“La realtà è una crepa del possibile. Il raccontare poetico è saldare quella crepa con il suono-rumore che fa la parola-oggetto scagliata contro il nulla che per un attimo muore.”another quote »

Altre Voci


10
Jul 10

Au sujet du Cimitière marin – Paul Valery

Non so se sia ancora di moda elaborare a lungo le opere poetiche, mantenendole fra l’essere e il non essere, sospese per anni di fronte al desiderio; coltivare il dubbio, lo scrupolo e i pentimenti, – al punto che un’opera sempre ripresa e sempre rielaborata assuma poco a poco l’importanza segreta di un’impresa di riforma di se stessi. Questa tendenza a produrre poco non era rara, quarant’anni fa, fra i poeti e fra alcuni prosatori. Per loro il tempo non aveva importanza; ed è qualcosa di quasi divino. Né l’Idolo del Bello, né la superstizione dell’Eternità letteraria erano ancora decaduti; e la fede nella Posterità non era del tutto abolita. Esisteva una sorta di Etica della forma che conduceva al lavoro infinito. Coloro che vi si consacravano ben sapevano che più il lavoro è grande, minore è il numero delle persone che lo comprendono e l’apprezzano; essi faticavano per molto poco – e quasi da santi… In questo modo ci si allontana dalle condizioni «naturali» o ingenue della Letteratura, e si finisce insensibilmente con il confondere la composizione di un’opera dello spirito, che è cosa finita, con la vita dello spirito stesso,  – che è una potenza di trasformazione sempre in atto. Si arriva al lavoro per il lavoro. Agli occhi di questi amatori di inquietudine e di perfezione, un’opera non è mai compiuta – parola che per loro non ha alcun senso – ma abbandonata; e questo abbandono, che la consegna alle fiamme o al pubblico (sia esso conseguenza della noia o dell’obbligo di consegna), è per loro una specie di incidente, paragonabile all’interruzione di una riflessione, che la stanchezza, il disturbo, o qualche sensazione finiscano per annullare.

Avevo contratto questa malattia, questo gusto perverso della ripresa indefinita, e questo compiacimento per la condizione reversibile delle opere, nell’età critica in cui si forma o si determina l’uomo intellettuale. Li ho ritrovati in tutta la loro forza quando, vero i cinquant’anni, le circostanze hanno fatto sí che ricominciassi a comporre. Dunque ho molto vissuto con le mie poesie. Per quasi dieci anni sono state per me un’occupazione di durata indeterminata – un esercizio più che un’azione, una ricerca più che una liberazione, una manovra di me stesso con me stesso più che una preparazione in vista del pubblico. Credo mi abbiano insegnato più di una cosa. Non consiglio tuttavia di adottare questo sistema: non ho alcun titolo per dare a chicchessia il minimo consiglio, e peraltro dubito che convenga darne ai giovani di un’epoca incalzante, confusa e senza prospettive. Noi siamo in un banco di nebbia… Se ho parlato di questa lunga intimità tra un’opera e un «io», era soltanto per dare un’idea della sensazione molto strana che ho provato, un mattino, in Sorbona, ascoltando Gustave Cohen che svolgeva ex cathedra una spiegazione del Cimitero marino. Quel che ho pubblicato ha sempre suscitato commenti critici, e non posso certo lamentarmi di qualche silenzio sui miei scritti. Sono abituato a essere delucidato, sezionato, impoverito, arricchito, esaltato o affossato, – sino al punto da non sapere neppure io quale io sia, o di chi si parli; ma leggere quel che si stampa sul proprio conto non è nulla al confronto della strana sensazione di sentirsi commentare all’Università, davanti alla lavagna, proprio come uno scrittore defunto. Ai miei tempi, i viventi non esistevano per la cattedra; ma non mi sembra del tutto negativo che non sia più così. L’insegnamento delle lettere ne trae quel che l’insegnamento della Storia potrebbe trarre dall’analisi del presente, – cioè l’ipotesi o il sentimento delle forze che genereano gli atti e le forme. Il passato è solo il luogo delle forme senza forze; sta a noi dargli vita e necessità, e attribuirgli le nostre passioni e i nostri valori.

Mi sentivo la mia Ombra… mi sentivo un’ombra catturata; e, tuttavia, a volte mi identificavo con qualcuno degli studenti che seguivano, prendevano appunti e che, ogni tanto, guardavano sorridendo quell’ombra di cui il loro maestro, strofa per strofa, leggeva e commentava il poema… Confesso che, in quanto studente, provavo poco rispetto per il poeta, – isolato, esposto, e imbarazzato nel suo banco. La mia presenza era stranamente divisa fra molti modi di esserci. Fra questa diverità di sensazioni e riflesioni che costituivano per me quell’ora alla Sorbona, la sensazione dominante era proprio quella del contrasto tra il ricordo del mio lavoro, che si ravvivava, e la figura finita, l’opera determinata e fissata a cui si applicavano l’esegesi e l’analisi di Gustave Cohen. Sentivo allora come il nostro essere si oppone al nostro apparire. Da un lato, il mio poema studiato come un fatto compiuto, che all’esame dell’esperto rivelava la sua struttura compositiva, le sue intenzioni, i suoi mezzi d’azione, la sua posizione nel sistema della storia letteraria; i suoi legami e il probabile stato spirituale del suo autore… Dall’altro, il ricordo delle mie prove, dei miei tentennamenti, delle decifrazioni interiori, di quelle illuminazioni verbali molto imperiose che all’improvviso impongono una determinata combinazione di parole – come se un certo gruppo possedesse non so quale forza intrinseca… stavo per dire: non so quale volontà di esistenza, del tutto opposta alla “libertà” o al caos dello spirito, e che a volte può costringere lo spirito a deviare dal suo progetto, e il poema a divenire ben diverso da quel che stava per essere, e che si pensava dovesse essere. (Da qui si vede che la nozione di Autore non è semplice: lo è soltanto in relazione a terzi).

Mentre ascoltavo Cohen che leggeva le strofe del mio testo, attribuendo a ciascuna il suo senso finito e il suo valore a partire dalla loro posizione nel contesto, ero scisso tra la gioia di vedere che le intenzioni e le espressioni di un poema ritenuto molto oscuro erano qui perfettamente comprese ed esposte, – e il sentimento bizzarro, quasi doloroso, a cui ho appena alluso. Tenterò ora di spiegarlo in poche parole per completare il commento a un certo poema considerato come un fatto, attraverso una visione d’insieme sulle circostanze che hanno accompagnato la nascita di tale poema, o di ciò che esso fu, quando era allo stato di desiderio e di domanda a me stesso.

Peraltro non intervengo, se non per introdurre, grazie a un caso particolare (o per divagazione), alcune considerazioni sui rapporti fra un poeta e la sua poesia. Bisogna in primo luogo dire che il Cimitero marino, così com’è, è per me il risultato di una sezione di un lavoro interiore provocata da un evento fortuito. Un pomeriggio dell’anno 1920, il nostro amico tanto rimpianto Jacques Riviére, venuto a farmi visita, mi aveva trovato in uno «stadio» di questo cimitero marino, mentre meditavo di riprendere, sopprimere, sostituire, intervenire qua e là… Continuò ad insistere sino a riuscire a leggerlo; e, avendolo letto, finché non riuscì a strapparmelo. Nulla è più decisivo della volontà di un direttore di rivista. È così che per caso fu fissata la figura di quest’opera. Non fu affatto una mia scelta. Del resto, in genere non posso tornare su qualsiasi cosa abbia scritto senza pensare che ne farei tutt¡altra se un intervento esterno o qualche circostanza occasionale non avesse rotto l’incantesimo del lavoro senza fine. Non amo che il lavoro del lavoro: gli inizi mi annoiano, e suppongo perfettibile tutto ciò che viene al primo colpo. Lo spontaneo, anche eccellente, anche seducente, non mi sembra mai a sufficienza mio. Non dico di «avere ragione»: dico che sono fatto così… Proprio come la nozione di Autore, quella di Io non è semplice: un grado in più di coscienza oppone un nuovo Medesimo a un nuovo Altro.

La letteratura mi interessa dunque profondamente solo nella misura in cui esercita la mente a cete trasformaioni, – quelle in cui le proprietà eccitanti del linguaggio giocano un ruolo capitale. Certamente posso immergermi in un libro, leggerlo e rileggerlo con diletto; ma mi possiede sino in fondo solo se vi trovo i segni di un pensiero di potenza equivalente a quella del linguaggio stesso. La forza di piegare la parola comune a fini imprevisti senza spezzare le «forme consacrate», la cattura e la riduzione delle cose difficili a dirsi; e soprattutto, il procedere simultaneo della sintassi, dell’armonia e delle idee (che è il problema della più pura poesia), sono a mio avviso gli oggetti supremi della nostra arte.

Questo modo di sentire è forse urtante. Esso fa della «creazione» uno strumento. Conduce a degli eccessi. Ancor di più, – tende a corrompere il picere ingenuo di credere, che genera il piacere ingenuo di produrre, e che sostiene ogni lettura. Se l’autore si conosce un po’ troppo, se il lettore si fa attivo, che cosa diviene il piacere, che cosa diviene la letteratura? Questa parentesi sulle difficoltà che possono nascere fra la «coscienza di sé» e l’esercizio della scrittura spiegherpa senza dubbio alcuni preconcetti che a volte mi sono stati rimproverati. Sono stato per esempio biasimato per aver dato più versioni della stessa poesia, per di più contraddittorie. Questo rimprovero non mi è molto chiaro, come ci si può aspettare dopo quel che ho detto. Al contrario, sarei tentato (se obbedissi al mio modo di sentire) di invitare i poeti a produrre, come i musicisti, una gamma di varianti o di soluzioni sul medesimo tema. Nulla mi sembrerebbe più conforme all’idea che preferisco di un poeta e della poesia.

Il poeta, a mio parere, si conosce dai suoi idoli e dalle sue libertà, che non sono quelli dei pipu. La poesia si distingue dalla prosa per non avere di quest’ultima né tutti i vincoli né tutte le licenze. L’essenza della prosa è di perire,  – cioè di essere «compresa», – cioè di essere dissolta, distrutta in modo irreparabile, del tutto sostituita dall’immagine o dall’impulso che essa signific secondo la convenzione del linguaggio. Infatti la prosa sottintende sempre l’universo dell’esperienza e degli atti, – universo nel quale, – o grazie al quale, – le nostre percezioni e le nostre azioni o emozioni devono alla fine corrispondersi o rispondersi in un solo modo, – uniformemente. L’universo pratico si riduce a un insieme di scopi. Ottenuto tale scopo, la parola muore. Quest’universo esclude l’ambiguità, la elimina; ordina che si proceda per le strade più brevi, e spegne al più presto gli armonici di ogni avvenimento che si produce nello spirito.

Ma la poesia esige o suggerisce un «Universo» ben differente: universo di relazioni reciproche, analogo all’universo dei suoni, in cui nasce e si muove il pensiero musicale. In questo universo poetico, la risonanza è più importante della causalità, e la «forma», invece di svanire nel suo effetto, ne è come ripostulata. L’Idea rivendica la sua voce. (Ne consegue una differenza estrema fra i momenti che costruiscono prosa e quelli che creano poesia). Così, nell’arte della danza, in cui l’oggetto dell’arte è lo stato del danzatore (o quello dell’amante di balletti), i movimenti e gli spostamenti dei corpi non hanno nessun termine nello spazio, – nessuno scopo visibile; nessuna cosa che, raggiunta, li annulli; e a nessuno viene in mente di imporre a delle <ioni coreografiche la legge di atti non poetici, ma utili, quella cioè di svolgersi con la più grande economia di forze, e per le vie più brevi. Questo paragone può far comprendere che né la semplicità né la chiarezza sono degli assoluti della poesia, – in cui è perfettamente ragionevole, - e perfino necessario – mantenersi in una condizione quanto più lontana possibile da quella della prosa, – a costo di perdere (senza troppi rimpianti) un notevole numero di lettori.

Voltaire ha detto meravigliosamente bene che «la Poesia è fatta solo di bei particolari». Dico la stessa cosa. L’universo poetico di cui parlavo si introduce con il numero o, meglio, con la densità delle immagini, delle figure, delle consonanze, dissonanze, con il concatenarsi di movimenti e ritmi,  – dal momento che l’essenziale è evitare costantemente ciò che ricondurrebbe alla prosa, sia facendola rimpiangere sia seguendo esclusivamente l’idea… Insomma, più un poema è conforme alla Poesia, meno può pensarsi in prosa senza morire. Riassumere, mettere in prosa un poema, significa molto semplicemente misconoscere l’essenza di un’arte. La necessità poetica è inseparabile dalla forma sensibile, e i pensieri enunciati o suggeriti da un testo poetico non sono affatto l’oggetto unico e capitale del discorso, – bensì dei mezzi che concorrono alla pari con i suoni, le cadenze, il numero e gli ornamenti, a provocare, a sostenere una certa tensione o esaltazione, a generare in noi un mondo – o un modo di esistenza – del tutto armonico. Se dunque mi si interroga; se ci si preoccupa (come accade, e a volte in modo molto vivace) di quel che ho «voluto dire» in una certa poesia, rispondo che non ho voluto dire, ma voluto fare, e che fu l’intenzione di fare che ha voluto ciò che ho detto… Per quel che riguarda il Cimitero marino, questa intenzione fu in primo luogo una figura ritmica vuota, o riempita di vane sillabe, che venne a ossessionarmi per un certo tempo. Osservai che questa figura era decasillabica, e feci tra me e me qualche riflessione su questo tipo di verso molto poco utilizzato nella poesia moderna; mi sembrava povero e monotono. Era poca cosa di fronte all’alessandrino, che tre o quattro generazioni di grandi artisti hanno prodigiosamente elaborato. Il demone della generalizzazione suggeriva di tentare di portare questoDieci alla potenza di Dodici. Mi proposi una strofa di sei versi e l’idea di una composizione fondata sul numero di queste strofe, e consolidata da una varietà di toni e di funzioni che gli si potevano attribuire. Fra le strofe dovevano essere istituiti contrasti o corrispondenze. Quest’ultima condizione richiese subito che il poema possibile fosse un monologo dell’«io», in cui i temi più semplici e più costanti della mia vita affettiva e intellettuale, così come si erano imposti nella mia adolescenza, associati al amre e alla luce di un certo luogo sulle rive del Mediterraneo, fossero evocati, intrecciati, opposti… Tutto ciò conduceva alla morte e interessava il pensiero puro. (Il verso scelto di dieci sillabe ha qualche rapporto con il verso dantesco). Era necessario che il mio verso fosse denso e molto ritmato. Sapevo di orientarmi verso un monolo tanto personale, ma anche tanto universale, quanto avrei potuto costruirlo. Il tipo di verso scelto, la forma adottata per le strofe mi offrivano condizioni che favorivano certi «movimenti», permettevano alcuni mutamenti di tono, richiedevano un certo stile… Il Cimitero marino era concepito. Ne seguì un lavoro molto lungo. Tutte le volte che penso all’arte di scrivere (in versi o in prosa), lo stesso «ideale» si presenta al mio spirito. Il mito della «creazione» ci seduce a voler fare qualche cosa dal nulla. Sogno dunque di trovare progressivamente la mia opera a partire da pure condizioni di forma, sempre più meditate, – precisate al punto che quasi mi propongono o impongono… un tema – o almeno una famiglia di temi. Osserviamo che delle precise condizioni di forma altro non sono che l’espressione dell’intelligenza e della consapevolezza che abbiamo dei mezzi di cui possiamo disporre, e della loro portata, come dei loro limiti e dei loro difetti. Ecco il motivo per cui giungo a definire lo scrittore come una relazione fra un certo «spirito» e il Linguaggio… Ma ben so quanto sia chimerico il mio «Ideale». La natura del linguaggio non si presta affatto a combinazioni concatenate; e d’altra parte la formazione e le abitudini del lettore moderno, a cui il consueto nutrimento di incoerenza e di efferri istantanei rende incomprensibile ogni ricerca di struttura, non consigliano certo di perdersi così lontano da lui… Tuttavia il solo pensiero di costruzioni di tal genere resta sempre per me la più poetica delle idee: l’idea di composizione.

Mi fermo su questa parola… Potrebbe condurmi chissà a quali ragionamenti. Nulla mi ha più stupito nei poeti e causato maggiori dispiaceri della scarsa ricerca nella composizione. Nei lirici più illustri, non trovo altro che sviluppi puramente lineari, – o… deliranti, – che procedono cioè, mano a mano, senza maggiore organizzazione progressiva di quella che potrebbe mostrare una miccia su cui corre la fiamma. (Non parlo delle poesie in cui domina un racconto storico, e interviene la cronologia degli avvenimenti: queste sono opere miste; opere liriche, e non sonate o sinfonie). Ma il mio stupore dura soltanto il tempo di ricordarmi le mie proprie esperienze e le difficoltà quasi scoraggianti che ho incontrato nei miei tentativi di comporre nell’ordine lirico. Qui il dettaglio è in ogni momento di essenziale importanza, e la previsione più bella e più saggia deve combinarlo con l’incertezza delle scoperte. Nell’universo lirico, ogni istante deve consumare un’alleanza indefinibile fra il sensibile e il significativo. Ne risulta che la composizione è, in un certo senso, continua, e non può affatto rifugiarsi in un empo diverso da quello dell’esecuzione. Non c’è un tempo per il «contenuto» e un tempo per la «forma»; e la composizione in questo genere non si oppone soltanto al disordine o alla sproporzione, bensì alla decomposizione. Se il senso e il suono (o il contenuto e la forma) possono facilmente dissociarsi, la poesia si decompone. Conseguenza fondamentale: le «idee» che figurano in un’opera poetica non giocano qui lo stesso ruolo, né sono dei valori della stessa specie, rispetto alle «idee» della prosa. Ho detto che il Cimitero marino mi si era innanzi tutto presentato alla mente come una composizione di strofe di sei versi di dieci sillabe. Questa scelta di struttura mi ha permesso di distribuire con facilità all’interno della mia opera quel che doveva contenere di sensibile, di affettivo e di astratto in modo da suggerire, trasportata nell’universo poetico, la meditazione di un certo io. L’esigenza dei contrasti da produrre e di una sorta di equilibrio da osservare tra i momenti di questo io mi ha (per esempio) condotto a introdurre in un punto qualche riferimento alla filosofia. I versi in cui compaiono i famosi argomenti di Zenone di Elea, – (ma animati, mossi, trascinati nell’impeto di ogni dialettica, come ponte spazzato da un improvviso colpo di burrasca), – hanno la funzione di compensare, con una tonalità metafisica, il sensuale e il «troppo umano» delle strofe precedenti; determinano inoltre in modo più preciso la persona che parla, – un amatore di astrazioni -; oppongono infine a ciò che in lui vi fu di speculativoe di troppo meditato, l’attuale potenza riflessa, il cui sussulto infrange e dissipa uno stato di cupa fissità, quasi complementare allo splendore regnante; – nello stesso tempo sconvolge un insieme di giudizi su tutte le cose umane, inumane e sovraumane. Ho utilizzato le immagini di Zenone in modo da far esprimere loro la ribellione contro la durata e l’acutezza di una meditazione che fa troppo crudelmente sentire lo scarto tra l’essere e il conoscere, sviluppato dalla coscienza della coscienza. L’anima vuole ingenuamente esaurire l’infinito dell’Eleate. Ma ho voluto soltanto prendere alla filosofia un poco del suo colore.

Le varie osservazioni che precedono possono offrire un’idea delle riflessioni di un’autore in presenza di un commento alla sua opera. Egli vi vede ciò che avrebbe dovuto essere, e ciò che avrebbe potuto essere ben più di ciò che è. Che cosa, dunque, di più interessante per lui del risultato di un esame scrupoloso e delle impressioni di uno sguardo estraneo? Non è in me che si compone l’unità reale della mia opera. Ho scritto una «partitura», – ma posso ascoltarla soltanto eseguita dall’anima e dallo spirito altrui. Per questo motivo il lavoro di Cohen, (a parte le cose troppo gentili nei miei confronti che vi si ritrovano), mi è straordinariamente prezioso. Ha ricercato le mie intenzioni con una cura e un metodo notevoli, applicato ad un testo contemporaneo la stessa scienza e la stessa precisione che sempre ha mostrato nei suoi studi scientifici di storia letteraria. Ha anche ben ricostruito l’architettura di questo poema nei suoi dettagli, – ha per esempio segnalato quelle ricorrenze di termini che rivelano le tendenze, le frequenze caratteristiche di uno spirito. (Alcune parole risuonano in noi fra tutte, come armonici della nostra natura più profonda…). Gli sono infine molto riconoscente per avermi così lucidamente spiegato di fronte ai suoi giovani allievi. Per quel che riguarda l’interpretazione della lettera, altrove mi sono già spiegato su questo punto; ma non si insisterà mai abbastanza: non esiste il vero senso di un testo. Nessuna autorità dell’autore. Qualunque cosa abbia voluto dire, ha scritto quel che ha scritto. Una volta pubblicato, un testo è come uno strumento di cui ciascuno può servirsi a suo piacimento e secondo i suoi mezzi: non è affatto certo che il costruttore se ne serva meglio di un altro. Del resto, se egli ben sa quel che ha voluto fare, questa conoscenza disturba sempre in lui la percezione di quel che ha fatto.

(Au sujet du Cimitière marin, Paul Valery, Nouvelle Reveu Francaise n. 234, 1 marzo 1933)


13
Jun 10

PoetarumSilva: è Antologia – intervista con l’autore




Poetarum Silva

AA. VV

a cura di Enzo Campi

168 p. (Poesia)

Samiszdat




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Intervista con l’autore: Arturo Moll


Luigi: Buongiorno.

Arturo Moll: Buongiorno a lei.

L.: Chi è Arturo Moll?

A.M.: E a lei cosa importa?

L.: Volevo solo introdurla ai lettori di questa intervista e a quelli dell’antologia.

A.M.: Ma i lettori di questa intervista e quelli dell’antologia dovrebbero essere interessati a ciò che verrà detto in questa intervista e ciò che troverranno scritto nell’antologia, non in chi lo ha detto o chi lo ha scritto. Ad ogni modo, Arturo Moll è Arturo Moll: un nome ed un cognome. Non ricordo chi disse che i nomi sono una gran bella fregatura, però aveva ragione.

L: D’accordo, allora. La ringrazio per il tempo che mi dedicherà per questa breve intervista.

A.M.: Grazie a Lei per avermi dato modo di spenderne, ché non avrei saputo cosa farmene.

L.: In che senso, scusi?

A.M.: Nel senso che se Lei non fosse venuto qui ad intervistarmi, non avrei saputo come impiegare il tempo che ora Le sto dedicando e mi sarei annoiato.

L.: Beh, avrebbe potuto fare dell’altro.

A.M.: Per esempio?

L.: Scrivere.

A.M.: Ma io non impiego il tempo per scrivere. Uso la scrittura per ammazzare il tempo. Il che è diverso.

L.: Ah, si?

A.M.: Beh, si. Ma Lei è Italiano?

L.: Certo!

A.M.: E allora perché non capisce quello che Le dico?

L.: Certo che capisco! Dunque per Lei la scrittura in generale e la poesia in particolare servono a questo?

A.M.: Lo vede che non capisce?

L.: …

A.M.: Non faccia inferenze sulle cose che le dico. Si limiti ad ascoltare le parole. La scrittura in generale e la poesia in particolare non servono a questo.

L.: D’accordo. Dunque, cos’è per Lei la poesia?

A.M.: Qualcuno La sta pagando per stare qui?

L.: No, perché?

A.M.: Perché starebbe guastando il suo denaro.

L.: Ma… scusi!

A.M.: No che non la scuso. Le sembra una domanda da fare?

L.: Ma… Dottor Moll…

A.M.: Mi chiami Arturo, La prego.

L.: D’accoro, Arturo. Ma questa è la classica domanda

A.M.: Ecco, appunto. Se io fossi Leopardi, penserei che Lei è un minchione. Si può accettare il classico solo nello stile e solo quando esso si offra a dire il nuovo. Un dire classico è soltanto vecchio, già detto: a chi giova?

L.: A questo punto sono in difficoltà.

A.M.: E perché mai?

L.: Non sono sicuro di avere delle domande interessanti da porLe.

A.M.: Le domande sono interessanti quando non sono retoriche. Le sue lo sono?

L.: Non lo so. Precisamente in questo momento non mi sovviene di dir nulla.

A.M.: Ovvio! Ci provi un po’ a dire nulla. Non si può.

L.: Potrei rimanere in silenzio.

A.M.: Ma il silenzio è anch’esso un modo di dire. Carmelo Bene diceva “Tutto è un modo di dire, se si dice. Quando si muore, è un modo di morire”. Siamo condannati, non se ne faccia una colpa. A meno che…

L.: A meno che?

A.M.: Ci sono due modi per dire il nulla (o, almeno, avvicinarsi ad esso): contraddire il dire oppure dire il nuovo. Per entrambi, l’unica strada è la poesia. Ma è una strada che va battuta continuamente, poiché entrambe le soluzioni – contraddire il dire o dire il nuovo – sono momentanee.

L.: In che senso?

A.M.: Prenda, ad esempio, contaddire il dire. Quando si dice, in realtà, sempre noi diciamo nulla. Ma nel momento in cui questo dire viene condiviso, foss’anche da due sole persone, già questo nulla acquista una posizione nel dire e, dunque, nel mondo. Il nulla detto diventa un dire altro. Questo grazie alla (o a causa della) significazione. La significazione uccide la dialettica del discorso relegandolo alla retorica, che è il prepensionamento della parola. Per ovviare ciò, c’è bisogno di contraddire il dire. Ovvero: spezzare quel legame che si viene a creare tra significante e significato attraverso il discorso poetico. Un legame che sembra indissolubile, ma che in realtà è puramente convenzionale. La stessa cosa vale quando si dica il nuovo.

L.: Però perché Lei afferma che è una soluzione momentanea?

A.M.: è momentanea perché io posso contraddire il dire o dire il nuovo. Ma nel momento in cui uno o più individui fanno propria tale contraddizione, in questo stesso istante la contraddizione smette di essere tale e bisogna ricominciare tutto daccapo. La poesia diventa prosa. Non bisogna mai fermarsi.

L.: Quindi per Lei è questa la differenza tra prosa e poesia?

A.M.: Ma cosa fa? Mi ricomincia a fare il minchione? Stava andando così bene…

L.: Scusi, è stato più forte di me.

A.M.: Non si preoccupi. Le rispondo solo nella speranza di riuscire a rompere i compartimenti stagni in cui Lei ristagna. Per quanto mi riguarda, c’è molta più poesia nei Fratelli Karamazov che nelle poesie mie (che non sono ancora poesie) o di tanti altri poeti. Se lei cerca in libreria questo testo, sicuramente non lo trova nel reparto poesia, pur essendo una delle poesie più lunghe che siano mai state scritte. In questo, che per convenzione definiamo romanzo, c’è quel che io intendo per contraddire il dire o dire nuovo. Che si legga nel 1879 o nel 2010, una o dieci volte, non ha importanza: sempre riuscirà a sorprendere con il suo contraddire il dire e il suo dire nuovo. Per questo è un classico. Questo perché il dire che contraddice il dire o che dice il nuovo non spiega ciò che dice, ma fa pieno affidamento al potere della parola e, allo stesso tempo, ha uno smisurato rispetto di colui che la legge. Scrivere è un atto d’amore nei confronti dell’umanità che trova nella parola quell’incommensurabile spazio capace di accogliere tutti e che, purtroppo, concretamente ci manca. Per queste stesse ragioni posso affermare con onestà e lucidità che le mie poesie non sono ancora tali, poiché il mio bisogno di dire è ancora troppo più grande della mia fiducia nella parola. È incredibile come l’ego di una sola persona possa occupare tutto o quasi tutto quell’incommensurabile spazio che sarebbe da destinare a tutti.

L.: Sento del risentimento nella sua voce.

A.M.: Certo. Sono risentito, infatti.

L.: La soluzione?

A.M.: Non credo di conoscerla. La potenza della parola è incredibilmente più grande di quanto comunemente si pensi. Se il mondo è quel che è si deve al fatto che si è scelto di dirlo in questo modo. Basta cambiare il modo di dire il mondo per cambiare il mondo. E se la parola può cambiare il mondo, figurarsi se non può cambiare uno come me. Non mi resta che avere fiducia nella parola.

L.: Grazie.

A.M.: A Lei.


25
Apr 10

La parte Assente – Stefania Crozzoletti, Clepsydra Ed. 2009


Una femminilità, che oserei definire virile, emana dagli ultimi versi di Stefania Crozzoletti, raccolti in volume per Clepsydra Edizioni nel 2009.

La parte assente subisce e trasmette, sin dalla prima pagina, una estenunate tensione irrisolta e irrisolvibile, una schizofrenia interiore e interiorizzata, orgogliosa e fiera nonostante una certa dose di rassegnazione che permea di lucidità tutte le riflessioni che sostano tra un a-capo e l’altro. Una antiteticità “senza uscite di sicurezza” che la poetessa vive con “rabbia operaia”, con l’indignazione priva di riscatto propria di chi rifiuta la gettatezza ontologica dell’essere,  di cui si sente vittima e che contrasta con l’ultimo disperato sforzo della poesia – ma senza crederci.

Uno sforzo, quindi, privo di consolazione, che lascia la poetessa “definitivamente incompiuta”, poiché la parte assente di cui parla, in realtà, presenzia la contingenza di ciò che c’è già, poiché rappresenta tutto ciò che esula dall’essere quei “pochi centimetri quadrati/fatti di nome/ che pesano sul cuore”.

Dunque, la parte assente della Crozzoletti agisce con la crudeltà di cui sono capaci le cose più reali, presenti. Essa rappresenta tutto quanto non si è a causa di ciò che, invece, si rappresenta; tutto quanto si è creduto sia stato o sarebbe potuto essere “come quando i bambini giocano/ a fare finta poi ci credono” , fino a quando  uno “stiletto” non “aprì un varco” e “lente scivolarno interferenze/all’immaginazione”.

Da qui, la delusione che nel ricordo alimenta l’amarezza e la rassegnazione come una necessità  utile per non ricaderci ancora, presente come elemento di realtà a cui fare riferimento sempre e comunque, come a ricordarsi continuamente che da “un sogno che affonda/ riaffiorano incubi”, perché “ il sogno che cresce/non ha pietà/ per chi lo ha generato”.

Una ribellione, quella della Crozzoletti, che avviene sul piano esclusivamente del reale e che, per questo motivo, duole il doppio. La poetessa sa bene che “tutto questo essere è un mancato volo” e, nonostante tutto, si costringe coraggiosamente, quasi stoicamente, a viverne la crudeltà fino in fondo e senza illusione. Poiché “è un lampo ricordare perché/dopo tanto vivere e ballare/ su piani inclinati/ irridendo la sorte/ un giorno ho fatto/ l’ultimo inchino poi/ ho abbassato le serrande”.

Complessivamente, trovo i versi di Stefania di enorme potenza e potenziale: spogli, essenziali e dallo stile ineccepibile. Non sono tra coloro i quali credono che il non fare della Poesia un atto di fede sia una colpa. Credo, però, che non cercare in essa una possibilità di riscatto sia un peccato. Fare della Poesia per sé qualcosa in più di un luogo in cui “gridarsi nella testa” – non che ciò non sia abbastanza.

Ad ogni modo, come già mi è capitato di esprimermi in altri luoghi a proposito della poesia di Stefania Crozzoletti, potrebbe anche darsi che la mia sia solo codardia.


14
Mar 10

Speculo imaginario

(di Giovanni Campi su La dimora del tempo sospeso)

 

per specchi speculando trovo corde
tese e sottese come precordiali
ricordi di cordoni ombelicali
il nodo stretto e costretto discorde

 

dono di vita di morte diventa
o di morte in vece di vita dono
concorde il nodo s’inventa perdono
e l’imaginario l’imago tenta

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove flesso

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

*

né testo né testa resta del resto
o rapporto indice di relativo
a che inciso su rifratto da privo
e privato non che soffre di questo

anzi s’offre per quel che è questo che sia
o se e pure per cosa che ha chi che abbia
o se ancora una volta ancora rabbia
d’una volta senza volta né poesia

in vece questa volta c’è una volta
c’era una volta come dire in fine
a capo pagina volta rivolta

a chi flesso o fratto devia dal fine
la fine di cosa non ha inizio o se
e di chi inizio inizia ad essere ed è

*

di nota ignota di musica muta
la grazia o le grazie leggere muse
lettere vocate al sono che inuse
sono consonante al dissono acuta

mente ottusa vocale che è chiave
di volta la volta che pare che apra
la chiusa in chiosa di cosa sossopra
a chi che pare che chiuda la grave

aperta di volta in volta ancora
una volta e poi nessuna più o meno
il numero che è il nome del pieno

vuoto di tutto ma giunto l’ignora
congiunto a nulla se pieno di vuoto
raggio della ruota del destino ruoto

*

e voca e invoca vocale muta
di verbo qual sia quel che è questa volta
aperta mente grave capovolta
musica mente chiusa nota acuta

accento senza accento simillimo
di segno ma senza senso disegno
figura di senso ma senza segno
parte di parti è l’uno di plurimo

che sia ancora d’allora e d’ora
e di poi lo stesso plurimo d’uno
diverso sì ma senza verso alcuno

non d’estro né sinistro qual Ora
dèa prima sesta tessa tonda trama
quadra linea curva chi cosa chiama

*

di storie senza storia alcuna né re
né regni sì ben sapendo soltanto
il non che sia fola capriccio canto
muto speculo velo velato a sé

svelo d’incanto qual segno disegno
tale tratto ritratto a tutto tondo
colui colei tesso di steso mondo
disteso in estremo distinto regno

di sesto di sé dissesto se a stento
tela di tela di ragna chi amata
cosa manifesta mente velata

svelata mente occulta cosa tento
chi amando verbo di nome universo
copia verso impresso esemplare inverso

*

diverso verso raggio in finito uno
qual somma tratta detratta minima
differenza aggiunta tal che plurima
singolare disgiunta da nessuno

riverso infinita se dividendo
multiplo chi cosa piena di tanto
vuota copia poco esemplare quanto
questa di quel che l’è parso minuendo

vice versa in verso converso addendo
quella di questo oltre modo misura
cosa chi colmo di poco figura

esemplare vuota copia crescendo
tanto di qua quanto di là principio
finito in infinito participio

*

essendo in medio non esser finita
come dire né participio essente
o stato di grazia presente
passata disgrazia porre infinita

essere somma sottratta di male
dire bene detta image d’imago
copia speculare esemplare vago
di cosa chi o cosa di chi ora tale

ora quale ora mai sempre riaffiora
nota di sé a sé nota se consono
sono d’io che son chi o cosa dissono

sono di te dio che sei non disfiora
sì bene dire male image vuota
muta nulla creando giro di ruota

*

fin ché chi o cosa sia tutto finito
una volta per sempre ora mai dire
chi volto rivolto a cosa ridire
ancora una volta muta infinito

speculo image vaga speculare
copia in scala di grado in grado copia
figura chi figura cornea copia
esemplare l’oculo mio esemplare

visto detto miope vista minima
mina massima sistema la pigra
cifra cosa capovolta denigra

formato bianco che nero elimina
nero su bianco giù per l’asse come
dire di vita è dare vita al nome

*

quali siam noi o quali son sono e quanti
coloro d’oro colui cosa amando
chi mente porta da dove chi amando
cosa porta mente a dove davanti

l’un l’altro o dietro è lo stesso se stesso
capo volto uguale e di verso giunto
estro riflesso nel punto congiunto
in verso se flesso o sé fratto adesso

irriflesso inverso vede presente
diverso speculo infinito infinito
speculare passato se finito

finito sé passato assenza assente
in contro verso per verso memorie
appunto di note che si fan storie

*

di memorie di storie senza storia
tesa è la corda dal tocco sottesa
di punta nel punto toccata illesa
ferita o lacuna riempita gloria

di vita anzi che non di morte incontro
di morte non che di vita qual dono
senza dono perdono se perdono
non c’è l’insieme ma insieme di contro

canto son sono le corde d’accordo
di note qual note che sian o ignote
imagi di lune e lunule vuote

o plene e plenissime nel ricordo
di chi era colui e di cosa colei
ora che son chi sono e cosa che sei

*

che appare apparente ma che dispare
altero punto oltre modo punto minimo
simillimo apparente qual massimo
posto supposto in punto di che pare

tocco e toccato d’acuto e d’acuzie
di volta in volta nei cieli le volte
o dei è dir lo stesso se colte
o incolte forma di dee minuzie

minute o d’idee speculare copia
di copia speculare in tra nebula
e nebula di gravida lunula

e di grave toccata e tocca propria
d’impropria grazia essendo tale d’astro
la disgrazia quale pure il disastro

*

più spesso tale quale meno spesso
l’un l’altro moto immoto e sì e no muove
movendo principio di fine e nove
e nove se adesso è dire lo stesso

dire speculo speculare o copia
copia d’idea di dea cornea impropria
mente propria ora che Ora ad esso propria
mente impropria cornea copia di copia

o speculare di speculo e nome
e nume e numero imagi d’imago
fuoco d’ali e l’angolo più o men vago

vagando e le punte sue in punto come
unite unendo l’arco di principio
fine in fine essente che è participio

 



Enzo Campi - L’immane inane. Dello speculo e dei simulacri.
(Uno sguardo su “Speculo imaginario” di Giovanni Campi)


irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove, flesso,

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

Il detto esemplare è il detto poetico, il diktat che si fa suono (tocco, rintocco, colpo). Il detto diviene esemplare nel suo dettarsi, ma anche nel suo toccare-toccarsi. Se è vero che bisogna partire sempre dall’inizio (per quanto l’inizio qui si riannodi alla fine, sembra quasi che provenga dalla fine), bisogna dire che il cominciamento è qui emblematico e, per così dire, irriducibile.
Si rende doppiamente irriducibile da un lato, nel mettere in comunicazione il penultimo verso della premessa [“secante la linea curva esemplare” (come a dire: un inizio già finito in sé)] al penultimo verso dell’ultimo speculo [”unite unendo l’arco di principio” (come a dire: una fine, impossibilitata a finirsi e condannata al ri-cominciamento)], e dall’altro lato instaurando la catena dei significanti lungo la quale imbastire il transito poetico. Una catena necessariamente discontinua, si potrebbe dire claudicante (per quanto fluida e armoniosa) e strozzata (per quanto espulsa in puri suoni allitterativi e paronomastici), riflessa e rifratta in deterritorializzazioni speculative di corpi, tempi e luoghi.
In primis dunque i corpi ove soppesare il proprio toccarsi, ove testare il proprio tastarsi, ma anche i corpi in cui ricevere il colpo, ove farsi toccare e soppesare. A seguire i tempi, immoti eppur vivi e pulsanti, tempi innumeri in cui vanificare l’ora e il “prima d’ora”, ovvero: l’immediato in cui speculare e il «pre», l’anteriorità a partire dalla quale si costituisce la speculazione. E infine i luoghi in cui mettere in posa i vari e svariati simulacri attraverso i quali entriamo in contatto con la nostra alterità. Luoghi da significare attraverso un processo di riempimento e tracimazione, ma anche da svuotare, quasi da azzerare

arco volta valva e limen cui tende
supero o infero che sia il numero
del vago imago imaginario zero

Le toucher innanzitutto, nel doppio tocco (toccare-toccarsi) e nel rintocco (risonanza in sé e fuori di sé). Entrambi, sia il tocco (il verso) che il rintocco (l’eco nella quale si dissolve-risolve il verso), sono a poco a poco audìti e conclamati perché provengono da quell’inconosciuto che è in noi innato. Suggestionando, si potrebbe dire che l’innato sia la tendenza al poetico e che questo poetico si possa costituire solo a partire da un’effrazione nell’inconosciuto. In quest’ottica l’inconosciuto è il poematico che rende possibile l’esistenza del poetico.
Il problema, se ce n’è, viene a galla (o affonda) quando poematico e poetico non si limitano alla sola co-abitazione, ma cercano di fondersi l’uno nell’altro per fomentare un processo di disconoscimento, per generare il passaggio-non passaggio di un’indecidibilità di fondo. Quest’indecidibilità – essenzialmente aporetica – permette di non sbilanciarsi in maniera definitiva ne verso l’uno né verso l’altro, né verso lo speculo né verso il simulacro.

In prima istanza lo speculo restituisce lo sguardo, nelle sue innumerevoli accezioni: guardo, vengo guardato, mi offro allo sguardo, mi sottraggo allo sguardo, cerco con lo sguardo, mi cerco con lo sguardo, ecc.
In seconda istanza lo speculo restituisce il colpo. Qual è il colpo che qui si vagheggia? È presto detto (per l’appunto dettato): la risonanza. Qualsiasi speculo degno di quest’appellativo e di identificarsi in siffatta marca deve connotarsi non solo nella restituzione dell’uguale, ma anche nell’amplificazione della differenza in cui decodificare e vanificare l’uguale, quella differenza che può permettere l’entrata in campo dell’ennesimo processo aporetico: la coesistenza del riconoscimento e del disconoscimento.
Una delle questioni (in)naturalmente, volutamente e lucidamente irrisolte che caratterizzano l’andirivieni linguistico del poema concerne la dicotomia complementare tra il non tanto e il quanto. Non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice, non tanto dell’uguale e quanto basta del diverso, non tanto della ripetizione e quanto basta della differenza.

Tutto ciò che opera per simulacri al lavoro (messi in opera) conosce i procedimenti che permettono al linguaggio di danzare su quella linea (“di nuovo arco ratto forse dal forse”) che mette in comunicazione

il medio tocca toccato è in giro
tondo come corda che concorde uno
a uno unisce o che discorde due a uno
pur unisce quel che miro e rimiro

il supplemento e la detrazione: non tanto del troppo e quanto basta del poco. Supplemento come protesi e amplificazione. Detrazione come innesto e mise en abîme.
Se la protesi è la copia copiosa di se stesso

secondo l’io discende ma risale
espresso esemplare di copia impresso
in punto d’estro sinistro complesso
qui l’inespresso che l’un l’altro vale

l’innesto è l’auto-disseminazione

insemina com’è chi pare o appare
come se da sé la mina minima
aggetta a ciò che miniata traspare

Ed è proprio a partire da questo processo – che nessuno si sognerebbe di ridurre ad un mero processo linguistico – che comincia a prendere vita e forma l’indagine speculativa, ovvero il percorso in cui vanificare quello sguardo e quel colpo che hanno aperto le danze e che, in verità, saranno destinati anche a chiuderle. La chiusura, in questo poema, è l’inevitabilità della ri-partenza. L’abbiamo già accennato, quello che qui conta è anche il principio ellittico che avviluppa la scrittura, quella sorta di cerchio smussato, de-formato e de-normato in cui tracciare l’apologia sia del transito che di quell’aporia che ci permette il riconoscimento attraverso il disconoscimento.
E tra la “fine in fine essente” e l’arco ellittico del principio (apparentemente assente) si snoda il percorso da compiere, per meglio sostanziarsi e/o per meglio vanificarsi. Percorso di memorie fugate e trafugate, di “storie senza storia”, di statue, scheletri, totem, feticci, insomma (e in soma): tutta la serie dei simulacri in cui conclamare lo speculo.

Quello che a noi preme è evidenziare come la poetica (e la poematicità) campiana si situi – blanchotianamente – «entre-deux», in un luogo sempre da situare, in un aver-luogo sempre da differire. Questo luogo, che possiamo definire transitante e risonante, si alloca (senza risiedere) proprio tra lo speculo e l’imagine, tra il velamento e lo svelamento, tra la copia e il simulacro. Qui quello che abbiamo definito come inconosciuto poematico (e che rende possibile l’accesso al poetico) risponde proprio ai dettami blanchotiani: “L’inconnu ne sera pas révélé, mais indiqué”.
Questo procedimento ci indica le strade da battere ma non si sogna nemmeno lontanamente di dire “questa è la strada giusta”. Nello svelarsi ci si vela, nel disegnare il gesto ci si sottrae ad esso.

La serialità di cui questo poema si fa portavoce si snoda attraverso un raro – e oramai desueto – processo di mera matematica rimatica e allitterativa, una matematica poematica volta allo speculo, là dove ciò che viene letteralmente sottoposto o, se preferite, sottoscritto all’indagine speculativa è proprio il linguaggio. Linguaggio speculare e speculativo, riflesso ma anche deformato (e denormato) nei vari punti di fuga e negli svariati punti di inabissamento. Perché ad ogni fuga verso il fuori corrisponde – per converso – un’invaginazione, un andare all’interno, un condursi al fondo. Qui il «converso», se da un lato ci apre la porta che conduce all’alterità, dall’altro lato – nutrendosi della sua stessa desinenza – ci fa capire che la disseminazione si dà e accade «verso a verso», in un processo di stampo paratassico ove le singole frasi e parole sembrano snodarsi in una disposizione armoniosa e consecutiva.

Parafrasando il titolo, non quello dell’opera ma quello che abbiamo inteso dare a questo nostro excursus effrattivo, si potrebbe dire che abbiamo qui almeno due grandi serie: quella crescente dell’immane e quella decrescente dell’inane. Entrambe sono sottoposte alle coercizioni dei simulacri che le costituiscono e dell’indagine speculativa dettata dalla restituzione-amplificazione dell’imagine. Se l’imagine mette in gioco lo sguardo immane in cui amplificare la mancanza, il simulacro mette in gioco il colpo, il colpo inane in cui rendere apologetica una sorta di ricerca dell’inutile, una necessaria e urgente pulsione alla vacuità. Ma, sulla falsariga del toccare-essere toccato, il colpo, cosiddetto semplice, diviene il doppio colpo da sferrare verso un fuori e da ricevere in sé. L’utilità di siffatta pratica risiede proprio nei doppi movimenti (non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice):

dire tra l’uno e l’altro se rifratto
devia se stesso adesso compreso
compresso l’inespresso ma incompreso
prima l’espresso sfatto e poi sì fatto

da farsi non ora scritto mai visto
sempre per sempre se vocare il suono
o suonar la voce singolo io sono

plurale noi dato concetto misto
di quel mio che pare nostro memoria
di questa in vece non intesa storia

L’utilità dell’inutile risiede in quel “concetto misto” che è riconducibile al concetto del “neutro” blanchotiano, quel neutro che può esistere solo se contaminato in sé da un doppio movimento, che non può ridursi all’unica accezione. E quel “plurale noi dato” è il simulacro che mette in discussione il “singolo io sono”, che sferra il colpo dell’alterità: dallo speculo all’imagine e viceversa.

(Enzo Campi – Reggio Emilia – Febbraio 2010)




Natalia Castaldi interpreta “Speculo imaginario” di Giovanni Campi

“Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l’espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono, in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità.
Nella lingua non si potrebbe isolare né il suono dal pensiero, né il pensiero dal suono.”

Ferdinand de Saussure

L’io riflesso è sdoppiamento/risposta (cit. Enzo) “aporetico/a” di sé, soggetto attivo che nell’atto dello specĕre si con-cede lasciandosi ri-generare otticamente in alter ego “appiattito”, de/formato “qualitativamente” in (pluri)unidimensionale effige.

Se è vero che la dimensione restituita appare “finita”, circoscritta e limitata, quale sunto imaginis et formae, è altrettanto vero che essa presenterà ogni volta una diversa qualità imaginis et formae sì circoscritta e limitata, eppure diseguale a se stessa, porzione di uno spazio, effetto-risultato ottico.

Specchio – spécio – guardare – specĕre …

Se mi specchio mi spécio e se mi spécio mi specchio, ma attraverso cosa mi spécio e mi specchio? Attraverso l’organo della vista, gli occhi, che sono lo speculo che mi restituisce ciò che vi si riflette, quindi a loro volta organo generante porzioni di spazio, circoscritte e limitate all’ottica ed alla prospettiva.

per specchi speculando trovo corde
tese e sottese come precordiali
ricordi di cordoni ombelicali
il nodo stretto e costretto discorde

Ora qui la parola chiave dell’io è “ri-cordo”, ricordo che è corda che pre-cordialmente lega, annoda, avvin-ce … e seppure co-stretto nella corda del ricordo che l’io stesso riflette, l’io è costretto ad essere dis-corde, una corda scissa, assistendo allo spec-taculo de-forme di un sé che è sé d’Es circoscritto e re-ducto rispetto alla sua stessa origine.

Origine?
La madre? Il padre? O un Es che sia assoluta e comune origine, inizio e fine continua? Parabola di sé o parabola di vita?

dono di vita di morte diventa
o di morte in vece di vita dono
concorde il nodo s’inventa perdono
e l’imaginario l’imago tenta

Cosa diventa “dono” – se invertiamo le sillabe otteniamo un “nodo” – di vita di morte … o di morte in vece di vita … per-dono cui l’imago tenta/aspira?

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove flesso

Lo speculo per assolvere alla sua azione generatrice di immagini veritiere, occorre che abbia una duplice faccia, la prima quella che comunemente intendiamo ci speculi, deve presentare una superficie piana e limpida come un velo d’acqua, la seconda al contrario deve formare una lamina d’ombra, oscura, che non la lasci attraversare da alcuna luce, restituendo alla superficie il “simulacro” del sé.

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

Ma se lo speculo non può che restituire l’illusione dell’idea di un Es cercato dal sé e mai interamente restituito se non come “inane” imago, come conciliare l’aporia della “speculazione” al frutto partorito dalla stessa? Là dove la risposta non giunge all’occhio dalla ragione il sé speculandosi si flette e si ripiega in “curva esemplare” partecipandosi e rendendosi attore della conciliatrice μέθεξις.

Come partecipare all’intelligibile se non attraverso l’atto della creazione da sé? Facendo offerta di sé da sé, creando, rendendosi fabbro e poeta, artigiano che forgia, martella e scalpella, metro dopo metro, “colpo” (cit. Enzo) dopo colpo.

Dunque la scelta della forma, quantomeno simile alla perfezione, dentro la quale dar respiro alla dimensione del proprio se-es, nous e logos affinché concilî, compartecipando all’atto creativo in partenogenesi, le domande nelle risposte, seppur intatte nella loro questionante ed irrisolta bellezza, creativa ed umana.

né testo né testa resta del resto
o rapporto indice di relativo
a che inciso su rifratto da privo
e privato non che soffre di questo

anzi s’offre per quel che è questo che sia
o se e pure per cosa che ha chi che abbia
o se ancora una volta ancora rabbia
d’una volta senza volta né poesia

in vece questa volta c’è una volta
c’era una volta come dire in fine
a capo pagina volta rivolta

a chi flesso o fratto devia dal fine
la fine di cosa non ha inizio o se
e di chi inizio inizia ad essere ed è

Ed ecco il sonetto, la ri-creazione della forma che ontologicamente sia pelle della sostanza, suono della parola, ritmo del pensiero, illusione della perfezione nella perfezione consapevole della propria ombra dietro l’apparente luce, compartecipe di un nulla che giustificandosi trova se stesso ed è nel suo stesso ricercarsi e nella sua stessa irrisolta domanda.

di nota ignota di musica muta
la grazia o le grazie leggere muse
lettere vocate al sono che inuse
sono consonante al dissono acuta

mente ottusa vocale che è chiave
di volta la volta che pare che apra
la chiusa in chiosa di cosa sossopra
a chi che pare che chiuda la grave

aperta di volta in volta ancora
una volta e poi nessuna più o meno
il numero che è il nome del pieno

vuoto di tutto ma giunto l’ignora
congiunto a nulla se pieno di vuoto
raggio della ruota del destino ruoto

Dunque, laddove non arrivano ratio e fede, giunge la poesia (che è ratio ed in se stessa fede), dono che annoda dando senso alle origini ed alla corda, a quel’ombelicale cordone che si dipana attraverso il labirinto del ricordo e del mistero, rigenerandosi, ricercandosi, in ogni lineamento che ne faccia riaffiorare la memoria, in cerca di un senso che nella parola dia suono al pensiero con la consolazione della grazia che “elimina / nero su bianco … come /dire di vita è dare vita al nome” , comunque.

fin ché chi o cosa sia tutto finito
una volta per sempre ora mai dire
chi volto rivolto a cosa ridire
ancora una volta muta infinito

speculo image vaga speculare
copia in scala di grado in grado copia
figura chi figura cornea copia
esemplare l’oculo mio esemplare

visto detto miope vista minima
mina massima sistema la pigra
cifra cosa capovolta denigra

formato bianco che nero elimina
nero su bianco giù per l’asse come
dire di vita è dare vita al nome


12
Mar 10

Dialogando sulla soglia


(Luigi B.)

(Dalla terra al grano
le radici
aprono una finestra
nel pane: sotto
la scorza, la mollica)


Dal cane del vicino impara
a scavare le tue fosse,
come imparasti a pisciare
educatamente
agli angoli della città.
Raspa nella terra
che ospita ora l’acida steppa,
dove un tempo s’ergeva acerbo
il tronco del melo marrone,
con l’aratro che rubasti a tuo padre
– ma senza chiedere.
Tra le pieghe della pietra troverai
le sopravvissute radici
aggrappate alla terra rotta in
zolle: non stringere troppo
se le afferri. Del vento
che t’alza la polvere negl’occhi
non ti preoccupare: qualcuno
chiuderà la finestra per te.


(Dal pane al grano
le radici
scavano una finestra
nella terra: sopra
la mollica, la scorza)





Harry Callaham





(Silvia Rosa)

Non c’è vento nella notte
quiete troppa, una cortina di silenzi
tessuta insieme di rami secchi
-i miei occhi- e gesti
che scavano l’ombra, fino alla
radice, l’unica, che mi cresce
in grembo di senso -in senso-
come un germoglio minuscolo di luce
tersa, ché non distinguo più il Cielo
dalla Terra dal mio passo dal
ventre che cova le ore dentro
e divarica il tempo tra le cosce
rifiorendomi ogni inverno di freddo

come un bocciolo d’Eterno

sfuggo ribelle alla tua fossa
e in punta di piedi mi sporgo
sull’orlo teso della mia carne
spiccando immobile il volo, (da) ferma,
oltre me stessa, per ritrovarmi
in un’altra tomba di luce
persa, ché non distinguo più il Cielo
dalla Terra dal mio sonno dal
ventre che cova piccola una morte dentro
e spalanca all’Infinito -violandola-
la fessura accennata del tempo.


5
Mar 10

Segmenti Uno

(di Antonio Scavone su La dimora del tempo sospeso)

Tell me who is my devil, Emilio Merlina (2010)

Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito.  Non ho mai voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è stata era di poco conto.
Mia madre ha cominciato da sciampista, poi manicurista, infine parrucchiera e si mise in proprio a vent’anni, rilevando un salone da barbiere di un suo zio: col tempo e con sacrifici ristrutturò quel salone abbastanza squallido, lo chiamò col suo nome, “Acconciature Caterina”, cominciò a guadagnare, sposò mio padre a ventott’anni, mi ebbe a ventinove, ha divorziato tre anni fa, ora ne ha cinquantanove. Sono figlia unica, un altro figlio le morì di parto e da allora mia madre scoprì che non poteva più avere bambini, si amareggiò in silenzio, in solitudine, tirando avanti come ha sempre fatto: con coraggio e aspettative. Al suo posto mi sarei lasciata andare, se non altro per prendermi una pausa di riflessione ma Caterina la parrucchiera non si perse d’animo: siamo fatte in modo diverso.
Anche il divorzio da suo marito è stato vissuto con naturalezza e praticità, è come quando si perde un treno, è inutile disperarti, devi semplicemente aspettarne un altro. Forse mi sarei comportata anch’io così.
Con mio padre non c’è mai stata una grande intesa: beveva e giocava: il sistema migliore per mandare in rovina un bar al corso: i clienti abituali lo abbandonarono e anche quelli di passaggio passavano oltre, non si fermavano più al “Bar del Corso”. Forse avrei dovuto sposare Gino il barista che in pratica gestiva l’attività di mio padre quando mio padre era ubriaco ma Gino aveva altro per la testa, non certo me, non gli piacevo e non mi ha mai molestata, per lui non esistevo. Difatti, prima che il bar del corso andasse in malora, Gino si licenziò e ora lavora in una pasticceria dalle parti della stazione e si dice che l’abbia pure comprata. Come ci sia riuscito me lo sono sempre chiesto ma senza darmi risposte, forse rubava a mio padre, chissà. Dal canto suo, mio padre ci restò male quando Gino si licenziò e quella fu la sua ultima sbronza: mamma si era già separata e sapemmo che l’avevano ricoverato in una clinica specialistica per disintossicarlo, aveva un fegato così, e ci è rimasto un bel po’ di tempo.
Quando fu dimesso se ne andò a vivere con i fratelli, grossisti di orto-frutta, e fu piazzato in ufficio a rispondere alle telefonate, fare un po’ il guardiano, stare lì come il fantoccio sorridente e innaturale di Mc Donald’s: non beve più ma continua a giocare.
Una famiglia particolare, la mia, senz’altro: quando ci penso mi dico che le cose erano scritte immodificabili da qualche parte, cioè che erano destinate. Sarò passionale ma credo che, in fondo, sia tutta colpa del destino, hai voglia a ribellarti, non ci riesci perché quando tutto è contro di te vuol dire una cosa sola: che il destino non ti vuole, ti ha scaricata, non rientri nei suoi giochi, insomma sei nessuna.
E dire che un pensierino col principale della ricevitoria l’avevo fatto: la moglie ha il diabete e soffre di tiroide, poteva sparire da un momento all’altro e invece è sparito lui: è rimasto scioccato, non si aspettava di essere scoperto.  Avevo pensato di tenermelo un po’, di godermi un po’ la vita, di sera per esempio, bar cinema ristorante, due-tre bottarelle gliel’avrei fatte dare ma almeno potevo pensare con più tranquillità non dico al mio avvenire ma al mio futuro, al mio futuro prossimo. Svanito anche quello, per il momento. Personalmente sono dell’idea che, in certi casi, futuro e presente siano la stessa cosa, falsi o trascurabili. Stavo per vincere la selezione per il “Grande Fratello” ma una tamarra che parlava spagnolo mi ha eliminata: un tizio della produzione s’è preso il numero del mio cellulare, ha detto che mi chiamerà per un altro programma, ho capito qual era l’altro programma ma lui non mi ha chiamata. Se non è destino, questo.
Ora sto qui, con una diecina di ragazze e ragazzi più giovani di me per un’offerta di lavoro nello studio di un commercialista. Ho buone possibilità perché, tutto sommato, un diploma l’ho conseguito in tecnica finanziaria e so sbrigarmela alquanto con le dichiarazioni Iva e quelle dei redditi: solo che mi sembra tutto così assurdo e facile.
Sì, è assurdo perché sarebbe un controsenso con quello che penso sul destino ingrato ed è facile perché, se era scritto così nel grande libro delle opportunità, mi rammarico di non averlo intuìto prima, di non aver preso l’occasione al volo quando si è presentata. Con qualche difficoltà devo ammettere che ne avevo avute di occasioni ma le ho sempre sprecate, e quindi perdute, perché le ritenevo, già allora e stupidamente, troppo facili, troppo semplici, troppo comode. Quando si dice il senno di poi.
Mamma mi ha detto di provare comunque, sempre meglio che starsene a casa alla finestra.
Ho superato la selezione, ma questo lo sapevo già, mi conosco e so quanto valgo e comincio subito a lavorare: il dottor Zaccaria, il commercialista, mi assegna subito alla verifica e alla contabilità delle aliquote Iva, una montagna di dichiarazioni più o meno tutte manipolate, mi fa capire che c’è da sudare ma che “il compenso ne risentirà positivamente”. Quando dicono così significa che sarai pagata come la commessa di un negozio ma che, se ci saprai fare, potresti portare a casa un’ottima paga. È tutto in quel “Se ci saprai fare”: io ci so fare ma da un po’ di tempo a questa parte mi secca molto saperci fare, cioè snaturare la mia indole fatalistica, primeggiare carognescamente sui miei colleghi di lavoro e dare quindi di me la solita immagine della “stronza” che pensa solo a far soldi e sfruttare il meglio di sé per i soldi che riuscirà ad accaparrarsi. Detto questo, non mi meraviglio più di tanto né di me stessa né di quello che gli altri pensano e penseranno di me: devo badare a ricostruirmi, o comunque a non deframmentarmi ancora di più, come diceva un mio ex-fidanzato malato di computer.
L’orario di lavoro è quello di tutti gli uffici, nove-diciassette, dieci minuti per il panino, il salario è quello di una co-cottina, come lo chiamo io, ma in compenso ho una stanza tutta per me con scrivania, telefono, personal e chiavi del bagno. C’è persino una finestra che dà su uno scorcio di mare e questo, devo dire, mi tranquillizza e mi riempie e non perché sia un’illusa persa nei suoi sogni ma perché, semplicemente, rifletto, considero, ordino i pensieri della mia vita, le vetrine dei negozi, la gente alla fermata dell’autobus, quello che càpita.
Oggi, per esempio, ero così profondamente assorta in queste non so come chiamarle che il dottor Zaccaria, entrando all’improvviso nella stanza e pensando che stessi risolvendo una questione di grande complessità, si è scusato e si è ritirato in fretta, come se avesse interrotto l’avvio positivo al superamento di un problema. No, non c’era niente da superare: erano le mie riflessioni senza capo e senza coda che mi avevano fatto assumere quell’atteggiamento così enigmatico e profondo. Guardavo gli oggetti sulla scrivania, il davanzale della finestra, la pianta di ficus, le sedie di similpelle nere, le cassettiere, gli stipi delle pratiche: guardavo e non mi capacitavo di essere in questa stanza, di esserci davvero, con la mia mente e il mio corpo: mi sono sentita un’estranea, questa è la verità.  Ed è una verità che non ti accende.
Poi passa, come tutte le cose che vogliono comunicarti dei significati ma non si capisce mai che senso abbiano o possano avere quelle immagini che si susseguono casualmente o quei pensieri che finiscono subito, appena abbozzati.  Dovrei andare più a fondo, è chiaro, ma non sapendo qual è il fondo, oppure sapendolo fin troppo bene, preferisco restare nell’incertezza, che non mi aiuta ma non mi fa neppure precipitare verso la deriva. Forse “deriva” è esagerato come termine ma per esperienza so che non lo è come prospettiva.
Comunque passa, deve passare e infatti mi risveglio da questa specie di trance e mi dedico ai calcoli delle aliquote, come se non fosse successo niente e niente è successo, poi.
C’è un tale che lavora nella stanza degli archivi, un certo Rosati, un uomo sulla cinquantina, belloccio, dai modi affettati, veste sempre un rigato blu con panciotto: stasera mi ha chiesto se poteva accompagnarmi a casa, mi ha detto che mi aveva subito notata, che le sembravo una persona in gamba: insomma ci ha provato ma l’ho bloccato subito: che stasera avevo altri impegni e lui, per rabbonirmi, mi ha detto di avere “intenzioni serie”… Se “deriva” è esagerato, “intenzioni serie” è antico e ambiguo come termine e come approccio. Non l’ho sentita neanche da mia madre quasi sessantenne questa frase così ampollosa: mi sembra un linguaggio da puttaniere. Le intenzioni serie sono quelle degli annunci matrimoniali ma anche quelle nascondono, come nel mio caso, le “intenzioni vere”, che per presentarsi come tali hanno bisogno di questo giro di parole per dire semplicemente: “Perché non vieni a letto con me?”.
Andare a letto con lui/andarci insieme: c’è una sottile differenza. Col principale della ricevitoria è stato diverso: l’ho voluto, l’ho deciso, inseguendo maldestramente, o come una stupida, un proposito di tranquillità, o di comodità per così dire. Non si sarebbe mai realizzato questo mio progetto, è ovvio, ma mi ero illusa per un po’, mi ero data una scadenza finché, magari, non mi sarei annoiata di avere una storia tanto improponibile. Con l’uomo del panciotto, con Rosati, con le “intenzioni serie” di questo Rosati, mi sono subito tirata fuori da complicazioni e smanie: puoi decidere di essere una donna che piace ma non una donna di piacere.
Sono tornata a casa, ho trovato la cena pronta e un biglietto di mamma che mi avvertiva di essere andata dalla sua amica Adele, malata da tempo.
Il telefono squilla ed è inspiegabilmente Rosati, che si scusa e si aspetta “il mio perdono”. Questo è troppo! Dopo le intenzioni serie, adesso il perdono?! È troppo ed è tipico degli uomini che non accettano un rifiuto. Gli dico che non ho nessuna voglia né di parlargli, né di vederlo, né di perdonarlo. Lui ribatte soltanto “Va bene” e gli sbatto il telefono in faccia.
Sono andata in cucina, ho acceso il televisore e ho cominciato a cenare: petti di pollo impanati e fritti e insalata verde. Risquilla il telefono: no, è il citofono. Stento a crederci: Rosati è qui, sotto casa. Mi ha seguita e mi perseguita: quando ho chiesto chi fosse, ha detto che si sarebbe sentito ancora peggio se non l’avessi perdonato.
– Si può sapere che cosa vuole da me?
– Mi sono innamorato di lei.
– Sì, domani!
E ho riattaccato. Comincio a star male, non trovo le parole e i pensieri per risollevarmi. Ritorno in cucina a finire la cena e mangio con rabbia, come se volessi masticare stizza e disappunto, sorpresa e fastidio. Spengo il televisore e resto in attesa: non so di che, forse di un altro trillo del citofono, o di qualcosa, qualsiasi cosa, che mi proietti… già, dove dovrebbe proiettarmi questa cosa qualsiasi che dovrebbe succedere e che, in parte, è già successa? Alzo la cornetta del citofono e chiedo se stia ancora lì.
– Sì.
– Salga, secondo piano, interno cinque.
E ora? Che faccio, che dico, come mi comporto? E se fosse un maniaco, uno stupratore, un assassino? Ne succedono tante, di queste storie tristi, alla tivvù e sui giornali: dunque, sto per diventare una vittima sprovveduta e compiacente? Sprovveduta lo sono ma il sacrificio vorrei evitarmelo… E sta salendo, gliel’ho permesso: cos’altro dovrò permettergli?
Il campanello dell’ingresso mi scuote: devo decidere. Mi avvicino alla porta con passi felpati, guardo dallo spioncino, lo vedo e gli domando se ha sempre quelle sue intenzioni serie. “Certo, può fidarsi” mi risponde con un breve inchino, apro la porta e lo faccio entrare: è zuppo d’acqua, il suo rigato blu è infeltrito, i suoi capelli luccicano d’argento tanto sono bagnati.
Che strano, pioveva e non me n’ero accorta. Rosati si scusa per essersi presentato così, all’improvviso e malconcio per la pioggia. Si asciuga la fronte e i capelli con un fazzoletto, si dà dei colpi sull’abito per affossare e stemperare le chiazze d’acqua che invece ristagnano e mi dice che, per l’entusiasmo, ha fatto le scale di corsa.
– Entusiasmo per cosa?
– Perché mi ha fatto salire.
Gli ribatto senza pensarci che tra poco tornerà mia madre, tanto per frenare la sua eccitazione, e lui mi risponde con un “Bene” ancora più caloroso, che deve rinfocolare probabilmente la sua dignità e il suo decoro.
– Vuole bere qualcosa, un cognac?
– Magari un poco d’acqua, dopo quella che ho preso.
Lo introduco in salotto, lo invito a sedersi e vado a prendere il bicchiere d’acqua in cucina. Che ci fa un uomo come Rosati, che parla all’antica, che se n’è stato per strada sotto la pioggia, con una donna più giovane di lui di vent’anni? E che ci fa questa donna con un uomo cortese e sfuggente come Rosati?
Quando torno in salotto e dico “Ecco l’acqua” lo trovo smanioso, insofferente, agitato. Gli chiedo cos’abbia e lui si porta una mano al petto, mi prega di scusarlo ancora una volta e di chiamare il 118. “Sono cardiopatico” aggiunge a fatica, massaggiandosi delicatamente il torace e il braccio sinistro. Lascio il bicchiere con l’acqua sul tavolino, chiamo il 118 e dico che c’è un’urgenza, un infarto per un uomo di cinquant’anni. Rosati vorrebbe parlare, forse sminuire e rassicurarmi per quello che mi ha sentito dire ma gli impongo di non fare sforzi inutili e di dirmi, piuttosto, chi devo avvertire. A gesti mi fa capire che vive da solo, non c’è nessuno da avvertire e cava di tasca un biglietto con un numero di telefono, di un secondo Rosati che abita in periferia, un fratello forse, lontano da qui. Poi scivola lentamente sulla poltrona per distendersi sul pavimento e continua a massaggiarsi lentamente il torace e guarda il soffitto, come chi aspetta che qualcosa accada, qualunque cosa, anche il nulla.
Rientra mia madre, compunta perché l’amica è spirata e quando scorge Rosati disteso sul pavimento, più morto che vivo, non riesce a capire, e d’altronde non potrebbe, la ragione di quella visita e la sorte di quel visitatore. Le dico solo che è un collega d’ufficio e che si è sentito male. Le mie parole non la persuadono e neppure l’arrivo degli infermieri e del medico del 118: vediamo Rosati che viene soccorso, gli fanno un’iniezione, lo attaccano ad una flebo, lo sollevano con cautela sulla barella, lo imbragano e lo portano via, dopo avermi chiesto ragguagli e identità dell’infartuato: mi preoccupo di consegnare al medico il biglietto del Rosati che vive lontano dal Rosati che vive da solo e che adesso, deluso e smarrito, trova il modo di mandarmi un saluto con uno sguardo fievole di gratitudine, come un lieve auspicio d’intesa.
Richiudo la porta, ritorno nel salotto e mi seggo davanti a mia madre ma non per spiegarle, semmai per farle intendere che sono stata presa alla sprovvista anche stavolta, che gli avevo dato solo un bicchiere d’acqua e che non aveva fatto in tempo neppure a berlo. Mia madre considera le mie parole come se facessero parte di un’altra storia o di una storia che si ripete sempre uguale, sempre inutilmente uguale. Mi dice che Adele, la sua amica malata, sembrava si fosse ripresa e che se n’è andata nel sonno, senza disturbare, senza soffrire, forse soddisfatta o serena di poter dormire sperdendosi nell’infinito. Poi mi dice che dovrei informarmi in ospedale per sapere di questo mio collega: le rispondo che lo farò ma non ora.
– Domani fanno trentanove anni da quando inaugurai “Acconciature Caterina”. Adele fu l’unica che mi incoraggiò. E mi fece coraggio anche quando mi separai da tuo padre.
– Che vuoi dire con questo?
Mamma fa un gesto come per dire semplicemente “Niente”, perché quando certe sensazioni finiscono non c’è più nulla da provare. D’istinto le contesto questa visione pessimistica di avvenimenti, persone e ricordi ma, in realtà, non saprei e non so cosa opporre. Abbiamo vissuto, stasera, due situazioni simili, che ci hanno viste spettatrici impassibili e passive, che ci fanno e forse ci faranno arrampicare sugli specchi alla ricerca di significati e soluzioni, sperando tuttavia in una via di fuga, una consolazione che possa distrarci infine da emozioni così spezzettate, così incerte.
Mamma coglie il senso delle mie riflessioni frammentarie e mi chiede se ho cenato. Annuisco ed evito di guardarla: so già cosa mi direbbero i suoi occhi, cosa mi trasmetterebbero: quel rimprovero debole e accorato sulla vita che ho sempre condotto, sulle opportunità che mi sono lasciata scappare, sulle scelte incompiute della mia inconcludente voglia di vivere. Una cosa non va con un’altra cosa, sia pure simile, come un myosotis non va con una rosa, anche se sono fiori: ma questi sono argomenti che mamma conosce bene, che ha praticato da sempre e che non riuscirò mai a farglieli accettare. Dopo tutto, le mie sono peregrinazioni gratuite e casuali, come quando fisso lo sguardo sugli oggetti, le persone, i colori e non ne tiro fuori niente che sia, poi, interessante e stimolante. Mi soffermo a guardare, a cogliere dal di fuori ciò che vedo e credo di far mio o di essere una parte positiva di quello che, purtroppo, non vado mai costruendo. Tanto per darmi un tono e per mostrare un abbozzo di riscatto, le chiedo dove si sia cacciato Roberto, il suo compagno di solitudine.
– È andato alle corse dei cavalli.
– A scommettere con i tuoi soldi, immagino.
– A scommettere con i miei soldi.
– E quando finiranno questi soldi che gli dài?
– Quando finirò di darglieli.
Lapidaria, laconica, caustica: siamo madre e figlia, no? Io passo per cinica e sconclusionata, lei è di fatto pratica e propositiva ma usiamo tutt’e due lo stesso distacco quando si tratta di interpretare la realtà e di reggerne il peso, solo che io appaio arida e senza slanci e lei viene sempre giudicata acuta e passionale.
Forse non è una questione di apparenza, forse la mia non è una maschera di comodo, forse sul serio lascio le cose sospese e pretendo poi di ricompattarle con la volontà che, oltre tutto, mi manca. Rosati stava per morire, una mezz’ora fa, e non ho fatto niente di meglio che chiamare l’ambulanza: l’avrò salvato probabilmente ma è stato lui a imbeccarmi, a dirmi cosa fare. Che cosa mi aspettavo? Di vederlo morire sotto i miei occhi? Adele, almeno, se n’è andata nel sonno e mamma non ha avuto il tempo e il modo di piangere l’amica ormai morta, ma io, che non avevo motivo di commuovermi per uno sconosciuto, l’avrei lasciato al suo destino come quando si lascia passare un autobus troppo affollato?
Mi contraddico e vorrei non farlo, mi pongo domande e non voglio trovare risposte, mi sento come quel famoso bicchiere che scatena speranza o smarrimento nel ritenerlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Come il bicchiere che Rosati ha lasciato, che Rosati non ha bevuto: decido che tocca a me chiudere l’incidente, la circostanza di questa serata piovosa. Prendo il bicchiere e lo porto alle labbra: mamma mi guarda quasi con ammirazione, approvando il mio gesto che per metà è simbolico e per metà è occasionale. Mi osserva con la sagacia irriverente e beffarda che hanno le donne stanche di dover ricominciare sempre daccapo e mi chiede se le farò compagnia in cucina quando si preparerà la sua solita tisana. Le dico di sì e bevo l’acqua dal bicchiere di Rosati.
– Devi informarti in ospedale, per il tuo collega.
– Non ho chiesto quale fosse l’ospedale.
– Prova quello più vicino.
Mamma si alza, prende il bicchiere ormai vuoto e si avvìa in cucina. Cerco sull’elenco telefonico l’ospedale più vicino e mi dico che, in fondo, saprò tutto domani, in ufficio, dal dottor Zaccaria: saperlo adesso non farebbe crescere né il mio interesse né la mia indifferenza.
La vita è sempre più semplice di quel che sembra. Le cose sono sempre più sole e isolate. I sentimenti non hanno sempre bisogno di esprimersi, possono restare nascosti e non farsi scoprire. Avrei potuto dire tante altre parole ma non mi sono venute. Càpita.
Raggiungo mamma in cucina e le faccio compagnia mentre sorseggia la sua tisana. Non ho detto molto stasera. Non ho detto quello che forse Rosati si aspettava da me e non ho detto neppure come mi chiamo.


4
Mar 10

Toco tu boca – Rayuela, Julio Cortazár

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(su PoetarumSilva)

“Toco tu boca, con un dedo todo el borde de tu boca, voy dibujándola como si saliera de mi mano, como si por primera vez tu boca se entreabriera, y me basta cerrar los ojos para deshacerlo todo y recomenzar, hago nacer cada vez la boca que deseo, la boca que mi mano elige y te dibuja en la cara, una boca elegida entre todas, con soberana libertad elegida por mí para dibujarla con mi mano en tu cara, y que por un azar que no busco comprender coincide exactamente con tu boca que sonríe por debajo de la que mi mano te dibuja.

Me miras, de cerca me miras, cada vez más de cerca y entonces jugamos al cíclope, nos miramos cada vez más cerca y los ojos se agrandan, se acercan entre sí, se superponen y los cíclopes se miran, respirando confundidos, las bocas se encuentran y luchan tibiamente, mordiéndose con los labios, apoyando apenas la lengua en los dientes, jugando en sus recintos, donde un aire pesado va y viene con un perfume viejo y un silencio. Entonces mis manos buscan hundirse en tu pelo, acariciar lentamente la profundidad de tu pelo mientras nos besamos como si tuviéramos la boca llena de flores o de peces, de movimientos vivos, de fragancia oscura. Y si nos mordemos el dolor es dulce, y si nos ahogamos en un breve y terrible absorber simultáneo del aliento, esa instantánea muerte es bella. Y hay una sola saliva y un solo sabor a fruta madura, y yo te siento temblar contra mí como una luna en el agua”.

(Rayuela, de Julio Cortázar)


Tocco la tua bocca, con un dito tutto l’orlo della tua bocca, vado disegnandola come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sul viso, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.

Mi guardi, da vicino mi guardi, ogni volta più da vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, e se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.

(Il gioco del mondo, di Julio Cortázar)


23
Feb 10

Altre Voci: Luis García Montero


La poesia di Luis García Montero abita un territorio in cui convivono le preoccupazioni soggettive e i dolori collettivi, la singolarità dei propri sentimenti e la pluralità dettata dagli imperativi del presente, la bellezza e la pietas. È un disegno verosimile di una realtà sognata, immaginata, amplificata, distorta dal sentire poetico; mai intrisa di mero realismo e sempre concentrata a confrontare l’estetica del reale con un’epica del possibile.

La sua è una Poesía de la experiencia, caratterizzata da un linguaggio colloquiale e dalla presenza della quotidianità attraverso cui l’io si diluisce nel collettivo grazie ad un processo di estetizzazione dell’esperienza del singolo che, in tal modo, diventa patrimonio di tutti, umano. La poesia di Luis García Montero è un viaggio che riesce ad attraversare trasversalmente ogni lettore, il quale torna a casa con quel bagaglio senza il quale era partito.

(Le tre poesie sono tratte dalla raccolta Vista Cansada, Visor 2008. La traduzione è di Luigi Bosco)