Leggilo


10
Mar 10

Emmaus – Alessandro Baricco

(Emmaus, Alessandro Baricco – Feltrinelli 2009, euro 13)

Torino, anni ’70. Da un lato Luca, il Santo, Bobby e la voce narrante; dall’altro Andre ed il suo mondo. Da un lato, la normalità piccolo-borghese delle lotte quotidiane verso la conquista di una felicità delineata dai precetti cattolico-cristiani; dall’altro la sperimentazione dell’eccesso caratterizzata da una aristocratica tragicità. Da un lato regole, confini ed espiazioni; dall’altro possibilità, estensioni e perdizioni.

Due mondi diversi, distanti eppure così vicini, che non si riconoscono pur facendosi negli stessi luoghi, camminando sulla stessa strada. Questo è Emmaus, l’ultimo romanzo di Alessandro Baricco: 144 pagine che riproducono, rigo dopo rigo, quell’incapacità (o impossibilità?) di riconoscere raccontata dal Vangelo di Luca nell’episodio da cui il libro prende in prestito il titolo. E, a vederlo, il romanzo di Baricco, povero, spoglio, semplice, pulito, bianco, sembra proprio un vangelo. Non un colore (a parte il rosso del titolo) né una foto ad abbellire in qualche modo la copertina del romanzo, rigorosamente di carta, ruvida, antica.

La scrittura, scorrevole e lineare, si fa leggere volentieri – anche in un solo giorno – mentre racconta della stessa inconsapevole adolescenza di due mondi diversi: uno, quello cattolico, a cui non bastano le sue regole per non perdersi; l’altro, quello tragico dell’alta borghesia laica, a cui non basta perdersi per trovare delle regole. Entrambi, dispersi nella imprevedibile mappa del vivere, otterranno le risposte alle loro domande. Il prezzo che pagheranno sarà lo stesso: il tempo, l’unico, in cui furono davvero vivi senza saperlo. Perché “abbiamo tutti sedici, diciassette anni – ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato”.

Lo stile di Baricco è riconoscibile sin dal primo rigo del prologo, anche se tutti si aspettavano un Baricco diverso dal solito. A parte qualche improvvisazione grammaticale e qualche gioco di punteggiatura, Baricco è sempre più simile a se stesso: molto resta implicito, nascosto tra le righe che mantengono una tensione lirica (a volte) estenuante, quasi esasperante. Personaggi poco definiti, quasi aleatori e molto metafisici, come totalmente abbandonati nelle mani dell’immaginazione del lettore, abitano ambienti concreti e anche crudeli; un contrasto narrativo che riesce ad esaltare le caratteristiche di entrambe le parti in maniera ancora più evidente.

Il romanzo non spiega, non giudica, non ammonisce - almeno, cerca di non farlo. Si limita a raccontare una storia: la storia di un gruppo di adolescenti, così diversi tra loro e che si ritroveranno diversi da loro stessi quando ripercorreranno la loro storia – chi di loro potrà ancora farlo.

Emmaus è un bel romanzo, scritto indubitabilmente bene, ma di cui bisogna fidarsi poco. Come tutte le cose che nascondono dietro il paralume della bellezza l’ombra di qualche menzogna.

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8
Mar 10

Futuro Semplice – Gianni Montieri


Futuro Semplice

Gianni Montieri

Collana Erato Lietocolle, Milano, 2010 ISBN 978-88-7848-546-4


“io, io non lo so davvero
se saprò dare un senso
alle porzioni monodose, alla cottura crisp
addormentarmi voltato dal tuo lato
senza tremare, senza farci caso.”

(di Giovanni Catalano su PoetarumSilva)

Il futuro semplice è una forma verbale del modo indicativo, indica situazioni ed eventi presenti e futuri che risultano, in qualche modo, incerti. Poesia narrativa in potenza, poesia di situazioni sospese (“l’istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana / quando nulla pare deciso”), come in attesa di fissarsi definitivamente nella memoria (“un ricordo appeso a un chiodo / una voce sentita alla radio”) o di compiersi, di adempiersi. Poesia che scava sotto la superficie del quotidiano alla ricerca di un “ordine necessario” che dia conto della complessità del mondo e dell’animo umano. E lo fa nel modo più giusto, credo: puntando alle eccezioni, insistendo sui difetti d’esistere (“chiudo gli occhi, respiro piano / e questo è il limite”), sulle debolezze (“non abbiamo retto”). Denunciando le anomalie (“cos’ha Milano che non va?”). Insinuando il dubbio che proprio tra gli errori e le irregolarità possa presentarsi una via di fuga, un’ancora di salvezza.

È il tipico atteggiamento chi sta testando una piattaforma, di chi sta accertando i bachi di un sistema, di chi sta “certificando”. Identità, appartenenza (“più che somiglianza”). Libertà (“non essere bandiere” ma “chiedersi del volo”). Non è dato sapere se dagli errori si possa imparare (“Imparassimo almeno dalle foglie / cadere nella stagione giusta”). Gesti come quello di “riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale” o “annusare il caffè prima di berlo”, sono gesti minimi, consacrati a un’abitudine che si fa natura seconda. È una semplicità conquistata a caro prezzo, la semplicità della “mano che chiede alla rosa/di non sentir paura mentre l’altra pota”, semplicità del sacrificio, della rinuncia (“le parole tronche, questo conta / sono tutti i miei risparmi”). È la semplicità di chi riconosce una continuità nel divenire, di chi cerca di adattarsi ai cambiamenti senza tradire una propria natura (idea che pure è incerta e mutevole), a ogni nuovo – sia esso previsto o imprevedibile – avvicendamento di pieni e vuoti (“restare in una stanza vuota/a noi non è concesso”), di migrazioni, di stagioni (“si fa finta di essere uguali”).

“Il cliché urbano”, ben dice Mary B. Tolusso nella sua precisa e attenta prefazione, “è esperito in una sorta di teatro di rinvii dove le cose, il clima, i colori, riflettono orizzonti interiori mai pronunciati”. Riecheggia la poesia del Novecento, tra i tanti nomi viene in mente l’ultimo Montale soprattutto, quando la presenza di un oggetto sembra rimandare ossessivamente all’assenza del soggetto umano di riferimento (“le scarpe fuori posto”, “un nome al suono della sveglia”). C’è un’ipotesi di contatto o di scambio tra soggetto-oggetto, anche se spesso inconcludente (“non ci sfioriamo, non ci parliamo”), un tentativo di accorciare le distanze, tagliare le curve (“coltiviamo speranze in curva / non avendo mestiere per i rettilinei / nessuna competenza / sui tratti autostradali”). Ha a che fare con un‘idea di poesia vicina al “confine”, di “retroguardia”. È una poesia che è luogo di contraddizioni coraggiose come la Milano di cui si nutre (“Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio”), una Milano città della mente e dell’anima, emblema di tutte le grandi città che “si espandono verso l’alto” e in basso lasciano voragini di incomunicabilità, Milano di “spazi angusti”, senza metri. La stessa verticalità metropolitana (“è pieno di gru”) sembra ammonirci che più si sale in alto e più la caduta sarà inevitabile e dolorosa. Ma anche che tutto ciò che conta ha a che fare con la caduta: si cade felici come si potrebbe cadere innamorati o malati (“la felicità è un abisso”). Se, in Montieri, l’alto e il basso, il prima e il dopo, sono categorie che andrebbero riconsiderate. Qui il futuro viene prima del presente, ha una priorità gnoseologica e ontologica. Non c’è presente senza un progetto di futuro. Se il futuro è un mare davanti al quale pare possa essere finalmente possibile “per una volta non accontentarsi”.

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4
Mar 10

Il Dio Thoth – Massimo Fini, Marsilio 2009

Matteo, un mite impiegato di TeleWorld, è il protagonista de Il Dio Thoth, il primo romanzo di Massimo Fini, Direttore Politico del giornale La Voce del Ribelle e autore di diversi altri libri e saggi, tra cui La ragione aveva torto? recensito qualche tempo fa su questo sito.

Il contesto urbano in cui il romanzo è ambientato – luoghi completamente  artificiali e palazzi altissimi che si ergono come imponenti monoliti verso il cielo – ricorda quello di Blade Runner, anche se meno tetro e con un appeal futuristico molto più ridimensionato, riconoscibile. Questi luoghi sono abitati da un popolo molto tecnologizzato, anche se orwellianamente assopito nella coscienza. Di entrambe le opere menzionate (Blade Runner e 1984), Il Dio Thoth condivide anche un atteggiamento assolutamente critico nei confronti di un mondo che pare faccia di tutto per cercare la propria distruzione. Però, lo sviluppo (quasi) necessariamente distopico che attraversa interamente il romanzo di Fini si distingue per il finale “a sorpresa”, oserei dire “nitzschiano” per l’ “eterno ritorno” a cui pare faccia implicitamente riferimento; o, forse, è solo un finale pessimista, tragicomicamente ineluttabile.

Matteo non è un eroe, perché in questo romanzo non vi sono eroi. Sicuramente è il “buono”, perché in questo romanzo ci sono i “cattivi”. Questa, forse, l’unica cosa che mi è dispiaciuta: d’altronde, non sarebbe potuto essere altrimenti, visto che Il Dio Thoth non è che l’ennesimo tentativo di Fini di esprimere il suo pensiero (per chi non lo conoscesse è il caso che rimedi al più presto) in forma di romanzo, piuttosto che di saggio o articolo di giornale.

La società de Il Dio Thoth è composta da persone la cui mente è ottenebrata e la coscienza assopita da quel fenomeno assolutamente moderno conosciuto come “information overload”. Al centro dell’esteso agglomerato di palazzi, ponti, strade e laghetti artificiali campeggia l’edificio, visibile da ogni angolo della città, della TeleWorld, la società globale di telecomunicazioni: una gigantesca piramide sul cui vertice gira, giorno e notte, un enorme dado illuminato da una luce al neon verde sul quale campeggia la scritta “IL FATTO È LA NOTIZIA/LA NOTIZIA È IL FATTO”.

Matteo è un impiegato della TeleWorld ma, nonostante questo, sembra essere riuscito a conservare la capacità di trasformare l’informazione in ricordo e il ricordo in conoscenza. Come se nella sua persona fosse rimasto il germe non estinto degli Uninformed: gente abietta che vive ai margini della città e della società, come dei selvaggi a detta degli Informed. Nel mondo de Il Dio Thoth, tutto gira intorno all’informazione, pur senza che questa contribuisca ad un briciolo di conoscenza. Cosa tanto vera, che ormai l’informazione ha sostituito di fatto la realtà, e se un evento non compare sui giornali elettronici accessibili ovunque (via internet, via etere, nell’i-Pod, negli schermi dei sedili delle metropolitane) allora non è mai successa. È un mondo in cui la realtà che ha saputo superare la fantasia è stata a sua volta superata dal virtuale: la gente si accorge della concretezza della vita nei limiti della personale fisiologia. Tutto il resto è vissuto attraverso un rifrazione della realtà, che la ripropone dopo una adeguata operazione di filtraggio. È un mondo in cui la gente che assiste indifferente ad un omicidio in pieno giorno è la stessa che poi ne parla scandalizzata qualche ora dopo se la notizia viene riportata dai servizi di TeleWorld. Come l’omicidio del pederasta accaduto davanti agli occhi di Matteo, da cui tutto (o la fine) ha inizio.

Matteo, nonostante percepisca la presenza di un problema, non può e non pensa di fare nulla: non crede di poter salvare il mondo perché non è un eroe. Si limita personalmente a non sottovalutare questa sua percezione, sicuro che la cosa migliore che possa fare sia conservare a tutti i costi l’incolumità della sua coscienza. Non sa, però, che il prezzo che dovrà pagare per questo sarà la vita.

(Il Dio Thoth, Massimo Fini – Marsilio Editore 2009, pag. 192, euro 15,00)

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25
Feb 10

La ballata della piccola piazza – Elio Lanteri, Transeuropa (2009)

(La ballata della piccola piazza, Elio Lanteri – Transeuropa (2009), pag. 146, euro 12,90)

“Settembre: nella valle s’incrociano due venti. Quello freddo del nord, superati gli alti valichi, si getta a capofitto nella vallata portando con sé i primi tordi. Il fumo delle stoppie non fa più arco verso i monti, ora accompagna il fiume e scende alla foce, raggiunge il mare e ne increspa le onde, corre a sud e si disperde al largo.  Stracci di nubi percorrono la valle, corrono lenzuola d’ombra fra i lentischi”.

Inizia così La ballata della piccola piazza, il primo romanzo di Elio Lanteri. Ligure, classe 1929, ha tenuto nascosto in un cassetto questa perla della narrativa italiana per vent’anni, fino a quando Marino Magliani, rimastone affascinato dopo la lettura, si impegnò perché diventasse un romanzo, poi edito da Transeuropa.

Siamo in un piccolo paesino dell’alta Liguria, dove una comunità di donne, vecchi e bambini vive precariamente il tempo duro della guerra dall’8 settembre alla primavera del 1945. È una voce antica quella che racconta di Nicó e Damìn, due cugini che attendono il ritorno dei padri in guerra e di cui non hanno più notizie da tempo, tra i pascoli delle pecore, le storie che i vecchi raccontano e i film in bianco e nero di Ridolini proiettato su un lenzuolo in una lurida cantina, il cui prezzo per entrare è qualche uovo. È una voce che viene da lontano quella di Lanteri, semplice, ed ha il tono caldo ed affettuoso di chi racconti una fiaba a vecchi bambini perché ingannino il tempo dell’attesa con il sogno e la leggenda.

La prosa di Lanteri è piena di poesia, ricca di un ritmo ed una sonorità che contribuiscono a creare quel velo di trasognante indulgenza nei confronti di un tempo essenziamente scarno e duro, rendendolo concretamente irreale, affidandolo ad un’altra dimensione. Lo stile è fluido ed adatto ad una trama volutamente poco corposa, scandita dai tempi delle stagioni e dalle ore del giorno. L’ampio utilizzo di parole ed aggetivi in disuso (appignata, gerbido, lentischi) sono in perfetto equilibrio con una terminologia dialettale (spreco, Ubagu) che tronca i nomi propri (Nicó, Ciulé, Zio Pié, Rubé) e che posiziona geograficamente una storia che potrebbe essere accaduta ovunque, identificando un popolo ed il suo particolare modo di affrontare un tempo che fu buio per tutti.

La ballata della piccola piazza è decisamente uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi anni.

Luigi B.

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25
Nov 09

Ma la modernità ci ha resi davvero migliori? – La Ragione aveva Torto?, di Massimo Fini

Pubblicato per la prima volta nel 1985, La Ragione aveva Torto? è un pamphlet contro la modernità.

Quanto ho appena scritto descrive in poche e superficiali parole il contenuto dell’opera di Massimo Fini e, allo stesso tempo, rappresenta la principale ragione per cui questo libro sia stato relegato in fondo ad uno scaffale perchè profondamente frainteso o, peggio, sottovalutato. Chiunque non riesca a leggere nelle parole di Fini oltre il “si stava meglio quando si stava peggio” della introduzione è anche colui che non riesce a vedere oltre la punta del suo naso.

La Ragione aveva Torto? è sicuramente un inno all’antimodernità, ma non è affatto una lode nostalgica verso l’età della pietra. Ciò che, infatti, Massimo Fini mette in discussione non è la modernità in sè, ma il modo in cui essa è stata portata avanti fino a noi e la direzione futura che noi le stiamo dando. Va da sè che, letto in questa prospettiva, La Ragione aveva Torto? risulta essere un ammonimento profetico. Tant’è che, a fronte del suo iniziale insuccesso, lo stesso libro è giunto alla sua sesta edizione (Marsilio).

Nel suo La Ragione aveva Torto?, Massimo Fini sottopone a una puntigliosa e radicale critica questi nostri tempi moderni, attraverso un “imbarazzante confronto” – dati alla mano – tra la società moderna figlia della Rivoluzione industriale con “una società realmente esistita, concreta, verificabile quale fu quella dell’ancien régime”. Lo fa affrontando sette distinte e fondamentali tematiche (la vita, la morte e l’anima; la fame, la casa, il tempo; identità e felicità; gli analfabeti; l’uguaglianza; leggittimazione, democrazia e potere; un tempo inesistente: il futuro) che, a differenza di quanto siamo abituati a pensare, sono quelle che più influiscono sulla qualità di vita degli individui. Peccato siano state tolte tutte dal paniere ISTAT e da molti altri panieri che, a questo punto, non saprei davvero cosa contengono e cosa misurano.

Il raffronto serrato col passato vede il nostro tempo uscirne sconfitto. Nonostante questo, però, il nostro tempo continua a sembrare sempre più forte, come per una sorta di autodifesa che il sistema che ci siamo creatie di cui abbiamo deciso di far parte ha costruito per autoproteggersi e, soprattutto, autoriprodursi in una specie di meccanismo ri-produttivo impazzito. Che l’uomo occidentale moderno sia riuscito a costruirsi un mondo abbastanza invivibile, credo sia sotto gli occhi di tutti, anche di chi lo stesso sistema è disposto a difenderlo a spada tratta. Il fatto, però, che si viva in un mondo ancor più invivibile di quello precedente alla rivoluzione industriale è, forse, noto solo a pochi.

Dai dati storiografici e numerose ricerche demografiche, emergono fatti eclatanti. Non è vero che la nostra vita è più lunga, e se anche lo fosse sarebbe di qualche anno che paghiamo a caro prezzo. A che pro, infatti, una lunga vita se di essa non se ne può disporre?. La nostra qualità di vita, infatti, non è affatto superiore a quella dei nostri predecessori: essi avevano più tempo e ne disponevano liberamente; lavoravano duro, certo, ma lavoravano meno a guadagno di una vita sociale più fitta e meno alienante. Tutti possedevano una casa, vi erano territori pubblici comuni a disposizione della comunità e l’essenziale non mancava che in alcuni casi: coloro che vivevano, come oggi diremmo, al di sotto della soglia di povertà erano proporzionalmente la stessa quantità presente ai nostri giorni.

L’analfabetismo non era così grave come ci viene insegnato ufficialmente e veniva compensato da meccanismi di conoscenza condivisa, del passaggio di conoscenza tra generazioni e dell’utilizzo dell’oralità, a fronte di un falso alfabetismo odierno, preda di un’acculturazione priva di cultura e dell’information overload che ci porta a saltare da una cosa all’altra dimenticando quasi tutto. I nostri “antenati” sapevano quello che facevano, dove vivevano e come funzionava quello che usavano. C’era consapevolezza nelle loro azioni, cosa che manca totalmente oggi, anche nella semplice azione di guardare la TV.

I padri dei padri dei nostri padri conoscevano chi li governava. Vi era un rapporto molto più diretto, meno distante tra re e popolo rispetto a quello che c’è ora tra parlamentari e cittadini. Le responsabilità erano diffuse: tutti avevano il diritto, e soprattutto il dovere, di interessarsi dell’area e della comunità nelle quali vivevano. Le classi sociali si mischivano molto più tra loro, con una conseguente elevata mobilità sociale. Cosa che noi, oggi, moderni uomini del XXI secolo, siamo riusciti ad affrontare con i Co.Co.Co e i contratti a progetto.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che va tenuto in considerazione la diversità dei due contesti. Però io mi chiedo: e se fossimo riusciti a costruire un contesto differente? Se avessimo utilizzato la nostra modernità per arrivare a risultati diversi? Se avessimo affrontato l’esistenza in maniera distinta?

Non è un caso il fatto che La Ragione aveva Torto? porti nel titolo un punto interrogativo. Un segnale di intelligenza dell’opera e di chi l’ha scritta, che mettono sí in discussione il loro tempo, ma sempre conservando il beneficio del dubbio. Il dubbio: non vi è critica più forte e migliore all’Illuminismo industriale, “esattamente ciò che gli stolidi epigoni dell’Illuminismo hanno dimenticato”. Tenendo sempre bene in mente questo, forse un modo per cambiare lo stato attuale delle cose sarebbe ammettere – a se stessi e agli altri – che la Ragione aveva Torto.

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13
Sep 09

Mentre morivo – Piccole osservazioni su un grande romanzo.

Era il 1930 quando William Faulkner scrisse As I Lay Dying. Pubblicato in Italia dalla Mondadori solo 28 anni dopo, Mentre morivo racchiude alcune tra le più belle pagine mai scritte della Letteratura del Novecento.

Come tutti gli scritti che precedettero Santuario, questo romanzo di Faulkner non ottenne un gran successo tra il pubblico, né attirò l’attenzione della critica. Sicuramente, lo stile poco accessibile e controverso dello scrittore e una costruzione della trama decisamente distante dai canoni tradizionali del tempo furono i principali fattori che contribuirono al mancato successo del romanzo. Ma ciò che più lo determinò, fu il fatto che Faulkner era avanti rispetto ai suoi contemporanei di almeno mezzo secolo, sia per quanto riguarda la forma che rispetto ai contenuti delle sue opere.

Tra i primi scrittori ad utilizzare la tecnica del flusso di coscienza, Faulkner ha costruito la trama del suo romanzo servendosi degli occhi dei personaggi che in esso compaiono, dietro cui lo scrittore si è posto, di capitolo in capitolo, per raccontare la sua storia. Storia che, di per sé, non meriterebbe le 230 pagine che l’autore gli ha invece dedicato, scrivendole durante l’estate del 1929, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford, Mississippi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta”[1].

Tutto il romanzo racconta del viaggio intrapreso da una famiglia di poveri contadini, i Bundren, dalla contea di Yoknapatawpha (immaginaria regione del Mississippi, terra d’origine di Faulkner, già menzionata nei precedenti romanzi dell’autore) alla cittadina di Jefferson, città natale della signora Bundren e luogo di sepoltura da ella prescelto. Anse e i suoi cinque figli – Darl, Jewel, Cash, Dewey Dell e Vardaman – affrontano questo lungo viaggio su un carro che sta in piedi per miracolo e che trasporta, oltre a loro, la bara costruita da Cash e in cui giace il corpo di Addie Bundren.

Ogni capitolo del romanzo porta il nome del personaggio attraverso cui Faulkner ha deciso di raccontare un pezzo della storia, che si costruisce man mano attraverso i monologhi e i flussi di coscienza dei sette componenti della famiglia Bundren, dei vicini signore e signora Tull (Cora e Vernon), del medico Peabody, del locandiere Samson, ‘dell‘uomo di Dio’ Withfield, dell’ospite Armstid e dei droghieri Moseley e MacGowan.

Lo stile grottesco, tragicomico della storia, a tratti surreale, anticipa nei suoi tratti di molti anni ciò che verrà successivamente definito come letteratura dell’assurdo: con un anno d’anticipo su Sartre (La Nausea, 1931), diciassette anni prima di Camus (Lo Straniero, 1947) e con ventidue anni d’anticipo rispetto a Beckett (Aspettando Godot, 1952), Faulkner scrive sull’assurdità e l’inutilità dell’esistenza umana.

Come proprio Alber Camus direbbe, Faulkner è lo scrittore assurdo per eccellenza, colui che “non compie il salto”, colui per il quale “non si tratta più di spiegare e risolvere, ma di provare a descrivere”. Ed è questo che cerca di fare Faulkner, riuscendoci magistralmente: egli prova a descrive ciò che vede, ciò che vive, senza fronzoli o imbellettamenti di sorta, senza sforzare l’intelligenza alla ricerca di una risposta che egli sa non esistere, senza proporsi, o proporre la sua opera, come rimedio all’assurdo che descrive, come via d’uscita o, peggio, di salvezza, che non può che essere apparente. Come apparente è la salvezza del bigottismo di Cora e Vernon, del rispetto delle regole di Anse (che, dopo una vita di stenti e sepolta Addie, si rifà i denti e trova moglie), dell’ossessiva meticolosità nel lavoro di Cash, della verginità apparente di Dewey Dell. Nulla salva o riscatta l’uomo dalla condizione della sua propria esistenza. Solo due personaggi sembrano aver compreso questo, pur scegliendo vie d’uscita (e non di salvezza) differenti: Addie, che opta per la morte, e Darl, che sceglie – o meglio, fa in modo che gli altri scelgano per lui – la follia.

Darl è il personaggio più utilizzato da Faulkner per il racconto della sua storia (19 capitoli portano il suo nome), ed è anche lo sguardo più lucido e attento, il soggetto con la più alta percezione di sè nel mondo (o con il più alto livello di coscienza della coscienza). Attraverso gli occhi di Darl, tutto assume una sfumatura comica e priva di alcun valore, assurda. Darl è colui che si mette in viaggio (che sceglie di rimanere in vita) pur essendo cosciente della sua inutilità, solo per curiosità, per osservare ciò che accade e riderne fino alla follia.

L’unico capitolo che porta il nome di Addie sembra giungere post mortem ed è di una potenza inaudita. Addie “sangue selvaggio”, Addie che ama la terra e e il flusso rosso che in essa ribolle, Addie che vuole i fatti di sangue e di terra, e non le parole “che non sono fatti, che sono soltanto gli interstizi nei vuoti della gente”, anticipa di almeno trentanni Jacques Derrida ed il suo discorso filosofico – non ancora portato ad una conclusione – sul linguaggio e sulla sua funzione, sulla questione del “se siamo esseri parlanti o parlati”, della destrutturazione del logos. Addie che visse l’amore e la bellezza nel peccato e non ebbe bisogno di nominarli mentre li agiva e li riconosceva, sceglie la morte quando capisce che il padre aveva ragione a dire che “la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo”.

Mentre morivo è un romanzo che, sin dal titolo, ridimensiona la mistificazione linguistica del senso della vita, restituendole il suo unico vero significato: il tempo che si impiega a morire, a prescindere da ciò che si fa nel frattempo.

 

[1] Fernanda Pivano, Mostri degli anni venti, La tartaruga, edizioni Rizzoli, 1982, pa.310

 

 

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25
Jul 09

L’acchito – Pietro Grossi (Sellerio, 2007)

 

Dopo Pugni, una raccolta di tre bellissimi racconti del 2006, Pietro Grossi ritorna nelle librerie con un nuovo romanzo, L’acchito, pubblicato nel 2007 sempre dalla Sellerio.

Come in Pugni, anche in L’acchito lo stile essenziale e limpido di Grossi si esprime in tutta la sua potenza evocativa. Frasi brevi, concetti corti e netti che scoccano tra le righe come dardi che puntualmente fanno centro. Poche parole, giusto le essenziali, le indispensabili e , soprattutto, quelle giuste.

Questo è ciò che rende le storie e i personaggi di Grossi veri, belli, nonostante vengano descritti poco, senza minuzie, lasciando al lettore la facoltà di amarli, odiarli, comprenderli, compatirli mentre la storia si svolge. Non vi sono premesse nè giustificazioni, ma solo fatti. Fatti che iniziano ad un certo punto, nel bel mezzo della vita, e finiscono altrettanto arbitrariamente in un altro punto non meglio specificato. Ciò che accade non ha un posto preciso, un tempo preciso, una durata precisa. Tutto dipende dal lettore, nel come egli vorrà sfruttare gli elementi essenziali ed indispensabili che lo scrittore gli offre. Gli stessi elementi essenziali e indispensabili che lo scrittore sembra offrire alla sua storia ed ai suoi personaggi, i quali pare vivano di vita propria, che esistano o sia esistiti davvero.

 

 

Dino e Sofia. Dino non è l’eroe del romanzo, nè il personaggio chiave, nè l’antieroe. Dino fa il ciottolaio, parla poco, indossa una giacca di pelle e gioca a biliardo. Sofia, sua moglie, fa la sarta, prepara la cena, convive senza remore con i silenzi di Dino ed è sterile. Dino imparò l’acchito (riuscire a far rimbalzare la palla sulla sponda opposta, facendola ritornare nello stesso punto da dove era partita) tempo addietro, così come imparò a far andare tutte le cose per il loro verso, in maniera prevedibile così da sapere già cosa si sarebbe potuto fare dopo. Sofia inizia a farsi curare dal cugino di una sua cliente. Dino passa il tempo mettendo ciottoli sulla strada senza profferir parola. Solo, uno dopo l’altro, mette a terra questi ciottoli con una geometria che gli sembra riesca a far quadrare il cerchio. Sofia, una notte – una di quelle in cui hanno fatto l’amore dopo i loro viaggi esotici di fantasia, resta incinta. Da quel momento, Dino inizia a chiedersi quanti ciottoli servono a fare una persona. La geometria che fa quadrare i cerchi sembra non funzionare più: Sofia resta incinta anche se sembrava esser sterile, i ciottoli vengono sostituiti dall’asfalto dall’amministrazione della città, un suo collega emigrato mette bombe al comune. L’acchito sembra funzionare solo sul panno verde, dove se sei bravo (e non fortunato), se sai quello che fai, sai dove andrà a colpire la palla e dove si fermerà. Ma la vita non è un tavolo da biliardo e bisogna imparare ad avere a che fare con l’imprevisto, con l’inatteso. E sorridere nello scoprire che tua moglie scriveva di viaggi mai fatti e di albe e locande mai viste su dei quadernetti neri e che la palla, colpita la sponda, non ritorna mai allo stesso identico punto.

 

 

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24
Jun 09

Pugni – Pietro Grossi: la penna Toscana che scrive come Hemingway.

Il 17 Giugno 2009 ho fatto un salto all’Istituto Italiano di Cultura di Londra per assistere alla presentazione di Pugni, il secondo libro di Pietro Grossi pubblicato dalla Sellerio nel 2006.

Non conoscevo l’autore e non avevo letto il libro, ma non avevo alcuna intenzione di perdermi l’incontro con uno scrittore paragonato addirittura ad Hemingway. In effetti questo è stato il motivo principale per cui quel pomeriggio ero lì, predisposto sì all’ascolto, ma con un velo di malizioso scetticismo. Ero certo, infatti, di stare per assistere all’ennesima trovata editoriale – mi riferisco al paragone con Hemingway. Dovetti ricredermi nell’istante stesso in cui vidi Grossi salire sul palco, seguito da Chris Schüler.

Ora, potrei stare qui a galleggiare nell’indecisione se parlarvi dello scrittore piuttosto che del libro. Per fortuna – almeno questa è la mia percezione – le due cose sono imprescindibili. E non perché Pugni rimandi a qualcosa di autobiografico. (Almeno non esplicitamente). Semplicemente ritengo, dopo aver ascoltato e visto Grossi parlare, che il pugno che ha scritto quelle righe non può che essere stato il suo.

Alto, secco ma non smunto, dinoccolandosi è salito sul palco e si è snocciolato sulla sedia tra la scrivania e la platea. Ha attaccato subito con ironia, rompendo il ghiaccio in maniera diretta e spicciola, cercando di sdrammatizzare forse un disagio dovuto al contesto a lui poco congeniale. Non è riuscito a stare dritto un secondo, muovendosi di continuo le spalle, a scatti, nervosamente, toccandosi il naso con quel gesto veloce tipico dei pugili. Ha espressamente suggerito alla platea di non spingersi troppo oltre il significato delle cose di cui si stava parlando (e quindi di ciò che era stato scritto), perché lui non sarebbe stato in grado di indicarne secondi o terzi significati. In altre parole: mi chiamo Pietro Grossi ed ho scritto un libro che si intitola Pugni, questo è quanto. Punto.

Ha detto tantissime volte non lo so, una cosa a cui solitamente non si è abituati in questo tipo di contesti e che io – nel mio piccolo di lettore (e scrittore) – ho apprezzato tantissimo. Ha parlato con semplicità, utilizzando un linguaggio poco forbito e con espressioni e concetti assolutamente non forzati. E nonostante le cerimonie già ridotte all’osso, ha creduto fosse necessario sottolineare quanto il Pietro Grossi che avevamo di fronte non fosse lo stesso che aveva scritto quel libro che ora teneva tra le mani. Non che stesse fingendo. Semplicemente di fronte a noi della platea era seduto solo uno degli “inquilini del palazzo” di Via Pietro Grossi, questo grande edificio diviso in due ali in cui da una parte si fanno feste e ci si immerge nel casino, mentre nell’altra si gioca a scacchi e si fa meditazione. Certo, quando tra le due fazioni si litiga, qualche finestra si rompe, qualche porta sbatte… tutto sommato, però, si è riusciti a raggiungere l’equilibrio del quieto vivere. È esattamente questo ciò che si percepisce leggendo i racconti raccolti in Pugni: il raggiungimento dell’equilibrio, nonostante le due parti (e tutti gli inquilini che in esse vivono) non abbiano ancora smesso di litigare e far caciara; quel quieto vivere che ti permette di accettare anche qualche piatto tirato contro un muro senza farne un dramma.

Il Ballerino, Capra, Daniel, Natan¸ Nico, Piero e tanti altri inquilini abitano le pagine di Pugni. Si materializzano attraverso le parole con una concretezza che ha un impatto sconvolgente. Eppure, proprio come capita con i personaggi di Faulkner, Hemingway, Roth, non è dedicata alla loro descrizione più di qualche riga. Il sospetto che viene leggendo Grossi è che i suoi personaggi diventino veri perché sono veri. Grossi non ha bisogno di allungare il brodo, ne il suo stile e la sua scrittura di getto glielo consentirebbero. I personaggi si fanno attraverso le loro azioni, i loro pensieri; i luoghi si costruiscono attorno ai personaggi allo stesso modo. Tanto che ci si potrebbe ricordare del ring dell’ultimo incontro tra il ballerino e la capra come il loro ring; i cavalli di Daniel e Natan diventano diversi da qualsiasi altro cavallo; Piero che fa la scimmia mentre Nico gioca con lui a fare figure geometriche con i gusci di arachidi sembrano due nostri amici.

Le storie ed i personaggi di Grossi si conservano perfetti ed impeccabili nella memoria. Diventano ricordi che potresti credere di aver avuto da sempre.

 

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13
Jun 09

L’oca al passo – Il ruolo dell’Intellettuale e della Letteratura secondo Antonio Tabucchi

Nell’introduzione de L’oca al passo, Antonio Tabucchi scrive:

“[…]la Storia, nonostante tutti i suoi capricci, non dimostra poi tanta immaginazione: o è in un modo o è nell’altro, e si illude di essere cambiata tornando ad essere quello che era già stata”.

E subito dopo aggiunge:

“Nonostante tutto bisogna pur fare qualcosa. Se non altro capire il perché[…]”.

In queste poche righe, Tabucchi mostra di aderire ad un vecchio concetto – noto a molti, ma non ancora a tutti – secondo il quale un popolo che ignora il proprio passato e destinato a ripeterne gli errori. Ma non è questo, a mio avviso, il messaggio principale delle righe dell’introduzione e di tutto il libro in genere. Ciò che ritengo sia di fondamentale importanza – e che lo scrittore sostiene fermamente – è un altro vecchio concetto: quello espresso da Pasolini quando scrisse Io so, affermando che fa parte del mestiere di scrittore “seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”. Tabucchi prende molto sul serio questa visione del mestiere di scrittore – di intellettuale in genere – ponendosi dalla parte di coloro che credono che “la letteratura sia una forma di conoscenza attraverso la scrittura”.



In L’oca al passo, Antonio Tabucchi mette insieme alcuni dei principali pezzi della nostra storia contemporanea, apparsi un tempo come articoli di giornale e ripresentati in questo libro sotto forma di tappe di un percorso di conoscenza che accompagna il lettore pagina dopo pagina, aiutandolo a “coordinare fatti anche lontani”, a mettere insieme quei “pezzi disorganizzati e frammentari” per ricostruire “un intero coerente quadro politico che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

Per raggiungere l’obiettivo di ricostruzione del quadro della situazione, Tabucchi sceglie di non offrire al lettore un percorso obbligato, necessariamente determinato da chi scrive. L’aver pensato ad una struttura che rimanda al famoso Gioco dell’Oca per organizzare i contenuti di questo romanzo è stata una scelta tanto originale quanto felice ed appropriata almeno per due ragioni.

La prima ragione è di ordine “ideologico”: trattando, infatti, di argomenti “delicati”, offrire al lettore un unico percorso di lettura dei contenuti sarebbe potuto apparire come cercare di offrire al lettore un unico percorso interpretativo – ideologico – dei fatti. La seconda ragione per cui la struttura e le regole del Gioco dell’Oca si adattano egregiamente ai contenuti del libro di Tabucchi sta nel fatto che esse aderiscono perfettamente al fine per il quale il libro è stato scritto, ovvero: mostrare come contenuti apparentemente sconnessi tra loro facciano, in realtà, parte del medesimo quadro delle cose e dimostrare come, anche seguendo percorsi differenti, si arrivi alla fine alle stesse conclusioni, che sono oggettive e non dettate da nessun tipo di ideologia o dietrologia che dir si voglia.


Il “gioco” de L’oca al passo parte dalla casella contenente il concetto lapalissiano – scontato, ovvio, che non ha bisogno di spiegazioni – da cui si sviluppano due diversi percorsi, attraverso cui il lettore scopre come alcune tra le più elementari ovvietà sociali, storiche e politiche siano state ribaltate e vigano attualmente all’interno del nostro sistema “sottosopra”. Un viaggio attraverso l’incredibile capovolgimento dei più semplici e apparentemente solidi principi della nostra società e costituzione, del significato delle parole, della Storia e degli eventi che hanno coinvolto il nostro Paese; un capovolgimento che è stato possibile grazie ad una paziente e lenta erosione delle coscienze mentre tutti erano – (venivano) – distratti. Anche coloro i quali – gli intellettuali – avrebbero dovuto coordinare quei frammenti disorganizzati che oggi, abbandonati a loro stessi, sono diventati la causa principale della schizofrenia del nostro Paese.

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4
Jun 09

Luis Garcia Montero: per chi ha la “Vista cansada”

Non tanto è incredibile l’assurdità delle azioni dell’uomo, quanto il fatto che l’uomo non sembra accorgersi delle sue assurdità. Sarà forse questo che ci spinge, come si suol dire, a “perpetrare nell’errore”.

Luis Garcia Montero, poeta de la experiencia e del Manifiesto Albertista, è sicuro che sono “lì, proprio lì, al di la di quella nube…le pinete pacifiche…la stanza in cui si ricorda”. Chè non resti inascoltato.


Vista Cansada


La vida no es un sueño.


He comprobado el mar con sus cadáveres,

la existencia del sol, la piel, los frìos,

las luces con sus horas,

las puertas que los años se dejan mal cerradas.

Olvidos y recuerdos tienen los mismos ojos.


Las palabras, como un atardecer

Que se confunde con la noche,

son arena que cae delante del vacìo.

Nunca discute el tiempo

La consigna de musgo que recibe.

Pero pierde las llaves de sus puertas.

Ahora aprendo a vivir con la vista cansada.


Cansado estoy de verte

Mundo extraño,

prestigio del dolor,

exactitud de la mentira,

corona turbia

de los estercoleros habitados.

Cansado estoy de ver

Las muertes humilladas

En las habitaciones del silencio.


Me duelen

Los finales injustos,

Que cierran nuestros ojos

Porque somos cadavers vivientes.


He comprobado el mar. La vida no es un sueño.


¡Qué lepra de banderas!

¡Qué decencia de números podridos!

¡Qué paisaje de escombros!


Pierde el tiempo sus llaves,

y yo busco mis gafas,

para seguir aquí,

en las ventanas y las mesas,

con los años abiertos

al pie de la ciudad.


Allí se reconocen,

al sur, al otro lado de esa nube,

de la torre, a la izquierda, justo allí,

las ramas de la vida, la memoria,

los pinares pacíficos,

el abrazo que pide una verdad,

el viento que levanta una alegría,

las ruinas hermosas,

la habitacíon serena en donde se recuerda,

con la luz apagada,

la historia libre de la dignidad.


No hablo de ilusiones,

sino de dignidad, y de mis gafas,

cristales trabajados que me ayudan

a comprobar el precio de las cosas,

a buscar los teléfonos que quiero,

a recorrer los libros,

a mirar el reloj y los periódicos.


A estar aquí,

en una compartida soledad,

para ver lo que pasa

con nosotros.

Vista stanca


La vita non è un sogno.


Ho sondato il mare con i suoi cadaveri,

l’esistenza del sole, la pelle, i freddi,

le luci con le loro ore,

le porte che gli anni han lasciato mal chiuse.

Gli oblii e i ricordi hanno gli stessi occhi.


Le parole, come un crepuscolo

che si confonde con la notte,

sono arena che cade dinanzi il vuoto.

Mai il tempo contesta

la consegna di muschio che riceve.

Però perde le chiavi delle sue porte.

Ora imparo a vivere con la vista stanca.


Stanco sono di vederti

mondo strambo,

prestigio del dolore,

esattezza della menzogna,

ghirlanda sudicia

dei letamai abitati.

Stanco sono di vedere

le morti umiliate

nelle stanze del silenzio.


Mi dolgono

le fini ingiuste

che chiudono i nostri occhi

perché siamo come cadaveri viventi.


Ho sondato il mare. La vita non è un sogno.


Che lacerìo di bandiere!

Che virtù di numeri putrefatti!

Che paesaggio di macerie!


Perde il tempo le sue chiavi,

ed io cerco i miei occhiali,

per seguitare qui,

tra le finestre e i tavoli,

con gli anni aperti

ai piedi della città.


Lì si osservano,

a sud, al di là di quella nube,

della torre, a sinistra, proprio lì,

le fronde della vita, la memoria,

le pinete pacifiche,

l’abbraccio che richiede una verità,

il vento che solleva un’allegria,

le incantevoli rovine,

la stanza serena in cui si ricorda,

con la luce spenta,

la storia libera della dignità.


Non parlo di miraggi,

se non di dignità, e dei miei occhiali,

vetri lavorati che mi aiutano

a sondare il prezzo delle cose,

a trovare i numeri di telefono che cerco

a percorrere i libri,

a guardare l’orologio e i giornali.


A stare qui,

in una condivisa solitudine,

per vedere cosa succede

a noialtri.


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