Dalle faglie del polje di Erebo

cola denso il fiume Thanatos

giú, fino all’imbuto della dolina

di Emera, dove il Grave dell’Ade

accede profondo alla Risorgiva.

Dalla bocca di bava del Pozzo

dondola il mio capo assonnato

che ciondola incerto sull’orlo

del Nulla, come un pendolo

che non sa battere l’ora.

Il cappio al ventre mi lega

al bozzello di “Stige”, di Caronte

il battello veloce dalla stiva

d’ampiezza infinita da dove

proviene la voce che dice: …

Mi fa un nodo alla gola l’inghiottitoio

che stringe e per i piedi mi spinge:

strabuzzo gli occhi, la luce m’annaffia,

l’aria mi gonfia – leggero leggero,

il peso mi schiaccia.

Il Grave dell’Ade su di sè si richiude

e non m’inghiotte. Qualcuno sega

il laccio al verricello: di schianto

mi stacco e precipito tra le braccia

di una darsena, dove non mi resta

che piangere mentre aspetto

che vengano a riprendermi.