le condizioni della sua morte ed i suoi rapporti con molti personaggi oscuri ed ambigui, è un giallo politico necessariamente non convenzionale e decisamente al di fuori dei canoni classici del mistero, della vittima, del colpevole, dell’eroe e, soprattutto, del caso  risolto. Il caso Mattei è sicuramente un mistero, la cui soluzione, però, resta imbrigliata negli intrecci narrativi della pellicola che corrispondono, purtroppo, alla realtà. La vittima c’è, anche più di una, e questa è la unica certezza in tutta questa storia. Anche i colpevoli ci sono, ma restano nell’ombra e senza nome. Tranne uno: la vittima stessa. Si, perchè ne Il caso Mattei, la vittima non è l’eroe, figura decisamente rinchiusa negli armadi delle vecchie figure retoriche. Nel film, Mattei – imterpretato magistralmente da Gian Maria Volontè – è una figura altrettanto ambigua come le personalità di cui si circonda.

La struttura del film, con una composizione narrativa a mosaico e un ritmo serrato del racconto, rappresenta chiaramente tutto ciò, vagliando di volta in volta le diverse ipotesi sulla morte di Mattei, senza però avvalorarne alcuna. Non si traggono conclusioni guardando questa pellicola di Rosi, ma solo spunti di riflessioni; non si ottengono risposte, ma solo nuovi quesiti. A proposito de Il Caso Mattei, Rosi disse: “Il mio film tende solo a capire perché il delitto è stato possibile, se di delitto si è trattato. Non mira affatto a sciogliere il mistero della fine di Mattei. Poi, vorrebbe ripercorrere le varie fasi di un “creatore di lavoro” che sente le necessità di una rottura in un’Italia in mano alla destra economica. Voglio citare una frase detta da Moravia: “In sostanza, per capire la morte di Mattei pensiamo che bisogna risalire alla situazione storica dell’Italia e arrischiare l’ipotesi che Mattei sia stato assassinato non tanto perché dava fastidio quanto perché non aveva alle spalle una borghesia e una cultura egemoniche, come i suoi avversari. Cioè perché era stato costretto a condurre la sua lotta da solo e quasi in maniera privata”.

“Nella azione del film ha giocato molto il fatto che io sia partito dagli ultimi tempi di Mattei, andando poi a ritroso, perché questo mi ha permesso non solo di fare biografia ma anche storia, di ripercorrere le tappe di una storia italiana, economica, politica, sociale. Con al centro un personaggio come Mattei che anche un po’ misterioso da definire, e che certamente ha avuto molti meriti e molte ambiguità, quando da servitore dello stato, come lui diceva, ha cominciato a diventare un padrone dello stato”. Le rotture improvvise del filo conduttore della storia che va continuamente avanti e indietro nel tempo, le accelerazioni, gli inserti documentari, le divagazioni sulla vita del primo presidente dell’Eni, fanno del Caso Mattei uno dei migliori film-inchiesta del cinema italiano, “di un genere abbastanza nuovo , mi pare, rispetto a quello che si è fatto di solito nel cinema” (Francesco Rosi).

Presentato in concorso al 25° Festival di Cannes, ha vinto il Grand Prix per il miglior film.