PARTE I – Nascita di un guerrigliero
PARTE II – Le cause del fallimento
PARTE III – Morte di un guerrigliero
PARTE I – Nascita di un guerrigliero
PARTE II – Le cause del fallimento
PARTE III – Morte di un guerrigliero
Il 4 Marzo del 2005 moriva Nicola Calipari, caporeparto delle operazioni all’estero del SISMI, sulla strada per l’aeroporto di Bagdad, dopo aver liberato Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto.
Sono bastati quattro anni perché anche per quest’uomo, che riempì le prime pagine dei giornali e le bocche dei politici, che suscitò commozione popolare e convoluti dibattiti politico-militari, che fu un eroe, si aprissero le porte dell’oblio di questa Italia senza storia.
Per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti accettano di istituire una commissione d’indagine militare congiunta. Ma la conclusione dell’indagine non porterà a una verità condivisa dai due paesi. Secondo la versione americana i militari hanno rispettato le regole d’ingaggio, la questione è chiusa. L’Italia non accetta la versione americana. I dubbi italiani riguardano il funzionamento del posto di blocco, la difficoltà di comunicazione e soprattutto i quattro, cinque secondi , immediatamente precedenti alla sparatoria, nei quali la pattuglia avrebbe dovuto seguire determinate procedure di avvertimento e di segnalazione della sua presenza. In Italia intanto si apre un procedimento giudiziario contro ignoti affidato ai sostituti procuratori Ionta, Saviotti e Amelio. Il 22 dicembre 2005 l’indagine italiana si chiude con il rinvio a giudizio per omicidio volontario e tentato omicidio a carico del soldato Mario Lozano, il militare che, dal check point 541 aprì il “fuoco amico” che uccise Calipari. Ma Lozano è irreperibile.

L’8 febbraio 2007 il Giudice per le Indagini Preliminari di Roma Sante Spinaci ha deciso il rinvio a giudizio del marine Usa Mario Luis Lozano, che la sera del 4 marzo 2005 al check point alle porte di Bagdad sparò e uccise il funzionario del Sismi. Secondo la magistratura italiana Nicola Calipari fu ucciso volontariamente, per fermarlo e impedirgli di portare a termine la sua missione. Nell’inchiesta si ipotizzava ”un delitto politico” che ledeva gli interessi di sicurezza dello Stato italiano.
Giustizia sarà fatta? Speriamo. Anche se è difficile dirlo, visto che si ha a che fare con un Paese a cui tutto è permesso, tranne l’essere giudicato da qualcun altro. Questi americani sono troppo impegnati ad esportare democrazia e a salvare il mondo che hanno bisogno di qualcuno che li salvi da loro stessi.
Noi, invece, siamo riusciti ad uccidere l’immortalità, ricacciando Calipari nel dimenticatoio per qualche clandestino di troppo.
Guarda la puntata su la storia siamo noi.
Non doveva essere eccessivamente fredda quella stessa sera di Gennaio del 1948 nella piazza Birla House a Nuova Delhi, perché arrivò all’appuntamento con i fedeli avvoltolato nel suo panno bianco e i sandali ai piedi. E comunque, non sarebbe stata di certo la temperatura ad evitare la consueta preghiera che il Mahatma (Grande Anima) si stava accingendo a celebrare, come tutte le sere. Cose molto più dure, in passato, non erano state in grado di arginare le piene di questo piccolo omino smunto dagli occhialetti tondi, che a vederlo lo si sarebbe potuto tranquillamente definire il «fachiro seminudo che osa parlare alla pari a Sua Maestà Britannica» , come lo descrisse Churchill.
Quest’uomo: che toccava gli intoccabili e con loro puliva le latrine di Phoenix a Durban, in Sudafrica; che praticava il brahmacharya (voto di castità) per affrancarsi dai piaceri della carne, che pure lo sedussero in gioventù, quando mangiò carne di nascosto per esser forte come gli inglesi e rubò i soldi al fratello per comprarsi le sigarette; che istituì la satyagraha (forza della verità) dando inizio alla lotta non violenta; l’uomo le cui armi migliori erano il digiuno, la contestazione civile e pacifica, il boicottaggio; che si lasciava arrestare e, appena scarcerato, si arruolava come infermiere durante la seconda guerra mondiale per curare i suoi accusatori; che dopo anni di sforzi e battaglie civili liberò l’India, facendone uno Stato indipendente; questo uomo improvvisamente, di fronte lo sguardo attonito della folla, si accascia al suolo a seguito di due spari. La sua colpa fu quella di essere stato troppo indulgente nella gestione della questione tra musulmani ed induisti – che è all’origine della nascita dello stato musulmano del Pakistan al cui favore Gandhi richiese che venisse effettuato un pagamento, e nell’aver sacrificato gli interessi dell’India e degli induisti al fine di ottenere il consenso delle minoranze religiose. Nathuram Vinayak Godse fu condannato a morte, che gli venne inflitta tramite impiccagione l’8 Novembre dello stesso anno nonostante il parere contrario dei seguaci del Mahatma.
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Dopo 61 anni, tutto quello che siamo riusciti a fare di Mohandas Karamchand Gandhi è stato vendere i suoi libri e le raccolte dei suoi aforismi e toccare le corde dell’animo del consumatore con una “rivoluzionaria” campagna di marketing che non so che risultati abbia portato. Ora, è pur vero che Gandhi significa droghiere e che la sua era una famiglia di commercianti, ma non credo avrebbe apprezzato la messa al banco di valori che andrebbero, invece, condivisi senza scopo di lucro. Quale meccanismo renda più “virale” un video su YouTube piuttosto che lo sforzo per la tolleranza, io non lo so. Credo, però, che tutti dovremmo lasciarci “ispirare” da quanto quest’uomo ha fatto e detto, piuttosto che limitarci ad inserire qualche suo aforisma in un quote rotator sul nostro blog, o scrivere articoli come io, misero individuo, sto facendo. Quest’uomo, che «le future generazioni difficilmente potranno credere che sia vissuto davvero su questa terra» – come affermò Albert Einstein, è esistito davvero, e dovremmo ricordarcene più spesso, prima che la traccia della sua esistenza smetta di far parte della Storia diventando leggenda.
Potremmo partire da qui, lasciando i corani e le bibbie sui comodini per le letture serali. Non sto suggerendo un nuovo Dio, nè sto invitando all’idolatria che, per carattere e per principio, non appoggio, nonostante sappia quanto l’uomo abbia bisogno di credere. Ma qualcuno mi dica se sbaglio se penso che questo sarebbe un punto facilmente condivisibile da tutti da cui partire, anzi: ripartire. Perchè abbiamo bisogno di ricominciare tutto daccapo.
“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”, disse in uno dei suoi tanti discorsi. Egli lo fu. Ma noi, lo siamo?

“Non riesco ad abituarmi all’idea che esista una sorta di testamento di Fabrizio perché so che la sua velocità di elaborazione era talmente alta che mi risulta difficile credere che si possa pensare a lui come se ad un certo punto avesse trovato un termine.” Queste sono le parole con cui Ivano Fossati descrive Fabrizio De Andrè, di cui oggi si celebra il decimo anniversario dalla sua morte, avvenuta l’11 Gennaio 1999 alle 2.15 di notte presso l’Istituto Tumori di Milano, dov’era ricoverato in seguito ad una diagnosi di cancro ai polmoni.
Non bisogna essere dei profondi conoscitori di De Andrè per dar ragione alle parole di Fossati. Basta ascoltare alcuni brani per rendersi immediatamente conto di chi si ha di fronte: cantautore, poeta, intellettuale, con 40 anni di carriera e 15 dischi ha scritto parte della storia della musica italiana, e ha fatto della musica italiana uno strumento di denuncia delle ingiustizie sociali e di forte critica agli schemi di vita borghesi. Egli stesso afferma: “Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane“.
Muovendosi “in direzione ostinata e contraria”, fece presto ad allontanarsi da ciò che la sua filosofia di vita rifiutava e contrastava, andando a vivere con il poeta anarchico Riccardo Mannerini, con il quale scriverà nel 1968 “Tutti morimmo a stento”, il suo primo album. Da quel momento in poi la storia musicale di De Andrè verrà scritta con testi come Bocca di rosa, La canzone di Marinella, Quello che non ho, Ballata degli impiccati, La canzone dell’amore perduto.
È indubbio che, come disse Dori Ghezzi, De Andrè “il suo mondo l’aveva dentro di sé“, ma è anche vero che parte di quel mondo traspare dai suoi testi. Nonostante i temi toccati da Faber siano numerosi, sono tutti riconducibili a due principi fondamentali: la bellezza della semplicità e la semplicità della bellezza. Questi due elementi possono trovarsi, così armonicamente coordinati, così presenti contemporaneamente in uno stesso testo, solo se chi lo scrive sente da vicino e profondamente e, oserei dire più e meglio degli altri, ciò di cui sta scrivendo. È esattamente questo ciò che, a mio avviso, più caratterizza De Andrè e lo rende unico nel suo stile. E questi stessi due elementi, bellezza e semplicità, sono anche ciò che dal Genovese viene cantato. Da qui proviene, secondo me, la “leggerezza” di De Andrè, in questo caso non intesa nell’accezione di superficialità; la stessa leggerezza che ha fatto si che Radio Vaticano mandasse in onda le sue canzoni, nonostante i tempi, nonostante i temi, nonostante la sua anarchia, nonostante Un blasfemo.
Riferendosi ai suoi studi di Giurisprudenza disse: “Probabilmente sarei divenuto un pessimo avvocato”. Credo che in molti siano felici che sia andata così, anche perché personalmente De Andrè avvocato non riesco ad immaginarmelo se non presenziando udienze con orazioni a colpa di rima baciata o alternata, possibilmente con una chitarra. Per fortuna è andato diversamente e ci è stato regalato un uomo che, in tempi di molotov e rivolte sociali, ha fatto le sue battaglie con la voce ed a risvegliato e trascinato le masse con la musica, nonostante credesse che “l’uomo possa anche conquistare le stelle ma le sue problematiche fondamentali sono destinate a rimanere le stesse per molto tempo, se non per sempre” . Purtroppo aveva ragione anche in questo, motivo per il quale anche le sue canzoni più vecchie non sono mai state così attuali.
De Andrè disse anche: “Ci sono vari tipi di morte prima di arrivare a quella vera. Quando tu perdi un lavoro, un amico, muori un po‘ “. Allora, caro Fabrizio, posso dire che siamo tutti un po’ morti.
