E sì, proprio così. Perchè, come in altre occasioni ho avuto modo di affermare, Silvio Berlusconi non è la causa ma la conseguenza della marcescenza del nostro Paese sotto diversi punti di vista. Tanti si chiedono basiti “ma come è potuto accadere?”; “come fa uno nelle sue condizioni a fare il Presidente del Consiglio?”; “ma come si fa a negare le evidenti nefandezze che architettano a turno ormai da lungo tempo?”. La risposta a questa domanda è una ed è molto semplice: inciucio, altrimenti detto “accordo bipartisan” o, in maniera meno tecnica, “dialogo delle parti”. Ecco, ogni volta che sentiamo pronunciare questi tre eufemismi dobbiamo preoccuparci seriamente, perchè vuol dire che qualcosa bolle in pentola.
A volte – e lo dico in tono assolutamente non sarcastico – osservo in torno e dico: povero Berlusconi, capro espiatorio di una classe politica marcia fin dalle radici che orchestra le più impensabili e oscene malefatte mentre il popolo osanna o mette alla gogna a fasi alterne il capetto di turno. Con questo non voglio dire che Berlusconi sia un santo. Ormai anche i san pietrini della via Appia sanno per filo e per segno tutti i pesanti capi d’accusa che pendono sulla sua testa come mille spade di Damocle. È pur vero, però, che chi Berlusconi lì lo ha messo (e questi non sono certamente i cittadini, nonstante la crocetta a matita ogni cinque anni se tutto va bene) non può certo essere da meno. E tra questi “coloro” sono compresi anche quelli dell’attuale opposizione.
Certo, Berlusconi ha Ghedini che legifera a piè sospinto ogni volta che il kapò… ops, volevo dire il Capo del Governo cade in qualche “trappola giudiziaria” di quei comunisti antropologicamente diversi dei magistrati. Chiaro, c’è Alfano che è pronto a mettere la firma su qualsiasi Lodo salva-Cavaliere più che il Presidente della Repubblica. Però, tra una caduta e l’altra, il governo è riuscito anche ad avere una sporadica alternanza politica. Fermi: se c’è qualcuno che sta per tirare un sospiro di sollievo lo trattenga, perchè dell’alternanza non si è accorto nessuno. D’Alema dice che vuole la lista degli inciuci fatti lungo tutto l’arco della Seconda Repubblica; si vede che la sua copia l’ha perduta ed ora non riesce a portare il conto delle rivendicazioni che gli spettano.
Non riesco a trattenere la grassa risata con la quale cerco di coprire una bestemmia ogni volta che penso che Veltroni ha aspettato una dozzina d’anni per poi perdere le elezioni e il posto come segretario del PD prima di riuscire a proporre una legge sul conflitto di interessi, prontamente cestinata o forse mai esistita davvero. Non riesco a non sgranare gli occhi di fronte all’assoluto silenzio-assenso dell’opposizione a seguito della dichiarazione del Sindaco di Milano di voler intestare una Via o una Piazza nientepopòdimenoche a Bettino Craxi. Non riesco a non provare sconforto quando penso che Luciano Violante ha impiegato 17 anni per ricordarsi di un incontro con Vito Ciancimino a cui poi si rifiutò di presenziare ai tempi in cui era presidente della commissione antimafia. Potrei andare avanti per ore, per pagine e non avrei finito prima di stancarmi. Allora, emblematicamente, ricordo i Letta: zio e nipote che familiarmente si affrontano con quotidianeità sul campo politico nel massimo rispetto, tipico di una liberal-democrazia. Gianni e Enrico: l’apoteosi del dialogo delle parti.
E poi ci si chiede come sia possibile?