Category Archives: Saggi

La merce, il desiderio

 

(in risposta ad un post di Alessandra Pigliaru su Filosofipercaso)

Se nasciamo da una escrescenza del tempo, ognuno di noi sa cos’è il vuoto.

Quando la dimensione sociale ha assimilato quella individuale, ciò ci ha lasciato capaci di percepirne il sintomo, rendendoci incapaci di risalire alla causa. L’iper-razionalità ci impedisce di arrenderci ad essa.

Il capitalismo è la sublimazione del mondo animale: mangiare per non essere mangiati. Si compra per leggittima difesa. Il sistema ci fagocita e allo stesso tempo ci serve degli strumenti necessari per fagocitarlo: il denaro. Tutto si tiene in piedi in un equilibrismo perfetto e instabile.

Il fagocitare sembra essere l’unico strumento rimasto all’uomo per autodeterminarsi e non essere fagocitato nell’indistinzione. La merce è l’oppio dei popoli, direbbe un Marx del 2010.

Oggi la merce, domani il web, in futuro chissà: tutti strumenti in grado di giustificare noi a noi stessi. Ciò che prima non ci si chiedeva (perché non se ne aveva coscienza) e poi si è giustificato con la religione, oggi lo si giustifica con la merce. Ci spieghiamo il nostro sfruttarci con il nostro acquistarci.

Il capitale umano è una condizione orribile senza valore aggiunto.

Moriremo tutti. Moriremo vuoti.

Ripensare l’Uomo

(di Luigi Bosco su Filosofipercaso)

Tutta colpa del pollice opponibile

Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: controllo.

Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un elemento del tutto al vedere il tutto come insieme di elementi a sua disposizione. Iniziò a modificare il corso naturale degli eventi attraverso l’utilizzo dei suoi artifici sempre più “ingombranti” e il mondo divenne una sua appendice: nacque la scienza, la tecnica e la tecnologia. L’esigenza di comunicare spinse l’uomo a costruirsi un sistema fatto di simboli e significati attraverso cui scambiare messaggi e informazione: nacque il linguaggio, in tutte le sue accezioni.

La maggiore facilità con cui l’uomo riuscì a mantenersi in vita generò un “disavanzo” di tempo che egli iniziò a dedicare all’esercizio del pensiero. Con il pensiero, l’uomo passò dall’essere un “ente posto in” al sentirsi una “identità posta su” un sistema di esistenze. Fu così che l’uomo trovò se stesso perdendo la testa.

Allora iniziò il mondo così come lo conosciamo. L’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, conobbe il potere della proiezione degli eventi: nacquero lo spazio e il tempo. Passò dal sopravvivere al vivere, al vivere meglio, al vivere sempre meglio: nacque il progresso, e il presente sostò all’ombra del futuro, e il passato fu un baule pieno di ricordi da dimenticare, da rimestare con la svogliata nostalgia di quella parte di se stessi che si è appena perduta mentre si stava guardando avanti.

Fu così che l’uomo iniziò ad antropomorficizzare la realtà: impegnato com’era a vivere, dimenticò la morte, mentre il presente si deformava in una orribile smorfia schiacciato dal peso di un futuro – tempo infinito e inesistente – che avrebbe avuto il compito di farlo sorridere, un giorno.

L’evoluzione del pensiero dell’uomo andò di pari passo con quella della sua cono-scienza: quanto più la realtà veniva identificata, tanto più il pensiero astraeva da essa, fino a spingersi oltre i confini dell’ignoto, allargando sempre più il tessuto della trascendenza.

Tanti furono i “mondi” prima esplorati e poi partoriti dalla mente dell’uomo: la Scienza e la Filosofia, Dio e la religione, la Natura e la Tecnica. Ma tutte queste esplorazioni e questi parti nacquero dai due più grandi aborti del genere umano, che tutt’ora sopravvivono al grembo che li accolse: l’Identità e la Libertà.


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L’identità

Ogni esistenza si differenzia non in termini quantitativi, né in termini qualitativi. Piuttosto, la differenza è in termini di presenza a se stessa. Una pietra non esiste né più né meno che un gatto. Un albero non esiste né meglio né peggio di un uomo. Ciò che fa la differenza è quello che viene comunemente definito come coscienza. Meglio ancora se si parla di coscienza di coscienza, ovvero la capacità di una esistenza di essere presente a se stessa. La coscienza di coscienza, nei termini in cui a noi è conosciuta, è una caratteristica precipua dell’essere umano. Lasciamo, quindi, stare pietre alberi e gatti.

Come dicevamo, l’uomo non è solo cosciente, ma è anche cosciente di essere cosciente. Questo determina i confini di quella che noi conosciamo come Identità, che ci regala la nostra unità separandoci da tutto il resto. Tale “separazione” produce uno scarto tra l’uomo e il mondo. Tale scarto è il TEMPO. Ora, mentre un animale semplicemente cosciente si sentirà una parte-del-tutto e si preoccuperà di salvaguardare la “porzione” di presenza che gli è stata riservata, un uomo cosciente della sua coscienza si sentirà una parte-nel-tutto e andrà oltre la sua presenza. Egli procurerà di conservare la sua PERMANENZA, costruendosi convenzionalmente un-posto-nel-mondo. In questo senso, l’uomo vive come vivrebbe un dio che non sappia cosa fare di se stesso: non riconoscendo la sua funzione-col-mondo, si affanna a cercare una possibile funzione-nel-mondo. Come fa tutto ciò? Con l’affermazione della sua propria identità, ovvero di quella stessa funzione da cui tutto è partito, da quel muro che lo ha separato da tutto il resto illudendolo con la sensazione di essere parte di se stesso.

La principale e peggiore caratteristica dell’identità è il suo bisogno di coerenza, capace di trasformare l’uomo in un animale che si prenda troppo sul serio. Tale coerenza viene raggiunta e mantenuta attraverso la reiterazione di una serie di comportamenti e la ragione che li giustifica logicamente. La possibilità del cambiamento viene in tal modo ristretta, se non del tutto preclusa, a favore dell’autoconservazione della propria identità. Rimaniamo così immobili, impossibilitati nel muoverci dal nostro titanismo, a cui la nostra identità ci soggioga.

Ma siamo davvero noi a scegliere chi siamo?


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La libertà

Credo di non sbagliare se affermo che la più grande libertà di una qualsiasi esistenza è la libertà di essere. Però, io non posso scegliere di esistere o meno, semplicemente: esisto. Credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. La domanda è: il fatto di non poter scegliere di esistere non pregiudica già di per sé l’esercizio ed il concetto stesso di libertà? Non è l’essere già “schiavo” della sua stessa esistenza? Non è la libertà di un uomo inteso in tal senso simile a quella di uno schiavo che può scegliere se farsi piacere o no stare al servizio del suo padrone?

L’uomo non è libero perché esiste senza sceglierlo, così come l’Essere non è libero perché esiste senza sceglierlo. Potrei anche affermare che, in questo senso, la libertà stessa non solo non esiste ma non è libera.

Da un punto di vista puramente logico, la libertà presuppone una scelta e degli oggetti di scelta. L’atto della scelta presuppone che esista qualcuno/qualcosa che scelga tali oggetti di scelta che, a loro volta, devono esistere (concretamente o idealmente nella mente di chi sceglie). Tutto quanto ruota attorno alla libertà prevede un’esistenza che sceglie. Ora, un’esistenza può compiere potenzialmente qualunque scelta tranne quella di esistere, poichè qualcosa che non esiste non può scegliere. E, però, allo stesso tempo è proprio ciò che non esiste ad essere a tutti gli effetti libero. Quindi, non credo di sbagliarmi se dico che la libertà non esiste, oppure che la libertà è non esistere. O, ancora meglio, che la libertà è non sapere di esistere, annullarsi in quel Nulla che altro non è se non il Tutto senza coscienza.

Nemmeno posso scegliere di perpetrare la mia esistenza, poiché presto o tardi sopraggiunge la morte. A questo punto, quella che potremmo definire in termini trascendentali (a me poco congeniali) come Libertà Assoluta è concettualmente un equivoco che andrebbe abbandonato per concentrarsi su un altro tipo di libertà più “contingente”. L’unica libertà di cui possiamo parlare è tutta “umana” e altro non è se non il risultato di un incrocio di circostanze ed eventi passati, presenti e futuri che determinano una particolare condizione. In maniera più ampia, tale processo potrebbe essere identificato con la Storia. Ciò che noi crediamo siano nostre scelte, frutto del nostro libero arbitrio, altro non sono che il susseguirsi di cause ed effetti determinati da fattori esterni e da fattori interni a loro volta influenzati dai primi. Le nostre sono scelte che sicuramente prevedono una nostra responsabilità, senza per questo lasciare spazio ad alcuna libertà. Se vi è una libertà, questa è la libertà di azione, la quale non è in grado di determinare assolutamente la direzione di tale azione.

Generalmente, l’uomo quotidiano non è cosciente (o fa finta di non esserlo) di questa mancanza di libertà e della assurda inutilità del suo esistere fine a se stesso e si ostina a porsi degli scopi e degli obiettivi, si lascia tediare dal pensiero dell’avvenire, giustifica i suoi comportamenti ed agisce di conseguenza. Si crogiuola nel trascendente, si nutre di speranza, sempre accondiscendente all’Etica che si è costruito.


Ripensare l’Uomo

Mi chiedo se non sia giunto il momento di ripensare l’Uomo, ridimensionando concetti quali “identità”, “”, “uomo”, “Bene”, “Male”, “Trascendente”, “Oltre”, per poter finalmente vivere non con un atteggiamento fattivo, bensì con un sentimento partecipativo di un processo che ci trascende fintanto che esistiamo e che ci concerne quando ormai non siamo più; senza più quell’insensata esigenza di costruirci una trascendenza della contingenza in un disperato tentativo di conservare la nostra identità anche quando non sapremmo più cosa farcene. Forse, in questo modo, esistere potrebbe assumere altri significati, le scelte altre direzioni, i fini altri pesi, le attività altri aspetti, le priorità altri valori. Forse, ci sarebbe ancora la possibilità di capire che smettere di esistere può significare tornare a far parte di quel tutto che si è vissuto senza poter farne parte e, chissà, l’uomo potrà finalmente anche imparare a morire.

Nell’attesa che ciò accada, mi consolo con l’arte, l’unica a saper meglio rappresentare la nostalgia di quell’assurdo a cui fingiamo di non appartenere.


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Per chiunque voglia partecipare, la discussione è aperta sul sito che ospita l’articolo – Filosofipercaso. Ogni parere, appunto o obiezione sarnno benvenuti.