“La democrazia è la superstizione più diffusa del XXI secolo: l'esercizio del voto è altrettanto inutilmente apotropaico come grattarsi i coglioni di fronte a un gatto nero.”another quote »

Rubriche


10
Aug 10

Antologia “Poetarum Silva”: Alessandro Assiri

Il linguaggio di Alessandro Assiri è semplice, misurato. Il gioco poetico dei suoi componimenti si sviluppa quasi totalmente a livello sintattico, attraverso una struttura capace di unire in maniera impercettibile il passaggio logico al salto pindarico, con un utilizzo mimetico della metafora all’interno di un discorso che dà l’impressione di lesinare le parole. Più che dal classico “lavoro a togliere”, è dal bisogno di essenzialità che a me sembra nascano direttamente i versi di questo poeta. Ed è proprio grazie a questi versi “scarni” che la poesia di Assiri guadagna in immediatezza: ogni verso è un suggerimento, un indizio ben preciso a cui segue il successivo; sta al lettore tenere il passo, unire i puntini per ritrovarsi sorpreso di fronte ad una figura scolpita nella carta, dal taglio netto, sincero nonostante una considerevole dose di ambiguità. Se le poesie di Assiri fossero un romanzo non avrebbero trama, ma solo un lungo colpo di scena. Come sassi levigatissimi, viaggiano veloci privi di attrito, raggiungendo prima il colpo.


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io non vado, ti anticipo
non lascio, preparo
ogni passione è a primavera,
quando la vita dovrebbe sbocciare
invece spesso si infligge,
passione è farsi uomo
dove non occorre nulla
per descriversi
difendersi senza cambiarsi il nome


*


Se ti immagino salire
vedo la fatica
di dar le spalle al mare,
ma poi ripenso che tutto nasce
da un digiuno
e che si mangia per tradire.
Il resto è farsi mondo
che poi è il rischio nostro
di scoprire il letto vuoto,
di domenica quando i giochi sono fatti
ma adesso che si è compiuto quasi tutto
e ogni padre fa supplenza,
siamo ancora schiavi tra gli schiavi
naufragati nel ritorno
quando somigli sempre meno


*


è una sera da dietro,
dove il tuo viso
è una misura per i vivi
e tutto il tempo
che si prende i lunedì
lo riduco a barchette
o a raffreddori
che sono solo scuse
per non andare a vela
e far finta che ci sia il motore
rottamo qualche inizio al giorno,
il nuovo mi disturba
approfondisce troppo il niente
chi scrive lo fa per non marcire
e allora ci contiamo
per sembrare meno,
un intermezzo di continua
a ridarci il benvenuto




Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962, vive nel Trentino. Ha pubblicato, per Aletti Editore, Morgana e le nuvole (2004) e Il giardino dei pensieri recisi (2006). Per Lieto Colle ha pubblicato Modulazione dell’empietà (2007) e Quaderni dell’impostura (2008). Con Chiara De Luca ha pubblicato, per Fara Editore, Sui passi per non rimanere (2008). Co-curatore del progetto Poeti a Nord-Est che si occupa di creare sinergie tra artisti prevalentemente del territorio e di portare la parola poetica all’interno delle scuole, con seminari e dibattiti. Fa parte della redazione della Kolibris Edizioni e del comitato editoriale di Opera prima. Collabora con riviste cartacee e telematiche. Promotore del Festival “Terzolas in poesia”.
È rintracciabile su http://www.lettereanessuno.splinder.com/


10
Aug 10

Raduga Premio letterario italo-russo per i giovani autori

 

1. Obiettivo del Premio: rafforzare i rapporti culturali italo-russi e valorizzare le opere di giovani narratori e traduttori, sia russi che italiani, dando loro la possibilità di trovare un editore e di confrontarsi, in tal modo, con un più ampio numero di lettori.

2. Organizzatori:

• In Russia: Istituto Letterario A. M. Gorky, Società russa degli autori (RAO) e altri enti pubblici e privati interessati;

• In Italia: Associazione Conoscere Eurasia, Istituto Italiano di Cultura a Mosca e altri enti pubblici e privati interessati.

3. Oggetto del Premio: racconti di giovani autori (da 18 a 30 anni). Le opere, non superiori a dieci cartelle, devono essere inedite, non premiate in precedenza, né segnalate in altri concorsi letterari. Ogni partecipante deve inviare un solo testo, scritto nella propria lingua, in italiano o in russo.

4. La frequenza dell’assegnazione del premio sarà annuale.

5. Giurie del Premio: sono previste due giurie nazionali. Ciascuna è composta da personalità della letteratura e sceglie cinque opere per ogni Paese di appartenenza. I lavori verranno tradotti e pubblicati nell’Almanacco letterario, edito con periodicità annuale. La composizione della Giuria sarà resa nota all’atto della premiazione.

6. Almanacco letterario: oltre alle opere in russo e in italiano, tutte pubblicate con traduzione a fronte, darà spazio anche a una nota critica sui vincitori. Il volume verrà distribuito in entrambi i Paesi al fine di far meglio conoscere il lavoro dei giovani narratori e traduttori. La traduzione dei cinque racconti selezionati da giurie nazionali verrà affidata a giovani traduttori della Russia e dell’Italia.

7. La partecipazione al Premio è gratuita.

8. Ciascuna delle due giurie nazionali conferisce il premio «Il giovane autore dell’anno» a uno dei cinque autori pubblicati nell’Almanacco letterario. Il Premio Il giovane autore dell’anno è di 5.000,00 Euro. L’annuale premiazione si terrà alternatamente in Russia e in Italia. In tale occasione, ciascuna delle giurie nazionali assegnerà anche il premio « Il giovane traduttore dell’ anno», a uno dei cinque traduttori di ogni Paese. Tale premio è di 2.500,00 Euro.

9. Modalità di presentazione delle opere: i testi vanno inviati in due esemplari entro e non oltre il 31 agosto 2010 (fa fede il timbro postale), accompagnati da una nota bio-bibliografica e dall’indicazione di nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo di residenza, numero telefonico ed e-mail. I manoscritti non saranno restituiti.

Le opere in lingua russa vanno inviate: all’Istituto Letterario A. M. Gorky, Ufficio relazioni internazionali Tverskoy Boulevard, 25, 123104, Mosca, Russia E-mail: pobeda65lit@litinstitut.ru, Tel.: +7-045-6940729, segretaria: Oxana Liskovaya.

Le opere in lingua italiana vanno inviate: all’Associazione “Conoscere Eurasia” Via Achille Forti, 10, 37121 Verona E-mail: info@conoscereeurasia.it, Tel.: +39-045-8020904, segretaria: Iryna Shmatco.


14
Jul 10

Poetarum Silva – Corpi a confronto


Libreria Interno 3 – Arti e Pensieri

Ateliers Via dei Due Gobbi 3 – Reggio Emilia

 

Sabato 24 Luglio

(dalle 21.00 alle 24.00)

 

 

POETARUM SILVA

(corpi a confronto)

 

READING LETTERARIO MULTIMEDIALE

a cura di Enzo Campi


con

 

Mariangela Guatteri, Arturo Moll, Mirella Gazzotti,

Silvia Molesini, Elena Lusvardi, Giovanni Campi,

Natàlia Castaldi, Antonella Taravella, Silvia Rosa,

Pierluigi Tedeschi, Federica Gramiccia, Anna Maria Meliga,

Stefania Crozzoletti, Enzo Campi,

 

 

 

Programma della serata

 

READING

 

Di sole voci (Silvia Rosa) – Ed. LietoColle

Ipotesi Corpo (Enzo Campi) – Ed. Smasher

Poetarum Silva (AAVV) – Ed. Samiszdat

Vertigini scomposte (Antonella Taravella) – Ed. Smasher

Prima vita (Stefania Crozzoletti) – Fara Editore

 

 

ANTEPRIME INEDITI

 

Due Dimensioni (Mariangela Guatteri)

La distruzione della morte affrescata (Silvia Molesini)

 

 

PROIEZIONI VIDEO

 

Simpliciter & Complicatibus ne La burla del tempo

di Giovanni Campi, interpretato da Nevio Gambula e animato da Orsola Puecher

Ipotesi Corpo

di Enzo Campi, con Mariaestella Coli, Chiara Puglisi, Antonio Iorio

 

 

PERFORMANCE

 

Grevelieve

di e con Pierluigi Tedeschi, e con Lucia Bonacini, Luca Censi

I Cantastorie

di e con Mirella Gazzotti, Anna Maria Meliga

 

 

INSTALLAZIONI

 

Il profilo delle parole (Pierluigi Tedeschi)

Gesti d’aria e incombenze di luce (Enzo Campi)

 


10
Jul 10

Elephant & Castle n.3 – Call for Papers

Mutevoli labirinti di forme: la natura e le sue metamorfosi

Curatrice: Greta Perletti (greta.perletti@unibg.it)


Il numero della rivista Elephant and Castle che qui si presenta si propone di raccogliere testi, materiale iconografico e recensioni che abbiano come tema le metamorfosi nel mondo naturale, con riferimento in particolare alle trasformazioni che interessano il regno vegetale.  La molteplicità delle forme della natura ha affascinato nei secoli poeti e naturalisti, artisti e filosofi, generando infiniti dibattiti e riflessioni sulla bellezza, la complessità e l’origine del mondo naturale. Ma è soprattutto nell’incessante mutare e trasformarsi della natura – nel suo instancabile divenire ‘altro’ – che l’immaginario trova un laboratorio ricco di suggestioni, capace di esprimersi e affascinare in epoche e luoghi assai diversi. L’Origine delle Specie di Charles Darwin (1859) si chiude con un ammirato tributo alla magnificenza della natura, colta nel sofisticato movimento di trasformazione delle sue forme: “[c]’è qualcosa di grandioso in questa idea della vita […]; da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono”. È noto come per Darwin l’arte potesse essere solo una pallida imitatrice dello spettacolo offerto dal mondo naturale, con la sua infinita varietà di forme in costante mutamento. Eppure le metamorfosi del mondo naturale costituiscono da sempre un ricchissimo terreno d’indagine per l’espressione artistica, secondo un filo rosso che collega la classicità alle avanguardie (specialmente simbolismo e surrealismo) e alle sperimentazioni contemporanee. Mentre lo studio delle metamorfosi (specie nell’opera di Ovidio e Apuleio) si è spesso soffermato sulle trasformazioni che coinvolgono il regno animale, l’ambito delle trasformazioni relative al mondo vegetale rimane relativamente poco esplorato, nonostante le numerose riscritture che ne sono state compiute (si pensi alla ripresa della vicenda di Polidoro nella Commedia dantesca o ne L’Orlando Furioso, o alla novella di Lisabetta di Messina riproposta dal romantico Keats). È dunque ai percorsi dell’immaginario generati dalle metamorfosi del/nel regno vegetale che questo numero di Elephant and Castle intende rivolgersi, per esplorarne le ricadute nel discorso letterario, filosofico, artistico e scientifico. Se una declinazione preponderante di questo tema è costituita dai movimenti metamorfici che coinvolgono i due regni del vegetale e dell’umano (per limitarci alla mitologia, basti pensare a Dafne, Narciso, Filemone e Bauci, ma anche al grano che nasce dal corpo di Osiride), i contributi della rivista potranno indirizzarsi anche all’analisi delle trasformazioni e evoluzioni che avvengono in seno alla botanica (emblematico il caso de La Metamorfosi delle Piante di Goethe), o ai mutamenti delle forme naturali nella loro contaminazione con l’arte e l’architettura (ad esempio nell’Art Nouveau o in alcune sperimentazioni artistiche e cinematografiche contemporanee). Alcuni possibili (non necessariamente vincolanti) aspetti d’indagine potranno pertanto includere:

  • Le metamorfosi di/in piante e fiori nella mitologia e nell’arte;
  • Contaminazioni e trasformazioni tra regno vegetale e regno umano, animale, o inorganico in letteratura e arte;
  • La fanciulla-fiore in letteratura e arte;
  • Lo studio dell’evoluzione della pianta e del fiore in filosofia e scienza;
  • Fitomorfismo e biomorfismo in architettura e arte.

È gradita una manifestazione di interesse a partecipare alla pubblicazione entro il 15 agosto 2010, inviando il titolo del contributo, un abstract di circa 300 parole e una breve nota biografica a greta.perletti@unibg.it

I contributi dovranno pervenire in redazione entro il 31 gennaio 2011.


Qui la pagina ufficiale della rivista

Qui le norme per la stesura dei testi


10
Jul 10

Au sujet du Cimitière marin – Paul Valery

Non so se sia ancora di moda elaborare a lungo le opere poetiche, mantenendole fra l’essere e il non essere, sospese per anni di fronte al desiderio; coltivare il dubbio, lo scrupolo e i pentimenti, – al punto che un’opera sempre ripresa e sempre rielaborata assuma poco a poco l’importanza segreta di un’impresa di riforma di se stessi. Questa tendenza a produrre poco non era rara, quarant’anni fa, fra i poeti e fra alcuni prosatori. Per loro il tempo non aveva importanza; ed è qualcosa di quasi divino. Né l’Idolo del Bello, né la superstizione dell’Eternità letteraria erano ancora decaduti; e la fede nella Posterità non era del tutto abolita. Esisteva una sorta di Etica della forma che conduceva al lavoro infinito. Coloro che vi si consacravano ben sapevano che più il lavoro è grande, minore è il numero delle persone che lo comprendono e l’apprezzano; essi faticavano per molto poco – e quasi da santi… In questo modo ci si allontana dalle condizioni «naturali» o ingenue della Letteratura, e si finisce insensibilmente con il confondere la composizione di un’opera dello spirito, che è cosa finita, con la vita dello spirito stesso,  – che è una potenza di trasformazione sempre in atto. Si arriva al lavoro per il lavoro. Agli occhi di questi amatori di inquietudine e di perfezione, un’opera non è mai compiuta – parola che per loro non ha alcun senso – ma abbandonata; e questo abbandono, che la consegna alle fiamme o al pubblico (sia esso conseguenza della noia o dell’obbligo di consegna), è per loro una specie di incidente, paragonabile all’interruzione di una riflessione, che la stanchezza, il disturbo, o qualche sensazione finiscano per annullare.

Avevo contratto questa malattia, questo gusto perverso della ripresa indefinita, e questo compiacimento per la condizione reversibile delle opere, nell’età critica in cui si forma o si determina l’uomo intellettuale. Li ho ritrovati in tutta la loro forza quando, vero i cinquant’anni, le circostanze hanno fatto sí che ricominciassi a comporre. Dunque ho molto vissuto con le mie poesie. Per quasi dieci anni sono state per me un’occupazione di durata indeterminata – un esercizio più che un’azione, una ricerca più che una liberazione, una manovra di me stesso con me stesso più che una preparazione in vista del pubblico. Credo mi abbiano insegnato più di una cosa. Non consiglio tuttavia di adottare questo sistema: non ho alcun titolo per dare a chicchessia il minimo consiglio, e peraltro dubito che convenga darne ai giovani di un’epoca incalzante, confusa e senza prospettive. Noi siamo in un banco di nebbia… Se ho parlato di questa lunga intimità tra un’opera e un «io», era soltanto per dare un’idea della sensazione molto strana che ho provato, un mattino, in Sorbona, ascoltando Gustave Cohen che svolgeva ex cathedra una spiegazione del Cimitero marino. Quel che ho pubblicato ha sempre suscitato commenti critici, e non posso certo lamentarmi di qualche silenzio sui miei scritti. Sono abituato a essere delucidato, sezionato, impoverito, arricchito, esaltato o affossato, – sino al punto da non sapere neppure io quale io sia, o di chi si parli; ma leggere quel che si stampa sul proprio conto non è nulla al confronto della strana sensazione di sentirsi commentare all’Università, davanti alla lavagna, proprio come uno scrittore defunto. Ai miei tempi, i viventi non esistevano per la cattedra; ma non mi sembra del tutto negativo che non sia più così. L’insegnamento delle lettere ne trae quel che l’insegnamento della Storia potrebbe trarre dall’analisi del presente, – cioè l’ipotesi o il sentimento delle forze che genereano gli atti e le forme. Il passato è solo il luogo delle forme senza forze; sta a noi dargli vita e necessità, e attribuirgli le nostre passioni e i nostri valori.

Mi sentivo la mia Ombra… mi sentivo un’ombra catturata; e, tuttavia, a volte mi identificavo con qualcuno degli studenti che seguivano, prendevano appunti e che, ogni tanto, guardavano sorridendo quell’ombra di cui il loro maestro, strofa per strofa, leggeva e commentava il poema… Confesso che, in quanto studente, provavo poco rispetto per il poeta, – isolato, esposto, e imbarazzato nel suo banco. La mia presenza era stranamente divisa fra molti modi di esserci. Fra questa diverità di sensazioni e riflesioni che costituivano per me quell’ora alla Sorbona, la sensazione dominante era proprio quella del contrasto tra il ricordo del mio lavoro, che si ravvivava, e la figura finita, l’opera determinata e fissata a cui si applicavano l’esegesi e l’analisi di Gustave Cohen. Sentivo allora come il nostro essere si oppone al nostro apparire. Da un lato, il mio poema studiato come un fatto compiuto, che all’esame dell’esperto rivelava la sua struttura compositiva, le sue intenzioni, i suoi mezzi d’azione, la sua posizione nel sistema della storia letteraria; i suoi legami e il probabile stato spirituale del suo autore… Dall’altro, il ricordo delle mie prove, dei miei tentennamenti, delle decifrazioni interiori, di quelle illuminazioni verbali molto imperiose che all’improvviso impongono una determinata combinazione di parole – come se un certo gruppo possedesse non so quale forza intrinseca… stavo per dire: non so quale volontà di esistenza, del tutto opposta alla “libertà” o al caos dello spirito, e che a volte può costringere lo spirito a deviare dal suo progetto, e il poema a divenire ben diverso da quel che stava per essere, e che si pensava dovesse essere. (Da qui si vede che la nozione di Autore non è semplice: lo è soltanto in relazione a terzi).

Mentre ascoltavo Cohen che leggeva le strofe del mio testo, attribuendo a ciascuna il suo senso finito e il suo valore a partire dalla loro posizione nel contesto, ero scisso tra la gioia di vedere che le intenzioni e le espressioni di un poema ritenuto molto oscuro erano qui perfettamente comprese ed esposte, – e il sentimento bizzarro, quasi doloroso, a cui ho appena alluso. Tenterò ora di spiegarlo in poche parole per completare il commento a un certo poema considerato come un fatto, attraverso una visione d’insieme sulle circostanze che hanno accompagnato la nascita di tale poema, o di ciò che esso fu, quando era allo stato di desiderio e di domanda a me stesso.

Peraltro non intervengo, se non per introdurre, grazie a un caso particolare (o per divagazione), alcune considerazioni sui rapporti fra un poeta e la sua poesia. Bisogna in primo luogo dire che il Cimitero marino, così com’è, è per me il risultato di una sezione di un lavoro interiore provocata da un evento fortuito. Un pomeriggio dell’anno 1920, il nostro amico tanto rimpianto Jacques Riviére, venuto a farmi visita, mi aveva trovato in uno «stadio» di questo cimitero marino, mentre meditavo di riprendere, sopprimere, sostituire, intervenire qua e là… Continuò ad insistere sino a riuscire a leggerlo; e, avendolo letto, finché non riuscì a strapparmelo. Nulla è più decisivo della volontà di un direttore di rivista. È così che per caso fu fissata la figura di quest’opera. Non fu affatto una mia scelta. Del resto, in genere non posso tornare su qualsiasi cosa abbia scritto senza pensare che ne farei tutt¡altra se un intervento esterno o qualche circostanza occasionale non avesse rotto l’incantesimo del lavoro senza fine. Non amo che il lavoro del lavoro: gli inizi mi annoiano, e suppongo perfettibile tutto ciò che viene al primo colpo. Lo spontaneo, anche eccellente, anche seducente, non mi sembra mai a sufficienza mio. Non dico di «avere ragione»: dico che sono fatto così… Proprio come la nozione di Autore, quella di Io non è semplice: un grado in più di coscienza oppone un nuovo Medesimo a un nuovo Altro.

La letteratura mi interessa dunque profondamente solo nella misura in cui esercita la mente a cete trasformaioni, – quelle in cui le proprietà eccitanti del linguaggio giocano un ruolo capitale. Certamente posso immergermi in un libro, leggerlo e rileggerlo con diletto; ma mi possiede sino in fondo solo se vi trovo i segni di un pensiero di potenza equivalente a quella del linguaggio stesso. La forza di piegare la parola comune a fini imprevisti senza spezzare le «forme consacrate», la cattura e la riduzione delle cose difficili a dirsi; e soprattutto, il procedere simultaneo della sintassi, dell’armonia e delle idee (che è il problema della più pura poesia), sono a mio avviso gli oggetti supremi della nostra arte.

Questo modo di sentire è forse urtante. Esso fa della «creazione» uno strumento. Conduce a degli eccessi. Ancor di più, – tende a corrompere il picere ingenuo di credere, che genera il piacere ingenuo di produrre, e che sostiene ogni lettura. Se l’autore si conosce un po’ troppo, se il lettore si fa attivo, che cosa diviene il piacere, che cosa diviene la letteratura? Questa parentesi sulle difficoltà che possono nascere fra la «coscienza di sé» e l’esercizio della scrittura spiegherpa senza dubbio alcuni preconcetti che a volte mi sono stati rimproverati. Sono stato per esempio biasimato per aver dato più versioni della stessa poesia, per di più contraddittorie. Questo rimprovero non mi è molto chiaro, come ci si può aspettare dopo quel che ho detto. Al contrario, sarei tentato (se obbedissi al mio modo di sentire) di invitare i poeti a produrre, come i musicisti, una gamma di varianti o di soluzioni sul medesimo tema. Nulla mi sembrerebbe più conforme all’idea che preferisco di un poeta e della poesia.

Il poeta, a mio parere, si conosce dai suoi idoli e dalle sue libertà, che non sono quelli dei pipu. La poesia si distingue dalla prosa per non avere di quest’ultima né tutti i vincoli né tutte le licenze. L’essenza della prosa è di perire,  – cioè di essere «compresa», – cioè di essere dissolta, distrutta in modo irreparabile, del tutto sostituita dall’immagine o dall’impulso che essa signific secondo la convenzione del linguaggio. Infatti la prosa sottintende sempre l’universo dell’esperienza e degli atti, – universo nel quale, – o grazie al quale, – le nostre percezioni e le nostre azioni o emozioni devono alla fine corrispondersi o rispondersi in un solo modo, – uniformemente. L’universo pratico si riduce a un insieme di scopi. Ottenuto tale scopo, la parola muore. Quest’universo esclude l’ambiguità, la elimina; ordina che si proceda per le strade più brevi, e spegne al più presto gli armonici di ogni avvenimento che si produce nello spirito.

Ma la poesia esige o suggerisce un «Universo» ben differente: universo di relazioni reciproche, analogo all’universo dei suoni, in cui nasce e si muove il pensiero musicale. In questo universo poetico, la risonanza è più importante della causalità, e la «forma», invece di svanire nel suo effetto, ne è come ripostulata. L’Idea rivendica la sua voce. (Ne consegue una differenza estrema fra i momenti che costruiscono prosa e quelli che creano poesia). Così, nell’arte della danza, in cui l’oggetto dell’arte è lo stato del danzatore (o quello dell’amante di balletti), i movimenti e gli spostamenti dei corpi non hanno nessun termine nello spazio, – nessuno scopo visibile; nessuna cosa che, raggiunta, li annulli; e a nessuno viene in mente di imporre a delle <ioni coreografiche la legge di atti non poetici, ma utili, quella cioè di svolgersi con la più grande economia di forze, e per le vie più brevi. Questo paragone può far comprendere che né la semplicità né la chiarezza sono degli assoluti della poesia, – in cui è perfettamente ragionevole, - e perfino necessario – mantenersi in una condizione quanto più lontana possibile da quella della prosa, – a costo di perdere (senza troppi rimpianti) un notevole numero di lettori.

Voltaire ha detto meravigliosamente bene che «la Poesia è fatta solo di bei particolari». Dico la stessa cosa. L’universo poetico di cui parlavo si introduce con il numero o, meglio, con la densità delle immagini, delle figure, delle consonanze, dissonanze, con il concatenarsi di movimenti e ritmi,  – dal momento che l’essenziale è evitare costantemente ciò che ricondurrebbe alla prosa, sia facendola rimpiangere sia seguendo esclusivamente l’idea… Insomma, più un poema è conforme alla Poesia, meno può pensarsi in prosa senza morire. Riassumere, mettere in prosa un poema, significa molto semplicemente misconoscere l’essenza di un’arte. La necessità poetica è inseparabile dalla forma sensibile, e i pensieri enunciati o suggeriti da un testo poetico non sono affatto l’oggetto unico e capitale del discorso, – bensì dei mezzi che concorrono alla pari con i suoni, le cadenze, il numero e gli ornamenti, a provocare, a sostenere una certa tensione o esaltazione, a generare in noi un mondo – o un modo di esistenza – del tutto armonico. Se dunque mi si interroga; se ci si preoccupa (come accade, e a volte in modo molto vivace) di quel che ho «voluto dire» in una certa poesia, rispondo che non ho voluto dire, ma voluto fare, e che fu l’intenzione di fare che ha voluto ciò che ho detto… Per quel che riguarda il Cimitero marino, questa intenzione fu in primo luogo una figura ritmica vuota, o riempita di vane sillabe, che venne a ossessionarmi per un certo tempo. Osservai che questa figura era decasillabica, e feci tra me e me qualche riflessione su questo tipo di verso molto poco utilizzato nella poesia moderna; mi sembrava povero e monotono. Era poca cosa di fronte all’alessandrino, che tre o quattro generazioni di grandi artisti hanno prodigiosamente elaborato. Il demone della generalizzazione suggeriva di tentare di portare questoDieci alla potenza di Dodici. Mi proposi una strofa di sei versi e l’idea di una composizione fondata sul numero di queste strofe, e consolidata da una varietà di toni e di funzioni che gli si potevano attribuire. Fra le strofe dovevano essere istituiti contrasti o corrispondenze. Quest’ultima condizione richiese subito che il poema possibile fosse un monologo dell’«io», in cui i temi più semplici e più costanti della mia vita affettiva e intellettuale, così come si erano imposti nella mia adolescenza, associati al amre e alla luce di un certo luogo sulle rive del Mediterraneo, fossero evocati, intrecciati, opposti… Tutto ciò conduceva alla morte e interessava il pensiero puro. (Il verso scelto di dieci sillabe ha qualche rapporto con il verso dantesco). Era necessario che il mio verso fosse denso e molto ritmato. Sapevo di orientarmi verso un monolo tanto personale, ma anche tanto universale, quanto avrei potuto costruirlo. Il tipo di verso scelto, la forma adottata per le strofe mi offrivano condizioni che favorivano certi «movimenti», permettevano alcuni mutamenti di tono, richiedevano un certo stile… Il Cimitero marino era concepito. Ne seguì un lavoro molto lungo. Tutte le volte che penso all’arte di scrivere (in versi o in prosa), lo stesso «ideale» si presenta al mio spirito. Il mito della «creazione» ci seduce a voler fare qualche cosa dal nulla. Sogno dunque di trovare progressivamente la mia opera a partire da pure condizioni di forma, sempre più meditate, – precisate al punto che quasi mi propongono o impongono… un tema – o almeno una famiglia di temi. Osserviamo che delle precise condizioni di forma altro non sono che l’espressione dell’intelligenza e della consapevolezza che abbiamo dei mezzi di cui possiamo disporre, e della loro portata, come dei loro limiti e dei loro difetti. Ecco il motivo per cui giungo a definire lo scrittore come una relazione fra un certo «spirito» e il Linguaggio… Ma ben so quanto sia chimerico il mio «Ideale». La natura del linguaggio non si presta affatto a combinazioni concatenate; e d’altra parte la formazione e le abitudini del lettore moderno, a cui il consueto nutrimento di incoerenza e di efferri istantanei rende incomprensibile ogni ricerca di struttura, non consigliano certo di perdersi così lontano da lui… Tuttavia il solo pensiero di costruzioni di tal genere resta sempre per me la più poetica delle idee: l’idea di composizione.

Mi fermo su questa parola… Potrebbe condurmi chissà a quali ragionamenti. Nulla mi ha più stupito nei poeti e causato maggiori dispiaceri della scarsa ricerca nella composizione. Nei lirici più illustri, non trovo altro che sviluppi puramente lineari, – o… deliranti, – che procedono cioè, mano a mano, senza maggiore organizzazione progressiva di quella che potrebbe mostrare una miccia su cui corre la fiamma. (Non parlo delle poesie in cui domina un racconto storico, e interviene la cronologia degli avvenimenti: queste sono opere miste; opere liriche, e non sonate o sinfonie). Ma il mio stupore dura soltanto il tempo di ricordarmi le mie proprie esperienze e le difficoltà quasi scoraggianti che ho incontrato nei miei tentativi di comporre nell’ordine lirico. Qui il dettaglio è in ogni momento di essenziale importanza, e la previsione più bella e più saggia deve combinarlo con l’incertezza delle scoperte. Nell’universo lirico, ogni istante deve consumare un’alleanza indefinibile fra il sensibile e il significativo. Ne risulta che la composizione è, in un certo senso, continua, e non può affatto rifugiarsi in un empo diverso da quello dell’esecuzione. Non c’è un tempo per il «contenuto» e un tempo per la «forma»; e la composizione in questo genere non si oppone soltanto al disordine o alla sproporzione, bensì alla decomposizione. Se il senso e il suono (o il contenuto e la forma) possono facilmente dissociarsi, la poesia si decompone. Conseguenza fondamentale: le «idee» che figurano in un’opera poetica non giocano qui lo stesso ruolo, né sono dei valori della stessa specie, rispetto alle «idee» della prosa. Ho detto che il Cimitero marino mi si era innanzi tutto presentato alla mente come una composizione di strofe di sei versi di dieci sillabe. Questa scelta di struttura mi ha permesso di distribuire con facilità all’interno della mia opera quel che doveva contenere di sensibile, di affettivo e di astratto in modo da suggerire, trasportata nell’universo poetico, la meditazione di un certo io. L’esigenza dei contrasti da produrre e di una sorta di equilibrio da osservare tra i momenti di questo io mi ha (per esempio) condotto a introdurre in un punto qualche riferimento alla filosofia. I versi in cui compaiono i famosi argomenti di Zenone di Elea, – (ma animati, mossi, trascinati nell’impeto di ogni dialettica, come ponte spazzato da un improvviso colpo di burrasca), – hanno la funzione di compensare, con una tonalità metafisica, il sensuale e il «troppo umano» delle strofe precedenti; determinano inoltre in modo più preciso la persona che parla, – un amatore di astrazioni -; oppongono infine a ciò che in lui vi fu di speculativoe di troppo meditato, l’attuale potenza riflessa, il cui sussulto infrange e dissipa uno stato di cupa fissità, quasi complementare allo splendore regnante; – nello stesso tempo sconvolge un insieme di giudizi su tutte le cose umane, inumane e sovraumane. Ho utilizzato le immagini di Zenone in modo da far esprimere loro la ribellione contro la durata e l’acutezza di una meditazione che fa troppo crudelmente sentire lo scarto tra l’essere e il conoscere, sviluppato dalla coscienza della coscienza. L’anima vuole ingenuamente esaurire l’infinito dell’Eleate. Ma ho voluto soltanto prendere alla filosofia un poco del suo colore.

Le varie osservazioni che precedono possono offrire un’idea delle riflessioni di un’autore in presenza di un commento alla sua opera. Egli vi vede ciò che avrebbe dovuto essere, e ciò che avrebbe potuto essere ben più di ciò che è. Che cosa, dunque, di più interessante per lui del risultato di un esame scrupoloso e delle impressioni di uno sguardo estraneo? Non è in me che si compone l’unità reale della mia opera. Ho scritto una «partitura», – ma posso ascoltarla soltanto eseguita dall’anima e dallo spirito altrui. Per questo motivo il lavoro di Cohen, (a parte le cose troppo gentili nei miei confronti che vi si ritrovano), mi è straordinariamente prezioso. Ha ricercato le mie intenzioni con una cura e un metodo notevoli, applicato ad un testo contemporaneo la stessa scienza e la stessa precisione che sempre ha mostrato nei suoi studi scientifici di storia letteraria. Ha anche ben ricostruito l’architettura di questo poema nei suoi dettagli, – ha per esempio segnalato quelle ricorrenze di termini che rivelano le tendenze, le frequenze caratteristiche di uno spirito. (Alcune parole risuonano in noi fra tutte, come armonici della nostra natura più profonda…). Gli sono infine molto riconoscente per avermi così lucidamente spiegato di fronte ai suoi giovani allievi. Per quel che riguarda l’interpretazione della lettera, altrove mi sono già spiegato su questo punto; ma non si insisterà mai abbastanza: non esiste il vero senso di un testo. Nessuna autorità dell’autore. Qualunque cosa abbia voluto dire, ha scritto quel che ha scritto. Una volta pubblicato, un testo è come uno strumento di cui ciascuno può servirsi a suo piacimento e secondo i suoi mezzi: non è affatto certo che il costruttore se ne serva meglio di un altro. Del resto, se egli ben sa quel che ha voluto fare, questa conoscenza disturba sempre in lui la percezione di quel che ha fatto.

(Au sujet du Cimitière marin, Paul Valery, Nouvelle Reveu Francaise n. 234, 1 marzo 1933)


5
Jul 10

Premio Lorenzo Montano – Edizione 2010

Anche quest’anno, la giuria della XXIV edizione del Premio Lorenzo Montano ha designato i suoi vincitori.

Per la sezione opera edita, sono risultate vincitrici ex-aequo la raccolta Amarore di Alessandro Ghignoli, edita da Kolibris, e Magnificat di Cristina Annino, edita da Puntoacapo. Tra i finalisti per questa sezione:  Alessandro Assiri & Chiara De Luca, sui passi per non rimanere, Fara 2008; Enrico De Lea, Ruderi del tauro,L’arcolaio 2009; Carlo Invernizzi, Secretizie, Mimesis2009; Marica Larocchi, Solstizio in cortile, Passi Puntoacapo 2009; Daniele Mencarelli, Bambino Gesù, Nottetempo 2010; Andrea Raos, Le api migratori, Liquid Oèdipus 2007; Luca Salvatore, Dead City Radio, Arcipelago 2008.

Erika Crosara, con la sua opera prima, Ius ha vinto il premio destinato ad una raccolta inedita. Hanno concorso alla stessa sezione, risultando finaliste, le opere di: Antonella Doria, Millantanni; Mario Fresa, Aura; Carolina Giorgi, Leggendo Emily Dickinson; Alberto Mori, Financial; Guido Turco, Qui non è più adesso; Giovanni Turra Zan, Le costrizioni.

Il premio per il miglior componimento inedito è andato a Camillo Pennati, con la poesia Pino marittimo. Tra i finalisti della sezione: Sebastiano Aglieco, La resa delle foglie; Enzo Campi, Per disunite latenze; Albino Crovetto, Cinque giorni; Tiziana Gabrielli, Il cerchio oscuro; Marinella Galletti, Soloacqua.

Il Premio per la migliore prosa inedita è stato aggiudicato a Marco Ercolani per il suo Turno di guardia. Gli altri brani risultati finalisti della sezione sonodi: Bruno Conte, Quasi pagine; Federico Federici, Senza titolo; Lorenzo Gobbi, La rosa ultima; Vincenzo Guarracino, Interrogare la notte; Emidio Montini, Lo scriba.

In ultimo, il Premio Speciale della Giuria è andato a Sergio Givone per Vivavoce. Filosofia e narrazione, edita nella collana “Itinera” di Anterem Edizioni.


Il Premio Lorenzo Montano è organizzato dall’Associazione Culturale Anterem, Rivista di ricerca letteraria, con il patrocinio di Regione Veneto, Assessorati alla Cultura della Provincia, del Comune, della Prima Circoscrizione di Verona, Università degli Studi e Biblioteca Civica di Verona.



13
Jun 10

PoetarumSilva: è Antologia – intervista con l’autore




Poetarum Silva

AA. VV

a cura di Enzo Campi

168 p. (Poesia)

Samiszdat




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Intervista con l’autore: Arturo Moll


Luigi: Buongiorno.

Arturo Moll: Buongiorno a lei.

L.: Chi è Arturo Moll?

A.M.: E a lei cosa importa?

L.: Volevo solo introdurla ai lettori di questa intervista e a quelli dell’antologia.

A.M.: Ma i lettori di questa intervista e quelli dell’antologia dovrebbero essere interessati a ciò che verrà detto in questa intervista e ciò che troverranno scritto nell’antologia, non in chi lo ha detto o chi lo ha scritto. Ad ogni modo, Arturo Moll è Arturo Moll: un nome ed un cognome. Non ricordo chi disse che i nomi sono una gran bella fregatura, però aveva ragione.

L: D’accordo, allora. La ringrazio per il tempo che mi dedicherà per questa breve intervista.

A.M.: Grazie a Lei per avermi dato modo di spenderne, ché non avrei saputo cosa farmene.

L.: In che senso, scusi?

A.M.: Nel senso che se Lei non fosse venuto qui ad intervistarmi, non avrei saputo come impiegare il tempo che ora Le sto dedicando e mi sarei annoiato.

L.: Beh, avrebbe potuto fare dell’altro.

A.M.: Per esempio?

L.: Scrivere.

A.M.: Ma io non impiego il tempo per scrivere. Uso la scrittura per ammazzare il tempo. Il che è diverso.

L.: Ah, si?

A.M.: Beh, si. Ma Lei è Italiano?

L.: Certo!

A.M.: E allora perché non capisce quello che Le dico?

L.: Certo che capisco! Dunque per Lei la scrittura in generale e la poesia in particolare servono a questo?

A.M.: Lo vede che non capisce?

L.: …

A.M.: Non faccia inferenze sulle cose che le dico. Si limiti ad ascoltare le parole. La scrittura in generale e la poesia in particolare non servono a questo.

L.: D’accordo. Dunque, cos’è per Lei la poesia?

A.M.: Qualcuno La sta pagando per stare qui?

L.: No, perché?

A.M.: Perché starebbe guastando il suo denaro.

L.: Ma… scusi!

A.M.: No che non la scuso. Le sembra una domanda da fare?

L.: Ma… Dottor Moll…

A.M.: Mi chiami Arturo, La prego.

L.: D’accoro, Arturo. Ma questa è la classica domanda

A.M.: Ecco, appunto. Se io fossi Leopardi, penserei che Lei è un minchione. Si può accettare il classico solo nello stile e solo quando esso si offra a dire il nuovo. Un dire classico è soltanto vecchio, già detto: a chi giova?

L.: A questo punto sono in difficoltà.

A.M.: E perché mai?

L.: Non sono sicuro di avere delle domande interessanti da porLe.

A.M.: Le domande sono interessanti quando non sono retoriche. Le sue lo sono?

L.: Non lo so. Precisamente in questo momento non mi sovviene di dir nulla.

A.M.: Ovvio! Ci provi un po’ a dire nulla. Non si può.

L.: Potrei rimanere in silenzio.

A.M.: Ma il silenzio è anch’esso un modo di dire. Carmelo Bene diceva “Tutto è un modo di dire, se si dice. Quando si muore, è un modo di morire”. Siamo condannati, non se ne faccia una colpa. A meno che…

L.: A meno che?

A.M.: Ci sono due modi per dire il nulla (o, almeno, avvicinarsi ad esso): contraddire il dire oppure dire il nuovo. Per entrambi, l’unica strada è la poesia. Ma è una strada che va battuta continuamente, poiché entrambe le soluzioni – contraddire il dire o dire il nuovo – sono momentanee.

L.: In che senso?

A.M.: Prenda, ad esempio, contaddire il dire. Quando si dice, in realtà, sempre noi diciamo nulla. Ma nel momento in cui questo dire viene condiviso, foss’anche da due sole persone, già questo nulla acquista una posizione nel dire e, dunque, nel mondo. Il nulla detto diventa un dire altro. Questo grazie alla (o a causa della) significazione. La significazione uccide la dialettica del discorso relegandolo alla retorica, che è il prepensionamento della parola. Per ovviare ciò, c’è bisogno di contraddire il dire. Ovvero: spezzare quel legame che si viene a creare tra significante e significato attraverso il discorso poetico. Un legame che sembra indissolubile, ma che in realtà è puramente convenzionale. La stessa cosa vale quando si dica il nuovo.

L.: Però perché Lei afferma che è una soluzione momentanea?

A.M.: è momentanea perché io posso contraddire il dire o dire il nuovo. Ma nel momento in cui uno o più individui fanno propria tale contraddizione, in questo stesso istante la contraddizione smette di essere tale e bisogna ricominciare tutto daccapo. La poesia diventa prosa. Non bisogna mai fermarsi.

L.: Quindi per Lei è questa la differenza tra prosa e poesia?

A.M.: Ma cosa fa? Mi ricomincia a fare il minchione? Stava andando così bene…

L.: Scusi, è stato più forte di me.

A.M.: Non si preoccupi. Le rispondo solo nella speranza di riuscire a rompere i compartimenti stagni in cui Lei ristagna. Per quanto mi riguarda, c’è molta più poesia nei Fratelli Karamazov che nelle poesie mie (che non sono ancora poesie) o di tanti altri poeti. Se lei cerca in libreria questo testo, sicuramente non lo trova nel reparto poesia, pur essendo una delle poesie più lunghe che siano mai state scritte. In questo, che per convenzione definiamo romanzo, c’è quel che io intendo per contraddire il dire o dire nuovo. Che si legga nel 1879 o nel 2010, una o dieci volte, non ha importanza: sempre riuscirà a sorprendere con il suo contraddire il dire e il suo dire nuovo. Per questo è un classico. Questo perché il dire che contraddice il dire o che dice il nuovo non spiega ciò che dice, ma fa pieno affidamento al potere della parola e, allo stesso tempo, ha uno smisurato rispetto di colui che la legge. Scrivere è un atto d’amore nei confronti dell’umanità che trova nella parola quell’incommensurabile spazio capace di accogliere tutti e che, purtroppo, concretamente ci manca. Per queste stesse ragioni posso affermare con onestà e lucidità che le mie poesie non sono ancora tali, poiché il mio bisogno di dire è ancora troppo più grande della mia fiducia nella parola. È incredibile come l’ego di una sola persona possa occupare tutto o quasi tutto quell’incommensurabile spazio che sarebbe da destinare a tutti.

L.: Sento del risentimento nella sua voce.

A.M.: Certo. Sono risentito, infatti.

L.: La soluzione?

A.M.: Non credo di conoscerla. La potenza della parola è incredibilmente più grande di quanto comunemente si pensi. Se il mondo è quel che è si deve al fatto che si è scelto di dirlo in questo modo. Basta cambiare il modo di dire il mondo per cambiare il mondo. E se la parola può cambiare il mondo, figurarsi se non può cambiare uno come me. Non mi resta che avere fiducia nella parola.

L.: Grazie.

A.M.: A Lei.


29
May 10

Bolle di sapone

(di Francesco Colia su Filosofipercaso)

Ti affretti a rispondere in quell’universo che regola la sicurezza del guardare. Ma si guarda troppo senza vedere. Ci fermiamo spesso con i buoni propositi sulla riva della paura, in viottoli sotterranei pensando che le montagne nascondano un’impresa irraggiungibile. Tuttavia, gli sforzi non vengono ripagati dal risultato ma dal tentativo. L’aria si fa fitta di sostanze nocive, è il perdersi nelle fessure del quotidiano. Le crepe lasciate dal nostro passaggio sono la testimonianza di un volere. Le tasche sono vuote perché nulla può lasciarci un palcoscenico dove esibire il nostro talento. Sudati come una vernice fresca dobbiamo concedere i nostri doni al pubblico bisbigliante. Si cade spesso nell’oblio dello spazio e del tempo come se respirare fosse sufficiente a vivere. I passi sono incerti, si tende a cadere ai piedi degli ostacoli respinti come fossero dei nemici spietati. Con la borsa in spalla si parte alla conquista di nuove terre, le indie dell’essere. Dove viene piantata la bandiera del coraggio? Dove si annida la speranza di un abbraccio a colori? Ogni giorno è sgranato come una vecchia fotografia, una polaroid impallidita di ricordi. I muscoli fanno leva sulle idee, le uniche fiduciose del nostro avvenire. Perché un pensiero deve essere decorato da parole inutili? Si cerca insistentemente di uscire da quel guscio costruito su misura ma le sue pareti sono impastate di illusioni. C’è sempre un prezzo da pagare alla realtà, un pegno da devolvere alla frontiera dell’esistere. Soffiamo sulle nostre immagini più care come bolle di sapone in viaggio verso il cielo. Senti il cuore battere? Senti quel motore di cui non hai il controllo continuare il suo disegno stabilito? Lub-dub, lub-dub, lub-dub e ti accorgi che sei una macchina efficiente pronta a muoversi. Ma ci si muove con troppa velocità come se il correre fosse una soluzione ai nostri problemi. C’è un odore insopportabile che ti strattona per la maglia, è l’avido succo delle superstizioni emozionali, dove ogni cosa appare come una pallina di natale da appendere all’albero. Spicchi di sole come arance tagliate entrano nella tua casa perché il buio non può risiedere in eterno. Come cavalcare il fiume della serenità se ogni ragione è concessa al mercante dell’insensatezza? Mordi con voracità quel pezzo di felicità perché il dolore è un bene che deve spegnersi nel più breve tempo possibile. C’è un giorno da vivere e seduto sulla sedia leggo le nuvole.