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Fece qualcosa e lei rise di gusto, buttando indietro la testa. Poi lui le tagliò la gola.

Sembrava una abat-jour, quella testa appoggiata dritta sul tavolo in cucina, con la lunga chioma di capelli castani arruffati che scendevano fino ad annegare le punte nella pozza di sangue alla base del collo. Gli occhi sgranati color coca-cola e quelle labbra gonfie e rosa… Oh, era davvero la più bella puttana che avesse mai visto.

Era in piedi davanti al tavolo e la fissava, mentre alcune gocce di sangue non ancora rappreso colavano dal bordo del ripiano, scoppiando contro il pavimento. Il disco con Love Me Tender era ancora su, dalla finestra semiaperta entrava la brezza fresca.

 

 

Scese a comprare la scorta di vino rosso dall’indiano sotto casa. Era più caro del supermercato, ma rimaneva aperto fino a tardi la notte. Avevano fatto un patto: l’indiano gli avrebbe venduto il vino con uno sconto e lui non lo avrebbe denunciato al centro di immigrazione. L’indiano accettò.

Iniziò a farci la spesa perché era comodo: da quando si era rinchiuso in casa, in un esilio volontario dal mondo nel mondo, non sopportava più gli iper le piazze i bar: la gente. Né pro né contro, né dentro né fuori: aveva limitato il suo rapporto con la vita reale ai pochi metri quadri di un appartamento al quinto piano in un palazzo di periferia, dove viveva clandestinamente la sua vita.

Sempre più spesso, ascoltarsi parlare lo disorientava. Sentiva che quello che diceva gli apparteneva sempre meno quanto più diventava degli altri. Così, per evitare che le sue parole fossero quelle di tutti, evitava di pronunciarle.

Imparò a fidarsi solo della sua immaginazione quando scoprì che, a sua insaputa – per sopravvivere – qualcosa uccideva la Verità. Mai interrompere quella condizione di clandestinità: credeva di perdere i sogni, se ne fosse uscito.

Undicesimo comandamento:

Di notte

non si perdano

le stelle, come i sogni

non si dovrebbero

di giorno.

Aveva paura che il giorno li avrebbe uccisi, schiacciandoli come un’ombra contro l’asfalto che tutti avrebbero calpestato con quell’ottusa disinvoltura della quotidianità. Così, imparò a vivere in una stanza dove ciò che immaginava era molto più reale di ciò che accadeva al di la della finestra, sempre aperta sulla strada. Passava il tempo a sfilarsi i sogni dalla testa: con il pollice e l’indice li prendeva e se li faceva scivolare tra le dita, se li avvolgeva alla lingua o li faceva scorrere tra i denti, lasciava che gli pendessero da un orecchio, li confondeva tra i capelli, ne faceva una collana o una corda da saltare e, quando ne arrivavano altri, i primi li appendeva alla parete o li legava ai piedi di una sedia, ci imbottiva un cuscino.

Il pensiero di incontrarsi con qualcuno lo atterriva. Raccontargli dei suoi sogni appesi ai muri del suo appartamento avrebbe tolto loro la dignità che tra quelle pareti conservavano. Per non rinunciare a sé, aveva perduto l’affetto di chi gli stava intorno e l’amore, quando cercò di spiegarsi senza sembrare un pazzo.

Non potendo sapere che aria tirasse al di sopra del livello del tavolo che aveva in cucina, imparò a scoprire i luoghi dell’uomo che gli era dentro, di fronte a un vino rosso, le gambe penzoloni dalla sedia. Esplorazioni avventurose dei posti più reconditi della mente umana con cui riempiva le giornate vuote degli altri.

 

 

Ti piace il vino? Lei rispose superando la soglia del portone, tenuto aperto con la spalla, dando un paio di occhiate dietro di sé con scatti repentini della testa. Hai paura?, mentre salivano le scale. Lei sorrise, ma solo con le labbra. Bevve un sorso direttamente dalla bottiglia e aprì la porta di casa. Dovresti , disse mentre sfilava la chiave dalla toppa della porta aperta.  Sei una troia fortunata tu, lo sai? Almeno questo… Bevve un altro sorso e le passò la bottiglia. Lei accennò un nuovo, timido sorriso imbarazzato e bevve. Questo posto non esiste, ma oggi potrebbe con te. Li vedi i sogni appesi alle pareti? Bevve  E quei cuscini che brillano se li muovi sotto la luce della lampada, li vedi? Bevve. Lei fissava il pavimento con la faccia un po’ di lato, appoggiata sulla spalla. Con un piede si tolse una scarpa. Non li vedi, eh? Bevve. Sei solo una stupida puttana – si pulì con il braccio il vino che gli colava dalla bocca impastata – Ma stasera niente cazzi, stasera solo sogni. D’accordo? Le tese la bottiglia e lei fece un piccolo sorso guardando il soffitto scuro e senza lampadario.

Andò in cucina a prepararsi quella fetta di carne che stava marcendo in frigo da una settimana. Tornò e le si sedette di fronte a mangiare la sua bistecca. Proprio non li vedi, allora? Lei dondolava una scarpa nel vuoto con il piede: ora guardava la finestra, ma non fuori. Se non li vedi te li racconto, così puoi sentirli almeno.

Iniziò a raccontarle i sogni che per tanti anni aveva appeso alle pareti, uno ad uno e senza un ordine preciso, interrompendosi solo per bere dalla bottiglia o dal bicchiere. Ascolta bene questo, è il mio preferito. La voce gli si fece seria. Il viso, fin’ora contratto in una specie di smorfia tra lo sforzo e la rabbia, gli si appianò sotto le ciglia inarcatesi sugli occhi che ora guardavano tutto il vuoto che c’era nel vuoto. Lo raccontò di nuovo, e ancora una volta, e di nuovo ancora e ancora, riempiendo di lacrime il bicchiere che continuamente si svuotava. Poi, si pulì le labbra, schiarì la voce e si alzò.

Nessuno è all’altezza di certe cose, nemmeno tu. Dovrò tagliarti le gambe per questo. Lei continuò a fissare l’angolo del pavimento che era rimasta a guardare per tutto il tempo del racconto. Andò in cucina barcollando, era ubriaco. Tornò nella stanza con un coltello, le si avvicinò e cadde a terra cercando di sedersi accanto a lei sul letto troppo alto. Lei rise di gusto buttando indietro la testa.

 

 

Con le mani inzuppate di sangue, si avvicinò alla testa poggiata sul tavolo. Le aprì la bocca e la riempì di sperma.

Ed ora sgorghino parole a fiotti come flutti di figli di puttana tutti frutti riprodotti dalla stessa vergine e feconda parola madre e troia fecondata e tutti riproducano il mio canto osceno che queste orecchie sorde come il legno pieno delle teste che dividono ambulanti si ostinano a non vedere mendicando un po’ di vita ogni giorno d’ora in ora  che tutta assieme è una vergogna e poi rossi come fanno a tirar dritto a testa alta con l’imbarazzo che gli chinerebbe il capo in basso nell’abisso dentro il quale perderebbero la testa ma non sé se solo ci guardassero sguazzassero nel tempo come in una pozza di fango bianco che è la luce del mattino quando il giorno sgocciola sulla sera come un rubinetto nel buio la notte che non parla ma parla foss’anche per dir niente che è una settimana che non dormo per tener l’orecchio teso alla crepa del silenzio che si tende e non smette di dirmi altro che silenzio e non si sente niente a parte l’eco delle persone che muoiono quando spengono la sveglia il mattino ancora caldo sfornato come un pane da questo immenso inferno sempre acceso ad ardere i ricordi appesi come appendici ad un passato che non c’è stato mai se non hai avuto tempo per un racconto

Affannato, si accasciò a terra con la schiena appoggiata ai piedi della sedia. Lei non parlò e il suo silenzio lo uccise.

Luigi B.

11145_1274561633181_1504168087_30738608_2873064_nMadrid, ore 8. Il sole si appoggia pallido e con qualche difficoltà sui vetri della finestra della sala da pranzo. Dal tavolo sale il fumo del caffè caldo e della sigaretta appoggiata nel posacenere che il sonno, ancora presente, mi impedisce di distinguere. È Sabato 5 Dicembre, un Sabato che sa di Domenica: l’aria è calma e sembra un cuscino, appoggiato su questa giornata fatta di poca gente che misura la strada con lenti passi domenicali e nessuna auto. Il silenzio ovatta tutto, tranne il frinire metallico del semaforo che avvisa i ciechi che ora si può attraversare. Sembra che voglia piovere e le persone che si fermano all’edicola proprio sotto la mia finestra si stringono nelle spalle per il freddo. Qui, a Madrid, sono quasi tutti andati da qualche parte per il ponte che ha ufficialmente dato l’inizio alle feste natalizie. Mi volto, guardo la lista che ho sul tavolo e mi chiedo: verranno?

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Senza rispondermi, prendo in mano il foglio e comincio a ripassare tutte le cose che bisogna che faccia prima di prendere la metro direzione Calle Juan Bravo. Stampe appello di Saviano:prese; stampe vignette Gavavenezia e Natangelo: prese; copie Litania dei Santi Parlamentari condannati in Parlamento per aprire in maniera ludica la “funzione”: prese; copie poesie scelte “Calpestare l’oblio”: prese; Sonetti Satirici: presi; materiale P2: preso; lista condanne e capi imputazione Premier: presa; maschera di Silvio Berlusconi: presa; spago e cuscino per “il calcio in culo a Berlusconi”: preso; pezzi di Travaglio (importante!): presi; mollette per appendere cartelli e manifesti: prese; computer per connessione streaming: preso. Sono pronto, posso andare. Mi guardo un attimo attorno per assicurarmi di non aver dimenticato nulla, poi esco e mi chiudo la porta alle spalle.

11145_1274562473202_1504168087_30738628_2223812_nL’aria è pungente. Quando arrivo in Calle Juan Bravo, un piccolo gruppo di persone è già lì, di fronte l’ambasciata circondata da poche guardie civili e un paio di camionette antisommossa, che si guarda attorno senza sapere ancora bene cosa fare. Luca ha già montato il treppiedi per la videocamera ed ha iniziato a fare un po’ di interviste. Pablo e Paolo preparano le fascette del “servizio d’ordine interno” ed iniziano a regolamentare l’afflusso di persone che sembra essersi fatto improvvisamente importante. Io distribuisco tutto il materiale che ho portato con me, aiuto a montare il banchetto del “centro operativo”. Matteo e Riccardo si occupano della connessione internet, mentre un gruppo di ragazzi entra ed esce da tutti i ristoranti e bar nel raggio di 200 metri per rubare un po’ di energia elettrica. Andrea ed altri ragazzi appendono cartelli e manifesti ovunque sia possibile. Elisabeth, con la sua parrucca viola, inizia a gestire la situazione: raccoglie firme ed indirizzi, distribuisce volantini e prende contatti con La Sexta, un canale televisivo spagnolo che verrà a farci visita più in là.

Siamo pronti, tutto è pronto. Tutto pare funzionare alla perfezione: la connessione c’è e la gente pure. La stretta isola pedonale che ci è stato dato il permesso di occupare per la manifestazione è gremita: ci saranno almeno 200-250 persone. Mi guardo un attimo attorno e mi sembra che quel cuscino che ovattava la giornata si sia appoggiato anche sulla piccola folla. Bisogna fare qualcosa. Corro al banchetto per recuperare un megafono: non ci sono pile! Allora chiedo un microfono. Esce fuori con un paio di casse, ma la prolunga che stiamo utilizzando per l’energia elettrica non funziona: non arriva corrente. Che si fa?

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Preso un po’ dallo sconforto, mi viene in mente (non so perchè) un brano del “Trattato del Ribelle” di Junger. Quello che parla dell’importanza del dire NO e del saperlo fare bene per non essere solo un mero “contributo a una statistica ufficiale”; quello che dice che “i simboli spiccano in modo particolare proprio su un fondo uniforme”. Quello in cui si afferma che gli uomini e i popoli si dimostrano “all’altezza dei loro tempi” quando essi siano in grado di gestire la tensione che c’è tra la libertà e la necessità: con una libertà circoscritta dalla necessità bisogna essere in grado di dare a quest’ultima un nuovo stile, senza perdere o sfigurare la prima.

11145_1274561753184_1504168087_30738611_536980_nEcco – mi dico – ecco perchè siamo qui. Perchè con la nostra libertà vogliamo fare in modo che vi siano necessità differenti. Necessità distinte da quelle dei poteri forti in lotta tra loro, distinte da quelle del nostro Premier, distinte da quelle della nostra classe dirigente, distinte dagli interessi economici che sembrano muovere il mondo, distinta dagli interessi partitici in grado di rappresentare solo se stessi; distinta da quelle di chi crede che un’assoluzione ed una prescrizione siano sinonimi, distinte da quelle di chi chiude gli occhi “perchè tanto così fan tutti”. Allora, senza megafono, senza microfono, senza energia elettrica, senza un discorso preparato a tavolino, sono salito sulla prima panchina ed ho iniziato ad urlare come un matto di fronte al mio, prima che quello di chi mi stava di fronte, sbigottimento. L’ho fatto non perchè fosse stato deciso così da qualche parte. L’ho fatto perchè ce n’era bisogno, perchè ne avevo bisogno. Perchè era un treno che non si poteva perdere quello del 5 di Dicembre. Perchè era il segnale estremo che io con tutti quelli che erano lì con me davamo a noi stessi per dirci: siamo ancora padroni di noi stessi. Possiamo decidere ancora come vivere. Ho iniziato strillando:

Se siamo tutti qui, in questa piazza, oggi, è per un motivo ben preciso: cacciare fuori dal Parlamento Italiano la tessera numero 1816 della P2 o Propaganda due, che dir si voglia. Ma questo, seppure il principale, non è l’unico motivo. Se c’è un motivo principale per cui noi siamo qui, a Madrid, e migliaia di altre persone sono in altre piazze in tutta Italia e nel resto del mondo, è per dire all’Italia che esiste una maniera diversa di essere Italia. E questa non è quella del berlusconismo e del verme del conflitto di interessi che sta intaccando tutti ed ha reso la nostra Nazione un corpo galleggiante in stato di decomposizione. Non serve fare una manifestazione all’anno ogni volta che ci mettono alle strette. C’è bisogno di un controllo permanente di quello che la nostra classe dirigente fa al nostro Paese. Perchè, a dispetto del nome, loro sono nostri dipendenti e noi abbiamo il diritto di richiamarli o di licenziarli quando non lavorino per l’interesse di tutti quanti noi. Quando questa manifestazione sarà giunta al termine e andremo tutti a casa, non assisteremo alla fine di qualcosa. Saremo solo  all’inizio!

Mentre rientravo, ho desiderato che fosse davvero così. Spero, con tutto me stesso, di aver avuto ragione.


Non saprei ben dire quanto a lungo diede in escandescenza. È sicuro che il suo unico obiettivo fu quello di farsi prendere per matto. E ci riuscì. Arrivarono a sirene spiegate sotto il suo balcone, allertati da una chiamata d’emergenza di un vicino. Se quello del piano di sotto o dell’appartamento accanto, lui non lo chiese mai.

Sono più o meno le undici del mattino di un Lunedì d’Ottobre, il mese che preferisce. Il cielo è terso ed il sole una grossa sfera bianca, la cui luce lattiginosa s’appoggia lentamente sui palazzi e da lì, cola come adipe, con fatica, fin sull’asfalto della strada. Il viale in cui si erge il civico 15 ha da tempo steso un lungo tappeto di foglie secche che riempiono la strada con il loro crepitio arancione. Le due file di ippocastani su ambo i lati del viale, con i loro rami spogli come dita, somigliano ad un lungo e silenzioso impreco cristallizato, aggrappato all’aria di vetro, fredda e diafana. Il palazzo nel quale, tempo addietro, prese in affitto un piccolo appartamento all’ultimo piano– un vecchio edificio stile liberty color ocra – ha quattro livelli e un evidente bisogno di una bella rinfrescata. La facciata è pulita e conserva vivo il suo colore, anche se scrostata in più punti, come quella di una vecchia chiesa di campagna ormai senza più fedeli. L’intonaco non nasconde i bordi delle enormi pietre, perfettamente rettangolari, con cui è stata costruita la parete, facendole sembrare ancor più mastodontiche. Si affacciano sullo stradone dodici grandi occhi: otto ad arco e di medie dimensioni, disposti in due colonne ai lati destro e sinistro del palazzo; e quattro enormi, a bifora, incolonnati in una fila centrale che fuoriesce un poco rispetto alla superficie piatta e senza balconi della facciata, formando una specie di spina dorsale o di enorme naso. Alcune finestre hanno le persiane abbassate; tutte sono con i battenti chiusi. Tranne l’ultima a destra al quarto piano, da cui si vede la tenda bianca respirare con la stanza e gonfiarsi come una vela sulla strada ad ogni colpo di vento. Subito sotto il finestrone più basso della colonna centrale, scivola l’arco acuto dell’ingresso principale dell’edificio, che si apre come un sipario sull’ampio patio interno. Dalla strada si intravede il grosso tronco bruno dell’acero, cresciuto in un pezzo di giardino ben tenuto al centro del patio del palazzo. L’albero è piuttosto alto e bisogna attraversare la loggia ampia e semibuia dell’entrata per poterne scorgere la cima folta e, in quel periodo dell’anno, incredibilmente rossa.

Secondo un’antica leggenda mitologica, l’acero è l’albero di Fobos, il dio greco della Paura, frutto dell’amore di Ares, dio della guerra, e Artemide, dea della bellezza. Un accostamento superstizioso dei nostri antenati, probabilmente dovuto al colore che le foglie di questo albero assumono all’arrivo dell’inverno. Nonostante non sia mai stato superstizioso, anche per lui questo albero rappresentava qualcosa: il rifiuto delle regole stabilite. Il rifiuto della regola secondo cui in inverno si perdono le foglie. Certo, esistono piante sempreverdi, ma quelle hanno ceduto al compromesso: possiedono foglie grette, ottuse, di cartone, che quando seccano non cadono dai rami dondolandosi nell’aria con una dolce dispedita, ma precipitano al suolo come sassi lanciati da un bambino dispettoso, facendo il rumore di tappi di bottiglia o pietre. O, peggio, hanno irti aghi al posto delle foglie. E che altro sono, questi aghi e queste spine o queste foglie di cartone, se non il prodotto della stitichezza dovuta alla loro vigliaccheria? Affrontare il vento freddo di Novembre a foglie scoperte: questa è tutta un’altra storia.

A cosa giova avere aghi e spine tutto l’anno e non poter avere una foglia un solo giorno? Non bisognerebbe mai cedere nemmeno un briciolo di bellezza in cambio di una sopravvalutata funzionalità. La funzionalità suol dolere sempre ad una delle parti in giuoco, non potendole accontentare tutte, e sempre lascia le cose a metà, essendo per natura imperfetta e compromesso per definizione. La bellezza, invece… Oh, la bellezza: lei sceglie da che parte stare e ci resta fino in fondo, fino alla fine. Perchè la bellezza finisce sempre. Deve finire. È nella sua natura, nella sua stessa essenza, finire, per andare a far parte dei ricordi. E, trasformandosi in memoria, riesce a riprodursi indefinitamente e mai uguale a sè stessa, bensì in altro da sé, potendo esistere fino a che altro esisterà in tutte le forme. È per questo motivo che la bellezza è perfetta. Ciò che tutti chiamano Dio, ma che in troppi confondono con la religione, è un esempio di bellezza per antonomasia. Ciò che è imperfetto, invece, cerca disperatamente il compromesso per trascinarsi nel tempo il più a lungo possibile, e non vuole finire perchè sa che non sarebbe in grado di farsi ricordare. E allora si riproduce uguale a se stesso, continuamente, corrompendo tutto e tutti alle sue regole vili del compromesso che confondono con il piacere ciò che è solo abitudine. Ma l’acero no. L’acero è l’albero più coraggioso di tutti, perchè sa che soccomberà alle regole stabilite, alle sferzate dell’inverno che gli arriveranno come frustate sul fusto spoglio, e nonostante questo non crede sia vano lottare contro tutto questo con un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia che gli infuoca la chioma, scaldando l’aria intorno ancora per un po’. Un acero, ad una lunga vita mediocre, preferirà sempre una morte solenne.

Questo è ciò che lui aveva sempre pensato guardando quell’acero rosso crescere nel giardino. Fino a quella mattina. Fino a quando, alzatosi dal letto, si affaccia alla finestra come tutte le mattine e, come tutte le mattine, accende la sua sigaretta, poggiando poi l’accendino accanto alla tazzina di caffè che mette a raffredare sul davanzale. Quella mattina fissa come al solito la chioma rossa dell’acero sventolare non già come una bandiera – come l’aveva sempre vista, ma come un triste saluto troppo simile a un addio. Da una boccata e sgrana gli occhi. Un pensiero lo colpsce come uno schiaffo. Il fumo gli va di traverso. Tossisce. Lascia cadere la sigaretta e corre in cucina a versarsi dell’acqua in un bicchiere. La mano gli trema e gli fa battere il bordo della bottiglia di vetro sul bicchiere. Un tin tintintin tintin lungo come il tempo che impiega a riempirlo è l’unico suono che si può ascoltare a quell’ora. Lo avvicina alla bocca con difficoltà, sgocciolandosi un po’ d’acqua sulla manica del pigiama, e lo beve tutto d’un sorso. Come se con tutta quell’acqua voglia affogare ciò che ha appena pensato, per poi andarlo a pisciare. Finito di bere, riporta la testa in avanti e sbatte il bicchiere sul tavolo della cucina, come se avesse appena tracannato un cicchetto di tequila. Rimane in piedi, con le braccia tese e le mani appoggiate sullo schienale della sedia. Guarda fisso di fronte a sè e dopo un po’, quasi senza volerlo, sussurra “non può essere così”. Strizza gli occhi e serra labbra e denti, come per impedire che si parli ancora, come se la sua bocca gli avesse rivelato ciò che mai avrebbe voluto scoprire, contro la sua volontà. Con gli occhi ancora chiusi, fa un lungo respiro. Poi, butta fuori l’aria e li riapre di scatto. Si gira piano su se stesso, senza mai staccare le mani dallo schienale della sedia, impacciato come un vecchio durante la riabilitazione, e rimane qualche minuto a fissare la porta aperta della cucina. Da lì riesce a vedere un pezzo dell’altra stanza: sulla destra, il bracciolo del divano marrone che aveva trovato qualche anno fa di fianco ad un cassonetto proprio sotto casa, uno spicchio del tavolino pieno di tabacco e cenere e dei resti della cena della sera precedente; di fronte c’è la parete bianca e senza quadri; sotto, sul pavimento, un piccolo televisore perennemente spento. Volge piano lo sguardo a sinistra, aggrottando un po’ la fronte, con l’espressione di chi ha il timore di guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Da dove era in cucina, quando non la nasconde la tenda bianca che svolazza nella sala, attraverso la porta riesce a vedere solo una striscia della finestra, messa di sbieco, con un pezzo del porticato e del passatoio. Si avvia verso la finestra, piano, portando in avanti solo il piede destro e trascinando il piede sinistro, sotto cui striscia una ciabatta sul pavimento. L’altra si era rimasta sotto la finestra, quando era scappato in cucina. Costeggia la parete come un ladro nel proprio appartamento, facendo bene attenzione a non far rumore senza sapere il perchè. Arrivato alla finestra rimane fermo con la faccia accostata allo stipite, mentre la tenda gli sfiore il viso con ampie carezze. Poi, come un bambino che sbircia se qualcuno lo sta cercando mentre gioca a mosca cieca, mette fuori la testa e guarda. Resta fermo per qualche istante, a fissare quasi senza respirare. Poi si porta le mani agli occhi, premendo con i palmi sulle orbite, ed inizia a piangere. Le spalle hanno un sussulto ad ogni singhizzo trattenuto. Prima che tutto inizi, riesce a dire solo “presto o tardi, doveva succedere”.

Quella mattina, lui scoprì che un acero, compreso quello che cresce nel giardino del suo palazzo, non arrossisce a causa di un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia. Un acero arrossisce di vergogna, perchè è l’unico albero che sa che si ritroverà nudo quando l’inverno sarà cominciato.


Continua…

Rotolai per un po’ prima di ritrovarmi quasi a testa in giù, con la schiena poggiata contro una parete del vagone rosso ruggine del treno merci su cui saltammo. Stavo ancora cercando di recuperare il senso dell’orientamento, quando mi ricordai di Bebe. Non che la avessi dimenticata, ma tutto quel trambusto e quel ruzzolare mi fecero schizzar fuori dalla testa ogni pensiero, che ora stava rimbalzando indietro al suo posto con violenza, come se fosse rimastomi attaccato al cervello con un elastico tutto il tempo. Scrollai la testa per riprendermi e cercai di alzarmi per vedere se fosse lì da qualche parte. Probabilmente lo feci troppo velocemente perché la testa mi si mise a girare, barcollai un po’ e mi venne da vomitare.

Quando la vidi, ero in piedi, appoggiato con un fianco alla parete in fondo al conteiner, mentre la guardavo rigirarsi su se stessa, anche lei un po’ confusa. Batteva gli zoccoletti sul pavimento di legno, facendo un rumore terribile, perché il vagone dentro cui ci eravamo letteralmente lanciati era vuoto e rimandava una eco metallica infernale. Fui felice di vedere Bebe più del fatto di essere riuscito a non farmi taglizzare dalle ruote affilate del treno. Per lei avrei fatto qualsiasi cosa: anche saltare su un treno merci in corsa senza conoscerne la destinazione.

Bebe è una capra, ma non una qualsiasi: Bebe è la MIA capra. Non intendo, con questo, rimarcare nessuna specie di diritto o di possesso su Bebe. È solo che Bebe è come quelle cose che capitano per caso e che il tempo spinge chi le incontra a credere che gli appartengano. Invece ognuno non è altro che il contenitore dell’esistenza dell’altro, senza il quale nessuno esisterebbe o saprebbe di esistere (che poi è uguale). Bebe, dunque, è mia nel senso che io sono il contenitore in cui il caso – e poi la scelta – ha deciso di riporre la sua esistenza e viceversa.

Il giorno che incontrai Bebe, ricordo che la trovai incastrata in un enorme rovo dal quale non sarebbe riuscita a saltar fuori se non lasciandoci l’equivalente in lana di una dozzina di maglioni. E Bebe non avrebbe mai lasciato che un rovo sfibrasse un solo batuffolo, seppur piccolo, della sua lana, che era per lei la cosa più importante perché la distingueva da tutte le altre capre e da tutti gli altri animali. La vidi che cercava di liberarsi da quell’intreccio di rami e spine mordicchiando qui e lì, piano, un poco alla volta, preferendo sacrificare alle punture delle spine le labbra e la lingua, piuttosto che la sua preziosa lana. Cercai così di aiutarla: districarsi in quell’intreccio di folti rametti spinosi che si infilavano dappertutto non fu semplice nemmeno per me, nonstante con le mani riuscissi a muovermi più facilmente. Quando finalmente riuscimmo ad uscir fuori da quella gabbia di legno e uncini appuntiti, Bebe mi ripagò non abbandonandomi mai più. E così feci anch’io.

Il fatto è che tutti in città avevano un animale: c’erano i pochi che lo avevano ereditato dai loro padri, alcuni che lo avano ricevuto in dono, altri che lo ebbero in pegno, altri ancora in cambio di qualcos’altro. La maggior parte, però, comprava il suo animale. Era trascorso lungo tempo dacchè non si riusciva più ad incontrare per caso un animale in giro da tenersi stretto e farsi amico, come accadde a me e Bebe. Un tempo talmente lontano che l’occhio già miope della memoria non sarebbe mai più stato in grado di vedere fin laggiù. Fu così che, non trovandoli più per strada, si iniziarono a comprare gli animali, e i mercanti cominciarono a veder formarsi, davanti alle porte dei loro negozi, code sempre più lunghe di clienti pronti ad acquistare il loro animale, convinti di fare la cosa più normale che si sarebbe potuta fare. Il dubbio se i loro padri ed i padri dei loro padri avrebbero potuto giudicarli dei folli non li sfiorava neanche. D’altronde, quando nella memoria degli uomini il passato si restringe, il presente tende a prenderne il posto. È così che anche le cose più incredibili sembrano le più ovvie, solo perché ciò che sta accadendo è il ricordo più lontano che si possiede. E non si riesce ad immaginare nulla di diverso da ciò che si vede.

Ma questa non era la cosa più bizzarra. La cosa più sorprendente era che gli animali venduti venivano prodotti. C’erano i produttori di mucche, quelli di asini, di cavalli, di cani, di gatti, di criceti, di pappagalli, di animali esotici di ogni specie. E di capre, ovviamente – una faccenda che Bebe non poteva sopportare. Tutti gli animali prodotti venivano fuori tutti uguali gli uni con gli altri entro la stessa specie: stessa taglia, stesso peso, stesso colore, stesso tono del verso. A volte, anche specie differenti venivano fuori simili perché il produttore era lo stesso ed utilizzava gli stessi strumenti per la produzione di specie diverse per “tagliare i costi”. A volte capitava che una mucca avesse la criniera e nitrisse e che un gatto fosse piccolissimo e squittisse. Errori di produzione a cui sempre meno possessori di animali facevano caso; un po’ per la gran confusione generale in cui ci si abituava a vivere, un po’ perché si cambiava facilmente di animale e questo contribuiva a dare a tutto meno importanza. E se poi qualcuno lamentava il fatto che due specie differenti si assomigliassero, la risposta era che “già il fatto stesso di avere due nomi diversi indica una bella differenza”.

La cosa, in fin dei conti, sembrava funzionare, perché nessuno se ne lamentava più di tanto: il nome era diverso, le personalizzazioni possibili erano numerose e poi a ciascuno sembrava la differenza maggiore la facesse il semplice fatto che l’animale fosse il proprio e non di un altro. Questo bastava, anche se molto spesso capitava che ci si confondesse di bestia, soprattutto di domenica quando tutti erano a spasso con il loro animale. Fortunatamente non v’erano quasi mai liti perché, nonostante le personalizzazioni e i differenti nomi, nessuno si accorgeva dello scambio. Si litigava più spesso, invece, al momento dell’acquisto: se, ad esempio, c’era una sola vacca e molti acquirenti desiderosi di possederla, si scatenava un putiferio. Solo l’intervento diplomatico di un mercante navigato con una lunga esperienza poteva risolvere questo tipo di discussioni, solitamente guadagnando più del normale. Il mercante, infatti, riusciva a vendere ad uno l’ultima mucca a prezzo doppio, convincendolo della rarità del suo acquisto, mentre a tutti gli altri – spacciandola per ultima moda – vendeva qualche bestiola che aveva in disavanzo perché nessuno voleva, eliminando in tal modo un po’ di deposito che stava invecchiando. Insomma, alla fine tutti tornavano a casa felici, convinti di aver fatto la scelta migliore. Così, la gente non solo non si preoccupava più del fatto che gli animali fossero prodotti in serie e venissero venduti invece che incontrati per caso, ma non sembrava imbarazzata nemmeno dal fatto di essere uscita di casa pensando di comprare un gatto per poi ritornare con un criceto.

Nonostante le bestiole prodotte fossero una riproduzione piuttosto fedele di quelle reali, i loro fabbricanti e mercanti erano perennemente a caccia degli ultimi animali veri e liberi ancora in giro nella zona. Ciò accadeva perché i fabbricanti, una volta entrati in possesso di un qualche animale reale, lo utilizzavano per effettuare i loro test di produzione, e come originale a cui fare riferimento per la progettazione e produzione delle loro copie. I mercanti, invece, catturavano gli ultimi animali veri ancora liberi per venderli ai fabbricanti e fare affari, e per evitare che i loro clienti si lamentassero e richiedessero il rimborso del prodotto acquistato. Infatti, gli animali che i mercanti vendevano, al contrario di quelli reali, si consumavano e necessitavano di un periodica e costosa manutenzione, quando non la totale sostituzione. Consentire che i loro clienti potessero venire a conoscenza dell’esistenza di animali senza alcun bisogno né di manutenzione né di sostituzione sarebbe stato un rischio troppo alto per i loro affari.

Venni a conoscenza di tutte queste cose solo dopo che ebbi aiutato Bebe ad uscir fuori da quel rovo. La mia Bebe, infatti, era rimasta lì nascosta per settimane, fino a quando i mercanti e i fabbricanti non terminarono la loro periodica battuta di caccia. Dopo averla liberata, a distanza di qualche giorno, iniziò a visitarmi un signore per bene, dall’aspetto distinto e cordiale. Era molto affascinato dalla bellezza di Bebe e dalla qualità della sua lana. Mi fece molte domande su dove l’avevo trovata, come diventammo inseparabili, cosa mangiava. Più volte mi chiese diesaminare la sua lana e tenerla un po’ con sé. Avendo notato una certa ritrosia di Bebe, cercai di allontanarlo senza essere scortese. Fu allora che il signore distinto mi disse che gli sarebbe piaciuto acquistarla e che avrebbe considerato qualsiasi offerta che io gli avessi proposto. Prima che potessi rispondere qualsiasi cosa, Bebe mi stava già tirando per un lembo dei pantaloni lontano da quel signore, che divenne improvvisamente duro e aggressivo, e che mi minaccio dicendomi che sarebbe stato meglio che io gli avessi fatto un’offerta, perché la sua poteva essere solo quella di scegliere tra il dargli l’animale o la mia vita.

Così, una notte, svegliai Bebe e insieme corremmo verso la piccola stazione della città. Aspettammo nascosti dietro una siepe di ginepri fino a che non sentimmo il fischio del treno merci annunciare il suo arrivo. Balzammo fuori dalla siepe ed iniziammo a correre seguendo i binari nella stessa direzione in cui stava correndo il treno. Appena fu abbastanza vicino contai fino a tre e vi saltammo su. Quella notte non sapevo dove il treno si stesse dirigendo, ne cosa ci avrebbe atteso una volta giunti a destinazione. Però ero felice di essere lì, ancora insieme alla mia Bebe.

Questa è la storia mia e di Bebe, e di come arrivammo qui – dove tu sei nato – tanto tempo fa. Ora, bambino mio, Bebe è tua: corri fuori e gioca con lei.