(di Antonio Scavone su La dimora del tempo sospeso)

Tell me who is my devil, Emilio Merlina (2010)
Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito. Non ho mai voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è stata era di poco conto.
Mia madre ha cominciato da sciampista, poi manicurista, infine parrucchiera e si mise in proprio a vent’anni, rilevando un salone da barbiere di un suo zio: col tempo e con sacrifici ristrutturò quel salone abbastanza squallido, lo chiamò col suo nome, “Acconciature Caterina”, cominciò a guadagnare, sposò mio padre a ventott’anni, mi ebbe a ventinove, ha divorziato tre anni fa, ora ne ha cinquantanove. Sono figlia unica, un altro figlio le morì di parto e da allora mia madre scoprì che non poteva più avere bambini, si amareggiò in silenzio, in solitudine, tirando avanti come ha sempre fatto: con coraggio e aspettative. Al suo posto mi sarei lasciata andare, se non altro per prendermi una pausa di riflessione ma Caterina la parrucchiera non si perse d’animo: siamo fatte in modo diverso.
Anche il divorzio da suo marito è stato vissuto con naturalezza e praticità, è come quando si perde un treno, è inutile disperarti, devi semplicemente aspettarne un altro. Forse mi sarei comportata anch’io così.
Con mio padre non c’è mai stata una grande intesa: beveva e giocava: il sistema migliore per mandare in rovina un bar al corso: i clienti abituali lo abbandonarono e anche quelli di passaggio passavano oltre, non si fermavano più al “Bar del Corso”. Forse avrei dovuto sposare Gino il barista che in pratica gestiva l’attività di mio padre quando mio padre era ubriaco ma Gino aveva altro per la testa, non certo me, non gli piacevo e non mi ha mai molestata, per lui non esistevo. Difatti, prima che il bar del corso andasse in malora, Gino si licenziò e ora lavora in una pasticceria dalle parti della stazione e si dice che l’abbia pure comprata. Come ci sia riuscito me lo sono sempre chiesto ma senza darmi risposte, forse rubava a mio padre, chissà. Dal canto suo, mio padre ci restò male quando Gino si licenziò e quella fu la sua ultima sbronza: mamma si era già separata e sapemmo che l’avevano ricoverato in una clinica specialistica per disintossicarlo, aveva un fegato così, e ci è rimasto un bel po’ di tempo.
Quando fu dimesso se ne andò a vivere con i fratelli, grossisti di orto-frutta, e fu piazzato in ufficio a rispondere alle telefonate, fare un po’ il guardiano, stare lì come il fantoccio sorridente e innaturale di Mc Donald’s: non beve più ma continua a giocare.
Una famiglia particolare, la mia, senz’altro: quando ci penso mi dico che le cose erano scritte immodificabili da qualche parte, cioè che erano destinate. Sarò passionale ma credo che, in fondo, sia tutta colpa del destino, hai voglia a ribellarti, non ci riesci perché quando tutto è contro di te vuol dire una cosa sola: che il destino non ti vuole, ti ha scaricata, non rientri nei suoi giochi, insomma sei nessuna.
E dire che un pensierino col principale della ricevitoria l’avevo fatto: la moglie ha il diabete e soffre di tiroide, poteva sparire da un momento all’altro e invece è sparito lui: è rimasto scioccato, non si aspettava di essere scoperto. Avevo pensato di tenermelo un po’, di godermi un po’ la vita, di sera per esempio, bar cinema ristorante, due-tre bottarelle gliel’avrei fatte dare ma almeno potevo pensare con più tranquillità non dico al mio avvenire ma al mio futuro, al mio futuro prossimo. Svanito anche quello, per il momento. Personalmente sono dell’idea che, in certi casi, futuro e presente siano la stessa cosa, falsi o trascurabili. Stavo per vincere la selezione per il “Grande Fratello” ma una tamarra che parlava spagnolo mi ha eliminata: un tizio della produzione s’è preso il numero del mio cellulare, ha detto che mi chiamerà per un altro programma, ho capito qual era l’altro programma ma lui non mi ha chiamata. Se non è destino, questo.
Ora sto qui, con una diecina di ragazze e ragazzi più giovani di me per un’offerta di lavoro nello studio di un commercialista. Ho buone possibilità perché, tutto sommato, un diploma l’ho conseguito in tecnica finanziaria e so sbrigarmela alquanto con le dichiarazioni Iva e quelle dei redditi: solo che mi sembra tutto così assurdo e facile.
Sì, è assurdo perché sarebbe un controsenso con quello che penso sul destino ingrato ed è facile perché, se era scritto così nel grande libro delle opportunità, mi rammarico di non averlo intuìto prima, di non aver preso l’occasione al volo quando si è presentata. Con qualche difficoltà devo ammettere che ne avevo avute di occasioni ma le ho sempre sprecate, e quindi perdute, perché le ritenevo, già allora e stupidamente, troppo facili, troppo semplici, troppo comode. Quando si dice il senno di poi.
Mamma mi ha detto di provare comunque, sempre meglio che starsene a casa alla finestra.
Ho superato la selezione, ma questo lo sapevo già, mi conosco e so quanto valgo e comincio subito a lavorare: il dottor Zaccaria, il commercialista, mi assegna subito alla verifica e alla contabilità delle aliquote Iva, una montagna di dichiarazioni più o meno tutte manipolate, mi fa capire che c’è da sudare ma che “il compenso ne risentirà positivamente”. Quando dicono così significa che sarai pagata come la commessa di un negozio ma che, se ci saprai fare, potresti portare a casa un’ottima paga. È tutto in quel “Se ci saprai fare”: io ci so fare ma da un po’ di tempo a questa parte mi secca molto saperci fare, cioè snaturare la mia indole fatalistica, primeggiare carognescamente sui miei colleghi di lavoro e dare quindi di me la solita immagine della “stronza” che pensa solo a far soldi e sfruttare il meglio di sé per i soldi che riuscirà ad accaparrarsi. Detto questo, non mi meraviglio più di tanto né di me stessa né di quello che gli altri pensano e penseranno di me: devo badare a ricostruirmi, o comunque a non deframmentarmi ancora di più, come diceva un mio ex-fidanzato malato di computer.
L’orario di lavoro è quello di tutti gli uffici, nove-diciassette, dieci minuti per il panino, il salario è quello di una co-cottina, come lo chiamo io, ma in compenso ho una stanza tutta per me con scrivania, telefono, personal e chiavi del bagno. C’è persino una finestra che dà su uno scorcio di mare e questo, devo dire, mi tranquillizza e mi riempie e non perché sia un’illusa persa nei suoi sogni ma perché, semplicemente, rifletto, considero, ordino i pensieri della mia vita, le vetrine dei negozi, la gente alla fermata dell’autobus, quello che càpita.
Oggi, per esempio, ero così profondamente assorta in queste non so come chiamarle che il dottor Zaccaria, entrando all’improvviso nella stanza e pensando che stessi risolvendo una questione di grande complessità, si è scusato e si è ritirato in fretta, come se avesse interrotto l’avvio positivo al superamento di un problema. No, non c’era niente da superare: erano le mie riflessioni senza capo e senza coda che mi avevano fatto assumere quell’atteggiamento così enigmatico e profondo. Guardavo gli oggetti sulla scrivania, il davanzale della finestra, la pianta di ficus, le sedie di similpelle nere, le cassettiere, gli stipi delle pratiche: guardavo e non mi capacitavo di essere in questa stanza, di esserci davvero, con la mia mente e il mio corpo: mi sono sentita un’estranea, questa è la verità. Ed è una verità che non ti accende.
Poi passa, come tutte le cose che vogliono comunicarti dei significati ma non si capisce mai che senso abbiano o possano avere quelle immagini che si susseguono casualmente o quei pensieri che finiscono subito, appena abbozzati. Dovrei andare più a fondo, è chiaro, ma non sapendo qual è il fondo, oppure sapendolo fin troppo bene, preferisco restare nell’incertezza, che non mi aiuta ma non mi fa neppure precipitare verso la deriva. Forse “deriva” è esagerato come termine ma per esperienza so che non lo è come prospettiva.
Comunque passa, deve passare e infatti mi risveglio da questa specie di trance e mi dedico ai calcoli delle aliquote, come se non fosse successo niente e niente è successo, poi.
C’è un tale che lavora nella stanza degli archivi, un certo Rosati, un uomo sulla cinquantina, belloccio, dai modi affettati, veste sempre un rigato blu con panciotto: stasera mi ha chiesto se poteva accompagnarmi a casa, mi ha detto che mi aveva subito notata, che le sembravo una persona in gamba: insomma ci ha provato ma l’ho bloccato subito: che stasera avevo altri impegni e lui, per rabbonirmi, mi ha detto di avere “intenzioni serie”… Se “deriva” è esagerato, “intenzioni serie” è antico e ambiguo come termine e come approccio. Non l’ho sentita neanche da mia madre quasi sessantenne questa frase così ampollosa: mi sembra un linguaggio da puttaniere. Le intenzioni serie sono quelle degli annunci matrimoniali ma anche quelle nascondono, come nel mio caso, le “intenzioni vere”, che per presentarsi come tali hanno bisogno di questo giro di parole per dire semplicemente: “Perché non vieni a letto con me?”.
Andare a letto con lui/andarci insieme: c’è una sottile differenza. Col principale della ricevitoria è stato diverso: l’ho voluto, l’ho deciso, inseguendo maldestramente, o come una stupida, un proposito di tranquillità, o di comodità per così dire. Non si sarebbe mai realizzato questo mio progetto, è ovvio, ma mi ero illusa per un po’, mi ero data una scadenza finché, magari, non mi sarei annoiata di avere una storia tanto improponibile. Con l’uomo del panciotto, con Rosati, con le “intenzioni serie” di questo Rosati, mi sono subito tirata fuori da complicazioni e smanie: puoi decidere di essere una donna che piace ma non una donna di piacere.
Sono tornata a casa, ho trovato la cena pronta e un biglietto di mamma che mi avvertiva di essere andata dalla sua amica Adele, malata da tempo.
Il telefono squilla ed è inspiegabilmente Rosati, che si scusa e si aspetta “il mio perdono”. Questo è troppo! Dopo le intenzioni serie, adesso il perdono?! È troppo ed è tipico degli uomini che non accettano un rifiuto. Gli dico che non ho nessuna voglia né di parlargli, né di vederlo, né di perdonarlo. Lui ribatte soltanto “Va bene” e gli sbatto il telefono in faccia.
Sono andata in cucina, ho acceso il televisore e ho cominciato a cenare: petti di pollo impanati e fritti e insalata verde. Risquilla il telefono: no, è il citofono. Stento a crederci: Rosati è qui, sotto casa. Mi ha seguita e mi perseguita: quando ho chiesto chi fosse, ha detto che si sarebbe sentito ancora peggio se non l’avessi perdonato.
– Si può sapere che cosa vuole da me?
– Mi sono innamorato di lei.
– Sì, domani!
E ho riattaccato. Comincio a star male, non trovo le parole e i pensieri per risollevarmi. Ritorno in cucina a finire la cena e mangio con rabbia, come se volessi masticare stizza e disappunto, sorpresa e fastidio. Spengo il televisore e resto in attesa: non so di che, forse di un altro trillo del citofono, o di qualcosa, qualsiasi cosa, che mi proietti… già, dove dovrebbe proiettarmi questa cosa qualsiasi che dovrebbe succedere e che, in parte, è già successa? Alzo la cornetta del citofono e chiedo se stia ancora lì.
– Sì.
– Salga, secondo piano, interno cinque.
E ora? Che faccio, che dico, come mi comporto? E se fosse un maniaco, uno stupratore, un assassino? Ne succedono tante, di queste storie tristi, alla tivvù e sui giornali: dunque, sto per diventare una vittima sprovveduta e compiacente? Sprovveduta lo sono ma il sacrificio vorrei evitarmelo… E sta salendo, gliel’ho permesso: cos’altro dovrò permettergli?
Il campanello dell’ingresso mi scuote: devo decidere. Mi avvicino alla porta con passi felpati, guardo dallo spioncino, lo vedo e gli domando se ha sempre quelle sue intenzioni serie. “Certo, può fidarsi” mi risponde con un breve inchino, apro la porta e lo faccio entrare: è zuppo d’acqua, il suo rigato blu è infeltrito, i suoi capelli luccicano d’argento tanto sono bagnati.
Che strano, pioveva e non me n’ero accorta. Rosati si scusa per essersi presentato così, all’improvviso e malconcio per la pioggia. Si asciuga la fronte e i capelli con un fazzoletto, si dà dei colpi sull’abito per affossare e stemperare le chiazze d’acqua che invece ristagnano e mi dice che, per l’entusiasmo, ha fatto le scale di corsa.
– Entusiasmo per cosa?
– Perché mi ha fatto salire.
Gli ribatto senza pensarci che tra poco tornerà mia madre, tanto per frenare la sua eccitazione, e lui mi risponde con un “Bene” ancora più caloroso, che deve rinfocolare probabilmente la sua dignità e il suo decoro.
– Vuole bere qualcosa, un cognac?
– Magari un poco d’acqua, dopo quella che ho preso.
Lo introduco in salotto, lo invito a sedersi e vado a prendere il bicchiere d’acqua in cucina. Che ci fa un uomo come Rosati, che parla all’antica, che se n’è stato per strada sotto la pioggia, con una donna più giovane di lui di vent’anni? E che ci fa questa donna con un uomo cortese e sfuggente come Rosati?
Quando torno in salotto e dico “Ecco l’acqua” lo trovo smanioso, insofferente, agitato. Gli chiedo cos’abbia e lui si porta una mano al petto, mi prega di scusarlo ancora una volta e di chiamare il 118. “Sono cardiopatico” aggiunge a fatica, massaggiandosi delicatamente il torace e il braccio sinistro. Lascio il bicchiere con l’acqua sul tavolino, chiamo il 118 e dico che c’è un’urgenza, un infarto per un uomo di cinquant’anni. Rosati vorrebbe parlare, forse sminuire e rassicurarmi per quello che mi ha sentito dire ma gli impongo di non fare sforzi inutili e di dirmi, piuttosto, chi devo avvertire. A gesti mi fa capire che vive da solo, non c’è nessuno da avvertire e cava di tasca un biglietto con un numero di telefono, di un secondo Rosati che abita in periferia, un fratello forse, lontano da qui. Poi scivola lentamente sulla poltrona per distendersi sul pavimento e continua a massaggiarsi lentamente il torace e guarda il soffitto, come chi aspetta che qualcosa accada, qualunque cosa, anche il nulla.
Rientra mia madre, compunta perché l’amica è spirata e quando scorge Rosati disteso sul pavimento, più morto che vivo, non riesce a capire, e d’altronde non potrebbe, la ragione di quella visita e la sorte di quel visitatore. Le dico solo che è un collega d’ufficio e che si è sentito male. Le mie parole non la persuadono e neppure l’arrivo degli infermieri e del medico del 118: vediamo Rosati che viene soccorso, gli fanno un’iniezione, lo attaccano ad una flebo, lo sollevano con cautela sulla barella, lo imbragano e lo portano via, dopo avermi chiesto ragguagli e identità dell’infartuato: mi preoccupo di consegnare al medico il biglietto del Rosati che vive lontano dal Rosati che vive da solo e che adesso, deluso e smarrito, trova il modo di mandarmi un saluto con uno sguardo fievole di gratitudine, come un lieve auspicio d’intesa.
Richiudo la porta, ritorno nel salotto e mi seggo davanti a mia madre ma non per spiegarle, semmai per farle intendere che sono stata presa alla sprovvista anche stavolta, che gli avevo dato solo un bicchiere d’acqua e che non aveva fatto in tempo neppure a berlo. Mia madre considera le mie parole come se facessero parte di un’altra storia o di una storia che si ripete sempre uguale, sempre inutilmente uguale. Mi dice che Adele, la sua amica malata, sembrava si fosse ripresa e che se n’è andata nel sonno, senza disturbare, senza soffrire, forse soddisfatta o serena di poter dormire sperdendosi nell’infinito. Poi mi dice che dovrei informarmi in ospedale per sapere di questo mio collega: le rispondo che lo farò ma non ora.
– Domani fanno trentanove anni da quando inaugurai “Acconciature Caterina”. Adele fu l’unica che mi incoraggiò. E mi fece coraggio anche quando mi separai da tuo padre.
– Che vuoi dire con questo?
Mamma fa un gesto come per dire semplicemente “Niente”, perché quando certe sensazioni finiscono non c’è più nulla da provare. D’istinto le contesto questa visione pessimistica di avvenimenti, persone e ricordi ma, in realtà, non saprei e non so cosa opporre. Abbiamo vissuto, stasera, due situazioni simili, che ci hanno viste spettatrici impassibili e passive, che ci fanno e forse ci faranno arrampicare sugli specchi alla ricerca di significati e soluzioni, sperando tuttavia in una via di fuga, una consolazione che possa distrarci infine da emozioni così spezzettate, così incerte.
Mamma coglie il senso delle mie riflessioni frammentarie e mi chiede se ho cenato. Annuisco ed evito di guardarla: so già cosa mi direbbero i suoi occhi, cosa mi trasmetterebbero: quel rimprovero debole e accorato sulla vita che ho sempre condotto, sulle opportunità che mi sono lasciata scappare, sulle scelte incompiute della mia inconcludente voglia di vivere. Una cosa non va con un’altra cosa, sia pure simile, come un myosotis non va con una rosa, anche se sono fiori: ma questi sono argomenti che mamma conosce bene, che ha praticato da sempre e che non riuscirò mai a farglieli accettare. Dopo tutto, le mie sono peregrinazioni gratuite e casuali, come quando fisso lo sguardo sugli oggetti, le persone, i colori e non ne tiro fuori niente che sia, poi, interessante e stimolante. Mi soffermo a guardare, a cogliere dal di fuori ciò che vedo e credo di far mio o di essere una parte positiva di quello che, purtroppo, non vado mai costruendo. Tanto per darmi un tono e per mostrare un abbozzo di riscatto, le chiedo dove si sia cacciato Roberto, il suo compagno di solitudine.
– È andato alle corse dei cavalli.
– A scommettere con i tuoi soldi, immagino.
– A scommettere con i miei soldi.
– E quando finiranno questi soldi che gli dài?
– Quando finirò di darglieli.
Lapidaria, laconica, caustica: siamo madre e figlia, no? Io passo per cinica e sconclusionata, lei è di fatto pratica e propositiva ma usiamo tutt’e due lo stesso distacco quando si tratta di interpretare la realtà e di reggerne il peso, solo che io appaio arida e senza slanci e lei viene sempre giudicata acuta e passionale.
Forse non è una questione di apparenza, forse la mia non è una maschera di comodo, forse sul serio lascio le cose sospese e pretendo poi di ricompattarle con la volontà che, oltre tutto, mi manca. Rosati stava per morire, una mezz’ora fa, e non ho fatto niente di meglio che chiamare l’ambulanza: l’avrò salvato probabilmente ma è stato lui a imbeccarmi, a dirmi cosa fare. Che cosa mi aspettavo? Di vederlo morire sotto i miei occhi? Adele, almeno, se n’è andata nel sonno e mamma non ha avuto il tempo e il modo di piangere l’amica ormai morta, ma io, che non avevo motivo di commuovermi per uno sconosciuto, l’avrei lasciato al suo destino come quando si lascia passare un autobus troppo affollato?
Mi contraddico e vorrei non farlo, mi pongo domande e non voglio trovare risposte, mi sento come quel famoso bicchiere che scatena speranza o smarrimento nel ritenerlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Come il bicchiere che Rosati ha lasciato, che Rosati non ha bevuto: decido che tocca a me chiudere l’incidente, la circostanza di questa serata piovosa. Prendo il bicchiere e lo porto alle labbra: mamma mi guarda quasi con ammirazione, approvando il mio gesto che per metà è simbolico e per metà è occasionale. Mi osserva con la sagacia irriverente e beffarda che hanno le donne stanche di dover ricominciare sempre daccapo e mi chiede se le farò compagnia in cucina quando si preparerà la sua solita tisana. Le dico di sì e bevo l’acqua dal bicchiere di Rosati.
– Devi informarti in ospedale, per il tuo collega.
– Non ho chiesto quale fosse l’ospedale.
– Prova quello più vicino.
Mamma si alza, prende il bicchiere ormai vuoto e si avvìa in cucina. Cerco sull’elenco telefonico l’ospedale più vicino e mi dico che, in fondo, saprò tutto domani, in ufficio, dal dottor Zaccaria: saperlo adesso non farebbe crescere né il mio interesse né la mia indifferenza.
La vita è sempre più semplice di quel che sembra. Le cose sono sempre più sole e isolate. I sentimenti non hanno sempre bisogno di esprimersi, possono restare nascosti e non farsi scoprire. Avrei potuto dire tante altre parole ma non mi sono venute. Càpita.
Raggiungo mamma in cucina e le faccio compagnia mentre sorseggia la sua tisana. Non ho detto molto stasera. Non ho detto quello che forse Rosati si aspettava da me e non ho detto neppure come mi chiamo.
___________________________________________________