
Era il 1930 quando William Faulkner scrisse As I Lay Dying. Pubblicato in Italia dalla Mondadori solo 28 anni dopo, Mentre morivo racchiude alcune tra le più belle pagine mai scritte della Letteratura del Novecento.
Come tutti gli scritti che precedettero Santuario, questo romanzo di Faulkner non ottenne un gran successo tra il pubblico, né attirò l’attenzione della critica. Sicuramente, lo stile poco accessibile e controverso dello scrittore e una costruzione della trama decisamente distante dai canoni tradizionali del tempo furono i principali fattori che contribuirono al mancato successo del romanzo. Ma ciò che più lo determinò, fu il fatto che Faulkner era avanti rispetto ai suoi contemporanei di almeno mezzo secolo, sia per quanto riguarda la forma che rispetto ai contenuti delle sue opere.
Tra i primi scrittori ad utilizzare la tecnica del flusso di coscienza, Faulkner ha costruito la trama del suo romanzo servendosi degli occhi dei personaggi che in esso compaiono, dietro cui lo scrittore si è posto, di capitolo in capitolo, per raccontare la sua storia. Storia che, di per sé, non meriterebbe le 230 pagine che l’autore gli ha invece dedicato, scrivendole durante l’estate del 1929, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford, Mississippi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta”[1].
Tutto il romanzo racconta del viaggio intrapreso da una famiglia di poveri contadini, i Bundren, dalla contea di Yoknapatawpha (immaginaria regione del Mississippi, terra d’origine di Faulkner, già menzionata nei precedenti romanzi dell’autore) alla cittadina di Jefferson, città natale della signora Bundren e luogo di sepoltura da ella prescelto. Anse e i suoi cinque figli – Darl, Jewel, Cash, Dewey Dell e Vardaman – affrontano questo lungo viaggio su un carro che sta in piedi per miracolo e che trasporta, oltre a loro, la bara costruita da Cash e in cui giace il corpo di Addie Bundren.
Ogni capitolo del romanzo porta il nome del personaggio attraverso cui Faulkner ha deciso di raccontare un pezzo della storia, che si costruisce man mano attraverso i monologhi e i flussi di coscienza dei sette componenti della famiglia Bundren, dei vicini signore e signora Tull (Cora e Vernon), del medico Peabody, del locandiere Samson, ‘dell‘uomo di Dio’ Withfield, dell’ospite Armstid e dei droghieri Moseley e MacGowan.
Lo stile grottesco, tragicomico della storia, a tratti surreale, anticipa nei suoi tratti di molti anni ciò che verrà successivamente definito come letteratura dell’assurdo: con un anno d’anticipo su Sartre (La Nausea, 1931), diciassette anni prima di Camus (Lo Straniero, 1947) e con ventidue anni d’anticipo rispetto a Beckett (Aspettando Godot, 1952), Faulkner scrive sull’assurdità e l’inutilità dell’esistenza umana.
Come proprio Alber Camus direbbe, Faulkner è lo scrittore assurdo per eccellenza, colui che “non compie il salto”, colui per il quale “non si tratta più di spiegare e risolvere, ma di provare a descrivere”. Ed è questo che cerca di fare Faulkner, riuscendoci magistralmente: egli prova a descrive ciò che vede, ciò che vive, senza fronzoli o imbellettamenti di sorta, senza sforzare l’intelligenza alla ricerca di una risposta che egli sa non esistere, senza proporsi, o proporre la sua opera, come rimedio all’assurdo che descrive, come via d’uscita o, peggio, di salvezza, che non può che essere apparente. Come apparente è la salvezza del bigottismo di Cora e Vernon, del rispetto delle regole di Anse (che, dopo una vita di stenti e sepolta Addie, si rifà i denti e trova moglie), dell’ossessiva meticolosità nel lavoro di Cash, della verginità apparente di Dewey Dell. Nulla salva o riscatta l’uomo dalla condizione della sua propria esistenza. Solo due personaggi sembrano aver compreso questo, pur scegliendo vie d’uscita (e non di salvezza) differenti: Addie, che opta per la morte, e Darl, che sceglie – o meglio, fa in modo che gli altri scelgano per lui – la follia.
Darl è il personaggio più utilizzato da Faulkner per il racconto della sua storia (19 capitoli portano il suo nome), ed è anche lo sguardo più lucido e attento, il soggetto con la più alta percezione di sè nel mondo (o con il più alto livello di coscienza della coscienza). Attraverso gli occhi di Darl, tutto assume una sfumatura comica e priva di alcun valore, assurda. Darl è colui che si mette in viaggio (che sceglie di rimanere in vita) pur essendo cosciente della sua inutilità, solo per curiosità, per osservare ciò che accade e riderne fino alla follia.
L’unico capitolo che porta il nome di Addie sembra giungere post mortem ed è di una potenza inaudita. Addie “sangue selvaggio”, Addie che ama la terra e e il flusso rosso che in essa ribolle, Addie che vuole i fatti di sangue e di terra, e non le parole “che non sono fatti, che sono soltanto gli interstizi nei vuoti della gente”, anticipa di almeno trentanni Jacques Derrida ed il suo discorso filosofico – non ancora portato ad una conclusione – sul linguaggio e sulla sua funzione, sulla questione del “se siamo esseri parlanti o parlati”, della destrutturazione del logos. Addie che visse l’amore e la bellezza nel peccato e non ebbe bisogno di nominarli mentre li agiva e li riconosceva, sceglie la morte quando capisce che il padre aveva ragione a dire che “la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo”.
Mentre morivo è un romanzo che, sin dal titolo, ridimensiona la mistificazione linguistica del senso della vita, restituendole il suo unico vero significato: il tempo che si impiega a morire, a prescindere da ciò che si fa nel frattempo.
[1] Fernanda Pivano, Mostri degli anni venti, La tartaruga, edizioni Rizzoli, 1982, pa.310
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