Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.
Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.
Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.
- Mio Dio, ma è assurdo!
- No signorina, sono le regole.
- Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!
- Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.
Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.
Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.
Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.
Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore. Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.
Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.
Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.
Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”
Non si era mai sentita così viva.
(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)




Quella mattina, Mattia si era svegliato prima del solito. Aspettò che Angela, la madre, uscisse di casa prima di alzarsi dal letto, per evitare di cominciare la giornata con il solito interrogatorio. Mise su un caffè e andò in bagno a lavarsi la faccia con l’acqua ghiacciata dall’inverno che, nonostante i bassi meridiani, attanagliava da qualche mese le tubature. Chiuse il rubinetto e lasciò che l’acqua gli scivolasse piano dal viso nel lavabo, mentre si fissava allo specchio chiedendosi, questa volta come al solito, perché diavolo continuasse ancora a sopportarla.
Fece qualcosa e lei rise di gusto, buttando indietro la testa. Poi, lui le tagliò la gola.
Madrid, ore 8. Il sole si appoggia pallido e con qualche difficoltà sui vetri della finestra della sala da pranzo. Dal tavolo sale il fumo del caffè caldo e della sigaretta appoggiata nel posacenere che il sonno, ancora presente, mi impedisce di distinguere. È Sabato 5 Dicembre, un Sabato che sa di Domenica: l’aria è calma e sembra un cuscino, appoggiato su questa giornata fatta di poca gente che misura la strada con lenti passi domenicali e nessuna auto. Il silenzio ovatta tutto, tranne il frinire metallico del semaforo che avvisa i ciechi che ora si può attraversare. Sembra che voglia piovere e le persone che si fermano all’edicola proprio sotto la mia finestra si stringono nelle spalle per il freddo. Qui, a Madrid, sono quasi tutti andati da qualche parte per il ponte che ha ufficialmente dato l’inizio alle feste natalizie. Mi volto, guardo la lista che ho sul tavolo e mi chiedo: verranno?
L’aria è pungente. Quando arrivo in Calle Juan Bravo, un piccolo gruppo di persone è già lì, di fronte l’ambasciata circondata da poche guardie civili e un paio di camionette antisommossa, che si guarda attorno senza sapere ancora bene cosa fare. Luca ha già montato il treppiedi per la videocamera ed ha iniziato a fare un po’ di interviste. Pablo e Paolo preparano le fascette del “servizio d’ordine interno” ed iniziano a regolamentare l’afflusso di persone che sembra essersi fatto improvvisamente importante. Io distribuisco tutto il materiale che ho portato con me, aiuto a montare il banchetto del “centro operativo”. Matteo e Riccardo si occupano della connessione internet, mentre un gruppo di ragazzi entra ed esce da tutti i ristoranti e bar nel raggio di 200 metri per rubare un po’ di energia elettrica. Andrea ed altri ragazzi appendono cartelli e manifesti ovunque sia possibile. Elisabeth, con la sua parrucca viola, inizia a gestire la situazione: raccoglie firme ed indirizzi, distribuisce volantini e prende contatti con
Ecco – mi dico – ecco perchè siamo qui. Perchè con la nostra libertà vogliamo fare in modo che vi siano necessità differenti. Necessità distinte da quelle dei poteri forti in lotta tra loro, distinte da quelle del nostro Premier, distinte da quelle della nostra classe dirigente, distinte dagli interessi economici che sembrano muovere il mondo, distinta dagli interessi partitici in grado di rappresentare solo se stessi; distinta da quelle di chi crede che un’assoluzione ed una prescrizione siano sinonimi, distinte da quelle di chi chiude gli occhi “perchè tanto così fan tutti”. Allora, senza megafono, senza microfono, senza energia elettrica, senza un discorso preparato a tavolino, sono salito sulla prima panchina ed ho iniziato ad urlare come un matto di fronte al mio, prima che quello di chi mi stava di fronte, sbigottimento. L’ho fatto non perchè fosse stato deciso così da qualche parte. L’ho fatto perchè ce n’era bisogno, perchè ne avevo bisogno. Perchè era un treno che non si poteva perdere quello del 5 di Dicembre. Perchè era il segnale estremo che io con tutti quelli che erano lì con me davamo a noi stessi per dirci: siamo ancora padroni di noi stessi. Possiamo decidere ancora come vivere. Ho iniziato strillando:





















