Grazie a dio, mi hanno licenziato

Fabbricare fabbricare fabbricare

Preferisco il rumore del mare

Che dice fabbricare fare e disfare

Fare e disfare è tutto un lavorare

Ecco quello che so fare.

(Dino Campana)


"Sisifo" - Tiziano, 1548

L’attività del lavoro è strettamente legata all’attività della vita. Non alla vita dell’uomo nello specifico, piuttosto alla vita in sé: l’uno implica l’altra e viceversa. La vita stessa è lavoro.

Il lavoro – da làbor, fatica – è principalmente un concetto fisico definito come la forza associata ad uno spostamento, dove la prima è il risultato dell’interazione che ha come prodotto il secondo, attraverso il cambiamento dello stato di quiete o di moto di un corpo ottenuto grazie all’impiego di energia verso una determinata direzione.

Tutto quanto esiste, dunque, non è che il prodotto del dispendio di energia necessario perché tale esistenza sia possibile. Dall’albero alla pietra che giace ai piedi delle sue radici, dal gatto sul divano all’uomo che gli è accanto fissando il televisore: tutto questo è lavoro, per il semplice fatto di esserci.

Proprio come una pianta, una pietra o una bestia qualsiasi, anche l’uomo, ai suoi albori, lavorava per esistere. Poi, un giorno accadde che il lavoro divenne mestiere – da ministerium, officio o servigio. La società divenne sedentaria, ci fu la suddivisione dei ruoli e le persone passarono dall’appellarsi con i nomi delle regioni di provenienza o occupati, al riconoscersi con i nomi dei propri mestieri (molti dei cognomi correnti possiedono entrambe le origini). Iniziò, quindi, una identificazione dell’individuo con il proprio mestiere, cioè con il modo in cui tale individuo esisteva, ovvero con la sua ragione di vita.

Una identificazione con il proprio mestiere tramandatasi sino ai nostri giorni, in cui (raramente) si assiste al gesto disperato del suicidio e (più frequentemente) al sopravviversi depresso di coloro i quali hanno perso il loro mestiere, la loro ragione di vita: la loro identità.

Il mestiere contemporaneo, concettualmente equivoco quando lo si definisca lavoro, ha raggiunto dei livelli di sublimazione e intellettualizzazione impensabili fino a qualche centinaio di anni fa. Un percorso di sublimazione che è andato di pari passo all’accrescersi del livello di astrattismo del pensiero dell’uomo il quale, avendo a disposizione una maggior quantità di tempo a sua disposizione, pensò bene di rivolgere il suo sguardo altrove, verso una supposta trascendenza a cui crede di tendere per ragioni non meglio identificate, ma che io identifico come necessità di superare la sua riconosciuta pochezza – cosa, tra l’altro, che potrebbe benissimo farsi senza quell’inspiegabile sottovalutazione della contingenza e dell’imminenza, ma tant’è. Resta comunque il fatto che anche l’uomo più tracendente è soggiogato dal lavoro per vivere nel mondo e al suo mestiere per sopravvivere alla sua società.

È accaduto, così, che diventasse normale – anche  se con qualche salto logico – che la gente iniziasse ad identificarsi quasi totalmente con il proprio mestiere: si è prevalentemente ciò che si fa e, in base a ciò che si fa, si costruisce ciò che si è, i propri desideri, le proprie traiettorie, i propri obiettivi e direzioni su misura – l’unica a non essere la propria, bensì acquisita.

Il lavoro, nell’accezione equivoca moderna di mestiere, è stato oggetto di approfondite indagini da parte dell’uomo: su di esso si è pensato, filosofeggiato, narrato, cantato, ma soprattutto legiferato. Fino a farne il fondamento costituzionale di alcune repubbliche come la nostra – Articolo 1 della costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò, se il lavoro non fosse, di fatto, una schiavitù legalmente istituzionalizzata e socialmente accettata. Già di suo, il lavoro è essenzialmente e concettualmente una schiavitù che tutti gli esseri in vita devono subire se vogliono rimanere tali. In tal caso, però, ci si sta riferendo ad una schiavitù della necessità e, soprattutto una schiavitù utile e paritaria. Quanto sono, invece, necessari, utili e paritari i nostri moderni mestieri? Senza timore di esagerare, oserei dire quasi nessuno. Beninteso, quasi nessuno di essi è necessario alla vita in sé, ma assolutamente determinante per la vita così come abbiamo deciso di viverla, il che non è proprio la stessa cosa.

È una schiavitù ampia, quella del lavoro moderno: ci rende succubi del non tempo, ci impedisce di vivere il presente occupandolo con l’intrasigenza di un futuro che preme alle porte e per cui dobbiamo darci da fare, ci limita negli spazi, determina le nostre decisioni, si insinua subdolamente trai i nostri desideri, decide chi come e dove dobbiamo incontrare, ci obbliga a prendere alcune decisioni tralasciandone altre.

Ma, soprattutto, ci rende schiavi di noi stessi, della nostra identità costruita attorno al nostro mestiere. Ci obbliga a svegliarci il mattino riconscendoci medici, spazzini, ingegnieri, idraulici e ci impone di andare a letto ricordandocene. Al desiderio oppone la necessità di pensare in funzione di ciò che facciamo come se fosse ciò che siamo e decidere ciò che siamo limitatamente a ciò che facciamo. Ci cataloga, ci etichetta, ci mercifica, ci umilia nella nostra pochezza così come nella eventuale grandezza che ci annoda ad una caviglia. Determina il maggior numero di azioni e gesti della giornata e occupa la maggior parte del nostro tempo, regalandoci un misero week end come se fosse una premio-favore.

Se esiste qualcosa di peggiore a tutto ciò, questo è il nostro bisogno di coerenza, che ci impone di giustificare, sopportare e, nei casi peggiori, apprezzare tutto ciò per poterci sopravvivere. La cosiddetta attitudine ottimistica (di voltairiana memoria, aggiungerei): visto che funziona così, meglio ricavarci qualcosa di buono. È vero che De Andrè scrisse che “dalla merda nascono i fior”, ma non è questo il caso, non il contesto. Non può nascere del bello dal brutto, e chi crede sia così è solo una vittima delle misticazioni feiste del proprio tempo, capaci dei più sordidi feticismi anti-estetici pur di preservare il proprio orrore. Ecco dunque che il lavoro diventa valore. Ecco che si incontrano General Manager felici, Finanzieri e Economisti entusiasti, call-ceteristi che lottano sui tetti per il proprio lavoro “per non perdere la dignità” (la dignità?… la dignità?!), e lavoratori di ogni genere e tipo pronti a fare carriera, a determinarsi nel proprio ufficio perdendo la propria identità solo nel quarto d’ora del ritorno a casa, pronti a lottare per un posto di lavoro ad ogni costo (letteralmente ad ogni costo) ed anche sotto costo (in questo caso la dignità la mettono da parte),  felici di applaudire agli ultimi vittoriosi risultati finanziari della propria impresa, frutto di una loro mercificazione. Quanto guadagni è quanto costi. Quanto costi è quanto vali. Quanto vali è il tempo che il mondo che ti accoglie è disposto ad aspettare prima di sbarazzarsi della tua presenza. Non so chi abbia affermato che “il lavoro nobilita l’uomo”, di sicuro non ha letto “Lavorare stanca”.

Ci sto pensando su da tempo ma, al momento – purtroppo, non possiedo una proponibile soluzione alla nostra già misera condizione resa ancor più misera dal modo in cui la viviamo, né so se quanto penso e credo sia corretto, vantaggioso o meglio di ciò che altri pensano o credono. Ciò che so è che la mia identità è salva perché, grazie a Dio, mi hanno licenziato.

Luigi B.

2 thoughts on “Grazie a dio, mi hanno licenziato

  1. Sono d’accordo: lavoro come attività necessaria e utile per tutti. Il problema è che il lavoro al momento fa “status”. E questo, sotto un certo punto di vista, mi pare logico: il sistema che ci siamo costruiti è talmente più intelligente di noi che ci fa vedere come cose desiderabili ciò che, se fossimo lucidi, rifiuteremmo come la peste.

    Riguardo l’emancipazione della donna con il lavoro non la penso allo stesso modo. Ogni persona ha la sua funzione nel mondo, qualunque sesso abbia e qualunque attività svolga. Se sei una stupida direttrice d’azienda, questo non ti rende certo più emancipata di una intelligente mamma. Detto dalla persona più lontana dal femminismo come dal maschilismo, preferirei 100 volte fare il casalingo o il papà a casa che il direttore in ufficio. Mi sentirei non so più tranquillo e sereno, ma anche più utile. Senza considerare il fatto che l’idiozia dei padri e la “finta” emancipazione delle madri che ha portato tutti sul posto di lavoro ha creato un’assenza che stanno pagando i figli. E con questo non sto dicendo affatto che le donne sono nate per stare in casa come si potrebbe essere portati a pensare. Sto solo dicendo che è un po’ tutto sbagliato 🙂

    Grazie di nuovo per il passaggio

    Luigi

  2. Che dire? Interessante questa tua disanima, non condivido tutto ma alcune cose sì.
    Diciamo che io penso che lavorare vada bene, ci mancherebbe, per noi donne è stato un modo per emanciparsi dal destino inevitabile di matrimonio e maternità (anche se purtroppo, complice la crisi, molte di noi stanno ricadendoci), ma occorre che il lavoro ti permetta di realizzarti e di migliorare la società.
    Sono tanti i lavori che rendono migliore la società, anche una persona che pulisce i cessi la rende migliore. Sugli operatori di call center che hanno paura di perdere la dignità con il lavoro, in realtà loro l’hanno persa quando hanno accettato un lavoro sottopagato e precario per pagarsi vari sfizi consumistici, di loro non ho alcuna simpatia e nemmeno alcuna pietà.
    Ma in altre situazioni, ho visto insegnanti precari adorare i loro ragazzi, medici sottopagati dire che quella è la loro strada, bibliotecari a termine adorare la loro vita, giornalisti che scrivono gratis (come me) dire che quella è per loro una missione.
    Ecco, forse bisogna ripartire da queste persone e da questa idea del lavoro.

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