Scritti personali


7
Mar 10

Va tutto bene – Il museo chiude alle 18

Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.

Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.

Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.

- Mio Dio, ma è assurdo!

- No signorina, sono le regole.

- Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!

- Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.

Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.

Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.

Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.

Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.

Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.

Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.

Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”

Non si era mai sentita così viva.

(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)

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6
Mar 10

Pier Paolo 88

Cosa importano le grida

di tua madre se

dal corpo sgrava l’utero

della civiltà?

Sotto l’ampia fronte il tuo pensiero,

arricciato tra i solchi delle raggrinzite

rughe, grondava le parole

del suo privilegio

sui tetti gialli che otturavano le case,

fino a che non ti si smise

il fiato dalla bocca.

Dalle tue ceneri rinasce

ogni giorno da allora

zoppa la fenice

o senza un ala che muova

un poco d’aria intorno.

Non brilla la virtù opaca

dei discorsi ripetuti

alle televisioni violentate

da qualsiasi microfono.

Son di moda oggi i froci

comunisti: li puoi incontrare

ovunque nei palazzi

alti, tranne di domenica

Ché cantano nei cori.

I fetusi già

non tingono più le sabbie

né giocano con le palizzate delle spiagge:

rimboccate le maniche

per non sporcare il vestito buono

agitano gli avambracci pelosi

con la faccia all’ombra di un pino

sotto il quale scrivono le leggi

della religione del mio tempo: corpi

semimorti che accolgono

il riposo di assopite coscienze, stanche

dopo la visita al mercato centrale

tra i saldi sui saponi

e quelli sui fucili.

Nonostante gli sconti sui cuscini

su di essi ancora resta la mattina

l’orma del sogno di una cosa

che non riusciamo a ricordare.


Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna il 5 Marzo 1922. Morì assassinato il 2 Novembre 1975 e questo ancora ci duole.

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3
Mar 10

Va tutto bene – Veleni

Quella mattina, Mattia si era svegliato prima del solito. Aspettò che Angela, la madre, uscisse di casa prima di alzarsi dal letto, per evitare di cominciare la giornata con il solito interrogatorio. Mise su un caffè e andò in bagno a lavarsi la faccia con l’acqua ghiacciata dall’inverno che, nonostante i bassi meridiani, attanagliava da qualche mese le tubature. Chiuse il rubinetto e lasciò che l’acqua gli scivolasse piano dal viso nel lavabo, mentre si fissava allo specchio chiedendosi, questa volta come al solito, perché diavolo continuasse ancora a sopportarla.

Sentendo il gorgoglio della caffettiera, si affrettò ad uscire dal bagno ed andò in cucina. Sedette e prese il suo caffè. Fuori era freddo, ma c’era un po’ di sole che accendeva i colori sbiaditi dalla stagione. Si rovistò nelle tasche per cercare un accendino e scoprì di avere ancora dieci euro. La cosa, in un certo modo, lo sollevò un po’, visto che era sicuro di aver speso tutto con Zanna la notte precedente. Si alzò per prepararsi un po’ di succo d’arancia. Sullo sportello del frigo c’era la solita “lista dei doveri” che la madre gli lasciava tutte le mattine attaccata lì. Non si smentiva mai quella donna: riusciva a rovinargli la giornata sin dalla colazione. Subito accanto al foglio, già nel cestino dell’immondizia, la foto di Annamaria. Ogni volta che Mattia si ricordava della sorella provava una strana indifferenza peggiore dell’odio. Ce l’aveva con lei per essere andata via, a vivere con la zia che l’aveva adottata, ed averlo abbandonato lì, con quella madre incomprensibilmente ed insopportabilmente priva di ogni maternità. Da quando il padre se n’era andato era molto peggiorata e, forse senza saperlo, Mattia incolpava la madre anche di questo: di non avere un padre.

Li vennero a prendere, Mattia e la sorella, molti anni fa, i servizi sociali. La madre dimenticava di nutrirli e la casa, già piccola, era un immondezzaio. La zia di Mattia, sorella della madre, riuscì ad adottare Annamaria, ma con lui non ci fu nulla da fare. Poi, la madre sembrò tornare ad una dimensione più normale e lo riprese con sé. Non si era mai sentito così sfortunato come il giorno in cui fece ritorno a casa. Era strano essere lì con quella madre non-persona e con una sorella in casa di una zia non-madre, perdipiù con un cognome diverso dal suo. Gli sembrò un torto personale, un rifiuto. Poi, però, col tempo, l’odio per la sorella si trasformò in rassegnazione e un po’ di invidia, perché almeno lei non era costretta a sopportare tutto quanto era destinato a sopportare lui.

Liberarsi. Liberarsi di tutti e di tutto. Ecco qual’era la soluzione. D’altronde, anche Annamaria aveva pensato lo stesso dieci anni prima, ma le era andata male. Avvelenò il gelato che poi offrì a tutta la famiglia adottiva, il giorno dell’onomastico del patrigno. Deve aver sbagliato le dosi, perché riuscì a stecchire solo la zia non-madre. Liberarsi. Dev’essere davvero questa la via d’uscita, perché ci riprovò. Assoldò delle persone per uccidere i superstiti, il patrigno e il fratellastro, simulando una rapina. Se fosse andato tutto liscio, a quest’ora Annamaria avrebbe un po’ di quattrini e un pezzo di terra. E, magari, anche voglia di prenderlo con sé. E invece, Annamaria è in carcere da 16 anni, perché quegli stupidi incapaci riuscirono solo a ferire i maledetti carnefici, risparmiandoli dall’essere delle vittime. Acciuffati dalla polizia, spifferarono tutto.

Mise una maglia, un paio di scarpe e scese in strada. Si dirisse verso la farmacia. “Liberarsi”, pensava camminando, “liberarsi è l’unica soluzione. Annamaria lo sa bene e ancora paga le conseguenze delle catene da cui non è riuscita a sciogliersi. Ma bisogna farlo bene, bisogna farlo meglio”. Arrivato di fronte la porta di vetro automatica della farmacia, tirò un respiro ed entrò quasi trattenendo l’aria. “Salve. Del pesticida, per favore. Uno per topi”. Pagò con i dieci euro rimastigli dalla serata con Zanna, prese il resto con lo scontrino e mise tutto in tasca.

Prese la “lista dei doveri” appallottolata dal cestino e la stese meglio che potè. Attaccandola di nuovo allo sportello del frigo, disse ad alta voce “Stasera: purè”. Seguì le istruzioni lasciatele dalla madre, a parte una piccola modifica. Poi entrò nella sua stanza, cambiò la maglia e le scarpe, prese la giacca e uscì, dopo aver nascosto il pesticida tra le lenzuola avvoltolate in un cassetto. Pensò che quella sera sarebbe rientrato prima del previsto.

Quando Angela tornò a casa era distrutta e il suo purè aveva degli strani strascichi azzurrognoli che la spinsero ad optare per una insalata con un po’ di tonno e del mais. Finita la cena, s’accinse a ripulire la cucina e a buttar via il purè mal riuscito. Svuotando la pentola s’insospettì. C’era sempre più blu a mano a mano che raschiava via il purè. Improvvisamente, senza saperlo e soprattutto senza volerlo, si sentì letteralmente terrorizzata. Lasciando cadere la pentola al suolo, vicino al secchio della spazzatura, corse in camera di Mattia ed iniziò a rovistare dappertutto. In un cassetto, tra un paio di lenzuola stropicciate, trovò alcune bustine di pesticida per topi. Sua sorella morta e sua figlia in carcere si condensarono immediatamente in una unica immagine: quella di Mattia. Quando rientrò in casa, lei era sveglia, ma fece finta di dormire. Lui non disse nulla.

Un senso di profonda paura, ma anche di immensa tristezza, la invase completamente per giorni interi. Fino a quando non si decise a denunciare il fatto alla polizia. Dopo tutto, le sembrava che di buoni motivi ne avesse abbastanza. Ora Mattia è sotto custodia cautelare, sembra stordito e non vuole comunicare. Fissa il vuoto. Angela, invece, è a casa. A cercare di capire come un figlio possa cercare di assassinare sua madre. Anche lei fissa il vuoto. Chissà, forse lo stesso vuoto di Mattia.

(Purè al veleno per la madre su Corriere.it)

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3
Mar 10

Va tutto bene – Storie di ordinaria amministrazione

Ormai è sempre più palese come la dimensione tragica del nostro essere umani, un tempo vissuta nel privato o rilegata all’ambito dell’arte, si manifesti sempre più prepotentemente nella realtà di tutti i giorni. Ed è vero, anche, che è da molto tempo ormai che la realtà ha imparato a superare di gran lunga la fantasia. Per questa ragione, ho pensato di aprire una nuova rubrica di racconti ispirati alle notizie (non necessariamente di cronaca) che più mi colpiscono: Va tutto bene – Storie di Ordinaria Amministrazione.

Fiction? Non so, ma spero di no.

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8
Feb 10

“Windows”

Questa vita

sempre più simile ad un foglio Excel: inutile

interminabile riempire infinite

celle vuote

e necrologi in PowerPoint

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7
Feb 10

Quei suoni che la mano non trattiene

Sospese come sassi sospettosi stanno

strette sulla sottile soglia del

senso che le aspetta sussurrando

son qui.

Si schiudono in un soffio schivo

svolando via se non

le sfiori neanche, ma se le tocchi

ti scavano la schiena oppure

ti sferzano la faccia con una carezza.

Soffocano in gola le sillabe

sedute sul silenzio mentre

sfuggono la voce che soffia un

parlami.

Sfiorita l’ugola dell’appasito canto

straripa la parola in un singhiozzo

con l’inchiostro che scorre dall’occhio

sull’ennesimo foglio di carta.

(a N.C.)

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5
Feb 10

Buonanotte

Dormire è difficile se penso

al risveglio. Sotto

il mio cuscino un cimitero

i sogni

mi aspettano in silenzio.

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4
Feb 10

Gaza – Non in mio nome

Gino Di Costanzo ha pubblicamente depennato il suo nome dalla lista degli italiani rappresentati dalle dichiarazioni del Premier in occasione della sua visita a Gerusalemme. Si è spontaneamente formata una lista di nomi che si stanno aggiungendo l’uno sotto l’atro al grido di “Non in mio nome”. Se sei dello stesso avviso, aggiungi la tua firma al post: farai parte dei depennati. Io ho aggiunto il mio, con una breve postilla.

Gaza – Non in mio nome

Non sarà in mio nome

che i gelsi reclineranno la testa

Non in mio nome

i rami dei salici penderanno

nei giardini spezzati delle case

Non in mio nome

le strade si riempiranno di pioppi

e la scritta: fate silenzio.

 

Non sarà in mio nome

che si griderà vittoria

Non in mio nome

si vendicherà una sconfitta

che io non ho cercato

Non in mio nome

una bandiera sventolerà sulle teste

di chi non la vuol vedere.

 

Non saranno in mio nome

le scie di cielo verde la notte

Non in mio nome

il fumo e i calcinacci

levarsi come incenso sulla strada, staccarsi dai palazzi

Non in mio nome

i padri fucilati

i figli coi fucili

e i ventri delle madri rattrappiti.

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1
Feb 10

Il nano e la puttana

Fece qualcosa e lei rise di gusto, buttando indietro la testa. Poi, lui le tagliò la gola.

Iniziò dalla testa. Sembrava una abat-jour, appoggiata dritta sul tavolo in cucina, con la lunga chioma di capelli castani arruffati che scendevano fino ad annegare le punte nella pozza di sangue alla base del collo. Gli occhi sgranati color coca-cola e quelle labbra gonfie e rosa… Oh, era davvero la più bella puttana che avesse mai visto. Era in piedi davanti al tavolo e la fissava, mentre alcune gocce di sangue non ancora rappreso colavano dal bordo del ripiano, scoppiando contro il pavimento. Il disco con Love Me Tender era ancora su, dalla finestra semiaperta entrava la brezza fresca.

Scese a comprare la scorta di vino rosso dall’indiano sotto casa. Era più caro del supermercato, ma rimaneva aperto fino a tardi la notte. Avevano fatto un patto: avrebbe comprato il vino con uno sconto e non lo avrebbe denunciato al centro di immigrazione. L’indiano accettò. Iniziò a farci la spesa perché era comodo: da quando si era rinchiuso in casa in un esilio volontario dal mondo nel mondo, non sopportava più gli iper, le piazze, i bar, la gente. Né pro né contro, né dentro né fuori: aveva limitato il suo rapporto con la vita reale ai pochi metri quadri di un appartamento al quinto piano di un palazzo in periferia, dove viveva clandestinamente la sua vita. Sempre più spesso, ascoltarsi parlare lo disorientava. Sentiva che quello che diceva gli apparteneva sempre meno quanto più diventava degli altri. Così, per evitare che le sue parole diventassero quelle di tutti, evitava di parlare. Imparò a fidarsi solo della sua immaginazione quando scoprì che a sua insaputa, per sopravvivere, qualcosa uccideva la verità. Mai interrompere quella condizione di clandestino della vita. Credeva di perdere i sogni, se fosse uscito.

Undicesimo comandamento:

Di notte non si perdano

le stelle

come i sogni non si dovrebbero

di giorno.

Aveva paura che il giorno li avrebbe uccisi, schiacciandoli come un’ombra contro l’asfalto che tutti avrebbero calpestato con quell’ottusa disinvoltura della quotidianità. Così imparò a vivere in una stanza dove ciò che immaginava riusciva ad essere più reale di ciò che accadeva al di la della finestra sempre aperta sulla strada. Passava il tempo a sfilarsi i sogni dalla testa con il pollice e l’indice: se li faceva passare tra le dita, se li avvolgeva alla lingua o li faceva scorrere tra i denti, lasciava che gli pendessero da un orecchio, li mischiva ai capelli, ne faceva una collana o una corda da saltare e, quando ne arrivava un’altro, il primo lo appendeva ad un muro o lo legava ai piedi di una sedia, ci imbottiva un cuscino. Il pensiero di incontrarsi con qualcuno lo atterriva. Raccontargli dei suoi sogni appesi al muro del suo appartamento avrebbe tolto loro la dignità che tra quelle pareti conservavano. Per non rinunciare a sé aveva perduto l’affetto di chi gli stava intorno, e l’amore quando cercò di spiegarsi senza sembrare un pazzo. Ma tu che ne sai, pellerossa senza piume né cavallo, che riesci a raggiungere quei luoghi preclusi alle mie gambe, gli ripeteva tutte le volte che l’indiano si arrampicava su qualche scaffale per servire il suo piccolo cliente. Non potendo sapere che aria tirasse al di sopra del livello del tavolo che aveva in cucina, imparò a scoprire i luoghi dell’uomo che gli era dentro, di fronte a un vino rosso, le gambe penzoloni dalla sedia. Esplorazioni dei posti più reconditi della mente umana con cui riempiva le giornate vuote degli altri.

Ti piace il vino? Lei rispose superando la soglia del portone tenuto aperto con la spalla, dando un paio di occhiate con scatti repentini della testa dietro di se. Hai paura?, mentre salivano le scale. Lei sorrise, ma solo con le labbra. Bevve un sorso direttamente dalla bottiglia e aprì la porta. Dovresti   Sei una troia fortunata tu, lo sai? Almeno questo… Bevve un altro sorso e le passò la bottiglia. Lei accennò un nuovo, timido sorriso imbarazzato e bevve. Questo posto non esiste, ma oggi potrebbe con te. Li vedi i sogni appesi alle pareti?    Bevve    E quei cuscini che brillano se si muovono sotto la luce della lampada, li vedi?    Bevve    Lei fissava il pavimento con la faccia un po’ di lato, appoggiata sulla spalla. Con un piede si tolse una scarpa. Non li vedi, eh?    Bevve   Sei solo una puttana, si pulì con il braccio il vino che gli colava dalla bocca impastata, Ma stasera niente cazzi, stasera solo sogni    D’accordo?     Le tese la bottiglia e lei fece un piccolo sorso guardando il soffitto scuro e senza lampadario. Andò in cucina a prepararsi quella fetta di carne che stava marcendo in frigo da una settimana. Tornò e le si sedette di fronte a mangiare la sua bistecca. Proprio non li vedi allora? Lei dondolava la scarpa nel vuoto con il piede, ora guardava verso la finestra ma non fuori. Se non li vedi, te li racconto così puoi sentirli almeno. Iniziò a raccontarle i sogni che per tanti anni aveva appeso alle pareti, uno ad uno e senza un ordine preciso, interrompendosi solo per sorseggiare dalla bottiglia o dal bicchiere. Ascolta bene questo, è il mio preferito. La voce gli si fece seria. Il viso, fin’ora contratto in una specie di smorfia tra il dolore e la rabbia, gli si appianò sotto le ciglia alzatesi sugli occhi che guardavano tutto il vuoto che c’era nel vuoto. Lo raccontò di nuovo, e ancora una volta, e di nuovo ancora e ancora, riempiendo con le lacrime il bicchiere che continuamente si svuotava. Poi si pulì le labbra e si alzò. Nessuno è all’altezza di certe cose, alla mia altezza. Nemmeno tu. Dovrò tagliarti le gambe per questo. Lei continuò a fissare l’angolo del pavimento che era rimasta a guardare per tutto il tempo del racconto. Andò in cucina barcollando, era ubriaco. Tornò nella stanza con un coltello, le si avvicinò e cadde a terra cercando di sedersi accanto a lei sul letto troppo alto. Lei rise di gusto buttando indietro la testa.

Con le mani inzuppate di sangue, si avvicinò alla testa poggiata sul tavolo. Le aprì la bocca e la riempì di sperma.

Ed ora sgorghino parole a fiotti come flutti di figli di puttana tutti frutti riprodotti dalla stessa vergine e feconda parola madre e troia fecondata e tutti riproducano il mio canto osceno che queste orecchie sorde come il legno pieno delle teste che dividono ambulanti si ostinano a non vedere mendicando un po’ di vita ogni giorno d’ora in ora  che tutta assieme è una vergogna e poi rossi come fanno a tirar dritto a testa alta con l’imbarazzo che gli chinerebbe il capo in basso nell’abisso dentro il quale perderebbero la testa ma non sé se solo ci guardassero sguazzassero nel tempo come in una pozza di fango bianco che è la luce del mattino quando il giorno sgocciola sulla sera come un rubinetto nel buio la notte che non parla ma parla foss’anche per dir niente che è una settimana che non dormo per tener l’orecchio teso alla crepa del silenzio che si tende e non smette di dirmi altro che silenzio e non si sente niente a parte l’eco delle persone che muoiono quando spengono la sveglia il mattino ancora caldo sfornato come un pane francese in Polonia da questo immenso inferno sempre acceso ad ardere i ricordi appesi come appendici ad un passato che non c’è stato mai se non hai avuto tempo per un racconto

Affannato, si accasciò a terra con la schiena appoggiata ai piedi della sedia. Lei non parlò, il suo silenzio lo uccise.

Luigi B.

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29
Jan 10

Walt, dove sei?

Lascia

ciò che chiami Io

sospendersi nell’Altro

Ti sorprenderà

non riconoscere che

te.


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