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Storie e Racconti


18
Mar 10

Va tutto bene – E poi gli uomini non poterono più morire

Quando il missile deflagrò in cima all’edificio, squarciando il tetto dell’appartamento all’ultimo piano e sventrando completamente la parete est della sala da pranzo, io avevo già fatto aderire al collo il nodo scorsoio della corda che ora, mancando dell’appiglio volato via assieme a tutto il resto, giaceva floscia tra le macerie del soffitto, come la muta marrone di un vecchio serpente.

Non so se sgranai più gli occhi o la bocca per la sorpresa, quando mi ritrovai, completamente ricoperto di calcinaccio e intonaco, con una corda al collo a spolverarmi i pantaloni in piedi sulla sedia, e una vista non richiesta a perdifiato sulla città, appena regalatami dall’architetto Wernher von Braun o chi per lui.

Lo scenario che mi ritrovai davanti era semi apocalittico: mi sembrò di essere stato catapultato in un libro di Philip K. Dick ancora non scritto: strade deserte, interminabili monoliti che si stagliavano dal suolo verso il cielo bruno nella loro imponente mastodonticità, freddi, nonostante fossero stati costruiti quasi attaccati gli uni agli altri in una specie di abbraccio in cemento armato. Le colonne di fumo che partivano dagli angoli delle strade oscuravano la luce del giorno e conferivano alla città un che di tribale. Una testa impolverata di bambina si poteva intravedere tra le macerie cadute proprio sotto dove, fino a qualche minuto prima, c’era stata una finestra: sembrava una bambola morta.

Quello che stavo guardando era il mondo che lasciavo al figlio che sarebbe nato di lì a poche ore. E la colpa era mia.


Quando più di trent’anni fa gridai la mia felicità, correndo all’impazzata nei corridoi del laboratorio verso l’ufficio del direttore, non pensai alle conseguenze che la mia scoperta sul gene P21 avrebbe comportato conseguenze a cascata tali da influire pesantemente sull’intero ordine mondiale, già di per sé in perenne equilibrio instabile.

Stringevo tra le mani Jerry, il topo da esperimento che mi era stato affidato. Valore commerciale: 400 euro circa. Entrai senza bussare e sforzandomi di non fare troppo caso alla tirocinante che, dopo essersi ricomposta alla benemmeglio, raccolse in fretta le sue poche cose, si alzò dalla scrivania dove era seduta e sparì. Il direttore mi guardò in sottecchi arrossendo. Poi, per sopperire all’imbarazzo, disse con la voce più autorevole che potè:

- Spero che l’importanza di ciò che stai per dirmi giustifichi la tua irrispettosa intrusione nel bel mezzo di una riunione.

Si, disse proprio riunione. Ma io non ci feci granché caso, tanto ero sconvolto da quanto era capitato.

- Direttore, osservi con molta attenzione Jerry.

- Chi?

-Jerry, il topo…

-Ah… vediamo… uhm… non mi pare ci sia nulla di particolare da evidenziare…

- Appunto!

strillai senza potermi contenere. Il direttore mi guardò interrogativamente, forse chiedendosi se non fosse il caso di darmi qualche giorno di riposo dopo due anni di lavoro non-stop.

- Mi stai prendendo per il culo o ti sei rincoglionito?

- Assolutamente, Direttore. Assolutamente. Il topo è perfetto.

E risi.

- Cristo santo, questo lo vedo da me! Ci mancherebbe altro, visto quanto ce li fanno pagare!

- La cosa straordinaria è che NON dovrebbe essere perfetto!

- Ah! E perché?

- Perché tre giorni fa feci un foro nell’orecchio destro per il passaggio del cavo di un elettrodo e ieri, accidentalmente, tagliai la punta della coda. Ed ora, guardi: nulla! Assolutamente nulla!

- Ma porca tr… se mi stai prendendo per il culo giuro che ti strozzo!

- Nessuna presa per il culo, Direttore.

- Allora, perdio, siamo ricchi…

sussurrò mentre si avvicinava con le mani aperte verso il ratto.


Fu così che iniziarono le mie sperimentazioni sul gene P21. Dopo varie prove sui topi, passammo ai maiali. Gli ultimi esperimenti li facemmo sugli scimpanzè, con buona pace degli animalisti. Ciò che stavamo scoprendo era troppo più importante: avrebbe rivoluzionato la medicina e il futuro della vita umana. Tutte le principali riviste scientifiche si accorsero della portata della scoperta, così come le maggiori holding farmaceutiche e la totalità dei Paesi Occidentali.

Dopo dieci lunghi ed estenuanti anni di lavoro e sperimentazione fondammo LIFE, la società di cui fui nominato direttore, proprietaria dei diritti sul brevetto di un farmaco prova che iniziammo a sperimentare sull’uomo. Vissi tra il Congo e casa mia per quasi cinque interminabili anni, cercando di concentrarmi al massimo sul lavoro, mentre mia moglie cercava di mollarmi a settimane alterne.

Fu meraviglioso veder crescere le braccia e le gambe di tutta quella gente monca, e il sorriso dei bambini figli delle mine anti-uomo… oh, non li dimenticherò mai.

Rientrai quando ormai il funzionamento chimico-genetico del nostro brevetto era stato completamente sottomesso al nostro totale controllo. Rimase lì solo una piccola equipe di bravissimi colleghi che continuarono con le loro sperimentazioni: ora l’obiettivo era accelerare gli effetti della modifica al P21.

Fu incredibile: in un colpo solo, riuscimmo a debellare malattie come il cancro, l’AIDS, molte malformazioni; potemmo guarire in poco tempo ed in maniera per nulla invasiva e con risultati ottimi le ferite da arma da fuoco e i danni riportati a seguito dei più svariati incidenti. Riuscimmo ad evitare in gran parte dei casi i trapianti e fummo in grado di offrire una soluzione persino per la calvizie. Nel giro di poco più di un decennio, l’umanità intera fu travolta da un cambiamento epocale che obbligò a rivedere tutti i principi che per millenni avevano rappresentato le fondamenta dell’esistenza stessa: l’uomo, tronfio della sua recente vittoria dell’eterna guerra contro il tempo, poteva ora buttarsi alle spalle secoli e secoli di speculazioni filosofiche e scientifiche, diventate improvvisamente vecchie mitologie superstiziose. Finalmente, l’uomo cominciò a vivere proprio quando imparò a non morire più.

Nacquero centri di rigenerazione cellulare come funghi che presto rimpiazzarono le famose e tanto amate SPA dei week-end tutti salute, relax e un pizzico di posticcio romanticismo. La popolazione mondiale aumentò a livello esponenziale, raddoppiando. Cosa che andò a beneficiò dell’economia, della produzione e dell’occupazione globlali. Rispetto al nuovo boom economico, quello precedente degli anni ’80 e quello ancora anteriore degli anni immediatamente successivi al dopo-guerra sembrarono una svista sinusoidale di un grafico incomprensibile. Però, mentre l’uomo impiegava tutte le sue energie per non morire, frastornato da una specie di apoteosi della vita, non si accorse che la vita stava per trasformarsi da problema acuto a cronico.

Il mondo non era fatto per ospitare così tanta gente, a cui se ne sarebbe aggiunta altra con il passare del tempo. La situazione si criticizzò sotto gli occhi di tutti senza che nessuno potesse davvero fare qualcosa di sensato in così breve tempo. Iniziarono a scoppiare i primi focolai tra Paesi vicini e con pochi mezzi di sostentamento. Focolai che si ingigantirono alla velocità della luce, estendendosi come i cerchi concentrici che si formano dopo aver lanciato un sasso in uno stagno. Quel sasso lo avevo lanciato io trent’anni prima, in preda ad un delirio di onnipotenza che non mi apparteneva.

Si pensò così di limitare l’utilizzo delle pratiche di rigenerazione prima solo ai Paesi più ricchi, poi solo ai più ricchi dei vari Paesi. Ma non fu una buona idea e questa scelta non portò che ad un inasprimento dei conflitti che, ora, erano anche civili.

Disorientato dalla confusione totale nella quale mi ostinavo a vivere e schiacciato dal peso del mio delirio di onnipotenza ora divenuto asfissiante senso di colpa, non riuscii a dire una sola parola quando mia moglie mi annunciò la sua gravidanza. Non sorrisi, non piansi, non mi entusiasmai, non mi inquietai. Nulla, non fui in grado di fare assolutamente nulla.

Quando mi chiamò per dirmi che era in ospedale, mi precipitai al reparto maternità solo perché così avevo visto fare nei film e intorno a me, ma privo di qualsiasi urgenza di arrivare a destinazione. Mia moglie mi accolse con un sorriso stanco e mi tese la mano dal lettino sulla quale era stata fatta stendere. Io gliela presi nella mia, ringraziando dio di avere qualcosa su cui spingere il mio sguardo che non fossero i suoi occhi. Mi tranquillizzò dicendomi che andava tutto bene e che presto saremmo stati in tre, forse credendo che lo sconvolgimento che emanava dal mio viso fosse in qualche modo legato al suo essere in procinto di partorire una nuova vita, la nostra nuova vita. Io le sorrisi falsamente ed anuii. Poi, le dissi che dovevo urgentemente raggiungere il laboratorio per delle gravissime questioni emerse che non avevano potuto spiegarmi al telefono a cui ero stato attaccato per tutto il tragitto fino a raggiungerla: dovevo assolutamente andare via da lì. Lei mi disse che capiva, che non dovevo preoccuparmi e che sarebbe andato tutto a posto: ci saremmo visti più tardi. Uscii dall’ospedale, questa volta con urgenza. Non sarei riuscito a rimanere lì un solo secondo in più. Chiamai un taxi e mi feci riportare a casa.


Sorseggiando il mio caffè caldo, pensavo che non sarei mai riuscito a sostenere lo sguardo accusatore di mio figlio che mi rinfacciava di avergli dato la vita in quel mondo. Non avrei mai sopportato il peso di una nuova colpa, dovuta ad un altro errore di valutazione di chi non è capace di tenere conto delle conseguenze dei propri atti. Come avrei potuto spiegare a mio figlio che la terribile vita che si accingeva a vivere, senza peraltro averla chiesta, era solo ed esclusivamente colpa mia e della mia leggerezza? Come avrei potuto vivere con davanti agli occhi la quotidiana scena del capo di mio figlio ripetutamente piegato sotto la sferza lancinante delle mie colpe?

Fui così codardo da rispondere alle mie domande gettandomi nel vuoto dall’enorme squarcio della parete della mia sala da pranzo.

Suppongo che anche questo mio gesto non otterrà né il perdono né tantomeno la comprensione di mio figlio. In compenso, io non sarò lì ad offrirgli il petto su cui puntare il suo dito.

D’altronde, volevo solo morire in pace.


(Topi come lucertole: togli un gene e ricresce la coda, Corriere.it)


7
Mar 10

Va tutto bene – Il museo chiude alle 18

Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.

Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.

Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.

- Mio Dio, ma è assurdo!

- No signorina, sono le regole.

- Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!

- Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.

Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.

Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.

Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.

Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.

Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.

Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.

Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”

Non si era mai sentita così viva.

(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)


3
Mar 10

Va tutto bene – Veleni

Quella mattina, Mattia si era svegliato prima del solito. Aspettò che Angela, la madre, uscisse di casa prima di alzarsi dal letto, per evitare di cominciare la giornata con il solito interrogatorio. Mise su un caffè e andò in bagno a lavarsi la faccia con l’acqua ghiacciata dall’inverno che, nonostante i bassi meridiani, attanagliava da qualche mese le tubature. Chiuse il rubinetto e lasciò che l’acqua gli scivolasse piano dal viso nel lavabo, mentre si fissava allo specchio chiedendosi, questa volta come al solito, perché diavolo continuasse ancora a sopportarla.

Sentendo il gorgoglio della caffettiera, si affrettò ad uscire dal bagno ed andò in cucina. Sedette e prese il suo caffè. Fuori era freddo, ma c’era un po’ di sole che accendeva i colori sbiaditi dalla stagione. Si rovistò nelle tasche per cercare un accendino e scoprì di avere ancora dieci euro. La cosa, in un certo modo, lo sollevò un po’, visto che era sicuro di aver speso tutto con Zanna la notte precedente. Si alzò per prepararsi un po’ di succo d’arancia. Sullo sportello del frigo c’era la solita “lista dei doveri” che la madre gli lasciava tutte le mattine attaccata lì. Non si smentiva mai quella donna: riusciva a rovinargli la giornata sin dalla colazione. Subito accanto al foglio, già nel cestino dell’immondizia, la foto di Annamaria. Ogni volta che Mattia si ricordava della sorella provava una strana indifferenza peggiore dell’odio. Ce l’aveva con lei per essere andata via, a vivere con la zia che l’aveva adottata, ed averlo abbandonato lì, con quella madre incomprensibilmente ed insopportabilmente priva di ogni maternità. Da quando il padre se n’era andato era molto peggiorata e, forse senza saperlo, Mattia incolpava la madre anche di questo: di non avere un padre.

Li vennero a prendere, Mattia e la sorella, molti anni fa, i servizi sociali. La madre dimenticava di nutrirli e la casa, già piccola, era un immondezzaio. La zia di Mattia, sorella della madre, riuscì ad adottare Annamaria, ma con lui non ci fu nulla da fare. Poi, la madre sembrò tornare ad una dimensione più normale e lo riprese con sé. Non si era mai sentito così sfortunato come il giorno in cui fece ritorno a casa. Era strano essere lì con quella madre non-persona e con una sorella in casa di una zia non-madre, perdipiù con un cognome diverso dal suo. Gli sembrò un torto personale, un rifiuto. Poi, però, col tempo, l’odio per la sorella si trasformò in rassegnazione e un po’ di invidia, perché almeno lei non era costretta a sopportare tutto quanto era destinato a sopportare lui.

Liberarsi. Liberarsi di tutti e di tutto. Ecco qual’era la soluzione. D’altronde, anche Annamaria aveva pensato lo stesso dieci anni prima, ma le era andata male. Avvelenò il gelato che poi offrì a tutta la famiglia adottiva, il giorno dell’onomastico del patrigno. Deve aver sbagliato le dosi, perché riuscì a stecchire solo la zia non-madre. Liberarsi. Dev’essere davvero questa la via d’uscita, perché ci riprovò. Assoldò delle persone per uccidere i superstiti, il patrigno e il fratellastro, simulando una rapina. Se fosse andato tutto liscio, a quest’ora Annamaria avrebbe un po’ di quattrini e un pezzo di terra. E, magari, anche voglia di prenderlo con sé. E invece, Annamaria è in carcere da 16 anni, perché quegli stupidi incapaci riuscirono solo a ferire i maledetti carnefici, risparmiandoli dall’essere delle vittime. Acciuffati dalla polizia, spifferarono tutto.

Mise una maglia, un paio di scarpe e scese in strada. Si dirisse verso la farmacia. “Liberarsi”, pensava camminando, “liberarsi è l’unica soluzione. Annamaria lo sa bene e ancora paga le conseguenze delle catene da cui non è riuscita a sciogliersi. Ma bisogna farlo bene, bisogna farlo meglio”. Arrivato di fronte la porta di vetro automatica della farmacia, tirò un respiro ed entrò quasi trattenendo l’aria. “Salve. Del pesticida, per favore. Uno per topi”. Pagò con i dieci euro rimastigli dalla serata con Zanna, prese il resto con lo scontrino e mise tutto in tasca.

Prese la “lista dei doveri” appallottolata dal cestino e la stese meglio che potè. Attaccandola di nuovo allo sportello del frigo, disse ad alta voce “Stasera: purè”. Seguì le istruzioni lasciatele dalla madre, a parte una piccola modifica. Poi entrò nella sua stanza, cambiò la maglia e le scarpe, prese la giacca e uscì, dopo aver nascosto il pesticida tra le lenzuola avvoltolate in un cassetto. Pensò che quella sera sarebbe rientrato prima del previsto.

Quando Angela tornò a casa era distrutta e il suo purè aveva degli strani strascichi azzurrognoli che la spinsero ad optare per una insalata con un po’ di tonno e del mais. Finita la cena, s’accinse a ripulire la cucina e a buttar via il purè mal riuscito. Svuotando la pentola s’insospettì. C’era sempre più blu a mano a mano che raschiava via il purè. Improvvisamente, senza saperlo e soprattutto senza volerlo, si sentì letteralmente terrorizzata. Lasciando cadere la pentola al suolo, vicino al secchio della spazzatura, corse in camera di Mattia ed iniziò a rovistare dappertutto. In un cassetto, tra un paio di lenzuola stropicciate, trovò alcune bustine di pesticida per topi. Sua sorella morta e sua figlia in carcere si condensarono immediatamente in una unica immagine: quella di Mattia. Quando rientrò in casa, lei era sveglia, ma fece finta di dormire. Lui non disse nulla.

Un senso di profonda paura, ma anche di immensa tristezza, la invase completamente per giorni interi. Fino a quando non si decise a denunciare il fatto alla polizia. Dopo tutto, le sembrava che di buoni motivi ne avesse abbastanza. Ora Mattia è sotto custodia cautelare, sembra stordito e non vuole comunicare. Fissa il vuoto. Angela, invece, è a casa. A cercare di capire come un figlio possa cercare di assassinare sua madre. Anche lei fissa il vuoto. Chissà, forse lo stesso vuoto di Mattia.

(Purè al veleno per la madre su Corriere.it)


3
Mar 10

Va tutto bene – Storie di ordinaria amministrazione

Ormai è sempre più palese come la dimensione tragica del nostro essere umani, un tempo vissuta nel privato o rilegata all’ambito dell’arte, si manifesti sempre più prepotentemente nella realtà di tutti i giorni. Ed è vero, anche, che è da molto tempo ormai che la realtà ha imparato a superare di gran lunga la fantasia. Per questa ragione, ho pensato di aprire una nuova rubrica di racconti ispirati alle notizie (non necessariamente di cronaca) che più mi colpiscono: Va tutto bene – Storie di Ordinaria Amministrazione.

Fiction? Non so, ma spero di no.


1
Feb 10

Il nano e la puttana

Fece qualcosa e lei rise di gusto, buttando indietro la testa. Poi lui le tagliò la gola.

Sembrava una abat-jour, quella testa appoggiata dritta sul tavolo in cucina, con la lunga chioma di capelli castani arruffati che scendevano fino ad annegare le punte nella pozza di sangue alla base del collo. Gli occhi sgranati color coca-cola e quelle labbra gonfie e rosa… Oh, era davvero la più bella puttana che avesse mai visto.

Era in piedi davanti al tavolo e la fissava, mentre alcune gocce di sangue non ancora rappreso colavano dal bordo del ripiano, scoppiando contro il pavimento. Il disco con Love Me Tender era ancora su, dalla finestra semiaperta entrava la brezza fresca.

 

 

Scese a comprare la scorta di vino rosso dall’indiano sotto casa. Era più caro del supermercato, ma rimaneva aperto fino a tardi la notte. Avevano fatto un patto: l’indiano gli avrebbe venduto il vino con uno sconto e lui non lo avrebbe denunciato al centro di immigrazione. L’indiano accettò.

Iniziò a farci la spesa perché era comodo: da quando si era rinchiuso in casa, in un esilio volontario dal mondo nel mondo, non sopportava più gli iper le piazze i bar: la gente. Né pro né contro, né dentro né fuori: aveva limitato il suo rapporto con la vita reale ai pochi metri quadri di un appartamento al quinto piano in un palazzo di periferia, dove viveva clandestinamente la sua vita.

Sempre più spesso, ascoltarsi parlare lo disorientava. Sentiva che quello che diceva gli apparteneva sempre meno quanto più diventava degli altri. Così, per evitare che le sue parole fossero quelle di tutti, evitava di pronunciarle.

Imparò a fidarsi solo della sua immaginazione quando scoprì che, a sua insaputa – per sopravvivere – qualcosa uccideva la Verità. Mai interrompere quella condizione di clandestinità: credeva di perdere i sogni, se ne fosse uscito.

Undicesimo comandamento:

Di notte

non si perdano

le stelle, come i sogni

non si dovrebbero

di giorno.

Aveva paura che il giorno li avrebbe uccisi, schiacciandoli come un’ombra contro l’asfalto che tutti avrebbero calpestato con quell’ottusa disinvoltura della quotidianità. Così, imparò a vivere in una stanza dove ciò che immaginava era molto più reale di ciò che accadeva al di la della finestra, sempre aperta sulla strada. Passava il tempo a sfilarsi i sogni dalla testa: con il pollice e l’indice li prendeva e se li faceva scivolare tra le dita, se li avvolgeva alla lingua o li faceva scorrere tra i denti, lasciava che gli pendessero da un orecchio, li confondeva tra i capelli, ne faceva una collana o una corda da saltare e, quando ne arrivavano altri, i primi li appendeva alla parete o li legava ai piedi di una sedia, ci imbottiva un cuscino.

Il pensiero di incontrarsi con qualcuno lo atterriva. Raccontargli dei suoi sogni appesi ai muri del suo appartamento avrebbe tolto loro la dignità che tra quelle pareti conservavano. Per non rinunciare a sé, aveva perduto l’affetto di chi gli stava intorno e l’amore, quando cercò di spiegarsi senza sembrare un pazzo.

Non potendo sapere che aria tirasse al di sopra del livello del tavolo che aveva in cucina, imparò a scoprire i luoghi dell’uomo che gli era dentro, di fronte a un vino rosso, le gambe penzoloni dalla sedia. Esplorazioni avventurose dei posti più reconditi della mente umana con cui riempiva le giornate vuote degli altri.

 

 

Ti piace il vino? Lei rispose superando la soglia del portone, tenuto aperto con la spalla, dando un paio di occhiate dietro di sé con scatti repentini della testa. Hai paura?, mentre salivano le scale. Lei sorrise, ma solo con le labbra. Bevve un sorso direttamente dalla bottiglia e aprì la porta di casa. Dovresti , disse mentre sfilava la chiave dalla toppa della porta aperta.  Sei una troia fortunata tu, lo sai? Almeno questo… Bevve un altro sorso e le passò la bottiglia. Lei accennò un nuovo, timido sorriso imbarazzato e bevve. Questo posto non esiste, ma oggi potrebbe con te. Li vedi i sogni appesi alle pareti? Bevve  E quei cuscini che brillano se li muovi sotto la luce della lampada, li vedi? Bevve. Lei fissava il pavimento con la faccia un po’ di lato, appoggiata sulla spalla. Con un piede si tolse una scarpa. Non li vedi, eh? Bevve. Sei solo una stupida puttana – si pulì con il braccio il vino che gli colava dalla bocca impastata – Ma stasera niente cazzi, stasera solo sogni. D’accordo? Le tese la bottiglia e lei fece un piccolo sorso guardando il soffitto scuro e senza lampadario.

Andò in cucina a prepararsi quella fetta di carne che stava marcendo in frigo da una settimana. Tornò e le si sedette di fronte a mangiare la sua bistecca. Proprio non li vedi, allora? Lei dondolava una scarpa nel vuoto con il piede: ora guardava la finestra, ma non fuori. Se non li vedi te li racconto, così puoi sentirli almeno.

Iniziò a raccontarle i sogni che per tanti anni aveva appeso alle pareti, uno ad uno e senza un ordine preciso, interrompendosi solo per bere dalla bottiglia o dal bicchiere. Ascolta bene questo, è il mio preferito. La voce gli si fece seria. Il viso, fin’ora contratto in una specie di smorfia tra lo sforzo e la rabbia, gli si appianò sotto le ciglia inarcatesi sugli occhi che ora guardavano tutto il vuoto che c’era nel vuoto. Lo raccontò di nuovo, e ancora una volta, e di nuovo ancora e ancora, riempiendo di lacrime il bicchiere che continuamente si svuotava. Poi, si pulì le labbra, schiarì la voce e si alzò.

Nessuno è all’altezza di certe cose, nemmeno tu. Dovrò tagliarti le gambe per questo. Lei continuò a fissare l’angolo del pavimento che era rimasta a guardare per tutto il tempo del racconto. Andò in cucina barcollando, era ubriaco. Tornò nella stanza con un coltello, le si avvicinò e cadde a terra cercando di sedersi accanto a lei sul letto troppo alto. Lei rise di gusto buttando indietro la testa.

 

 

Con le mani inzuppate di sangue, si avvicinò alla testa poggiata sul tavolo. Le aprì la bocca e la riempì di sperma.

Ed ora sgorghino parole a fiotti come flutti di figli di puttana tutti frutti riprodotti dalla stessa vergine e feconda parola madre e troia fecondata e tutti riproducano il mio canto osceno che queste orecchie sorde come il legno pieno delle teste che dividono ambulanti si ostinano a non vedere mendicando un po’ di vita ogni giorno d’ora in ora  che tutta assieme è una vergogna e poi rossi come fanno a tirar dritto a testa alta con l’imbarazzo che gli chinerebbe il capo in basso nell’abisso dentro il quale perderebbero la testa ma non sé se solo ci guardassero sguazzassero nel tempo come in una pozza di fango bianco che è la luce del mattino quando il giorno sgocciola sulla sera come un rubinetto nel buio la notte che non parla ma parla foss’anche per dir niente che è una settimana che non dormo per tener l’orecchio teso alla crepa del silenzio che si tende e non smette di dirmi altro che silenzio e non si sente niente a parte l’eco delle persone che muoiono quando spengono la sveglia il mattino ancora caldo sfornato come un pane da questo immenso inferno sempre acceso ad ardere i ricordi appesi come appendici ad un passato che non c’è stato mai se non hai avuto tempo per un racconto

Affannato, si accasciò a terra con la schiena appoggiata ai piedi della sedia. Lei non parlò e il suo silenzio lo uccise.

Luigi B.


16
Dec 09

No Berlusconi Day: ecco come è andata a Madrid

11145_1274561633181_1504168087_30738608_2873064_nMadrid, ore 8. Il sole si appoggia pallido e con qualche difficoltà sui vetri della finestra della sala da pranzo. Dal tavolo sale il fumo del caffè caldo e della sigaretta appoggiata nel posacenere che il sonno, ancora presente, mi impedisce di distinguere. È Sabato 5 Dicembre, un Sabato che sa di Domenica: l’aria è calma e sembra un cuscino, appoggiato su questa giornata fatta di poca gente che misura la strada con lenti passi domenicali e nessuna auto. Il silenzio ovatta tutto, tranne il frinire metallico del semaforo che avvisa i ciechi che ora si può attraversare. Sembra che voglia piovere e le persone che si fermano all’edicola proprio sotto la mia finestra si stringono nelle spalle per il freddo. Qui, a Madrid, sono quasi tutti andati da qualche parte per il ponte che ha ufficialmente dato l’inizio alle feste natalizie. Mi volto, guardo la lista che ho sul tavolo e mi chiedo: verranno?

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Senza rispondermi, prendo in mano il foglio e comincio a ripassare tutte le cose che bisogna che faccia prima di prendere la metro direzione Calle Juan Bravo. Stampe appello di Saviano:prese; stampe vignette Gavavenezia e Natangelo: prese; copie Litania dei Santi Parlamentari condannati in Parlamento per aprire in maniera ludica la “funzione”: prese; copie poesie scelte “Calpestare l’oblio”: prese; Sonetti Satirici: presi; materiale P2: preso; lista condanne e capi imputazione Premier: presa; maschera di Silvio Berlusconi: presa; spago e cuscino per “il calcio in culo a Berlusconi”: preso; pezzi di Travaglio (importante!): presi; mollette per appendere cartelli e manifesti: prese; computer per connessione streaming: preso. Sono pronto, posso andare. Mi guardo un attimo attorno per assicurarmi di non aver dimenticato nulla, poi esco e mi chiudo la porta alle spalle.

11145_1274562473202_1504168087_30738628_2223812_nL’aria è pungente. Quando arrivo in Calle Juan Bravo, un piccolo gruppo di persone è già lì, di fronte l’ambasciata circondata da poche guardie civili e un paio di camionette antisommossa, che si guarda attorno senza sapere ancora bene cosa fare. Luca ha già montato il treppiedi per la videocamera ed ha iniziato a fare un po’ di interviste. Pablo e Paolo preparano le fascette del “servizio d’ordine interno” ed iniziano a regolamentare l’afflusso di persone che sembra essersi fatto improvvisamente importante. Io distribuisco tutto il materiale che ho portato con me, aiuto a montare il banchetto del “centro operativo”. Matteo e Riccardo si occupano della connessione internet, mentre un gruppo di ragazzi entra ed esce da tutti i ristoranti e bar nel raggio di 200 metri per rubare un po’ di energia elettrica. Andrea ed altri ragazzi appendono cartelli e manifesti ovunque sia possibile. Elisabeth, con la sua parrucca viola, inizia a gestire la situazione: raccoglie firme ed indirizzi, distribuisce volantini e prende contatti con La Sexta, un canale televisivo spagnolo che verrà a farci visita più in là.

Siamo pronti, tutto è pronto. Tutto pare funzionare alla perfezione: la connessione c’è e la gente pure. La stretta isola pedonale che ci è stato dato il permesso di occupare per la manifestazione è gremita: ci saranno almeno 200-250 persone. Mi guardo un attimo attorno e mi sembra che quel cuscino che ovattava la giornata si sia appoggiato anche sulla piccola folla. Bisogna fare qualcosa. Corro al banchetto per recuperare un megafono: non ci sono pile! Allora chiedo un microfono. Esce fuori con un paio di casse, ma la prolunga che stiamo utilizzando per l’energia elettrica non funziona: non arriva corrente. Che si fa?

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Preso un po’ dallo sconforto, mi viene in mente (non so perchè) un brano del “Trattato del Ribelle” di Junger. Quello che parla dell’importanza del dire NO e del saperlo fare bene per non essere solo un mero “contributo a una statistica ufficiale”; quello che dice che “i simboli spiccano in modo particolare proprio su un fondo uniforme”. Quello in cui si afferma che gli uomini e i popoli si dimostrano “all’altezza dei loro tempi” quando essi siano in grado di gestire la tensione che c’è tra la libertà e la necessità: con una libertà circoscritta dalla necessità bisogna essere in grado di dare a quest’ultima un nuovo stile, senza perdere o sfigurare la prima.

11145_1274561753184_1504168087_30738611_536980_nEcco – mi dico – ecco perchè siamo qui. Perchè con la nostra libertà vogliamo fare in modo che vi siano necessità differenti. Necessità distinte da quelle dei poteri forti in lotta tra loro, distinte da quelle del nostro Premier, distinte da quelle della nostra classe dirigente, distinte dagli interessi economici che sembrano muovere il mondo, distinta dagli interessi partitici in grado di rappresentare solo se stessi; distinta da quelle di chi crede che un’assoluzione ed una prescrizione siano sinonimi, distinte da quelle di chi chiude gli occhi “perchè tanto così fan tutti”. Allora, senza megafono, senza microfono, senza energia elettrica, senza un discorso preparato a tavolino, sono salito sulla prima panchina ed ho iniziato ad urlare come un matto di fronte al mio, prima che quello di chi mi stava di fronte, sbigottimento. L’ho fatto non perchè fosse stato deciso così da qualche parte. L’ho fatto perchè ce n’era bisogno, perchè ne avevo bisogno. Perchè era un treno che non si poteva perdere quello del 5 di Dicembre. Perchè era il segnale estremo che io con tutti quelli che erano lì con me davamo a noi stessi per dirci: siamo ancora padroni di noi stessi. Possiamo decidere ancora come vivere. Ho iniziato strillando:

Se siamo tutti qui, in questa piazza, oggi, è per un motivo ben preciso: cacciare fuori dal Parlamento Italiano la tessera numero 1816 della P2 o Propaganda due, che dir si voglia. Ma questo, seppure il principale, non è l’unico motivo. Se c’è un motivo principale per cui noi siamo qui, a Madrid, e migliaia di altre persone sono in altre piazze in tutta Italia e nel resto del mondo, è per dire all’Italia che esiste una maniera diversa di essere Italia. E questa non è quella del berlusconismo e del verme del conflitto di interessi che sta intaccando tutti ed ha reso la nostra Nazione un corpo galleggiante in stato di decomposizione. Non serve fare una manifestazione all’anno ogni volta che ci mettono alle strette. C’è bisogno di un controllo permanente di quello che la nostra classe dirigente fa al nostro Paese. Perchè, a dispetto del nome, loro sono nostri dipendenti e noi abbiamo il diritto di richiamarli o di licenziarli quando non lavorino per l’interesse di tutti quanti noi. Quando questa manifestazione sarà giunta al termine e andremo tutti a casa, non assisteremo alla fine di qualcosa. Saremo solo  all’inizio!

Mentre rientravo, ho desiderato che fosse davvero così. Spero, con tutto me stesso, di aver avuto ragione.



30
Oct 09

La storia vera di un uomo qualsiasi – 1

Non saprei ben dire quanto a lungo diede in escandescenza. È sicuro che il suo unico obiettivo fu quello di farsi prendere per matto. E ci riuscì. Arrivarono a sirene spiegate sotto il suo balcone, allertati da una chiamata d’emergenza di un vicino. Se quello del piano di sotto o dell’appartamento accanto, lui non lo chiese mai.

Sono più o meno le undici del mattino di un Lunedì d’Ottobre, il mese che preferisce. Il cielo è terso ed il sole una grossa sfera bianca, la cui luce lattiginosa s’appoggia lentamente sui palazzi e da lì, cola come adipe, con fatica, fin sull’asfalto della strada. Il viale in cui si erge il civico 15 ha da tempo steso un lungo tappeto di foglie secche che riempiono la strada con il loro crepitio arancione. Le due file di ippocastani su ambo i lati del viale, con i loro rami spogli come dita, somigliano ad un lungo e silenzioso impreco cristallizato, aggrappato all’aria di vetro, fredda e diafana. Il palazzo nel quale, tempo addietro, prese in affitto un piccolo appartamento all’ultimo piano– un vecchio edificio stile liberty color ocra – ha quattro livelli e un evidente bisogno di una bella rinfrescata. La facciata è pulita e conserva vivo il suo colore, anche se scrostata in più punti, come quella di una vecchia chiesa di campagna ormai senza più fedeli. L’intonaco non nasconde i bordi delle enormi pietre, perfettamente rettangolari, con cui è stata costruita la parete, facendole sembrare ancor più mastodontiche. Si affacciano sullo stradone dodici grandi occhi: otto ad arco e di medie dimensioni, disposti in due colonne ai lati destro e sinistro del palazzo; e quattro enormi, a bifora, incolonnati in una fila centrale che fuoriesce un poco rispetto alla superficie piatta e senza balconi della facciata, formando una specie di spina dorsale o di enorme naso. Alcune finestre hanno le persiane abbassate; tutte sono con i battenti chiusi. Tranne l’ultima a destra al quarto piano, da cui si vede la tenda bianca respirare con la stanza e gonfiarsi come una vela sulla strada ad ogni colpo di vento. Subito sotto il finestrone più basso della colonna centrale, scivola l’arco acuto dell’ingresso principale dell’edificio, che si apre come un sipario sull’ampio patio interno. Dalla strada si intravede il grosso tronco bruno dell’acero, cresciuto in un pezzo di giardino ben tenuto al centro del patio del palazzo. L’albero è piuttosto alto e bisogna attraversare la loggia ampia e semibuia dell’entrata per poterne scorgere la cima folta e, in quel periodo dell’anno, incredibilmente rossa.

Secondo un’antica leggenda mitologica, l’acero è l’albero di Fobos, il dio greco della Paura, frutto dell’amore di Ares, dio della guerra, e Artemide, dea della bellezza. Un accostamento superstizioso dei nostri antenati, probabilmente dovuto al colore che le foglie di questo albero assumono all’arrivo dell’inverno. Nonostante non sia mai stato superstizioso, anche per lui questo albero rappresentava qualcosa: il rifiuto delle regole stabilite. Il rifiuto della regola secondo cui in inverno si perdono le foglie. Certo, esistono piante sempreverdi, ma quelle hanno ceduto al compromesso: possiedono foglie grette, ottuse, di cartone, che quando seccano non cadono dai rami dondolandosi nell’aria con una dolce dispedita, ma precipitano al suolo come sassi lanciati da un bambino dispettoso, facendo il rumore di tappi di bottiglia o pietre. O, peggio, hanno irti aghi al posto delle foglie. E che altro sono, questi aghi e queste spine o queste foglie di cartone, se non il prodotto della stitichezza dovuta alla loro vigliaccheria? Affrontare il vento freddo di Novembre a foglie scoperte: questa è tutta un’altra storia.

A cosa giova avere aghi e spine tutto l’anno e non poter avere una foglia un solo giorno? Non bisognerebbe mai cedere nemmeno un briciolo di bellezza in cambio di una sopravvalutata funzionalità. La funzionalità suol dolere sempre ad una delle parti in giuoco, non potendole accontentare tutte, e sempre lascia le cose a metà, essendo per natura imperfetta e compromesso per definizione. La bellezza, invece… Oh, la bellezza: lei sceglie da che parte stare e ci resta fino in fondo, fino alla fine. Perchè la bellezza finisce sempre. Deve finire. È nella sua natura, nella sua stessa essenza, finire, per andare a far parte dei ricordi. E, trasformandosi in memoria, riesce a riprodursi indefinitamente e mai uguale a sè stessa, bensì in altro da sé, potendo esistere fino a che altro esisterà in tutte le forme. È per questo motivo che la bellezza è perfetta. Ciò che tutti chiamano Dio, ma che in troppi confondono con la religione, è un esempio di bellezza per antonomasia. Ciò che è imperfetto, invece, cerca disperatamente il compromesso per trascinarsi nel tempo il più a lungo possibile, e non vuole finire perchè sa che non sarebbe in grado di farsi ricordare. E allora si riproduce uguale a se stesso, continuamente, corrompendo tutto e tutti alle sue regole vili del compromesso che confondono con il piacere ciò che è solo abitudine. Ma l’acero no. L’acero è l’albero più coraggioso di tutti, perchè sa che soccomberà alle regole stabilite, alle sferzate dell’inverno che gli arriveranno come frustate sul fusto spoglio, e nonostante questo non crede sia vano lottare contro tutto questo con un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia che gli infuoca la chioma, scaldando l’aria intorno ancora per un po’. Un acero, ad una lunga vita mediocre, preferirà sempre una morte solenne.

Questo è ciò che lui aveva sempre pensato guardando quell’acero rosso crescere nel giardino. Fino a quella mattina. Fino a quando, alzatosi dal letto, si affaccia alla finestra come tutte le mattine e, come tutte le mattine, accende la sua sigaretta, poggiando poi l’accendino accanto alla tazzina di caffè che mette a raffredare sul davanzale. Quella mattina fissa come al solito la chioma rossa dell’acero sventolare non già come una bandiera – come l’aveva sempre vista, ma come un triste saluto troppo simile a un addio. Da una boccata e sgrana gli occhi. Un pensiero lo colpsce come uno schiaffo. Il fumo gli va di traverso. Tossisce. Lascia cadere la sigaretta e corre in cucina a versarsi dell’acqua in un bicchiere. La mano gli trema e gli fa battere il bordo della bottiglia di vetro sul bicchiere. Un tin tintintin tintin lungo come il tempo che impiega a riempirlo è l’unico suono che si può ascoltare a quell’ora. Lo avvicina alla bocca con difficoltà, sgocciolandosi un po’ d’acqua sulla manica del pigiama, e lo beve tutto d’un sorso. Come se con tutta quell’acqua voglia affogare ciò che ha appena pensato, per poi andarlo a pisciare. Finito di bere, riporta la testa in avanti e sbatte il bicchiere sul tavolo della cucina, come se avesse appena tracannato un cicchetto di tequila. Rimane in piedi, con le braccia tese e le mani appoggiate sullo schienale della sedia. Guarda fisso di fronte a sè e dopo un po’, quasi senza volerlo, sussurra “non può essere così”. Strizza gli occhi e serra labbra e denti, come per impedire che si parli ancora, come se la sua bocca gli avesse rivelato ciò che mai avrebbe voluto scoprire, contro la sua volontà. Con gli occhi ancora chiusi, fa un lungo respiro. Poi, butta fuori l’aria e li riapre di scatto. Si gira piano su se stesso, senza mai staccare le mani dallo schienale della sedia, impacciato come un vecchio durante la riabilitazione, e rimane qualche minuto a fissare la porta aperta della cucina. Da lì riesce a vedere un pezzo dell’altra stanza: sulla destra, il bracciolo del divano marrone che aveva trovato qualche anno fa di fianco ad un cassonetto proprio sotto casa, uno spicchio del tavolino pieno di tabacco e cenere e dei resti della cena della sera precedente; di fronte c’è la parete bianca e senza quadri; sotto, sul pavimento, un piccolo televisore perennemente spento. Volge piano lo sguardo a sinistra, aggrottando un po’ la fronte, con l’espressione di chi ha il timore di guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Da dove era in cucina, quando non la nasconde la tenda bianca che svolazza nella sala, attraverso la porta riesce a vedere solo una striscia della finestra, messa di sbieco, con un pezzo del porticato e del passatoio. Si avvia verso la finestra, piano, portando in avanti solo il piede destro e trascinando il piede sinistro, sotto cui striscia una ciabatta sul pavimento. L’altra si era rimasta sotto la finestra, quando era scappato in cucina. Costeggia la parete come un ladro nel proprio appartamento, facendo bene attenzione a non far rumore senza sapere il perchè. Arrivato alla finestra rimane fermo con la faccia accostata allo stipite, mentre la tenda gli sfiore il viso con ampie carezze. Poi, come un bambino che sbircia se qualcuno lo sta cercando mentre gioca a mosca cieca, mette fuori la testa e guarda. Resta fermo per qualche istante, a fissare quasi senza respirare. Poi si porta le mani agli occhi, premendo con i palmi sulle orbite, ed inizia a piangere. Le spalle hanno un sussulto ad ogni singhizzo trattenuto. Prima che tutto inizi, riesce a dire solo “presto o tardi, doveva succedere”.

Quella mattina, lui scoprì che un acero, compreso quello che cresce nel giardino del suo palazzo, non arrossisce a causa di un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia. Un acero arrossisce di vergogna, perchè è l’unico albero che sa che si ritroverà nudo quando l’inverno sarà cominciato.


Continua…


3
Oct 09

Bebe e Io

Rotolai per un po’ prima di ritrovarmi quasi a testa in giù, con la schiena poggiata contro una parete del vagone rosso ruggine del treno merci su cui saltammo. Stavo ancora cercando di recuperare il senso dell’orientamento, quando mi ricordai di Bebe. Non che la avessi dimenticata, ma tutto quel trambusto e quel ruzzolare mi fecero schizzar fuori dalla testa ogni pensiero, che ora stava rimbalzando indietro al suo posto con violenza, come se fosse rimastomi attaccato al cervello con un elastico tutto il tempo. Scrollai la testa per riprendermi e cercai di alzarmi per vedere se fosse lì da qualche parte. Probabilmente lo feci troppo velocemente perché la testa mi si mise a girare, barcollai un po’ e mi venne da vomitare.

Quando la vidi, ero in piedi, appoggiato con un fianco alla parete in fondo al conteiner, mentre la guardavo rigirarsi su se stessa, anche lei un po’ confusa. Batteva gli zoccoletti sul pavimento di legno, facendo un rumore terribile, perché il vagone dentro cui ci eravamo letteralmente lanciati era vuoto e rimandava una eco metallica infernale. Fui felice di vedere Bebe più del fatto di essere riuscito a non farmi taglizzare dalle ruote affilate del treno. Per lei avrei fatto qualsiasi cosa: anche saltare su un treno merci in corsa senza conoscerne la destinazione.

Bebe è una capra, ma non una qualsiasi: Bebe è la MIA capra. Non intendo, con questo, rimarcare nessuna specie di diritto o di possesso su Bebe. È solo che Bebe è come quelle cose che capitano per caso e che il tempo spinge chi le incontra a credere che gli appartengano. Invece ognuno non è altro che il contenitore dell’esistenza dell’altro, senza il quale nessuno esisterebbe o saprebbe di esistere (che poi è uguale). Bebe, dunque, è mia nel senso che io sono il contenitore in cui il caso – e poi la scelta – ha deciso di riporre la sua esistenza e viceversa.

Il giorno che incontrai Bebe, ricordo che la trovai incastrata in un enorme rovo dal quale non sarebbe riuscita a saltar fuori se non lasciandoci l’equivalente in lana di una dozzina di maglioni. E Bebe non avrebbe mai lasciato che un rovo sfibrasse un solo batuffolo, seppur piccolo, della sua lana, che era per lei la cosa più importante perché la distingueva da tutte le altre capre e da tutti gli altri animali. La vidi che cercava di liberarsi da quell’intreccio di rami e spine mordicchiando qui e lì, piano, un poco alla volta, preferendo sacrificare alle punture delle spine le labbra e la lingua, piuttosto che la sua preziosa lana. Cercai così di aiutarla: districarsi in quell’intreccio di folti rametti spinosi che si infilavano dappertutto non fu semplice nemmeno per me, nonstante con le mani riuscissi a muovermi più facilmente. Quando finalmente riuscimmo ad uscir fuori da quella gabbia di legno e uncini appuntiti, Bebe mi ripagò non abbandonandomi mai più. E così feci anch’io.

Il fatto è che tutti in città avevano un animale: c’erano i pochi che lo avevano ereditato dai loro padri, alcuni che lo avano ricevuto in dono, altri che lo ebbero in pegno, altri ancora in cambio di qualcos’altro. La maggior parte, però, comprava il suo animale. Era trascorso lungo tempo dacchè non si riusciva più ad incontrare per caso un animale in giro da tenersi stretto e farsi amico, come accadde a me e Bebe. Un tempo talmente lontano che l’occhio già miope della memoria non sarebbe mai più stato in grado di vedere fin laggiù. Fu così che, non trovandoli più per strada, si iniziarono a comprare gli animali, e i mercanti cominciarono a veder formarsi, davanti alle porte dei loro negozi, code sempre più lunghe di clienti pronti ad acquistare il loro animale, convinti di fare la cosa più normale che si sarebbe potuta fare. Il dubbio se i loro padri ed i padri dei loro padri avrebbero potuto giudicarli dei folli non li sfiorava neanche. D’altronde, quando nella memoria degli uomini il passato si restringe, il presente tende a prenderne il posto. È così che anche le cose più incredibili sembrano le più ovvie, solo perché ciò che sta accadendo è il ricordo più lontano che si possiede. E non si riesce ad immaginare nulla di diverso da ciò che si vede.

Ma questa non era la cosa più bizzarra. La cosa più sorprendente era che gli animali venduti venivano prodotti. C’erano i produttori di mucche, quelli di asini, di cavalli, di cani, di gatti, di criceti, di pappagalli, di animali esotici di ogni specie. E di capre, ovviamente – una faccenda che Bebe non poteva sopportare. Tutti gli animali prodotti venivano fuori tutti uguali gli uni con gli altri entro la stessa specie: stessa taglia, stesso peso, stesso colore, stesso tono del verso. A volte, anche specie differenti venivano fuori simili perché il produttore era lo stesso ed utilizzava gli stessi strumenti per la produzione di specie diverse per “tagliare i costi”. A volte capitava che una mucca avesse la criniera e nitrisse e che un gatto fosse piccolissimo e squittisse. Errori di produzione a cui sempre meno possessori di animali facevano caso; un po’ per la gran confusione generale in cui ci si abituava a vivere, un po’ perché si cambiava facilmente di animale e questo contribuiva a dare a tutto meno importanza. E se poi qualcuno lamentava il fatto che due specie differenti si assomigliassero, la risposta era che “già il fatto stesso di avere due nomi diversi indica una bella differenza”.

La cosa, in fin dei conti, sembrava funzionare, perché nessuno se ne lamentava più di tanto: il nome era diverso, le personalizzazioni possibili erano numerose e poi a ciascuno sembrava la differenza maggiore la facesse il semplice fatto che l’animale fosse il proprio e non di un altro. Questo bastava, anche se molto spesso capitava che ci si confondesse di bestia, soprattutto di domenica quando tutti erano a spasso con il loro animale. Fortunatamente non v’erano quasi mai liti perché, nonostante le personalizzazioni e i differenti nomi, nessuno si accorgeva dello scambio. Si litigava più spesso, invece, al momento dell’acquisto: se, ad esempio, c’era una sola vacca e molti acquirenti desiderosi di possederla, si scatenava un putiferio. Solo l’intervento diplomatico di un mercante navigato con una lunga esperienza poteva risolvere questo tipo di discussioni, solitamente guadagnando più del normale. Il mercante, infatti, riusciva a vendere ad uno l’ultima mucca a prezzo doppio, convincendolo della rarità del suo acquisto, mentre a tutti gli altri – spacciandola per ultima moda – vendeva qualche bestiola che aveva in disavanzo perché nessuno voleva, eliminando in tal modo un po’ di deposito che stava invecchiando. Insomma, alla fine tutti tornavano a casa felici, convinti di aver fatto la scelta migliore. Così, la gente non solo non si preoccupava più del fatto che gli animali fossero prodotti in serie e venissero venduti invece che incontrati per caso, ma non sembrava imbarazzata nemmeno dal fatto di essere uscita di casa pensando di comprare un gatto per poi ritornare con un criceto.

Nonostante le bestiole prodotte fossero una riproduzione piuttosto fedele di quelle reali, i loro fabbricanti e mercanti erano perennemente a caccia degli ultimi animali veri e liberi ancora in giro nella zona. Ciò accadeva perché i fabbricanti, una volta entrati in possesso di un qualche animale reale, lo utilizzavano per effettuare i loro test di produzione, e come originale a cui fare riferimento per la progettazione e produzione delle loro copie. I mercanti, invece, catturavano gli ultimi animali veri ancora liberi per venderli ai fabbricanti e fare affari, e per evitare che i loro clienti si lamentassero e richiedessero il rimborso del prodotto acquistato. Infatti, gli animali che i mercanti vendevano, al contrario di quelli reali, si consumavano e necessitavano di un periodica e costosa manutenzione, quando non la totale sostituzione. Consentire che i loro clienti potessero venire a conoscenza dell’esistenza di animali senza alcun bisogno né di manutenzione né di sostituzione sarebbe stato un rischio troppo alto per i loro affari.

Venni a conoscenza di tutte queste cose solo dopo che ebbi aiutato Bebe ad uscir fuori da quel rovo. La mia Bebe, infatti, era rimasta lì nascosta per settimane, fino a quando i mercanti e i fabbricanti non terminarono la loro periodica battuta di caccia. Dopo averla liberata, a distanza di qualche giorno, iniziò a visitarmi un signore per bene, dall’aspetto distinto e cordiale. Era molto affascinato dalla bellezza di Bebe e dalla qualità della sua lana. Mi fece molte domande su dove l’avevo trovata, come diventammo inseparabili, cosa mangiava. Più volte mi chiese diesaminare la sua lana e tenerla un po’ con sé. Avendo notato una certa ritrosia di Bebe, cercai di allontanarlo senza essere scortese. Fu allora che il signore distinto mi disse che gli sarebbe piaciuto acquistarla e che avrebbe considerato qualsiasi offerta che io gli avessi proposto. Prima che potessi rispondere qualsiasi cosa, Bebe mi stava già tirando per un lembo dei pantaloni lontano da quel signore, che divenne improvvisamente duro e aggressivo, e che mi minaccio dicendomi che sarebbe stato meglio che io gli avessi fatto un’offerta, perché la sua poteva essere solo quella di scegliere tra il dargli l’animale o la mia vita.

Così, una notte, svegliai Bebe e insieme corremmo verso la piccola stazione della città. Aspettammo nascosti dietro una siepe di ginepri fino a che non sentimmo il fischio del treno merci annunciare il suo arrivo. Balzammo fuori dalla siepe ed iniziammo a correre seguendo i binari nella stessa direzione in cui stava correndo il treno. Appena fu abbastanza vicino contai fino a tre e vi saltammo su. Quella notte non sapevo dove il treno si stesse dirigendo, ne cosa ci avrebbe atteso una volta giunti a destinazione. Però ero felice di essere lì, ancora insieme alla mia Bebe.

Questa è la storia mia e di Bebe, e di come arrivammo qui – dove tu sei nato – tanto tempo fa. Ora, bambino mio, Bebe è tua: corri fuori e gioca con lei.