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(Agli amici perduti e a quelli rimasti)

Proprio tra i cocci che misi sul tetto
una rondine pigra si venne a posare.
Tra i vetri rotti la vidi una volta
volare: lo dissi agli altri che risero forte.

Giù per il vallo i sassi assolati,
i sacchi bucati, svuotati di guerra,
la sabbia per terra a segnare i passi
dell’andirivieni del turno di guardia.

Diverse misure di scarpe alle orme,
sui muri le ombre ad altezze diverse:
potrei riconoscerle tra mille altre macchie -
ma non di sangue, ma non di sangue.

Io mi ricordo le nostre facce
rosse di vino, di sole o vergogna
con una spugna lavammo le spalle
l’uno dell’altro senza parlare.

Quanto è più lungo ora il turno di guardia,
questo sostare nello stare senza.
Tu fosti il primo a cui chiusero gli occhi.

Ingannammo la notte col sogno e la veglia
Ma non abbastanza, non abbastanza.

Raramente mi accorgo di me anche la notte fa ombra se il corpo alla luna espone la carne la pelle avvizzita vuol dire che il tempo nasconde nei solchi delle rughe il segreto della sopravvivenza abituarsi a morire un poco per volta a volte vorrei non saperlo vorrei non sapermi di fronte allo specchio la trasustanziazione della colpa non sapere il mio nome per chiederlo pronunciandolo sillaba a sillaba sgocciolando fonemi dalla bocca come bava con il giorno che si incastra negli occhi alle prime ore del mattino abitate dal sospetto che non sia un giorno nuovo mentre mi lavo i denti meditando su alcune questioni secondarie di poco conto come il grado di fatica che l’inutilità del vivere richiede oppure quante vite vale un pieno se cerco di ascoltarmi non ho nulla da dire riempio il silenzio che ho prodotto con vaghi progetti a medio e lungo termine o con buoni propositi di inizio stagione oppure con pensieri utili come ricordati di chiudere la porta di casa con la chiave quando esci fuori inevitabilmente coinvolto in una intricata ragnatela di relazioni che implicano cose come sorridere ai vicini votare soddisfarmi con qualcuno che vive con me dichiarare guerra ad un paese straniero esercitare la mia libertà d’acquisto tenere sotto controllo la prostata pranzare con i colleghi sostenendo valori di media portata produrre rifiuti organici non fare il bagno dopo pranzo partecipare ad eventi collettivi scusandomi di vivere lontano da quei luoghi di intrattenimento dove riversare le ultime energie inassorbite dal precariato comunicare con monoliti verbali tipo buongiorno dove pranziamo ti amo hai comprato il pane mi manchi arrivare in orario in ufficio esprimere emozioni come due punti meno parentesi chiusa oppure due punti meno pi sentirmi all’altezza dei tempi che cambiano perdemmo la coda quando iniziammo a trascinarci dietro il resto gli scheletri negli armadi hanno lasciato i corpi molli sprofondati nelle poltrone sfondate dalla forza di gravità depositato da qualche parte ai margini della coscienza mi scorgo impegnato ad assaporare un mondo senza presenza mentre il tempo lentamente mi tace.

 

(Antologia AA VV Poetarum Silva, Arturo Moll, Samiszdat 2010)

*il testo qui riportato presenta alcune lievi modifiche rispetto alla versione originale per volere dell’autore.

Appeso ad una corda affliggo il vento mentre l’aria si affanna sui vestiti sporchi dopo tanto indossare urge il sospetto che il tempo m’inganni s’inganni con il mio dondolare la brezza bagnata mi suda la faccia i piedi riscuotono i loro legacci i segni del nodo sui lacci il solo decoro di queste scarpe rotte da tanto sostare i sassi sui muri non sperano al sole che l’ombra gli allievi lo stare i chiodi non si possono forare rimanere arrampicati su un pallore che si appanna di fatica scivolare sulla scena che ci scricchiola l’udito al passare fermo in un acchito all’ombra torrida di un ulivo tendo un’accia verso il dove che si affloscia poco prima di arrivare non mi han detto che a finire un po’ alla volta si fatica un’assenza si avverte in ogni cosa se la voce del pensiero è più di un sogno allora si può toccare sbarrare le soglie al vento tappando serrature sgombre sottrarre cenere a una fiamma e smettere di consumare saran dolci le parole ripetute quando ci abbandoneranno gridando perdono.

Dorme l’upupa sul mattone.

Il cane ulula un lupesco
osceno e le pecore
accorrono veloci
superando le lepri con un
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balzo.

Le volpi che vinsero
la guerra con le iene, ora
banchettano sui loro stessi
cadaveri.

Ah, se solo il sole tramontasse!

(Gira voce che le formiche
siano cieche come talpe)

Eppure: quanta luce!

 

( ai Poeti Nuovi)

 

L’Agnello e i pecoroni

Dicono che un giorno un Agnello
offrì all’Uomo il suo costato.
Da allora ancora si sentono
nell’aria profumo di patate
al rosmarino e le voci
belare.

 

 

La Resurrezione della salsiccia

A chi ti percuote su un gluteo, porgi anche l’altro; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.

(dal Vangelo secondo Luca)

(Chi ha orecchi per intendere, intenda.)