Archives for category: Altre Voci

(testo tratto da Rebstein)

Quella di Enzo Campi è una voce importante della poesia contemporanea. La difficoltà maggiore che si incontra leggendo i suoi testi credo sia legata, più che ai contenuti che in essi vengono veicolati, al come tali contenuti vengono trasmessi. La sua è una incessante ricerca ontologica attraverso l’uso delle parole di ciò che dietro di esse si cela. Le parole di Enzo Campi non nominano, non determinano e neppure significano: i suoi discorsi de-strutturano il logos in chiave derridiana con un atto di forclusione del linguaggio che annulla il rapporto strutturato di significato-significante (Sassure) e trasforma la parola in parola-vuota, emulando quel meccanismo che trasforma tutto (e noi) da essenza ad assenza. Un de-strutturare che io vedo come atto di vendetta nei confronti di una realtà iper-strutturata che non vorrebbe lasciare scampo alla pressupposta monoliticità di una identità che vuole, invece, essere altro-da-sè. Lo stile di Enzo ricorda molto Carmelo Bene: è evidente il suo sforzo compiuto per evitare di “essere parlato”, offrendo la propria voce solo come mezzo di trasporto su cui far viaggiare il non-senso del senso senza biglietto. Leggere i testi di Enzo Campi significa sperimentare il vuoto, lo stesso che c’è tra realtà concreta e realtà simbolica proprio del discorso. Un vuoto che si sperimenta “fisicamente” con la lettura a precipizio delle sue poesie, dal ritmo serrato che trascina il lettore in un vortice di nuove disposizioni delle parole, dei concetti e della realtà. Un vuoto che, nonostante tutto, può essere riempito non definitivamente se ci si sforza di sperimentarlo, quindi riempirlo con significati nuovi.


Hermansji è un’altra voce del web che merita di essere ascoltata. La sua è una prosa netta, costante ed altamente poetica. I suoi scritti sembrano versi che hanno dimenticato di andare a capo. Gli scritti di Hermansji sono spesso colmi di questioni, dubbi, incertezze e supposizioni che delineano la sensibilità introspettiva elevatissima di uno scrittore che è perennemente in discussione con se stesso. Uno scrittore intelligente che preferisce porsi domande piuttosto che offrire risposte , le quali – quando ci sono – hanno il tono modesto di chi non è consapevole del grande valore di ciò che ha appena scritto. Spero di avere presto la possibilità di leggere il suo romanzo Radiografie all’anima.


Voglio starci dentro

E voglio starci dentro a quest’onda anche se non la comprendo. Tanto alla fine che male c’è se ho smarrito anche me? Se raccolgo nel mio secchiello tutta la sabbia del mondo e m’ostino ad essere un sognatore? Così voglio starci dentro a questo fiume che trascina con violenza e porta via, goccia dietro goccia, trascina ogni cosa. Tanto alla fine che male c’è se ho perso il conto di quante volte ci ho creduto? Creduto che si potesse amare solo per questo, raccogliendo in uno stupido secchiello tutto il bene che manca al mondo ed ostinarsi, come un ingenuo sognatore, a donarlo a chi ne ha bisogno.

Un’altra voce che seguo piuttosto assiduamente sul web è quella di Ed Warner, il poeta-portiere. Quello che para tutte le cannonate che tira la vita, anche quelle in fuori gioco. La musicalità dei suoi versi, spesso taglienti, si attacca prepotente alle orecchie e da lì si trascina fino al cervello portandosi dietro il senso, che ti resta impresso come una macchia anche se non sei riuscito a coglierlo. Una musica fatta di immagini apparentemente separate: tante piccole scene che Ed è capace di racchiudere in un solo verso e che si snocciolano, l’una dopo l’altra, in un susseguirsi di visioni allusive sempre a qualcosa che è ciò che inscenano e, allo stesso tempo, ad altro.

 

Stripped

 

Sciacquati gli angoli

d’un non so dove

parlami ancora

d’un giorno, d’un ora

che beva alla goccia

l’ondata di pioggia

che non ho le palle di trattenere.

 

mani inutili

languide e futili

non sanno nemmeno accarezzare…

 

e se mi vedi passa oltre

al mio cazzare a volte

è il solo scroscio a trattenere

il rimbalzare d’un essere vile.

 

mi vedi nudo ma non abbastanza

 

battili

gli occhi

se non ci credi.

Allessandro Assiri è un’altra voce che ha scelto di abbandonarsi alla parola. “In bilico tra la cultura del nulla e il nulla della cultura, trasferisce nella parola il segno di un disagio evidenziando le contraddizioni di una generazione che troppi treni ha perduto per un pelo“. Una parola che ti sferza, ti ferisce, ti taglia a metà e con gli schizzi del tuo sangue fa stupendi quadri astratti. Mi scrisse una volta – l’unica in  cui avemmo modo di comunicare – che i poeti sono “accompagnatori di parole”. Alessandro Assiri le parole le accompagna in una splendida carrozza.


sono poche righe avanti

negli sbagli secondo natura

ogni purezza è lingua di partenza

equivoco di fondo

esempio di lettura

sono poche righe avanti

negli sbagli secondo natura

ogni purezza è lingua di partenza

equivoco di fondo

esempio di lettura

Gino Di Costanzo è una di quelle penne che, più che scrivere tante belle parole, si impone a chi ha la fortuna di leggere ciò che scrive. Gino Di Costanzo non è uno di quelli che impiegano un romanzo e centinaia di pagine di finta e retorica sofferenza per poi fare “il salto” che riscatti lo scrittore e ripaghi il favore di chi abbia scelto di leggerlo per questo. Gino Di Costanzo ti fa cadere senza tenderti la mano, senza buoni consigli non richiesti. Per gli amanti del precipizio, è l’esperienza più vicina al vuoto assoluto. Una sensazione bellissima.


Raramente mi allontano dalla tana separato da me scollato non dissociato mai abbastanza famelico per società di disuguali né smanioso di potere mi difendo dalla seduzione incompleta di valori a me alieni parte di me inscena silenziosa protesta sabota boicotta intralcia rifiuta ed io oscillo tra sconosciuto spirito pratico e pratica dello spirito è sempre essere o non essere chissà se mio padre m’ha riconosciuto fugace visita la sera che morì solo in ospedale so ridere quasi come un tempo quando piangevo di più mai geniale media intelligenza quanto basta per soffrire mi consegnai inutilmente al vizio del fumo che non mi volle e all’alcool che ancora mi tenta delle elementari mia prima prigione ricordo una grande finestra un cielo grigio al di là ed il mio primo amore i profilattici mi uccidono il mio limbo è tascabile e gira con me non mi ricatteranno se non avrò famiglia non desidero il desiderio dei soldi che inseguo arrivo ancora a fine mese piccolo e borghese il vero fallimento voglio stirare muscoli e tendini correvo come il vento col vento sulla faccia nell’acqua sono acqua che fare se la mia presenza a volte mi disturba e dormo male c’è gente che non ha da mangiare l’integrità mi zavorra mi dovrei arrabbiare non ascolto i piagnistei se sono miei non mi lascio una carezza giocoliere monco vedetta strabica baro galantuomo viaggiatore immobile quale tormento abbraccerò alla fine mi avrai tu poesia? non ho finito adesso vado senza molta convinzione…


A tavola

Non mi ero ancora seduto a tavola, che mio padre mi chiese di stappare la bottiglia di vino. Da tempo non compiva più operazioni come quelle, si era arreso. Le sue mani non sopportavano più l’umiliazione di certi piccoli fallimenti, gli anni che lo assediavano avevano fatto breccia nella sua volontà.

Mi bastò un’occhiata per capire che era una bottiglia di vino di scarsa qualità, di quelle col tappo a vite in lega metallica, ma nascosto dalla stessa capsula che sigilla i sugheri di vini ben più raffinati. Senza esitare afferrai saldamente il collo della bottiglia con la mano destra, poi ne strinsi l’apice tra il pollice e l’indice della sinistra svitando vigorosamente il tappo e strappando contemporaneamente l’ingannevole sigillatura che lo avvolgeva. Fingendo di sorseggiare il suo brodo, mio padre aveva osservato attentamente e con sconsolata ammirazione le mie mani, che deridevano la sua vecchiaia.