Il caso Bartleby di Bologna – e le azioni e reazioni istituzionali ch ad esso hanno fatto seguito – è emblematico della situazione della situazione del tessuto sociale italiano odierno: da un lato la forza del cambiamento che tenta di ribaltare il grande vecchio sistema prima che cada sotterrando anche quel po’ di buono rimasto, e dall’altro il grande vecchio sistema che reagisce sfruttando misure tecnico-amministrative, forte del fatto di figurare contemporaneamente come  accusa, parte lesa e giudice.

La risposta è stata:

“Credono di fermare con provvedimenti ad personam il portato di un’esperienza collettiva che coinvolge centinaia di migliaia di studenti e precari?
Sospendeteci tutti.
Siamo noi la vostra crisi.
Non faremo un passo indietro”.

Ripropongo qui un pezzo pubblicato su Primo Amore di incredibile intensità e bellezza.

Bologna, marzo 2009

Il mio nome è Bartleby, e l’inizio di questa mia nuova storia è nelle ultime pagine di un libro. Quasi due secoli fa lavoravo nello studio di un giudice: copiavo e ricopiavo testi dietro un paravento. Quando cominciai a sottrarmi al lavoro, mi dissero di andarmene. Eppure pensavo che quello studio, quelle quattro mura potessero essere la mia casa. Ben presto mi accorsi di essere ospite indesiderato. Non capivo perché e rimasi a pensarci: solo le porte della prigione mi furono aperte.

Oggi sono evaso: per fuggire sono entrato nelle pieghe dell’Onda.

All’inizio è stato difficile: ho preso parola nelle assemblee, sono sceso nelle strade e ho incontrato migliaia di persone che avevano i miei stessi desideri. Camminando con loro, sentivo il mio corpo cambiare: il petto si è fatto forte e ha bloccato le metropoli, ho abbracciato le città negli scioperi selvaggi e quando ho avuto fame ho reclamato reddito nelle banche.

Nelle mie vene adesso circolano saperi liberi.

Ora continuo a camminare incontrando studenti e precari, artisti e migranti, scrittori e musicisti, poeti e lavoratori, costruisco con loro il nostro futuro, coloriamo insieme la città, rompiamo i divieti e abbattiamo i muri. Oggi non ho paura. Nessun controllo, nessuna telecamera, nessuno schieramento può fermarmi. Da oggi costruisco la mia metropoli. Non c’è immagine che mi rappresenti, non c’è schermo che mi contenga: sono autonomo e quindi in continuo divenire.

Oggi apro una porta. Apro finestre dove c’erano paraventi e finalmente guardo alla città e a tutti quelli che l’attraversano.

Preferisco, voglio e spingo la vita in questo fiume di desideri, nel tumulto che supera lo stallo.

Oggi ho trovato casa.

Bartleby.