Archives for category: Travaglio docet

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Tutte le cose, anche le più bizzarre ed oscure, hanno un perchè. Nascono per uno o più motivi ben precisi, anche quando sembra non ve ne sia alcuno, nel qual caso è molto probabile che il motivo non lo si veda perchè non lo si conosce. Detto ciò, la domanda è: dove vogliono andare a parare con la tanto attesa commemorazione bipartisan del decennale della morte di Craxi? Se la domanda nasce spontanea, la risposta bisogna forzarla un po’. La targa che dedicherà un luogo ancora non meglio precisato della città di Milano a Craxi può avere molteplici valori, soprattutto simbolici.

Potrebbe rappresentare l’effigie d’orata a sugello di una nuova era culturale italiana che, se fino a ieri apparteneva al (mal)costume, da domani rischia di far parte della morale: sto parlando del favoritismo, del baronismo, dell’inciucio, della corruzione. Una standardizzazione di un’attitudine che fino a 15 anni fa si riusciva ancora a punire per legge, e che un passo alla volta si sta trasformando in regola da rispettare.

Letizia Moratti, il sindaco della città in questione, ha detto che la commemorazione di Craxi serve a portare unità. Parole, a mio avviso, più che preoccupanti, vista la già evidente vicinanza delle parti politiche. Probabilmente il sindaco auspica una specie di siamismo politico.

Oppure potrebbe simbolicamente rappresentare un favore, una raffinata gentilezza più che ad una parte politica, a personaggi (della politica e non) che con i tempi che corrono le previsioni indicano come potenzialmente pericolosi (per alcuni, si intende). Ricordiamoci che si è passati dalla demonizzazione di Craxi, scansato dal Nostro come la peste, alla sua idolatria qualche anno più tardi: il “grande statista” era già morto da un pezzo quando su Canale 5 passò il suo scandaloso documentario a cui mancavano alcuni pezzi (quelli più importanti, ovvio). Fino a giungere ai giorni nostri, dove gli si vuole dedicare una via di Milano.

Chissà, forse tutto quanto sarà anche dovuto al fatto che in questo Paese anche i morti potrebbero avere qualcosa da dire.

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E sì, proprio così. Perchè, come in altre occasioni ho avuto modo di affermare, Silvio Berlusconi non è la causa ma la conseguenza della marcescenza del nostro Paese sotto diversi punti di vista. Tanti si chiedono basiti “ma come è potuto accadere?”; “come fa uno nelle sue condizioni a fare il Presidente del Consiglio?”; “ma come si fa a negare le evidenti nefandezze che architettano a turno ormai da lungo tempo?”. La risposta a questa domanda è una ed è molto semplice: inciucio, altrimenti detto “accordo bipartisan” o, in maniera meno tecnica, “dialogo delle parti”. Ecco, ogni volta che sentiamo pronunciare questi tre eufemismi dobbiamo preoccuparci seriamente, perchè vuol dire che qualcosa bolle in pentola.

A volte – e lo dico in tono assolutamente non sarcastico – osservo in torno e dico: povero Berlusconi, capro espiatorio di una classe politica marcia fin dalle radici che orchestra le più impensabili e oscene malefatte mentre il popolo osanna o mette alla gogna a fasi alterne il capetto di turno. Con questo non voglio dire che Berlusconi sia un santo. Ormai anche i san pietrini della via Appia sanno per filo e per segno tutti i pesanti capi d’accusa che pendono sulla sua testa come mille spade di Damocle. È pur vero, però, che chi Berlusconi lì lo ha messo (e questi non sono certamente i cittadini, nonstante la crocetta a matita ogni cinque anni se tutto va bene) non può certo essere da meno. E tra questi “coloro” sono compresi anche quelli dell’attuale opposizione.

Certo, Berlusconi ha Ghedini che legifera a piè sospinto ogni volta che il kapò… ops, volevo dire il Capo del Governo cade in qualche “trappola giudiziaria” di quei comunisti antropologicamente diversi dei magistrati. Chiaro, c’è Alfano che è pronto a mettere la firma su qualsiasi Lodo salva-Cavaliere più che il Presidente della Repubblica. Però, tra una caduta e l’altra, il governo è riuscito anche ad avere una sporadica alternanza politica. Fermi: se c’è qualcuno che sta per tirare un sospiro di sollievo lo trattenga, perchè dell’alternanza non si è accorto nessuno. D’Alema dice che vuole la lista degli inciuci fatti lungo tutto l’arco della Seconda Repubblica; si vede che la sua copia l’ha perduta ed ora non riesce a portare il conto delle rivendicazioni che gli spettano.

Non riesco a trattenere la grassa risata con la quale cerco di coprire una bestemmia ogni volta che penso che Veltroni ha aspettato una dozzina d’anni per poi perdere le elezioni e il posto come segretario del PD prima di riuscire a proporre una legge sul conflitto di interessi, prontamente cestinata o forse mai esistita davvero. Non riesco a non sgranare gli occhi di fronte all’assoluto silenzio-assenso dell’opposizione a seguito della dichiarazione del Sindaco di Milano di voler intestare una Via o una Piazza nientepopòdimenoche a Bettino Craxi. Non riesco a non provare sconforto quando penso che Luciano Violante ha impiegato 17 anni per ricordarsi di un incontro con Vito Ciancimino a cui poi si rifiutò di presenziare ai tempi in cui era presidente della commissione antimafia. Potrei andare avanti per ore, per pagine e non avrei finito prima di stancarmi. Allora, emblematicamente, ricordo i Letta: zio e nipote che familiarmente si affrontano con quotidianeità sul campo politico nel massimo rispetto, tipico di una liberal-democrazia. Gianni e Enrico: l’apoteosi del dialogo delle parti.

E poi ci si chiede come sia possibile?

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Il 99% dei media che hanno dato la notizia delle dichiarazioni di Spatuzza (o, per lo meno, che ci hanno provato) hanno gridato allo scandalo. Il direttore più indipendente del mondo del giornalismo (nel senso che volontariamente si rimette alle dipendenze altrui) Feltri, dalle pagine del suo Il Giornale (buono per incartare i totani al mercato del pesce) ha impegnato tutte le sue energie intellettive (non sono sicuro di aver utilizzato il termine esatto) per dare una sua versione lombrosiana e inconfutabile della non colpevolezza di Berlusconi. Il leit motif era: ma un uomo con una faccia così (fotografia con 1000 euro di fard sulla faccia del Premier) può mai aver ordinato l’uccisione dei magistrati nel 1992-1993? Ma un uomo con una faccia così può aver qualcosa a che vedere con questi buzzurri mafiosi con coppola e lupara? Domande retoriche per lettori cerebrolesi che hanno bisogno di qualcuno che risponda al loro posto. Poi c’è stato Sergio Romano che dalle colonne del Corriere della Sera, il giornale così sopra le parti da essere in un’altra dimensione, ha fatto eco alle parole di Feltri senza l’elemento lombrosiano della teoria, limitandosi a dire solo che è impossibile che quanto dichiarato da Spatuzza sia vero. E bravo Romano! Questa si che la accoglierebbero come prova in un eventuale processo che il Presidente del Consiglio farà in modo che non avvenga mai. Ne hanno dette di tutti i colori: un tentativo di confondere le carte in tavola, di depistare, di far cadere il governo. Insomma: dichiarazioni a orologeria. A orologeria? Ma questa gente che si sorprende e grida allo scandalo bisogna che ci faccia capire bene se ci fa o ci è, e soprattutto se vivono nella nostra stessa dimensione spazio-temporale. Perchè se di orologeria si parla, bisogna portare indietro le lancette al 1996 e, più precisamente, alle dichiarazioni di Francesco Di Carlo e il suo racconto dell’incontro avvenuto a Milano nei primi anni ’70 tra Silvio Berlusconi, Marcello DellUtri e Stefano Bontade, allora capomafia. Per chi fosse pigro e non riuscisse per questioni di microcefalia a coordinare così tante informazioni, può fare riferimento a qualcosa di più fresco: la sentenza del 2004 in primo grado che accusa Marcello Dell’Utri di concorso esterno in associazione mafiosa. Tutta questa gente, che riempie le redazioni dei giornali per meriti non meglio specificati, ha abbandonato l’azione del pensare a vantaggio di quella dello scrivere da così tanto tempo che si è diseducata alla prima. Poi, a forza di fare foto ai trans ed ai cazzi eretti in prossimità di labbra botuliniche di turno, devono aver proprio perso il senso della realtà, oltre che la dignità. Se a questo si aggiunge il fatto che, oltre a scrivere eclatanti boiate, se le leggono a vicenda, ecco che il cerchio si chiude. Alla fine, poverini, lo fanno in buona fede, perchè credono davvero in ciò che scrivono e di conseguenza in ciò che leggono. Un cane che si morde la coda, ma che dovrebbe azzannarsi alla gola.

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Se c’è, tra i mille in cui quotidianamente viviamo, un paradosso su cui dovremmo sorvolare è proprio il rivolgerci alla Mafia per combattere la Mafia. Ma non nel modo in cui ci si è rivolti alla Mafia sin dai tempi di Andreotti, istituzionalmente, ma cercando di non ghettizzare i cosiddetti “pentiti” che, già per il fatto stesso di essere tali, non se la passano poi così bene.

Con questo non sto certamente cercando di smuovere i cuori di alcuno, perchè la situazione in cui i pentiti si trovano è il minimo che possano meritare. È anche vero, però, che le subdole trame tessute durante due repubbliche non possono avere migliori narratori. Abbandonerei anche l’atteggiamento “lombrosiano” di Feltri, il quale ha manifestato in un suo editoriale il suo potere di giudicare l’appartenenza di un individuo ad una organizzazione criminale dalla fisionomia del suo viso. Se davvero funzionasse così, non sono così sicuro che uno con la faccia di Feltri possa appartenere all’organizzazione dei giornalisti.

Alla fine, se abbiamo Berlusconi come Premier, Dell’Utri come Parlamentare, Schifani come Presidente del Senato e Letta ancora iscritto all’albo degli avvocati, possiamo fare uno sforzo e cercare di avere un po’ di fiducia in chi sa cose che noi umani non potremmo nemmeno immaginare. Poi, è ovvio, ciò che deve accompagnare qualsiasi giudizio è e rimane sempre e comunque il riscontro.


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La maggioranza sta terminando la messa a punto dell’ultima porcata: la legge del processo morto. Forte del passato appoggio alle precedenti porcate da parte del Presidente della Repubblica, nemmeno si pongono il problema dell’incostituzionalità: sicuramente non incontreranno ostacoli e tutto filerà liscio, prima con la fiducia e poi con la firma di Napolitano, soprattutto dopo la ramanzina di Vespiana memoria che il Premier fece al Capo dello Stato per il risultato negativo che il Lodo Alfano ottenne al giudizio della Commissione Costituzionale.

Se è vero, come sembra che sia, che la legge sul processo breve non incontrerà ostacoli, sarà davvero una svolta nella giustizia italiana: se fin’ora ci si è preoccupati che la legge fosse uguale per tutti, dopo la legge-porcata verrà approvata, bisognerà iniziare ad assicurarsi che la legge non sia uguale per troppi. Una questione che la maggioranza (e non solo, vedi Casini) sta utilizzando come arma ricattatoria. Ormai lo dicono senza timore e peli sulla lingua: se non volete che la stragrande maggioranza dei processi in atto venga mandata a puttane, fate in modo di mandare a puttane solo quelli del Premer (che di puttane se ne intende).

Un timore che preoccupa l’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, il quale – dalle colonne di Repubblica – fa sapere che

“Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”. Ciampi non nomina Napolitano, ma fa un riferimento implicito a Francesco Saverio Borrelli: “Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti”.

Insomma, come dire: Napolitano, non firmerai mica anche questa? Ha ragione Berlusconi: maledetti comunisti.