
(di Stefano Guglielmin su Blanc de ta nuque)
Specchio delle brame da tardo impero, piccolo Eliogabalo arbasiniano, che attraversa l’età trista contemporanea, schizzando fuori dalle orbite i propri figli irriconoscenti, pagati bene solo se imbraghettati nel signor sì di regime, la tv italiana, mai come ora, mostra tutto il suo sugo da porcile a condire un bilateralismo catodico, dove la virtù infiamma nelle scoregge seriali – dai pacchettari raiuno ai caini analfabeti, dai tgquattro nazional-populisti ai baccanali linguastici camuffati da talk show – ed il vizio s’incarna nella debolezza troppo umana (Morgan che s’infatua per il miraggio olfattivo, mortificando le vibrisse; Marrazzo che cerca la rima fra le gambe, a Vigna Clara) o nello sberleffo sopraffino, come quando, a La prova del cuoco, Beppe Bigazzi, (ex amministratore delegato della Lanerossi) insegna a cucinare il gatto, strappando l’anima e l’ostia a tutti i buoni della penisola, vicentini compresi. Il problema sta nel fatto che la schizofrenia veste il medico o, se si preferisce, il prete, anziché il paziente: l’acqua santa s’è incarnata nei diecimila quiz che fanno cultura e liberano dal male del pensiero; la medicina lega le sinapsi alla pepsi, alle bollicine che euforizzano il sangue, mortificando il resto, che è un mondo pieno di possibili soluzioni, di vie da praticare, laddove invece la retta via s’intorta nel panem et circenses, le cui due ciliegine perbene (qui sta l’impiccio schizofrenico) si chiamano sacra famiglia e vita forever. Ora però che il pane scarseggia, pare che il circo abbondi solo nella bocca degli applausi, s’imblobbi per i canali pubblici e privati quale unico rimedio al nulla che sta sotto.
Diciamolo meglio: nulla, qui, non è da intendere quale principio d’ogni cosa che è, fecondo nucleo creativo cui prescindere è delitto, bensì vale quale miserrimo niente che infesta i cerebelli del potere, garantendo loro – mutatis mutande – zecchini nelle tasche e veline sulla pelle. E’ un niente sospetto, dunque, un falso vuoto, che maschera invero i fili dei capocomici. Non sto gridando al complotto, tuttavia; questo infatti è azione che parte da chi non ha potere, ma lo brama. Intendo invece, papale papale, che stanno cercando di ricacciarci dentro la caverna platonica, “con le gambe e il collo in catene (massmediatiche), sì da dovere star fermi e guardare solo dinanzi” a noi, in quella scatola che ci plasma e ci svuota. Quello che vediamo, tuttavia, non è la nostra ombra, la sagoma scura d’un corpo sano che potrebbe superare montagne; quello che vediamo ora è – nelle intenzioni dei capocomici – il mondo delle idee, la forma cui dovremmo pensare allorché prefiguriamo il bene e il bello. Tornare a distinguere le ombre dal vero è necessario. Dirlo ovunque, pure. Anche in questo antro, così periferico da non interessare i guardiani, per il momento…