Travaglio docet


8
Mar 10

Giorgio Napolitano e l’insostenibile leggerezza della senilità

Si, perché dev’essere di questo che si tratta: senilità. Non riesco a trovare una spiegazione più plausibile alle giustificazioni che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha offerto ai cittadini per motivare l’ennesima concessione sottoforma di firma al Governo Berlusconi. Ha ragione Antonio Tabucchi quando afferma che nessuno obbliga Napolitano a fungere da garante della Costituzione Italiana presso il quirinale e che, a 80 anni suonati, sarebbe meglio che si ritirasse a vita privata.

È grave che per consentire al “principale partito politico” (e chi lo ha detto?) di partecipare alle elezioni regionali, si faccia un decreto ad-hoc all’ultimo minuto sotto minaccia, contravvenendo ad una legge costituzionale che vieta rigorosamente la possibilità di decretare in ambito elettorale. È grave anche che tale decreto, oltre ad essere ingiusto perché accorso in aiuto solo ora a discapito dei partiti distratti del passato, è ingiusto anche perché include alcune liste e non ne salva altre (in base a quale principio di priorità non ci è dato sapere). Ma la cosa più grave in assoluto è l’ennesimo precedente che tale decreto viene a costituire. Il rischio è che l’operazione interpretativa che oggi vorrebbe reintegrare alcune liste escluse da un difetto di forma (consegna delle stesse oltre i tempi prestabiliti) potrebbe essere utilizzata in futuro per questioni ben più delicate, magari decidendo chi può e chi non può partecipare alla prossima tornata elettorale nazionale.

È l’ennesima dimostrazione del modus operandi del partito del fare (come gli pare): le leggi non sono un limite a-priori, ma una giustificazione a-posteriore dei propri atti. Senza dimenticare il fatto che Mussolini esautorò il Parlamento non con le armi, ma a colpi di leggi.

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1
Mar 10

Italia 2010: 1992 per dieci

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Il ricavo netto della corruzione è decuplicato dai lontani anni di Tangentopoli, quando la corruzione era ancora uno scandalo. Tra l’essersi abituati ad essa, tanto da considerarla una manifestazione del costume nazionale, e l’averla – di fatto – istituzionalizzata a colpi di leggi e decreti correttivi, la corruzione sta infliggendo colpi sempre più bassi all’economia ed alla morale del nostro Paese, in cui ormai se ne parla con la stessa bassa retorica che si dedica al Terzo Mondo.

Nel suo Passaparola di oggi, Travaglio esamina la legge truffa che annulla, a tutti gli effetti, il risultato del referendum del 1993 che volle ridimensionati i finanziamenti pubblici ai partiti politici. Un argomento già mapiamente trattato in un articolo che mi ha visto come co-autore apparso qualche tempo fa su ByoBlu. Una bella ripassata non fa male a nessuno – escludendo il fegato, ovvio.

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23
Feb 10

Il caso Travaglio: giornalismo tra orgoglio e libertà

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Ho voluto aspettare il “botta e risposta” tra Marco Travaglio e Michele Santoro, prima di pubblicare il mio commento al consueto appuntamento del Lunedì di Passaparola.

Per chi non avesse visto la puntata di Annozero dello scorso giovedì, tutto è nato dalla “insolita” reazione di Travaglio ad alcune allusioni e accuse di Porro relative ad una supposta frequentazione del giornalista (sto parlando di Travaglio, ovviamente) di personalità in odor di mafia. Travaglio, sentendosi accusare per l’ennesima volta di questioni a lui estranee, è andato su tutte le furie.

Oltre a coloro che lo conoscono bene (almeno nelle vesti pubbliche), anche Travaglio stesso deve essersi stupefatto dinanzi una sua propria reazione che probabimente non aveva previsto. Così scrive una lettera pubblica a Santoro che a me è parsa una giustificazione assolutamente pertinente del suo comportamento. Giustificazione che cerca le scuse, ma non le offre. E questo, sinceramente, un po’ mi è dispiaciuto.

La risposta di Santoro l’ho letta con estrema attenzione e, a mio avviso, continene insegnamenti molto importanti di un uomo per cui sono molto più importanti i perché che i come. E dalla controrisposta di Travaglio non mi pare si possa evincere che quest’ultimo abbia colto appieno i “messaggi” di Santoro, forse perché troppo concentrato su se stesso e poco sulla “causa” .

Per quanto mi riguarda, personalmente suggerirei a Marco Travaglio di rileggere attentamente la lettera di Santoro, soprattuto la parte in cui dice

“Cavalieri senza macchia e senza paura che vogliono segnare a tutti i costi una differenza dal resto del mondo, che mettono la loro purezza e il senso dell’onore prima della libertà: la legge e le regole prima della libertà, la verità prima della libertà. Mentre leggi e sentenze sono solo lo strumento essenziale per l’ordinato funzionamento della società”.

Caro Marco, il pubblico crede non solo in ciò che può ma anche – e soprattutto – in ciò che vuole. Ad un attacco personale, rispondi dicendo che non è il tema in questione e che per eventuali chiarimenti ti sei già aspresso a riguardo. Poi, chi avrà orecchi per intendere intenderà.

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15
Feb 10

Rotoleranno teste? Sono aperte le scommesse

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La “catena dei favori” – non quella virtuosa e a fin di bene del famoso film – che caratterizza il tessuto sociale italiano ha tanti pregi e qualche difetto. Il più grosso è proprio quello di essere una catena: rotta una maglia, tutti gli altri anelli si incrinano e il giocattolo si sfascia.

Almeno, questo è ciò che si sperò accadesse ai tempi di Manipulite nel lontano ‘92. Ad oggi, possiamo dire senza il timore di azzardare ipotesi fantasiose, che la catena che tutti speravano si rompesse in realtà resistette più di quanto ci si aspettasse (per vari, varissimi motivi) e, abbandonate le maglie ormai inutilizzabili, ne acquisì di nuove, fino ad allungarsi a noi, ai nostri giorni. Da qualche annetto a questa parte, infatti, questa catena è riemersa con qualche maglia qui e lì in separate “congetture giudiziarie” dei soliti magistrati antropologicamente diversi; maglie che sembravano non avere nulla a che vedere l’una con l’altra ma che erano invece parte della medesima e lunghissima catena che dai favori è passata ai ricatti.

La faccenda di Bertolaso, degli appalti, dei conflitti di interessi, della Protezione Civile SpA e delle leggine ad-hoc (segreti di Stato, ristretto accesso alle informazioni, diritto di priorità) ha fatto emergere del gran marcio di cui fino ad ora se ne poteva sentire solo la puzza. Scoppierà il tappo indicato da Mieli ad Annozero? Rotoleranno teste? Le scommesse sono aperte.

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8
Feb 10

Caro Marco, mi hai deluso

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Mi hai deluso perché per trentanove minuti e venti secondi hai parlato delle ultime dichiarazioni di Ciancimino, hai ricostruito per l’ennesima volta il percorso che lega la mafia alla politica nelle persone di Dell’Utri e Berlusconi, hai riassunto ancora una volta la vita processuale del Presidente del Consiglio passo dopo passo, hai fatto i tuoi conti e tirto le tue somme – giustissime, per carità! – rispetto alla situazione della magistratura ed al ricatto a cui viene ripetutamente sottomessa dagli organi legislativi del nostro Paese.

Ma non hai speso una solo parola per la vicenda Di Pietro – De Luca. Non un solo commento sull’eclatante fallimento dell’unico partito che sembrava riuscire a farci sperare. Non un battito di ciglia sul boato che questo enorme fracasso dell’IDV ha provocato con le sue recenti “scelte politiche” (o scelte obbligate?). Leggendo i tuoi articoli, mi è sembrato che tu stia ancora in un limbo decisionale, come se dovessi ancora capire bene quello che è successo. O, forse, stai solo cercando ancora le parole giuste per dirlo. Spero che tu riesca a fartene una idea – mentre io cerco di farmene una ragione – da farmi ascoltare o leggere la prossima settimana.

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1
Feb 10

L’immunigiribirizzazzione ed altre storie

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Il covo di Riina non viene perquisito, ma non fa niente. Ciancimino jr. afferma che Provenzano abbia vissuto la sua intera latitanza a Corleone sotto la protezione di una parte “deviata” dell’arma dei Carabinieri, ma Mario Chiesa non si tocca. Abu Omar viene sequestrato, portato in Egitto e torturato, ma Pollari & C. hanno il segreto di Stato dalla loro parte. Gli spioni di Telecom, invece, hanno interessanti “reportage” dalla loro per non farsi processare. Berlusconi… ecchettelodicoafare.

È tutta una catena: di favori, di ricatti, di scambio di posizioni di occupare. Qualche poltrona sempre vuota per le new entry dell’ultim’ora che proprio non sono riusciti a scamparsi un’accusa o un processo e si fanno immunoparlamentarizzare. Se stai pensando che esiste l’altra metà della politica che bilancia la situazione, o ti stai sbagliando oppure ci sono tre metà. Il PD, soffocato dai suoi complessi di inferiorità, ha infatti deciso di candidare alla presidenza della Campania Vincenzo De Luca, plurimputato per corruzione e associazione a delinquere. Un classico, insomma. Se ci fossero i pop corn sembrerebbe un film.

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25
Jan 10

Il processo breve si fa ancora più breve

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Il controverso processo breve, se verrà approvato alla Camera dei Deputati, rischia di diventare brevissimo. Alcune piccole grandi modifiche sono state apportate al disegno iniziale, ovviamente peggiorando la situazione: dopo aver accorciato i tempi di scadenza del processo, sono stati accorciati anche i tempi del decorso delle sue fasi. Dal termine delle indagini, secondo un emendamento aggiunto alla leggiucchia, il PM ha tre mesi di tempo per depositare gli atti e rinviare a giudizio il futuro imputato, prima che parta il conto alla rovescia della scadenza dei termini processuali. Cosa praticamente impossibile, soprattutto se vi è più di una indagine in corso, cioè più di un imputato. Così, dice Marco Travaglio

“se sono passati tre anni dalla richiesta di rinvio a giudizio e non è ancora stata pronunciata la sentenza di primo grado, questi processi muoiono, si estinguono, quindi sono già estinti i processi a Berlusconi, perché? Perché il processo Mills e il processo Mediaset sono iniziati con la richiesta di rinvio a giudizio da più di tre anni e quindi sono morti e sepolti, cancellati. Insieme a quelli rischiano di essere già morti o di morire presto anche i processi per l’aggiotaggio delle banche, come nel caso Parmalat, il processo Cirio, i processi per lo spionaggio della Telecom e della Pirelli, i processi per le scalate bancarie dell’Antonveneta e della BNL, i processi per lo scandalo della monnezza, dei rifiuti in Campania, quello a carico dell’Impregilo e di Bassolino, i processi per grandi mazzette come quelli di Enipower e Enelpower, che andranno addirittura restituite, visto che sono state nel frattempo sequestrate. I processi per la vendita di derivati, ossia di prodotti tossici, a alto rischio ai comuni e agli enti locali, che stanno devastando, sono una cancrena che sta devastando le casse di molti enti locali, si parla perfino di possibile estinzione del processo per la strage di Viareggio, la strage alla stazione di Viareggio, quell’esplosione gigantesca e poi si parla di altri processi ancora, anche l’omicidio colposo plurimo – me l’ero dimenticato – tra quelli puniti con pene sotto ai dieci anni è compreso in questa tagliola del processo brevissimo.”

Di fatto, dunque, ci troviamo dinanzi ad una vera e propria amnistia, generalizzata non solo alle persone fisiche, ma anche alle società e ai pubblici amministratori e politici che hanno danneggiato lo Stato, tutto grazie ad un secondo codicillo aggiunto all’ultimo momento dal legislatore smemorato.

Sono in molti a credere che questa del processo breve sia solo un’arma ricattatoria attraverso cui Berlusconi ed i berluscones stanno praticamente dicendo: o mi tirate fuori dai guai o mi ci tiro da solo e mi porto dietro tutti. D’altronde, gli stessi Alfano, Lupi e tanti altri lo hanno esplicitamente affermato, sostenendo in svariati salotti politici che: si, la norma è per consentire a Berlusconi di svolgere il proprio mandato (questo dal loro punto di vista). Ora, ciò che viene suggerito da Travaglio mi pare un’idea: non cedere al ricatto (cosa che invece con molta probabilità accadrà, visto che Casini lo ha esplicitamente suggerito ad un Ballarò di qualche settimana fa) in modo tale che la confusione derivante da questa deregulation danneggi l’immagine del “Presidente 78%”. Non so, però, fino a che punto convenga tutto ciò, visto che assieme all’immagine del Presidente andranno in rovina molte altre realtà che attendono giustizia da svariati anni. Staremo a vedere.

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12
Jan 10

Craxi sta ad una via di Milano, come Berlusconi sta al Quirinale

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Tutte le cose, anche le più bizzarre ed oscure, hanno un perchè. Nascono per uno o più motivi ben precisi, anche quando sembra non ve ne sia alcuno, nel qual caso è molto probabile che il motivo non lo si veda perchè non lo si conosce. Detto ciò, la domanda è: dove vogliono andare a parare con la tanto attesa commemorazione bipartisan del decennale della morte di Craxi? Se la domanda nasce spontanea, la risposta bisogna forzarla un po’. La targa che dedicherà un luogo ancora non meglio precisato della città di Milano a Craxi può avere molteplici valori, soprattutto simbolici.

Potrebbe rappresentare l’effigie d’orata a sugello di una nuova era culturale italiana che, se fino a ieri apparteneva al (mal)costume, da domani rischia di far parte della morale: sto parlando del favoritismo, del baronismo, dell’inciucio, della corruzione. Una standardizzazione di un’attitudine che fino a 15 anni fa si riusciva ancora a punire per legge, e che un passo alla volta si sta trasformando in regola da rispettare.

Letizia Moratti, il sindaco della città in questione, ha detto che la commemorazione di Craxi serve a portare unità. Parole, a mio avviso, più che preoccupanti, vista la già evidente vicinanza delle parti politiche. Probabilmente il sindaco auspica una specie di siamismo politico.

Oppure potrebbe simbolicamente rappresentare un favore, una raffinata gentilezza più che ad una parte politica, a personaggi (della politica e non) che con i tempi che corrono le previsioni indicano come potenzialmente pericolosi (per alcuni, si intende). Ricordiamoci che si è passati dalla demonizzazione di Craxi, scansato dal Nostro come la peste, alla sua idolatria qualche anno più tardi: il “grande statista” era già morto da un pezzo quando su Canale 5 passò il suo scandaloso documentario a cui mancavano alcuni pezzi (quelli più importanti, ovvio). Fino a giungere ai giorni nostri, dove gli si vuole dedicare una via di Milano.

Chissà, forse tutto quanto sarà anche dovuto al fatto che in questo Paese anche i morti potrebbero avere qualcosa da dire.

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4
Jan 10

Come si suol dire: oltre Alfano, i Letta

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E sì, proprio così. Perchè, come in altre occasioni ho avuto modo di affermare, Silvio Berlusconi non è la causa ma la conseguenza della marcescenza del nostro Paese sotto diversi punti di vista. Tanti si chiedono basiti “ma come è potuto accadere?”; “come fa uno nelle sue condizioni a fare il Presidente del Consiglio?”; “ma come si fa a negare le evidenti nefandezze che architettano a turno ormai da lungo tempo?”. La risposta a questa domanda è una ed è molto semplice: inciucio, altrimenti detto “accordo bipartisan” o, in maniera meno tecnica, “dialogo delle parti”. Ecco, ogni volta che sentiamo pronunciare questi tre eufemismi dobbiamo preoccuparci seriamente, perchè vuol dire che qualcosa bolle in pentola.

A volte – e lo dico in tono assolutamente non sarcastico – osservo in torno e dico: povero Berlusconi, capro espiatorio di una classe politica marcia fin dalle radici che orchestra le più impensabili e oscene malefatte mentre il popolo osanna o mette alla gogna a fasi alterne il capetto di turno. Con questo non voglio dire che Berlusconi sia un santo. Ormai anche i san pietrini della via Appia sanno per filo e per segno tutti i pesanti capi d’accusa che pendono sulla sua testa come mille spade di Damocle. È pur vero, però, che chi Berlusconi lì lo ha messo (e questi non sono certamente i cittadini, nonstante la crocetta a matita ogni cinque anni se tutto va bene) non può certo essere da meno. E tra questi “coloro” sono compresi anche quelli dell’attuale opposizione.

Certo, Berlusconi ha Ghedini che legifera a piè sospinto ogni volta che il kapò… ops, volevo dire il Capo del Governo cade in qualche “trappola giudiziaria” di quei comunisti antropologicamente diversi dei magistrati. Chiaro, c’è Alfano che è pronto a mettere la firma su qualsiasi Lodo salva-Cavaliere più che il Presidente della Repubblica. Però, tra una caduta e l’altra, il governo è riuscito anche ad avere una sporadica alternanza politica. Fermi: se c’è qualcuno che sta per tirare un sospiro di sollievo lo trattenga, perchè dell’alternanza non si è accorto nessuno. D’Alema dice che vuole la lista degli inciuci fatti lungo tutto l’arco della Seconda Repubblica; si vede che la sua copia l’ha perduta ed ora non riesce a portare il conto delle rivendicazioni che gli spettano.

Non riesco a trattenere la grassa risata con la quale cerco di coprire una bestemmia ogni volta che penso che Veltroni ha aspettato una dozzina d’anni per poi perdere le elezioni e il posto come segretario del PD prima di riuscire a proporre una legge sul conflitto di interessi, prontamente cestinata o forse mai esistita davvero. Non riesco a non sgranare gli occhi di fronte all’assoluto silenzio-assenso dell’opposizione a seguito della dichiarazione del Sindaco di Milano di voler intestare una Via o una Piazza nientepopòdimenoche a Bettino Craxi. Non riesco a non provare sconforto quando penso che Luciano Violante ha impiegato 17 anni per ricordarsi di un incontro con Vito Ciancimino a cui poi si rifiutò di presenziare ai tempi in cui era presidente della commissione antimafia. Potrei andare avanti per ore, per pagine e non avrei finito prima di stancarmi. Allora, emblematicamente, ricordo i Letta: zio e nipote che familiarmente si affrontano con quotidianeità sul campo politico nel massimo rispetto, tipico di una liberal-democrazia. Gianni e Enrico: l’apoteosi del dialogo delle parti.

E poi ci si chiede come sia possibile?

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7
Dec 09

C’era una volta a Milano Bontade, Dell’Utri e Berlusconi…

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Il 99% dei media che hanno dato la notizia delle dichiarazioni di Spatuzza (o, per lo meno, che ci hanno provato) hanno gridato allo scandalo. Il direttore più indipendente del mondo del giornalismo (nel senso che volontariamente si rimette alle dipendenze altrui) Feltri, dalle pagine del suo Il Giornale (buono per incartare i totani al mercato del pesce) ha impegnato tutte le sue energie intellettive (non sono sicuro di aver utilizzato il termine esatto) per dare una sua versione lombrosiana e inconfutabile della non colpevolezza di Berlusconi. Il leit motif era: ma un uomo con una faccia così (fotografia con 1000 euro di fard sulla faccia del Premier) può mai aver ordinato l’uccisione dei magistrati nel 1992-1993? Ma un uomo con una faccia così può aver qualcosa a che vedere con questi buzzurri mafiosi con coppola e lupara? Domande retoriche per lettori cerebrolesi che hanno bisogno di qualcuno che risponda al loro posto. Poi c’è stato Sergio Romano che dalle colonne del Corriere della Sera, il giornale così sopra le parti da essere in un’altra dimensione, ha fatto eco alle parole di Feltri senza l’elemento lombrosiano della teoria, limitandosi a dire solo che è impossibile che quanto dichiarato da Spatuzza sia vero. E bravo Romano! Questa si che la accoglierebbero come prova in un eventuale processo che il Presidente del Consiglio farà in modo che non avvenga mai. Ne hanno dette di tutti i colori: un tentativo di confondere le carte in tavola, di depistare, di far cadere il governo. Insomma: dichiarazioni a orologeria. A orologeria? Ma questa gente che si sorprende e grida allo scandalo bisogna che ci faccia capire bene se ci fa o ci è, e soprattutto se vivono nella nostra stessa dimensione spazio-temporale. Perchè se di orologeria si parla, bisogna portare indietro le lancette al 1996 e, più precisamente, alle dichiarazioni di Francesco Di Carlo e il suo racconto dell’incontro avvenuto a Milano nei primi anni ‘70 tra Silvio Berlusconi, Marcello DellUtri e Stefano Bontade, allora capomafia. Per chi fosse pigro e non riuscisse per questioni di microcefalia a coordinare così tante informazioni, può fare riferimento a qualcosa di più fresco: la sentenza del 2004 in primo grado che accusa Marcello Dell’Utri di concorso esterno in associazione mafiosa. Tutta questa gente, che riempie le redazioni dei giornali per meriti non meglio specificati, ha abbandonato l’azione del pensare a vantaggio di quella dello scrivere da così tanto tempo che si è diseducata alla prima. Poi, a forza di fare foto ai trans ed ai cazzi eretti in prossimità di labbra botuliniche di turno, devono aver proprio perso il senso della realtà, oltre che la dignità. Se a questo si aggiunge il fatto che, oltre a scrivere eclatanti boiate, se le leggono a vicenda, ecco che il cerchio si chiude. Alla fine, poverini, lo fanno in buona fede, perchè credono davvero in ciò che scrivono e di conseguenza in ciò che leggono. Un cane che si morde la coda, ma che dovrebbe azzannarsi alla gola.

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