Segnalazioni e Avvistamenti


8
Mar 10

Futuro Semplice – Gianni Montieri


Futuro Semplice

Gianni Montieri

Collana Erato Lietocolle, Milano, 2010 ISBN 978-88-7848-546-4


“io, io non lo so davvero
se saprò dare un senso
alle porzioni monodose, alla cottura crisp
addormentarmi voltato dal tuo lato
senza tremare, senza farci caso.”

(di Giovanni Catalano su PoetarumSilva)

Il futuro semplice è una forma verbale del modo indicativo, indica situazioni ed eventi presenti e futuri che risultano, in qualche modo, incerti. Poesia narrativa in potenza, poesia di situazioni sospese (“l’istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana / quando nulla pare deciso”), come in attesa di fissarsi definitivamente nella memoria (“un ricordo appeso a un chiodo / una voce sentita alla radio”) o di compiersi, di adempiersi. Poesia che scava sotto la superficie del quotidiano alla ricerca di un “ordine necessario” che dia conto della complessità del mondo e dell’animo umano. E lo fa nel modo più giusto, credo: puntando alle eccezioni, insistendo sui difetti d’esistere (“chiudo gli occhi, respiro piano / e questo è il limite”), sulle debolezze (“non abbiamo retto”). Denunciando le anomalie (“cos’ha Milano che non va?”). Insinuando il dubbio che proprio tra gli errori e le irregolarità possa presentarsi una via di fuga, un’ancora di salvezza.

È il tipico atteggiamento chi sta testando una piattaforma, di chi sta accertando i bachi di un sistema, di chi sta “certificando”. Identità, appartenenza (“più che somiglianza”). Libertà (“non essere bandiere” ma “chiedersi del volo”). Non è dato sapere se dagli errori si possa imparare (“Imparassimo almeno dalle foglie / cadere nella stagione giusta”). Gesti come quello di “riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale” o “annusare il caffè prima di berlo”, sono gesti minimi, consacrati a un’abitudine che si fa natura seconda. È una semplicità conquistata a caro prezzo, la semplicità della “mano che chiede alla rosa/di non sentir paura mentre l’altra pota”, semplicità del sacrificio, della rinuncia (“le parole tronche, questo conta / sono tutti i miei risparmi”). È la semplicità di chi riconosce una continuità nel divenire, di chi cerca di adattarsi ai cambiamenti senza tradire una propria natura (idea che pure è incerta e mutevole), a ogni nuovo – sia esso previsto o imprevedibile – avvicendamento di pieni e vuoti (“restare in una stanza vuota/a noi non è concesso”), di migrazioni, di stagioni (“si fa finta di essere uguali”).

“Il cliché urbano”, ben dice Mary B. Tolusso nella sua precisa e attenta prefazione, “è esperito in una sorta di teatro di rinvii dove le cose, il clima, i colori, riflettono orizzonti interiori mai pronunciati”. Riecheggia la poesia del Novecento, tra i tanti nomi viene in mente l’ultimo Montale soprattutto, quando la presenza di un oggetto sembra rimandare ossessivamente all’assenza del soggetto umano di riferimento (“le scarpe fuori posto”, “un nome al suono della sveglia”). C’è un’ipotesi di contatto o di scambio tra soggetto-oggetto, anche se spesso inconcludente (“non ci sfioriamo, non ci parliamo”), un tentativo di accorciare le distanze, tagliare le curve (“coltiviamo speranze in curva / non avendo mestiere per i rettilinei / nessuna competenza / sui tratti autostradali”). Ha a che fare con un‘idea di poesia vicina al “confine”, di “retroguardia”. È una poesia che è luogo di contraddizioni coraggiose come la Milano di cui si nutre (“Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio”), una Milano città della mente e dell’anima, emblema di tutte le grandi città che “si espandono verso l’alto” e in basso lasciano voragini di incomunicabilità, Milano di “spazi angusti”, senza metri. La stessa verticalità metropolitana (“è pieno di gru”) sembra ammonirci che più si sale in alto e più la caduta sarà inevitabile e dolorosa. Ma anche che tutto ciò che conta ha a che fare con la caduta: si cade felici come si potrebbe cadere innamorati o malati (“la felicità è un abisso”). Se, in Montieri, l’alto e il basso, il prima e il dopo, sono categorie che andrebbero riconsiderate. Qui il futuro viene prima del presente, ha una priorità gnoseologica e ontologica. Non c’è presente senza un progetto di futuro. Se il futuro è un mare davanti al quale pare possa essere finalmente possibile “per una volta non accontentarsi”.

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8
Mar 10

Lutto di Stato

(di Thomas Pistoia su Via Oberdan)



Intervento audio di Antonio Tabucchi su MicroMega.



“Un’altra legge vergogna. Ritengo responsabile in prima persona Giorgio Napolitano. Per gli esegeti del regime non poteva non firmare. Invece poteva, bastava che volesse. Le leggi razziali nel ‘38 non le firmò Mussolini, ma Vittorio Emanuele III. Nelle vere democrazie l’operato del Presidente della Repubblica è sottoposto alle giuste critiche dell’opinione pubblica, ma in Italia non si può, è lesa maestà. Napolitano, questa volta in maniera flagrante, ha rotto i patti con gli italiani. Oggi, con questa legge illegale e totalitaria, quando ci dice che, fra le regole della legge e il dover impedire ai cittadini di votare una lista, lui sceglie di rompere le regole perchè sono una forma, ebbene io rispondo che tutte le leggi che abbiamo sono una forma, anche la Costitituzione è una forma perche è fatta di regole. E se si rompono le regole della Costituzione si rompe la Costituzione. In questo momento storico Napolitano non è garante della mia Costituzione, mi pare si sia fatto garante di Berlusconi. Se Napolitano non capisce che deve prima di tutto difendere la Costituzione con le sue forme, nessuno lo obbliga a stare al Quirinale: è un dovere e questo dovere richiede molta, molta attenzione, perchè ormai in Italia la Costituzione è stata divorata”.

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6
Mar 10

Ripensare l’Uomo

(di Luigi Bosco su Filosofipercaso)

Tutta colpa del pollice opponibile

Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: controllo.

Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un elemento del tutto al vedere il tutto come insieme di elementi a sua disposizione. Iniziò a modificare il corso naturale degli eventi attraverso l’utilizzo dei suoi artifici sempre più “ingombranti” e il mondo divenne una sua appendice: nacque la scienza, la tecnica e la tecnologia. L’esigenza di comunicare spinse l’uomo a costruirsi un sistema fatto di simboli e significati attraverso cui scambiare messaggi e informazione: nacque il linguaggio, in tutte le sue accezioni.

La maggiore facilità con cui l’uomo riuscì a mantenersi in vita generò un “disavanzo” di tempo che egli iniziò a dedicare all’esercizio del pensiero. Con il pensiero, l’uomo passò dall’essere un “ente posto in” al sentirsi una “identità posta su” un sistema di esistenze. Fu così che l’uomo trovò se stesso perdendo la testa.

Allora iniziò il mondo così come lo conosciamo. L’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, conobbe il potere della proiezione degli eventi: nacquero lo spazio e il tempo. Passò dal sopravvivere al vivere, al vivere meglio, al vivere sempre meglio: nacque il progresso, e il presente sostò all’ombra del futuro, e il passato fu un baule pieno di ricordi da dimenticare, da rimestare con la svogliata nostalgia di quella parte di se stessi che si è appena perduta mentre si stava guardando avanti.

Fu così che l’uomo iniziò ad antropomorficizzare la realtà: impegnato com’era a vivere, dimenticò la morte, mentre il presente si deformava in una orribile smorfia schiacciato dal peso di un futuro – tempo infinito e inesistente – che avrebbe avuto il compito di farlo sorridere, un giorno.

L’evoluzione del pensiero dell’uomo andò di pari passo con quella della sua cono-scienza: quanto più la realtà veniva identificata, tanto più il pensiero astraeva da essa, fino a spingersi oltre i confini dell’ignoto, allargando sempre più il tessuto della trascendenza.

Tanti furono i “mondi” prima esplorati e poi partoriti dalla mente dell’uomo: la Scienza e la Filosofia, Dio e la religione, la Natura e la Tecnica. Ma tutte queste esplorazioni e questi parti nacquero dai due più grandi aborti del genere umano, che tutt’ora sopravvivono al grembo che li accolse: l’Identità e la Libertà.


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L’identità

Ogni esistenza si differenzia non in termini quantitativi, né in termini qualitativi. Piuttosto, la differenza è in termini di presenza a se stessa. Una pietra non esiste né più né meno che un gatto. Un albero non esiste né meglio né peggio di un uomo. Ciò che fa la differenza è quello che viene comunemente definito come coscienza. Meglio ancora se si parla di coscienza di coscienza, ovvero la capacità di una esistenza di essere presente a se stessa. La coscienza di coscienza, nei termini in cui a noi è conosciuta, è una caratteristica precipua dell’essere umano. Lasciamo, quindi, stare pietre alberi e gatti.

Come dicevamo, l’uomo non è solo cosciente, ma è anche cosciente di essere cosciente. Questo determina i confini di quella che noi conosciamo come Identità, che ci regala la nostra unità separandoci da tutto il resto. Tale “separazione” produce uno scarto tra l’uomo e il mondo. Tale scarto è il TEMPO. Ora, mentre un animale semplicemente cosciente si sentirà una parte-del-tutto e si preoccuperà di salvaguardare la “porzione” di presenza che gli è stata riservata, un uomo cosciente della sua coscienza si sentirà una parte-nel-tutto e andrà oltre la sua presenza. Egli procurerà di conservare la sua PERMANENZA, costruendosi convenzionalmente un-posto-nel-mondo. In questo senso, l’uomo vive come vivrebbe un dio che non sappia cosa fare di se stesso: non riconoscendo la sua funzione-col-mondo, si affanna a cercare una possibile funzione-nel-mondo. Come fa tutto ciò? Con l’affermazione della sua propria identità, ovvero di quella stessa funzione da cui tutto è partito, da quel muro che lo ha separato da tutto il resto illudendolo con la sensazione di essere parte di se stesso.

La principale e peggiore caratteristica dell’identità è il suo bisogno di coerenza, capace di trasformare l’uomo in un animale che si prenda troppo sul serio. Tale coerenza viene raggiunta e mantenuta attraverso la reiterazione di una serie di comportamenti e la ragione che li giustifica logicamente. La possibilità del cambiamento viene in tal modo ristretta, se non del tutto preclusa, a favore dell’autoconservazione della propria identità. Rimaniamo così immobili, impossibilitati nel muoverci dal nostro titanismo, a cui la nostra identità ci soggioga.

Ma siamo davvero noi a scegliere chi siamo?


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La libertà

Credo di non sbagliare se affermo che la più grande libertà di una qualsiasi esistenza è la libertà di essere. Però, io non posso scegliere di esistere o meno, semplicemente: esisto. Credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. La domanda è: il fatto di non poter scegliere di esistere non pregiudica già di per sé l’esercizio ed il concetto stesso di libertà? Non è l’essere già “schiavo” della sua stessa esistenza? Non è la libertà di un uomo inteso in tal senso simile a quella di uno schiavo che può scegliere se farsi piacere o no stare al servizio del suo padrone?

L’uomo non è libero perché esiste senza sceglierlo, così come l’Essere non è libero perché esiste senza sceglierlo. Potrei anche affermare che, in questo senso, la libertà stessa non solo non esiste ma non è libera.

Da un punto di vista puramente logico, la libertà presuppone una scelta e degli oggetti di scelta. L’atto della scelta presuppone che esista qualcuno/qualcosa che scelga tali oggetti di scelta che, a loro volta, devono esistere (concretamente o idealmente nella mente di chi sceglie). Tutto quanto ruota attorno alla libertà prevede un’esistenza che sceglie. Ora, un’esistenza può compiere potenzialmente qualunque scelta tranne quella di esistere, poichè qualcosa che non esiste non può scegliere. E, però, allo stesso tempo è proprio ciò che non esiste ad essere a tutti gli effetti libero. Quindi, non credo di sbagliarmi se dico che la libertà non esiste, oppure che la libertà è non esistere. O, ancora meglio, che la libertà è non sapere di esistere, annullarsi in quel Nulla che altro non è se non il Tutto senza coscienza.

Nemmeno posso scegliere di perpetrare la mia esistenza, poiché presto o tardi sopraggiunge la morte. A questo punto, quella che potremmo definire in termini trascendentali (a me poco congeniali) come Libertà Assoluta è concettualmente un equivoco che andrebbe abbandonato per concentrarsi su un altro tipo di libertà più “contingente”. L’unica libertà di cui possiamo parlare è tutta “umana” e altro non è se non il risultato di un incrocio di circostanze ed eventi passati, presenti e futuri che determinano una particolare condizione. In maniera più ampia, tale processo potrebbe essere identificato con la Storia. Ciò che noi crediamo siano nostre scelte, frutto del nostro libero arbitrio, altro non sono che il susseguirsi di cause ed effetti determinati da fattori esterni e da fattori interni a loro volta influenzati dai primi. Le nostre sono scelte che sicuramente prevedono una nostra responsabilità, senza per questo lasciare spazio ad alcuna libertà. Se vi è una libertà, questa è la libertà di azione, la quale non è in grado di determinare assolutamente la direzione di tale azione.

Generalmente, l’uomo quotidiano non è cosciente (o fa finta di non esserlo) di questa mancanza di libertà e della assurda inutilità del suo esistere fine a se stesso e si ostina a porsi degli scopi e degli obiettivi, si lascia tediare dal pensiero dell’avvenire, giustifica i suoi comportamenti ed agisce di conseguenza. Si crogiuola nel trascendente, si nutre di speranza, sempre accondiscendente all’Etica che si è costruito.


Ripensare l’Uomo

Mi chiedo se non sia giunto il momento di ripensare l’Uomo, ridimensionando concetti quali “identità”, “”, “uomo”, “Bene”, “Male”, “Trascendente”, “Oltre”, per poter finalmente vivere non con un atteggiamento fattivo, bensì con un sentimento partecipativo di un processo che ci trascende fintanto che esistiamo e che ci concerne quando ormai non siamo più; senza più quell’insensata esigenza di costruirci una trascendenza della contingenza in un disperato tentativo di conservare la nostra identità anche quando non sapremmo più cosa farcene. Forse, in questo modo, esistere potrebbe assumere altri significati, le scelte altre direzioni, i fini altri pesi, le attività altri aspetti, le priorità altri valori. Forse, ci sarebbe ancora la possibilità di capire che smettere di esistere può significare tornare a far parte di quel tutto che si è vissuto senza poter farne parte e, chissà, l’uomo potrà finalmente anche imparare a morire.

Nell’attesa che ciò accada, mi consolo con l’arte, l’unica a saper meglio rappresentare la nostalgia di quell’assurdo a cui fingiamo di non appartenere.



Per chiunque voglia partecipare, la discussione è aperta sul sito che ospita l’articolo – Filosofipercaso. Ogni parere, appunto o obiezione sarnno benvenuti.

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5
Mar 10

Ennio Flaiano – Autointervista 1963

Cento anni fa nasceva Ennio Flaiano. Poi, purtroppo, è morto.

Personaggio caratterizzato da un forte acume critico e da un cinismo tragicomico, fu autore, tra le molte altre cose, di una importante fetta del miglior cinema italiano degli anni ‘50-’60.

(da Giuseppe Genna)

«Ecco come io immagino l’inferno» mi diceva R. «Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi ripugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso…». «Basta» gli dico «che noia, tu stai descrivendo la vita».

Fine di intervista. «Lei crede che la televisione abbia abbassato il livello culturale del pubblico?». «No, credo che abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali». «Se dovesse definire in poche parole il dramma della vita moderna?». «Il dramma della vita moderna è questo: tutti cercano la pace e la solitudine. E per il fatto stesso di cercarle, le scacciano dai luoghi dove si trovano». «Una domanda indiscreta: perché scrive tanto poco?». «Caro signore, io non ho una vocazione narrativa. Scrivo, che è una cosa molto diversa».

Gli italiani non amano la natura perché essi stessi sono nella natura. Ecco l’avvio di una discussione con L. in una trattoria di pescatori verso la foce dell’Arrone. Lamentavamo che quegli stessi pescatori avessero trasformato la spiaggia in una landa piatta, bruciata, polverosa, distruggendo quasi tutte le quarantasette specie di piante che formano la macchia mediterranea e che sono interdipendenti (cioè, ognuna aiuta le altre a vivere). Noi la ricordavamo un tempo arcadica e solenne, proprio adatta a uno sbarco di Enea, fitta di tamerici, di cardi, di ciliegi selvatici, di ginepri… ispidi e verdi grovigli che proteggevano dalla salsedine i giovani lecci e questi, a loro volta, proteggevano i vecchi pini del bosco. Quella macchia che sfumava sin verso la riva coi suoi aghi, i suoi fiori violetti, le sue grasse diramazioni, e modellava dune sempre più possenti e invalicabili, sulle quali libeccio e maestrale non facevano presa, ora è scomparsa. Quando passa una macchina ora s’alza un polverone. Ci chiedevamo dunque come mai i pescatori (che pure conoscono il mare e i venti) non avevano capito la necessità di conservare quell’ordine vegetale stabilito dalla natura, che difendeva le loro case e temperava il loro clima. Bene, la risposta è quella che abbiamo già data. Davanti a un paesaggio l’italiano “povero” non si commuove, non lo vede cioè come un fatto armonico e intangibile (suscitare di varie emozioni e presidio della memoria, se si vuole) ma lo scompone nei suoi singoli elementi utilitari. Quel che gli serve se lo prende, il resto lo distrugge. Agisce infine come un essere talmente inserito nella natura da non avere la capacità di ammirarla, ma soltanto quella di servirsene. Sotto certi aspetti, l’italiano povero è un roditore. Ma l’italiano “ricco” è qualcosa di peggio. Il “ricco” capisce il paesaggio come ornamento di ciò che possiede e riesce persino a dividerlo in due categorie: paesaggio di rappresentanza e paesaggio di servizio. Per ottenere questi paesaggi, indispensabili al suo prestigio, il ricco agisce da guastatore, spiana le dune che gli occludono la vista al mare (il quale, secondo Flaubert, «gli ispira pensieri profondi»), scava, riempie, livella, squadra, sradica i cespugli e pianta alberi che non attecchiscono, erge muretti e cancellate, le adorna, sbatte la sua casa a un palmo dalla riva o la ficca nel folto del bosco, facendovi ammirare un tronco che attraversa dall’alto in basso la sua stanza di soggiorno; insomma, modifica anch’egli il paesaggio originale, che gli sembra non elegante, non ordinato, soprattutto non moderno. E, dove può, passa una mano d’asfalto.
Come conclusione – e tutta la costa laziale sta diventando la prova di questo dramma – sia il “povero” che il “ricco” distruggono la natura: l’uno perché ne fa parte, l’altro perché vuole farla a sua immagine e somiglianza. La desolazione di certi luoghi si fa insostenibile? Spesso l’idea di vivere in un paese che si va sgretolando nella laidezza ci avvilisce.

La piccola svedese, che ha visto gli stormi delle quaglie venire dal mare e posarsi affrante nel sottobosco per riprendere fiato, sa che un esercito di cacciatori è già pronto. Cerca allora di salvare la vita a quei poveri uccelli migratori frugando con una pertica nei cespugli e gridando: «Via, andate via, vi ammazzano!». Pretende anche che il suo amico si levi di notte e vada con lei ad avvertire le quaglie del pericolo che le attende con lo spuntare dell’alba. Non sa che i cacciatori servono per eliminare indiscriminatamente le specie deboli. Incontra un cacciatore e gli spiega che non è leale, soprattutto non è sportivo, sparare a un animale sfinito dalla stanchezza. Il cacciatore sorride guardandole le gambe e il seno. Tornando verso casa la ragazza vede un uomo, un brav’uomo che ella conosce, frugare tra i cavoli del suo orto e tirarne fuori due quaglie. «Me le mangio subito!» dice l’uomo festoso. «No, no, no!» grida stravolta la ragazza. L’uomo la guarda senza capire, fa la timida offerta di un dono, ci ripensa, si mette le quaglie in tasca. Ciò non toglie che gli abitanti di questo villaggio marino sian pieni di virtù, di gentilezza, di sapore umano, incrollabili nelle loro testardaggini e spesso portatori di antiche malinconie.

Novellino. Giacomo scese dalla sua automobile e cavò di tasca la chiave per aprire il cancello del cortile, dov’era il garage. Qui cavò di tasca un’altra chiave. Quand’ebbe calata la serranda, ritornò verso l’atrio: dovette aprirlo facendo forza con un’altra chiave e la porta a vetri tremolò. Anche l’ascensore si apriva con una chiave, per impedire ai ragazzi di scrivere porcherie sul legno della gabbia. La porta di casa si apriva con due chiavi, questo da quando Giacomo aveva avuto la visita dei ladri. La serratura aggiunta scattava quattro volte. Giacomo entrò nel suo studio, aprì con un’altra chiave un cassetto della sua scrivania e prese una scatola. Era piena, appunto, di chiavi: residui di traslochi, di bauli finiti nella soffitta, di porte dimenticate, di ascensori lontani. Tutte avevano aperto qualcosa e Giacomo non aveva mai osato buttarle via per il timore – che le chiavi incutono sempre – di una loro possibile utilità. Qui, sfinito, Giacomo si mise a pensare al suo futuro. Fece due ipotesi. La prima era piena di altre chiavi. Tre di queste chiavi erano nella villa che voleva farsi al mare; anzi, a calcolare meglio (cancello, porta, servizi, garage), erano quattro: senza contare la chiave della cantina. C’era poi la chiave del motoscafo (o non erano due?) e la chiave della cabina. Poi vedeva un’altra chiave… che si rendeva necessaria… la cappella di famiglia… Comunque, c’era tempo per pensarci. Un altro mazzetto di chiavi, queste gentili, dondolavano all’altezza dei suoi occhi, nel vuoto, tintinnando. Erano le chiavi di una garçonniere che un amico voleva cedergli. Non sapeva decidersi.
La seconda ipotesi era senza chiavi. La capanna dove sarebbe finito non aveva chiavi. Laggiù non solo non si chiudevano le porte, ma spesso le porte mancavano addirittura. I ladri non entravano in quelle case perché non c’era niente da prendervi. Laggiù tutti erano più poveri dei ladri. Anche lui, Giacomo, era povero. Nelle tasche dei pantaloni, come quando era ragazzo, aveva solo un fazzoletto sporco, un elastico e una conchiglia. Per svagarsi talvolta arrivava alla città vicina e gironzolava tra le macerie. Rasserenato da questa seconda ipotesi Giacomo aprì l’armadio dei liquori con una chiave dorata e si versò due dita di cognac.

Ieri sera, eccomi in un cinema. Nella sgradevole attesa dell’inizio, la sala era illuminata male. E poi: al contrario degli spettatori di un teatro, gli spettatori di un cinema hanno sempre l’aria di vergognarsi e si spandono tra le file vuote, restano sprofondati nelle loro poltrone senza volgersi o levarsi. Sembrano covare propositi loschi. Molti guardano il soffitto. Intanto sullo schermo passavano diapositive pubblicitarie di parrucchieri, mobilieri, tintorie, allevamenti di polli. I brevi film che seguirono trattavano questi argomenti con petulante serietà: che cosa mettersi nei capelli perché brillino, perché bisogna preferite certe pentole, perché la signora è felice di lavare i piatti, perché un alito puro favorisce l’attività sentimentale. Infine una giovane famigliola, che mi sembrava di conoscere (o sono tutte uguali?) sedeva a tavola e mangiava maionese. Vennero poi altri giovani e ragazze a inseguirsi su una spiaggia, a tuffarsi nelle onde, protetti da una crema per la pelle. Altri giovani, in abito da sera, bevevano liquori. Tutti gli idilli si concludevano. Il giovane guardava la ragazza e sorrideva, la ragazza rispondeva con un sorriso di accettazione. Probabilmente erano felici. Quando cominciò il film vero e proprio mi sentivo non solo stanco ma turbato dall’idea di non essere nel mio tempo, di non amare la società, di “non conoscere i giovani”. Quei giovani sullo schermo che enunciavano assiomi erano dunque il mio prossimo? Possibile che non avessero altro da dirmi? Ho assunto l’aria di colpa e d’attesa che avevano già gli altri spettatori e intanto ruminavo questo dubbio, che l’uomo-massa non può separare il proprio divertimento dal peccato che ne è all’origine e che quindi lo determina: la insoddisfazione del proprio stato, il desiderio di evaderne attraverso sogni compiacenti… che la pubblicità fa suoi alleati.

A casa, mi metto a leggere un romanzo di esperienze erotiche e una grande tristezza mi prende, come un mal di denti. Sembra che lo scrittore voglia alludere a qualcosa che era il fine della nostra esistenza, ma che non sappia farlo. Il messaggero ha dimenticato il messaggio e cerca, sgomento, di evocarne il senso più grossolano, che gli è rimasto impresso, ma il vero messaggio non esce fuori, si rifiuta di comporsi in una sola semplice parola. Getto via il libro e prendo una piccola antologia di poeti greci. La sensazione di sgomento, di impotenza, di prigione adesso è mia, del lettore. Uno spesso cristallo si frappone tra quelle rappresentazioni dell’amore e il “nostro” amore. Io posso vedere il “loro” amore, ma come un oggetto che non mi appartiene più. Vorrei essere dall’altra parte del cristallo… ma ci vuol altro! Il possesso dell’oggetto amato dava dunque la felicità, alla stesso modo che oggi dà un certo piacere, certe preoccupazioni, una certa noia? Che cosa è diventato l’amore? Per un giovane d’oggi, un’esperienza: un modo di accedere a un certo grado di esperienza. Ma la collettività non gli consiglia di portare a fondo quest’esperienza, essa ha bisogno di sapere che l’unico vero amore di ognuno è per lei. Propone un piacevole derivativo: l’erotismo, che conviene a tutti. Per la maggioranza dei giovani l’amore, invece di essere il riconoscimento della propria esistenza in un altro essere, diventa una pratica, una tecnica di sistemazione che lo inserisce nella collettività? Qualcosa da acquistarsi pazientemente, come l’impiego, la stima dei superiori? Fa parte dello stesso catalogo che comprende le altre macchine e agevolazioni della nostra prigionia? Così succede che i giovani riconoscono il “loro” amore nei libri che leggono e nei film che vanno a vedere, dove l’amore si fa, dove l’amore non è un mistero ma una ginnosofia e, come tutte le esercitazioni, può portare alla noia e alla solitudine.
Certe volte, porta anche all’innocenza. Per questo forse tendiamo verso forme d’arte lontane, primitive o barbare, che possono ancora suggerire, con la freschezza della rappresentazione erotica, idee di una purezza perduta, di una recuperabile (appunto) innocenza nei rapporti dell’uomo con la natura e i misteri strettamente legati alla vita. Ciò che non riesce più a commuoverci nelle rappresentazioni contemporanee, ci commuove in quelle che precedono o ignorano la nostra civiltà. La rappresentazione del piacere dei templi indiani del XII secolo ci riporta a un paradiso perduto dove l’amore non faceva mistero dei suoi gesti ma addirittura li consacrava in un rituale in cui l’uomo e la donna erano i sacerdoti: è una rappresentazione senza freni e casta, e non mi meraviglierei se avesse salvato l’anima di qualche turista in cerca di sensazioni.
C’è poi l’artista professionale che vede l’erotismo come una colpa della quale ci si può liberare confessandola. Come quel peccatore di Stendhal, egli prova il piacere del peccato due volte: facendolo e raccontandolo minutamente al confessore. Immerso nella vita, l’artista afferma di cercare una spiegazione dell’esistenza: che sono due cose diverse. Mi fa pensare al geologo che, caduto nelle sabbie mobili, cerchi di decifrare la composizione del magma che lo inghiottirà, senza curarsi del fatto, ben più importante, che quello stesso magma lo sta inghiottendo. Questa soluzione è per il geologo talmente scontata e irrefrenabile che ne trae una certa cupa vanità.

Il produttore di cinema vuole fare un film da una commedia ottocentesca. Il pubblico è disorientato, e bisogna dirgli qualcosa di sano, di ben costruito, senza nuove ondate, senza problematiche, anomalie e deviazioni. Però, naturalmente… in maniera che tutto risulti un poco, anzi molto, insomma sufficientemente sexy. Oh, l’atroce parola! Il regista e gli attori fanno miracoli, ma bisogna trovare soluzioni piccanti, in contrasto con la serietà della cornice. Un lungo silenzio, poi F. scuotendo la testa: «Non è possibile» dice «a meno di trasportare l’azione ai giorni nostri. Il sesso… sì, il sexy (e sorride) è una cerimonia commemorativa che esige lo spogliarello dei nostri abiti, di quelli che portiamo noi, non di quelli che portavano i nostri antenati». Il produttore lo guarda pensoso. «Sì» aggiunge F. «il costume di un’altra epoca, per quanto riguarda il sexy, agisce sullo spettatore come un freno, un blocco, una memoria inibitrice. Tutto quel guardaroba gli stimola soltanto l’ironia, cioè un istinto di difesa». Il produttore sbatte le palpebre. «Sì» insiste F. «il costume fa pensare ai nostri morti, ai nonni, e non ci piace vedere i nostri nonni in situazioni indecenti. Noi conserviamo un certo rispetto involontario per…». Un altro silenzio. «Bene» conclude F. alzandosi «possiamo telefonare… che so… ad uno psicanalista e farsi spiegare meglio, chiedere maggiori ragguagli, ma credo che ogni tentativo sexy al di fuori del nostro tempo risulti, nel migliore dei casi, storico, cioè non istintivo e naturale, ma culturale».
A questa parola il produttore allarga le braccia desolato. F. ne approfitta per tornarsene di corsa al mare.

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5
Mar 10

Segmenti Uno

(di Antonio Scavone su La dimora del tempo sospeso)

Tell me who is my devil, Emilio Merlina (2010)

Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito.  Non ho mai voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è stata era di poco conto.
Mia madre ha cominciato da sciampista, poi manicurista, infine parrucchiera e si mise in proprio a vent’anni, rilevando un salone da barbiere di un suo zio: col tempo e con sacrifici ristrutturò quel salone abbastanza squallido, lo chiamò col suo nome, “Acconciature Caterina”, cominciò a guadagnare, sposò mio padre a ventott’anni, mi ebbe a ventinove, ha divorziato tre anni fa, ora ne ha cinquantanove. Sono figlia unica, un altro figlio le morì di parto e da allora mia madre scoprì che non poteva più avere bambini, si amareggiò in silenzio, in solitudine, tirando avanti come ha sempre fatto: con coraggio e aspettative. Al suo posto mi sarei lasciata andare, se non altro per prendermi una pausa di riflessione ma Caterina la parrucchiera non si perse d’animo: siamo fatte in modo diverso.
Anche il divorzio da suo marito è stato vissuto con naturalezza e praticità, è come quando si perde un treno, è inutile disperarti, devi semplicemente aspettarne un altro. Forse mi sarei comportata anch’io così.
Con mio padre non c’è mai stata una grande intesa: beveva e giocava: il sistema migliore per mandare in rovina un bar al corso: i clienti abituali lo abbandonarono e anche quelli di passaggio passavano oltre, non si fermavano più al “Bar del Corso”. Forse avrei dovuto sposare Gino il barista che in pratica gestiva l’attività di mio padre quando mio padre era ubriaco ma Gino aveva altro per la testa, non certo me, non gli piacevo e non mi ha mai molestata, per lui non esistevo. Difatti, prima che il bar del corso andasse in malora, Gino si licenziò e ora lavora in una pasticceria dalle parti della stazione e si dice che l’abbia pure comprata. Come ci sia riuscito me lo sono sempre chiesto ma senza darmi risposte, forse rubava a mio padre, chissà. Dal canto suo, mio padre ci restò male quando Gino si licenziò e quella fu la sua ultima sbronza: mamma si era già separata e sapemmo che l’avevano ricoverato in una clinica specialistica per disintossicarlo, aveva un fegato così, e ci è rimasto un bel po’ di tempo.
Quando fu dimesso se ne andò a vivere con i fratelli, grossisti di orto-frutta, e fu piazzato in ufficio a rispondere alle telefonate, fare un po’ il guardiano, stare lì come il fantoccio sorridente e innaturale di Mc Donald’s: non beve più ma continua a giocare.
Una famiglia particolare, la mia, senz’altro: quando ci penso mi dico che le cose erano scritte immodificabili da qualche parte, cioè che erano destinate. Sarò passionale ma credo che, in fondo, sia tutta colpa del destino, hai voglia a ribellarti, non ci riesci perché quando tutto è contro di te vuol dire una cosa sola: che il destino non ti vuole, ti ha scaricata, non rientri nei suoi giochi, insomma sei nessuna.
E dire che un pensierino col principale della ricevitoria l’avevo fatto: la moglie ha il diabete e soffre di tiroide, poteva sparire da un momento all’altro e invece è sparito lui: è rimasto scioccato, non si aspettava di essere scoperto.  Avevo pensato di tenermelo un po’, di godermi un po’ la vita, di sera per esempio, bar cinema ristorante, due-tre bottarelle gliel’avrei fatte dare ma almeno potevo pensare con più tranquillità non dico al mio avvenire ma al mio futuro, al mio futuro prossimo. Svanito anche quello, per il momento. Personalmente sono dell’idea che, in certi casi, futuro e presente siano la stessa cosa, falsi o trascurabili. Stavo per vincere la selezione per il “Grande Fratello” ma una tamarra che parlava spagnolo mi ha eliminata: un tizio della produzione s’è preso il numero del mio cellulare, ha detto che mi chiamerà per un altro programma, ho capito qual era l’altro programma ma lui non mi ha chiamata. Se non è destino, questo.
Ora sto qui, con una diecina di ragazze e ragazzi più giovani di me per un’offerta di lavoro nello studio di un commercialista. Ho buone possibilità perché, tutto sommato, un diploma l’ho conseguito in tecnica finanziaria e so sbrigarmela alquanto con le dichiarazioni Iva e quelle dei redditi: solo che mi sembra tutto così assurdo e facile.
Sì, è assurdo perché sarebbe un controsenso con quello che penso sul destino ingrato ed è facile perché, se era scritto così nel grande libro delle opportunità, mi rammarico di non averlo intuìto prima, di non aver preso l’occasione al volo quando si è presentata. Con qualche difficoltà devo ammettere che ne avevo avute di occasioni ma le ho sempre sprecate, e quindi perdute, perché le ritenevo, già allora e stupidamente, troppo facili, troppo semplici, troppo comode. Quando si dice il senno di poi.
Mamma mi ha detto di provare comunque, sempre meglio che starsene a casa alla finestra.
Ho superato la selezione, ma questo lo sapevo già, mi conosco e so quanto valgo e comincio subito a lavorare: il dottor Zaccaria, il commercialista, mi assegna subito alla verifica e alla contabilità delle aliquote Iva, una montagna di dichiarazioni più o meno tutte manipolate, mi fa capire che c’è da sudare ma che “il compenso ne risentirà positivamente”. Quando dicono così significa che sarai pagata come la commessa di un negozio ma che, se ci saprai fare, potresti portare a casa un’ottima paga. È tutto in quel “Se ci saprai fare”: io ci so fare ma da un po’ di tempo a questa parte mi secca molto saperci fare, cioè snaturare la mia indole fatalistica, primeggiare carognescamente sui miei colleghi di lavoro e dare quindi di me la solita immagine della “stronza” che pensa solo a far soldi e sfruttare il meglio di sé per i soldi che riuscirà ad accaparrarsi. Detto questo, non mi meraviglio più di tanto né di me stessa né di quello che gli altri pensano e penseranno di me: devo badare a ricostruirmi, o comunque a non deframmentarmi ancora di più, come diceva un mio ex-fidanzato malato di computer.
L’orario di lavoro è quello di tutti gli uffici, nove-diciassette, dieci minuti per il panino, il salario è quello di una co-cottina, come lo chiamo io, ma in compenso ho una stanza tutta per me con scrivania, telefono, personal e chiavi del bagno. C’è persino una finestra che dà su uno scorcio di mare e questo, devo dire, mi tranquillizza e mi riempie e non perché sia un’illusa persa nei suoi sogni ma perché, semplicemente, rifletto, considero, ordino i pensieri della mia vita, le vetrine dei negozi, la gente alla fermata dell’autobus, quello che càpita.
Oggi, per esempio, ero così profondamente assorta in queste non so come chiamarle che il dottor Zaccaria, entrando all’improvviso nella stanza e pensando che stessi risolvendo una questione di grande complessità, si è scusato e si è ritirato in fretta, come se avesse interrotto l’avvio positivo al superamento di un problema. No, non c’era niente da superare: erano le mie riflessioni senza capo e senza coda che mi avevano fatto assumere quell’atteggiamento così enigmatico e profondo. Guardavo gli oggetti sulla scrivania, il davanzale della finestra, la pianta di ficus, le sedie di similpelle nere, le cassettiere, gli stipi delle pratiche: guardavo e non mi capacitavo di essere in questa stanza, di esserci davvero, con la mia mente e il mio corpo: mi sono sentita un’estranea, questa è la verità.  Ed è una verità che non ti accende.
Poi passa, come tutte le cose che vogliono comunicarti dei significati ma non si capisce mai che senso abbiano o possano avere quelle immagini che si susseguono casualmente o quei pensieri che finiscono subito, appena abbozzati.  Dovrei andare più a fondo, è chiaro, ma non sapendo qual è il fondo, oppure sapendolo fin troppo bene, preferisco restare nell’incertezza, che non mi aiuta ma non mi fa neppure precipitare verso la deriva. Forse “deriva” è esagerato come termine ma per esperienza so che non lo è come prospettiva.
Comunque passa, deve passare e infatti mi risveglio da questa specie di trance e mi dedico ai calcoli delle aliquote, come se non fosse successo niente e niente è successo, poi.
C’è un tale che lavora nella stanza degli archivi, un certo Rosati, un uomo sulla cinquantina, belloccio, dai modi affettati, veste sempre un rigato blu con panciotto: stasera mi ha chiesto se poteva accompagnarmi a casa, mi ha detto che mi aveva subito notata, che le sembravo una persona in gamba: insomma ci ha provato ma l’ho bloccato subito: che stasera avevo altri impegni e lui, per rabbonirmi, mi ha detto di avere “intenzioni serie”… Se “deriva” è esagerato, “intenzioni serie” è antico e ambiguo come termine e come approccio. Non l’ho sentita neanche da mia madre quasi sessantenne questa frase così ampollosa: mi sembra un linguaggio da puttaniere. Le intenzioni serie sono quelle degli annunci matrimoniali ma anche quelle nascondono, come nel mio caso, le “intenzioni vere”, che per presentarsi come tali hanno bisogno di questo giro di parole per dire semplicemente: “Perché non vieni a letto con me?”.
Andare a letto con lui/andarci insieme: c’è una sottile differenza. Col principale della ricevitoria è stato diverso: l’ho voluto, l’ho deciso, inseguendo maldestramente, o come una stupida, un proposito di tranquillità, o di comodità per così dire. Non si sarebbe mai realizzato questo mio progetto, è ovvio, ma mi ero illusa per un po’, mi ero data una scadenza finché, magari, non mi sarei annoiata di avere una storia tanto improponibile. Con l’uomo del panciotto, con Rosati, con le “intenzioni serie” di questo Rosati, mi sono subito tirata fuori da complicazioni e smanie: puoi decidere di essere una donna che piace ma non una donna di piacere.
Sono tornata a casa, ho trovato la cena pronta e un biglietto di mamma che mi avvertiva di essere andata dalla sua amica Adele, malata da tempo.
Il telefono squilla ed è inspiegabilmente Rosati, che si scusa e si aspetta “il mio perdono”. Questo è troppo! Dopo le intenzioni serie, adesso il perdono?! È troppo ed è tipico degli uomini che non accettano un rifiuto. Gli dico che non ho nessuna voglia né di parlargli, né di vederlo, né di perdonarlo. Lui ribatte soltanto “Va bene” e gli sbatto il telefono in faccia.
Sono andata in cucina, ho acceso il televisore e ho cominciato a cenare: petti di pollo impanati e fritti e insalata verde. Risquilla il telefono: no, è il citofono. Stento a crederci: Rosati è qui, sotto casa. Mi ha seguita e mi perseguita: quando ho chiesto chi fosse, ha detto che si sarebbe sentito ancora peggio se non l’avessi perdonato.
– Si può sapere che cosa vuole da me?
– Mi sono innamorato di lei.
– Sì, domani!
E ho riattaccato. Comincio a star male, non trovo le parole e i pensieri per risollevarmi. Ritorno in cucina a finire la cena e mangio con rabbia, come se volessi masticare stizza e disappunto, sorpresa e fastidio. Spengo il televisore e resto in attesa: non so di che, forse di un altro trillo del citofono, o di qualcosa, qualsiasi cosa, che mi proietti… già, dove dovrebbe proiettarmi questa cosa qualsiasi che dovrebbe succedere e che, in parte, è già successa? Alzo la cornetta del citofono e chiedo se stia ancora lì.
– Sì.
– Salga, secondo piano, interno cinque.
E ora? Che faccio, che dico, come mi comporto? E se fosse un maniaco, uno stupratore, un assassino? Ne succedono tante, di queste storie tristi, alla tivvù e sui giornali: dunque, sto per diventare una vittima sprovveduta e compiacente? Sprovveduta lo sono ma il sacrificio vorrei evitarmelo… E sta salendo, gliel’ho permesso: cos’altro dovrò permettergli?
Il campanello dell’ingresso mi scuote: devo decidere. Mi avvicino alla porta con passi felpati, guardo dallo spioncino, lo vedo e gli domando se ha sempre quelle sue intenzioni serie. “Certo, può fidarsi” mi risponde con un breve inchino, apro la porta e lo faccio entrare: è zuppo d’acqua, il suo rigato blu è infeltrito, i suoi capelli luccicano d’argento tanto sono bagnati.
Che strano, pioveva e non me n’ero accorta. Rosati si scusa per essersi presentato così, all’improvviso e malconcio per la pioggia. Si asciuga la fronte e i capelli con un fazzoletto, si dà dei colpi sull’abito per affossare e stemperare le chiazze d’acqua che invece ristagnano e mi dice che, per l’entusiasmo, ha fatto le scale di corsa.
– Entusiasmo per cosa?
– Perché mi ha fatto salire.
Gli ribatto senza pensarci che tra poco tornerà mia madre, tanto per frenare la sua eccitazione, e lui mi risponde con un “Bene” ancora più caloroso, che deve rinfocolare probabilmente la sua dignità e il suo decoro.
– Vuole bere qualcosa, un cognac?
– Magari un poco d’acqua, dopo quella che ho preso.
Lo introduco in salotto, lo invito a sedersi e vado a prendere il bicchiere d’acqua in cucina. Che ci fa un uomo come Rosati, che parla all’antica, che se n’è stato per strada sotto la pioggia, con una donna più giovane di lui di vent’anni? E che ci fa questa donna con un uomo cortese e sfuggente come Rosati?
Quando torno in salotto e dico “Ecco l’acqua” lo trovo smanioso, insofferente, agitato. Gli chiedo cos’abbia e lui si porta una mano al petto, mi prega di scusarlo ancora una volta e di chiamare il 118. “Sono cardiopatico” aggiunge a fatica, massaggiandosi delicatamente il torace e il braccio sinistro. Lascio il bicchiere con l’acqua sul tavolino, chiamo il 118 e dico che c’è un’urgenza, un infarto per un uomo di cinquant’anni. Rosati vorrebbe parlare, forse sminuire e rassicurarmi per quello che mi ha sentito dire ma gli impongo di non fare sforzi inutili e di dirmi, piuttosto, chi devo avvertire. A gesti mi fa capire che vive da solo, non c’è nessuno da avvertire e cava di tasca un biglietto con un numero di telefono, di un secondo Rosati che abita in periferia, un fratello forse, lontano da qui. Poi scivola lentamente sulla poltrona per distendersi sul pavimento e continua a massaggiarsi lentamente il torace e guarda il soffitto, come chi aspetta che qualcosa accada, qualunque cosa, anche il nulla.
Rientra mia madre, compunta perché l’amica è spirata e quando scorge Rosati disteso sul pavimento, più morto che vivo, non riesce a capire, e d’altronde non potrebbe, la ragione di quella visita e la sorte di quel visitatore. Le dico solo che è un collega d’ufficio e che si è sentito male. Le mie parole non la persuadono e neppure l’arrivo degli infermieri e del medico del 118: vediamo Rosati che viene soccorso, gli fanno un’iniezione, lo attaccano ad una flebo, lo sollevano con cautela sulla barella, lo imbragano e lo portano via, dopo avermi chiesto ragguagli e identità dell’infartuato: mi preoccupo di consegnare al medico il biglietto del Rosati che vive lontano dal Rosati che vive da solo e che adesso, deluso e smarrito, trova il modo di mandarmi un saluto con uno sguardo fievole di gratitudine, come un lieve auspicio d’intesa.
Richiudo la porta, ritorno nel salotto e mi seggo davanti a mia madre ma non per spiegarle, semmai per farle intendere che sono stata presa alla sprovvista anche stavolta, che gli avevo dato solo un bicchiere d’acqua e che non aveva fatto in tempo neppure a berlo. Mia madre considera le mie parole come se facessero parte di un’altra storia o di una storia che si ripete sempre uguale, sempre inutilmente uguale. Mi dice che Adele, la sua amica malata, sembrava si fosse ripresa e che se n’è andata nel sonno, senza disturbare, senza soffrire, forse soddisfatta o serena di poter dormire sperdendosi nell’infinito. Poi mi dice che dovrei informarmi in ospedale per sapere di questo mio collega: le rispondo che lo farò ma non ora.
– Domani fanno trentanove anni da quando inaugurai “Acconciature Caterina”. Adele fu l’unica che mi incoraggiò. E mi fece coraggio anche quando mi separai da tuo padre.
– Che vuoi dire con questo?
Mamma fa un gesto come per dire semplicemente “Niente”, perché quando certe sensazioni finiscono non c’è più nulla da provare. D’istinto le contesto questa visione pessimistica di avvenimenti, persone e ricordi ma, in realtà, non saprei e non so cosa opporre. Abbiamo vissuto, stasera, due situazioni simili, che ci hanno viste spettatrici impassibili e passive, che ci fanno e forse ci faranno arrampicare sugli specchi alla ricerca di significati e soluzioni, sperando tuttavia in una via di fuga, una consolazione che possa distrarci infine da emozioni così spezzettate, così incerte.
Mamma coglie il senso delle mie riflessioni frammentarie e mi chiede se ho cenato. Annuisco ed evito di guardarla: so già cosa mi direbbero i suoi occhi, cosa mi trasmetterebbero: quel rimprovero debole e accorato sulla vita che ho sempre condotto, sulle opportunità che mi sono lasciata scappare, sulle scelte incompiute della mia inconcludente voglia di vivere. Una cosa non va con un’altra cosa, sia pure simile, come un myosotis non va con una rosa, anche se sono fiori: ma questi sono argomenti che mamma conosce bene, che ha praticato da sempre e che non riuscirò mai a farglieli accettare. Dopo tutto, le mie sono peregrinazioni gratuite e casuali, come quando fisso lo sguardo sugli oggetti, le persone, i colori e non ne tiro fuori niente che sia, poi, interessante e stimolante. Mi soffermo a guardare, a cogliere dal di fuori ciò che vedo e credo di far mio o di essere una parte positiva di quello che, purtroppo, non vado mai costruendo. Tanto per darmi un tono e per mostrare un abbozzo di riscatto, le chiedo dove si sia cacciato Roberto, il suo compagno di solitudine.
– È andato alle corse dei cavalli.
– A scommettere con i tuoi soldi, immagino.
– A scommettere con i miei soldi.
– E quando finiranno questi soldi che gli dài?
– Quando finirò di darglieli.
Lapidaria, laconica, caustica: siamo madre e figlia, no? Io passo per cinica e sconclusionata, lei è di fatto pratica e propositiva ma usiamo tutt’e due lo stesso distacco quando si tratta di interpretare la realtà e di reggerne il peso, solo che io appaio arida e senza slanci e lei viene sempre giudicata acuta e passionale.
Forse non è una questione di apparenza, forse la mia non è una maschera di comodo, forse sul serio lascio le cose sospese e pretendo poi di ricompattarle con la volontà che, oltre tutto, mi manca. Rosati stava per morire, una mezz’ora fa, e non ho fatto niente di meglio che chiamare l’ambulanza: l’avrò salvato probabilmente ma è stato lui a imbeccarmi, a dirmi cosa fare. Che cosa mi aspettavo? Di vederlo morire sotto i miei occhi? Adele, almeno, se n’è andata nel sonno e mamma non ha avuto il tempo e il modo di piangere l’amica ormai morta, ma io, che non avevo motivo di commuovermi per uno sconosciuto, l’avrei lasciato al suo destino come quando si lascia passare un autobus troppo affollato?
Mi contraddico e vorrei non farlo, mi pongo domande e non voglio trovare risposte, mi sento come quel famoso bicchiere che scatena speranza o smarrimento nel ritenerlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Come il bicchiere che Rosati ha lasciato, che Rosati non ha bevuto: decido che tocca a me chiudere l’incidente, la circostanza di questa serata piovosa. Prendo il bicchiere e lo porto alle labbra: mamma mi guarda quasi con ammirazione, approvando il mio gesto che per metà è simbolico e per metà è occasionale. Mi osserva con la sagacia irriverente e beffarda che hanno le donne stanche di dover ricominciare sempre daccapo e mi chiede se le farò compagnia in cucina quando si preparerà la sua solita tisana. Le dico di sì e bevo l’acqua dal bicchiere di Rosati.
– Devi informarti in ospedale, per il tuo collega.
– Non ho chiesto quale fosse l’ospedale.
– Prova quello più vicino.
Mamma si alza, prende il bicchiere ormai vuoto e si avvìa in cucina. Cerco sull’elenco telefonico l’ospedale più vicino e mi dico che, in fondo, saprò tutto domani, in ufficio, dal dottor Zaccaria: saperlo adesso non farebbe crescere né il mio interesse né la mia indifferenza.
La vita è sempre più semplice di quel che sembra. Le cose sono sempre più sole e isolate. I sentimenti non hanno sempre bisogno di esprimersi, possono restare nascosti e non farsi scoprire. Avrei potuto dire tante altre parole ma non mi sono venute. Càpita.
Raggiungo mamma in cucina e le faccio compagnia mentre sorseggia la sua tisana. Non ho detto molto stasera. Non ho detto quello che forse Rosati si aspettava da me e non ho detto neppure come mi chiamo.

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3
Mar 10

Va tutto bene – Storie di ordinaria amministrazione

Ormai è sempre più palese come la dimensione tragica del nostro essere umani, un tempo vissuta nel privato o rilegata all’ambito dell’arte, si manifesti sempre più prepotentemente nella realtà di tutti i giorni. Ed è vero, anche, che è da molto tempo ormai che la realtà ha imparato a superare di gran lunga la fantasia. Per questa ragione, ho pensato di aprire una nuova rubrica di racconti ispirati alle notizie (non necessariamente di cronaca) che più mi colpiscono: Va tutto bene – Storie di Ordinaria Amministrazione.

Fiction? Non so, ma spero di no.

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2
Mar 10

Pasolini, Petrolio, l’Eni e… Dell’Utri

(di Giovanni Giovannetti su Il Primo Amore)

Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so…»).
Indagando sulla morte del presidente dell’Eni, un coraggioso giudice pavese – Vincenzo Calia – ha constatato la lucidità dello scrittore “corsaro” nel ricostruire in quel libro il degrado e la mostruosità italiana  e ha identificato il burattinaio principale in Eugenio Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Enrico Mattei era utopista e “statalista”. Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita, poiché omosessuale, bensì da sicari prezzolati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti.
Calia legge Petrolio, un titolo irresistibile per il magistrato, immerso nell’indagine sulla morte del presidente dell’Eni. Fatica però a reperire Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino): un libro pubblicato nel 1972 e subito sparito. Sparito anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze e di Roma. Il magistrato pavese non sa che una fotocopia di Questo è Cefis si può trovare al Gabinetto Viesseux di Firenze, tra le carte di Pasolini.
Ma la fortuna incontra Calia e così Calia incontra il libro, una domenica pomeriggio, su una bancarella in piazza della Vittoria a Pavia. Il magistrato può finalmente cogliere – ed è il primo a farlo – analogie e simmetrie tra il testo di Steimetz / Ragozzino e il romanzo incompiuto di Pasolini.
Di questo e di molto altro ancora si parla ne Il Petrolio delle stragi di Gianni D’Elia, un saggio-inchiesta pubblicato nel 2006 dalle edizioni Effigie, ora ripreso da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiarelettere, 2009), lo stesso titolo dato a uno dei capitoli dell’inchiesta di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro.
Il Petrolio delle stragi doveva uscire come postilla a L’eresia di Pasolini, dello stesso D’Elia, pubblicato con notevole successo nel 2005: un approfondimento monografico, dopo lo scalpore suscitato dalle poche righe sulla morte di Pasolini pubblicate nel primo libro; un modo per non disperdere le tante informazioni – anche informali – raccolte nel frattempo. Se ne ricava un ricco pamphlet, che ora – insieme a Profondo nero, al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna su “Micromega” n. 6/2005  e alle firme per la riapertura del processo raccolte dalla rivista “Il primo amore” – forse porterà ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista, poeta e polemista friulano.
Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, si è autoaccusato dell’omicidio. Recentemente Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo con Pasolini, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava… Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “fetuso”». Insomma, fu un agguato e forse Pelosi era solo un’esca. Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? forse sono gli stessi che hanno armato la mano degli assassini di Mattei e Mauro De Mauro.
La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema di potere stragista piduista e mafioso (lo stesso che nel 1962 ha eliminato Mattei, nel 1968 De Mauro e nel 1971 Pietro Scaglione) in movimento dalle bombe degli anni Settanta alla presa del potere con altri mezzi dei nostri giorni. La chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico tentacolare sta tutta in Petrolio, il profetico romanzo-verità, incompiuto e mutilato, di Pier Paolo Pasolini che viene massacrato non dal reo sconfesso Pino Pelosi, ma da «tre siciliani»; nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, e dunque ricattabile» (D’Elia, L’eresia di Pasolini, p. 98).
Lo «Stato nello Stato» e cioè l’antistato di Eugenio Cefis, Licio Gelli e Umberto Ortolani consegna infine il testimone alla monocrazia mediatica dell’affiliato Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816), che il 18 gennaio 1994 insieme a Marcello Dell’Utri (membro dell’Opus Dei e amico di Gaetano Cinà, esponente della famiglia mafiosa dei Malaspina, vicina al boss Stefano Bontade) fonda Forza Italia.
A sinistra il Pci sa, ma sta a guardare: il «partito dalle mani pulite» rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo “doppio” partecipa come tutti al banchetto Enimont, amministra le clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immortale e spesso immorale che oggi guida il Partito democratico.


Mi chiedo se sia il caso di interpretare la dichiarazione di Dell’Utri come un messaggio.

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28
Feb 10

Lietocolle: Concorso “Opera Prima 2010″

La casa editrice Lietocolle, importante realtà del mondo editoriale rivolto alla poesia, festeggia i suoi 25 anni di attività indicendo il concorso Opera Prima 2010, il quale sarà curato personalmente dall’Editore. Fra tutte le opere inviate, saranno selezionate due raccolte che verranno pubblicate gratuitamente entro l’anno 2011 ed inserite nella collana Opera Prima del catalogo LietoColle. Le pubblicazioni verranno distribuite e promosse attraverso i consueti canali della casa editrice.

Il concorso è aperto a tutti i poeti esordienti la cui età non superi i 35 anni e che non abbiano mai pubblicato precedentemente alcuna raccolta. Tutti coloro che vorranno partecipare al concorso, piuttosto che pagare la classica tassa giustificata come “spese di segreteria”, dovranno acquistare tre libriccini – a scelta dell’editore – per l’importo complessivo di euro 25 (di molto inferiore al loro valore reale) da versare sul ccp 72585532 intestato a LIETOCOLLE di Michelangelo Camelliti – C.P. 72 – 22020 PARE’ (Como).

Gli elaborati inediti – max 10 poesie – dovranno essere inviati in unico file formato Word alla mail info@lietocolle.com con oggetto “OPERA PRIMA 2010″. Nella mail di accompagnamento, o separatamente in allegato a questa, dovranno essere indicati i dati personali completi di indirizzo, una brevissima nota biografica, i riferimenti dell’avvenuto versamento postale di euro 25 per l’acquisto dei tre libriccini nonché la dichiarazione “Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi  della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003)”.

Il termine ultimo per l’invio: 30 luglio 2010. I risultati delle selezioni saranno resi noti con comunicazione diretta agli interessati e con notizia inserita sul sito www.lietocolle.com entro il 30 novembre 2010.

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28
Feb 10

Manifesto contro il razzismo in Italia

Quando nel 1989 a Villa Literno fu ucciso un giovane sudafricano, Jerry Masslo, più di un milione di persone manifestò contro questo crimine razzista rispondendo all’appello di partiti politici, sindacati e associazioni.

Vent’anni dopo, quando a Rosarno si è verificato una vera e propria cacciata contro gli africani, soltanto alcune centinaia di persone si sono riunite per manifestare il loro sdegno. Gli uomini politici, nel migliore dei casi, sono rimasti muti.

La società civile alla quale sentiamo di appartenere è stata la sconcertata testimone della progressione del razzismo in Italia. Per paura, per vergogna o per disorientamento siamo stati a lungo in silenzio. Ma ci assumiamo adesso tutte le nostre responsabilità per spiegare la gravità della situazione e condividere l’entusiasmo che ci anima nel tentativo di ridare all’Italia un volto fraterno.

Uomini pubblici o semplici cittadini, vogliamo dire in modo chiaro a tutti coloro che sono vittime del razzismo a causa del colore della loro pelle, della loro religione o delle loro origini, che non sono soli. A Jerry Masslo assassinato, ai rom schedati, agli africani di Rosarno perseguitati e a tutte le vittime anonime del razzismo diciamo: siete tutti nostri amici! Per loro, vogliamo semplicemente ma decisamente dire a tutti coloro che hanno intenzioni di aggressione razzista: non toccare il mio amico!

Gli italiani sono “gente normale”, a volte razzista, ed è ora che l’Italia guardi in faccia i suoi problemi di razzismo. Il razzismo non è una fatalità collegata meccanicamente alla crisi economica. Il razzismo non è nemmeno un problema riducibile alla questione dell’immigrazione, perché chiudere le frontiere non ha mai portato di per sé alla scomparsa dell’odio per l’Altro. La realtà deve essere considerata per quella che è: vivono ormai in Italia neri, arabi, rom, asiatici, latinoamericani, animisti o musulmani che malgrado siano spesso trattati da stranieri per via di leggi inique, sono italiani di fatto e di cuore.

In sintesi, il problema del razzismo in Italia va al di là del problema dell’immigrazione. E’ quindi in termini più ampi che deve ormai essere affrontato.

E su questo piano, al di là dei fatti di sangue, il quadro è cupo. Bisogna essere sordi per non sentire gli insulti razzisti urlati negli stadi contro gli atleti neri. Bisogna essere ciechi per non vedere le discriminazioni di cui sono vittime nella quotidianità gli stranieri e gli italiani di “origine straniera”. Nel mondo del lavoro, per affittare una casa o negli uffici amministrativi, devono troppo spesso subire diffidenza e umiliazione.

Questa situazione di ingiustizia è il frutto dell’assenza dello stato, del disfacimento della società civile, e dell’alleanza di fatto tra la Lega al Nord e le mafie al Sud che ha come scopo di strumentalizzare il razzismo per ragioni politiche per gli uni e economiche per gli altri. Ma il ricordo del fascismo e della Shoah ci insegna fin troppo chiaramente a cosa possono portare meccanismi di questo genere: non possiamo quindi restare a guardare senza opporci con tutte le nostre forze.

E’ per questo che :

- Non lasceremo assimilare il problema del razzismo alla questione dell’immigrazione, perché è un modo di giustificare tutte le violenze commesse impunemente contro gli stranieri e gli immigrati.

- Denunciamo con decisione le leggi relative all’immigrazione, uniche in Europa per il loro carattere xenofobo, che fanno di persone integrate nella società italiana dei veri paria.

- Richiamiamo tutti i cittadini, le associazioni, i sindacati e gli uomini politici alla vigilanza contro i discorsi razzisti.

- Facciamo appello a tutti i partiti rispettosi dei Diritti dell’Uomo perché respingano per principio ogni alleanza con la Lega Nord e con qualsiasi altra formazione razzista e xenofoba.

-Facciamo appello alla società civile e allo Stato perché lottino contro il razzismo e l’antisemitismo mobilitando l’educazione, il diritto e la cultura.

Il cammino verso una società liberata dal razzismo può sembrare lungo e difficile. Ma è impegnandoci oggi nella battaglia antirazzista che possiamo sperare per domani una società il cui motore sia la costante ricerca della convivenza.


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27
Feb 10

Caro Gloriagloom

(di Artur Scantini su Microcenturie)

Caro Gloriagloom,
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E’ così che sono sparito, ma in fondo non è stata una fuga vera. In questo momento sta calando piano il sole e le zanzare della notte danno il cambio a quelle del giorno. Anche i pensieri della notte danno il cambio a quelli del giorno, a quelli visibili nel campo, al sogno del trattore e delle semine. Ieri la luna sembrava una zuppiera di pop corn sul punto di debordare, ma tu piuttosto avresti detto che aveva l’osteoporosi.
Ti ricordi, io sapevo che non avrei mai fatto alcun tipo di carriera, tu invece dicevi che un giorno avrei diretto una struttura complessa di sette trattori. Eccomi qui, naturalmente non dirigo niente, e a volte mi sento inutile come un impianto di irrigazione nella foresta pluviale. Al posto del trattore ho una piccola motozappa arancione, va a gasolio, ed è piuttosto lei che dirige me. A me piace seguirne il solco, l’odore, spesso ci vengono dietro una decina di galline, cercano i loro grossi bachi nella terra rivoltata. Tutti insieme facciamo un bel corteo. “Sogni bagnati ci remano contro”, quel racconto che iniziavo e non finivo mai adesso lo chiamerei “cronache dal mondo inzuppo”, e naturalmente non lo finirei. Qui piove spesso e ormai non mi ubriaco più col vino o con la birra. Bevo la pelinka, il padre peppe, il nocino. Le droghe no, lo sai, le ho sempre rifiutate, ricordi quando dicevamo quanta tristezza un contadino che usa la cocaina, oppure un contadino in una chat room. A proposito di chat, come vedi, questa lettera la scrivo a mano perchè un po’ di tristezza, a pensarci, la fa anche un contadino che manda le mails.
Sono qui, e quando viene la sera a volte ti penso, mi vengono questi pensieri sconclusionati, sarà la solitudine, a volte mi viene da sorridere , mi metto a leggere sul divano. Qualche volta mi viene anche un poco di quella tristezza, ed è allora che magari bevo qualche bicchierino di quei liquori strani, come il kapriol , ti ricordi il kapriol?. Ricordi il vecchio sogno di fare il vino? I sogni ho imparato a ridimensionarli, non ancora ad abbandonarli. La vigna qui è piccola, non mi azzardo a vendemmiarla, non so se è pudore o pigrizia, e per ora faccio la birra. E’ divertente, se un giorno verrai a trovarmi sono sicuro che ti piacerà, farla e berla. E’ bello macinare i grani, misurare le temperature, è bello, specie la notte col silenzio sentirla fermentare, ricordi i discorsi sui fermenti, sul vivido, sul lavorio dei microrganismi, i cicli, la vita. E’ la vita che ci cresce accanto, la osservo tutti i giorni, tutte le settimane guardo i germogli. Mi piace perchè sono cicli e non rotatorie. Adesso riesco ad osservare anche questo mio isolamento, e so che finirà senza morire, si trasformerà in un’altra stagione e cosi via, fino a quando… Non è che ho voglia di raccontarti tutto, tutto quello che è successo, che ci faccio qui e perché sono sparito quel giorno. Soltanto lo osservo, come osservo gli innesti, che a volte prendono ed altre no, e le gemme in questa stagione, quelle che daranno frutto e quelle legno. Ricordi il vecchio discorso della voce bella delle ragazze irlandesi che fanno il pane in casa, osservo così.
Ad esempio stamane mi sono svegliato che la radiosveglia trasmetteva in una lingua incomprensibile. Era come se la sintonia stesse miscelando un notiziario di radio carinzia ed uno di radio reikiavic (ammesso che si scriva così). Ho avuto la precisa, certo non nuova, percezione di un’altra giornata che inizia ed io non ci capisco un cazzo. Ma poi ho sentito invece l’inizio di qualcosa, sentivo dabbasso il rumore che fa il gorgogliatore della birra e da qualche parte è nato il pensiero di scriverti.
Se fossimo sostanze disciolte tu saresti il litio, io probabilmente il berillio. Sono sempre stato contro la specializzazione, a volte mi sento come quei ragazzi che guardano il cielo con un telescopio giocattolo, pianto a terra salcini per aumentare la quantità di giallo-arancione di questo nostro mondo. Oggi è stata una giornata strana, con una luce a risparmio energetico, la terra era un po’ secca, come le mani quando fa freddo e ti verrebbe voglia di dargli la pomata. Sono passati due anni, anche di più, e sento che è il momento giusto.
Ieri ho sognato che chiedevo ad un girasole cosa ne pensa della luna. So che domani riprenderò a sognare di jazz e incontrerò Miles nei suoi giri allucinati in cerca di puttane, poi sognerò Lady Day senza denti. So che dopodomani farò il Vino del Mastro Birraio, perché sono sempre stato contro le specializzazioni e mi piace ancora essere un dilettante. Adesso so che presto ci rivedremo e ci faremo delle risate, parleremo delle trattorie con le pergole, del vino buono, sparleremo dei grandi ristoranti, di tutta quella finta eleganza e di quelli che scrivono terroir e surmaturo ed hanno sempre le unghie pulite.
A presto Gloriagloom, ti abbraccio forte e ti aspetto qui a primavera ormai inoltrata. Mi raccomando, porta l’ultimo disco che stai ascoltando. Se c’è una cosa che qui mi è mancata è stata la musica. Se c’è una cosa più triste di un contadino con la radiosveglia è un contadino senza lo stereo.

Sincerely A. Scantini

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