Lavorare stanca n.1: Victor

tempi-moderni

Tutto cominció a complicarsi irrimediabilmente nel preciso instante in cui il ventaglio di opzioni plausibili con cui era solito sventolare le sue giornate si ridusse senza preavviso ad uno sparuto numero di possibilità ben definite che esigevano una scelta.
Erano trascorsi più o meno quattro anni dall’ultima crisi economica che aveva trascinato il mondo in un baratro finanziario quando, un giorno come tanti, mentre svariate decine di migliaia di brokers del pianeta continuavano a fare la felicità di alcune decine di fortunati milionari dello stesso pianeta, per la prima volta dopo un tempo che aveva smesso di misurare, Victor si svegliò senza quel sottile turbamento seppellito in un anfratto dello stomaco a cui doveva quel cronico senso di nausea che lo aveva accompagnato tutti i giorni che riusciva a ricordare.

Rimase a letto con gli occhi rivolti al soffitto ad osservare come la luce, filtrando dai fori della persiana socchiusa, inghiottiva l’ombra della stanza. Allora ricordò che lo avevano licenziato.
A causa di una ristrutturazione aziendale necessaria per superare le difficili circostanze di questo periodo così complicato, gli avevano detto. Gli avevano detto mi spiace che debba essere tu – e forse era vero. Gli chiesero se avesse dubbi o domande da fare; lui gli strinse le mani, raccolse le sue cose e andò via senza protestare. Continue reading Lavorare stanca n.1: Victor

A proposito di “Addio alle Armi”

 

In tal modo all’infinito, attraverso il tempo, gli esseri del mondo si odieranno
e contro ogni simpatía manterranno il loro feroce appetito.

Michel Foucault

 

[Per i complottisti ed i sospettosi valga la seguente avvertenza: nessun invito alla massoneria o ortodossia poetica. Per i cinici ed i paranoici solo pacche sulle spalle e consigli medici in privato.
Queste parole e quelle che seguono sono di chi scrive. Ad esse si aggiungeranno, di giorno in giorno, quelle di tutti coloro che avranno qualccosa da dire. lb]

È necessario fare uno sforzo perché la poesia torni ad essere una cosa seria: questo il “leitmotiv” che ci ha accompagnati durante l’incontro di Verona di qualche giorno fa.
Uno sforzo non perché la poesia possa dettare le regole – come forse mai è riuscita a fare, ma perché torni ad aprire dei varchi. Non una questione di potere, dunque, ma di possibilità.

Far rientrare dalla finestra del retro la poesia (e, suvvia, i poeti!) che Platone fece uscire dalle porte principali della sua Repubblica – chiusa a più mandate da un cartesianismo trasformato in scientismo senza scrupoli – potrebbe essere una alternativa (o una soluzione) al “loop” tautologico in cui ci ha rinchiusi il linguaggio operativizzato del nostro secolo, coerente solo rispetto a se stesso ed alle sue regole interne che tendono sempre più a separare definitivamente l’enunciato dall’enunciazione e dall’enunciatore, ovvero: dall’esperienza.

In un mondo dove la unica dimensione pare essere quella tecnologica, in cui il reale è razionale, il razionale è funzionale e il funzionale è operativo, il rischio è quello di assistere all’estinzione dei concetti, rimpiazzati da un insieme di operazioni che descrivono senza sfumature, senza dare spazio ad altre possibilità. Già nel 1928 c’era chi affermava che «non ci permettiamo più di usare come strumenti, quando pensiamo, i concetti di cui non possiamo dare una descrizione adeguata in termini di operazioni» [1].

La pertinenza di tale osservazione ci riguarda tutti, indistintamente e da vicino, nella misura in cui le conseguenze della sua verità si ripercuotono sullo stile[2] nell’accezione jüngeriana del termine, ovvero sull’esercizio, all’interno di una necessità storica, di quella libertà che decide delle sorti di un popolo.
Per questo motivo, ogni epoca letteraria è una involontaria confessione della società che l’ha prodotta[3]: le sue opere sono una dichiarazione di poetica, mentre gli stili rappresentano la direzione verso cui la stessa società ha scelto di spingere l’esercizio della sua libertà. Per lo stesso motivo, la portata etica di ogni atto di scrittura e lettura si manifesta in tutta la sua evidenza. Continue reading A proposito di “Addio alle Armi”

Intervista al Movimento 15-M

[L’intervista che segue è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’UfficioStampa di DRY del movimento 15-M. In particolare ringrazio Dario Lovaglio, Aitor Tinoco, Adrià Rodriguez e Klaudia per la disponibilità e la pazienza.
Inoltre, ringrazio Alfabeta2 per l’ospitalità. (L.B.)]

  

Chi sono gli indignados che fanno parte di questo movimiento così eterogeneo? Riuscite ad offrirci un identikit “socio-demografico” del movimento?

Il Movimiento 15-M riunisce gente di tutte le classi, età e condizioni economiche.

In termini generali, il movimento è composto da persone che si sono rese conto del fatto che il sistema attuale non funziona.

Nonostante la grande diversità che caratterizza i suoi membri, il movimiento riesce a mantenersi unito attorno a dei principi comuni. Cosa vi unisce rendendo “innocue”, fin quasi ad annullarle, le diversità?

Ciò che ci unisce è un nuovo modo di relazionarci con l’altro, prestando meno attenzione alle cose che ci differenziano per concentrarci maggiormente su quelle che abbiamo in comune.

Ora, sebbene ciò sia inizialmente complicato – poiché veniamo addotrinati sin da bambini a fare il contrario – una volta superata questa barriera, ci si rende conto del fatto che le cose che abbiamo in comune sono infinitamente più importanti e profonde rispetto a quelle a cui prestavamo attenzione anteriormente. Continue reading Intervista al Movimento 15-M

Occidente: il trasparente e il sinistro

Occidente. Lo Transparente y lo Siniestro, in Trama&Fondo, nº 4, Madrid, 1998. (ps. 7/32).

Autore: Jesús González Requena

Traduzione a cura di Luigi Bosco

 

 

Riflettere su alcuni discorsi che configurano il nostro presente: questo è il compito che qui ci proponiamo.

Ci occuperemo, dunque, del Discorso Cibernetico e del Discorso Artistico. Quest’ultimo nell’accezione di discorso della rappresentazione; il primo come sintesi della convergenza tra discorso economico e discorso scientifico. Lo faremo non tanto con l’intenzione di stabilire le loro differenze, quanto con quella di evidenziare i loro punti in comune. D’altronde, sono questi ultimi che possono dirci qualcosa sulla nostra contemporaneità. Ad ogni modo, saranno necessarie alcune considerazioni preliminari.

Dinanzi il discorso: due prospettive

I discorsi possono essere affrontati partendo da due prospettive. La prima, immanente, attiene allo studio di modelli sintattici, logici e grammaticali che li generano, e a ciò che, al loro interno, possono configurare. In altre parole, alle strutture di cui il discorso si fa portavoce e che configura in quanto spazio di una certa produttività semiotica. Questa è la prospettiva dell’analisi che proclama la scientificità che la sua immanenza – secondo l’accezione saussuriana – le concede.

La seconda prospettiva è quella della interpretazione. Questa può essere enigmatica – lo è stata molte volte – , ma può anche allinearsi ai parametri della razionalità della scienza occidentale e, di conseguenza, esercitare quei criteri di controllo che le concedono uno statuto scientifico. Dovrà, in ogni caso, orientarsi in relazione alla filosofia, attraverso la quale oltrepassare i limiti che la prospettiva analitica impone, anche quando questa lavori – e deve farlo per allontanarsi dalla enigmaticità – con i procedimenti di analisi che configura. Diciamolo en passant: la distanza che separa la interpretazione razionalista da quella enigmatica è la stessa che tracció l’inevitabile disaccordo tra Freud e Jung, tra Marx e Proudhon e, più generalmente, tra filosofia e mitologia.

Conoscendo i procedimenti dell’analisi immanente, la interpretazione razionalista non può in qualunque caso limitarsi al suo ambito: non solo analizza, ma legge e, nel farlo, assume l’interrogazione sul soggetto coinvolto in questa lettura. Ed è qui, in questo movimento, che la Filosofia risulta necessariamente chiamata in causa. Di modo che, diciamolo sin da ora, il sapere di cui si fa carico la filosofia è il sapere del Soggetto.

Signore e Signori: l’Editoria! – Lettera aperta agli editori

[Pubblicato su Poesia 2.0]

Caro Marco Cassini
Cari editori

è da qualche settimana, ormai, che le pagine di vari quotidiani nazionali e siti web di una certa rilevanza vanno dando spazio ad un interessante dibattito sul futuro dell’editoria italiana, dal quale si spera giungano proposte concrete in grado di formulare i criteri di base per quella svolta percepita da molti come necessaria.

Galeotto fu il post e chi lo scrisse: tutto ebbe inizio con un intervento di Simone Barillari, pubblicato a fine giugno su minima&moralia, il quale rivolgeva un appello a tutti gli editori affinché si impegnassero di più e più seriamente nel «concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori»; nel provare a «spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, […] ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio […] a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici».

Il discorso non fa una piega. Però: non dovrebbe essere già così, naturalmente? Non dovrebbero essere queste le regole di base consustanziali al mestiere di editore, piuttosto che elevati obiettivi da raggiungere?
A quanto pare, no: i numeri del rapporto 2010 dell’AIE sullo stato dell’editoria in Italia ci dicono il contrario; numeri che – a suo dire, caro Cassini – sono il risultato di una errata e spesso controproducente politica editoriale che, saltando a piè pari la figura del lettore, ha fatto del mercato il suo principale interlocutore.

Ho molto apprezzato la sua presa di coscienza e la sua coraggiosa assunzione di responsabilità che mi fanno ben sperare, come anche mi sembra portatore di un sano cambiamento il dibattito, tutt’ora in corso, che vede coinvolti numerosi piccoli, medi e grandi editori che si sono espressi sulle colonne di varie testate giornalistiche e sulle pagine di numerosi siti internet (tra cui Lipperatura e Affaritaliani.it).

Però, cari editori, perché il dibattito diventi realmente terreno fertile per nuove e concrete possibilità, è necessario che non ci si limiti a far di conto, tirando somme, sfornando percentuali, elencando il numero di novità dell’anno in corso e sciorinando quote di mercato.
L’impressione che ho, infatti, è che si sia passati da un discorso del mercato o nel mercato ad uno sul mercato. Ma non si era detto che è necessario «riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore»? Certo, la presa di coscienza è già un passo significativo. Però questo è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
Ora, lungi da me l’obiettivo di un intervento destruens (siamo solitamente tutti molto bravi nel criticare), sento tuttavia la necessità – da lettore – di riportare il discorso su una linea più vicina a quella da cui si era partiti, e dalla quale mi pare ci si sia allontanati troppo rapidamente, col rischio di far sembrare il passo verso il lettore una mossa retorica per introdurre un discorso che parla d’altro e ad altri si rivolge.

Premetto che anch’io ritengo particolarmente auspicabile un processo di decrescita delle pubblicazioni: 7 mila case editrici che pubblicano 60 mila nuovi titoli all’anno (160 al giorno) sono davvero una enormità, soprattutto considerando il basso numero di lettori nel nostro Paese. Tuttavia, non credo che la decrescita sia la soluzione; almeno, non quella (e non certamente l’unica) in grado di ricostruire il rapporto con il lettore.

In più, è di vitale importanza stabilire la o le modalità di tale decrescita: in che modo si intende abbassare i ritmi delle pubblicazioni a livelli più umani? A spese di chi (scrittori esordienti, di nicchia) o di cosa (poesia, saggistica, filosofia, teatro)? Chi decide il tetto massimo? Con quali criteri? Chi stabilisce i criteri di scelta e valutazione delle opere pubblicabili? I TQ (da cui è partito l’appello) sono degli intellettuali coscenziosi e pragmatici, o sono una nuova lobby di scrittori che sta cercando di imporre la formazione di un contesto più selettivo e meno competitivo, su misura, che contribuisca in qualche modo a maggiori possibilità di successo? (Questa è una allusione un po’ cattiva ma, credo, scontatamente legittima).

La faccenda si complica ulteriormente se si tiene in considerazione che non tutto può essere letto (dell’edito, figuriamoci dell’inedito che vive nei cassetti!) e che il best-seller (inteso come il buon libro che arriva a tutti) è un risultato il cui raggiungimento è subordinato ad un numero elevatissimo di circostanze e coincidenze spesso slegate dall’impegno degli scrittori e dalla buona volontà degli editori e dei loro collaboratori – l’aleatorietà di tale risultato si intuisce anche dagli interventi dei vari editori sul tema.

Insomma, scegliere la strada della decrescita, oltre a rappresentare una soluzione insufficiente rispetto all’obiettivo che ci si è posti, non è cosa semplice e presuppone una grandissima responsabilità nei confronti dei lettori, degli scrittori e, soprattutto, della letteratura. Ciò non vuol dire che un avvicinamento al lettore non sia possibile.

Se l’idealismo (non privo di pragmatismo) di cui è impregnato il dibattito a cui stiamo assistendo è sincero; se l’obiettivo della nuova editoria che verrà è davvero quello di restituire il lettore al suo ruolo di interlocutore; se tutti questi grandi discorsi non sono solo una manfrina leziosa dietro la quale si nasconde il desiderio di allontanarsi dal mercato per dominare il mercato; se la proposta di abbassare i ritmi di pubblicazione non rappresenta la mera introduzione di una nuova regola di mercato che parifichi le opportunità; se tutto quanto state (e stiamo) discutendo deriva dal desiderio vero di recuperare il ruolo culturale dell’editoria in un Paese, allora le cose che si possono fare mentre si decidono i termini ed i criteri di una eventuale decrescita sono innumerevoli.

Per esempio, si potrebbe costituire una associazione di editori e lettori, con sottoscrizione annuale a pagamento, attraverso cui realizzare un fondo che finanzi poche ma importanti e ben strutturate occasioni di dibattito culturale, in grado, magari, di fornire la Nazione di quegli elementi di progettualità di cui tanto ha bisogno.

Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso.

Si potrebbe, per esempio, considerare la possibilità di definire nuove formule contrattuali per gli autori che, invece di stabilire i termini della loro produttività – spesso causa principale di noiose trilogie nel migliore dei casi e, nel peggiore, di romanzi mediocri –, li coinvolgano maggiormente e più da vicino nei processi di promozione delle loro opere (possibilmente più strutturati e progettuali di un “reading”).

Anche, ci si potrebbe impegnare nella costruzione di una rete solida di editori attivi sul territorio, capace di ripensare l’utilizzo degli spazi pubblici urbani (piazze, metropolitane, parchi, autobus) ed istituzionali (scuole, università, biblioteche) e di rivalutare la figura dei librai come anello di congiunzione tra le varie figure che abitano il quartiere.

Questi sono solo alcuni esempi di iniziative, progetti e idee che possono contribuire ad accorciare le distanze con il lettore, rendendo un servizio culturale a 360º alla propia comunità senza per questo dimenticare il mercato.

Cari editori, sicuramente molte delle proposte qui elencate non vi risulteranno nuove, ad altre ci avrete già pensato, mentre alcune saranno impraticabili o già esperienze consolidate da tempo. Sia come sia, la cosa mi interessa molto poco: non era mia intenzione insegnarvi il mestiere di editore in quattro parole. Ciò che invece mi preme farvi sapere è che se davvero volete un lettore più vicino è necesario che lo tiriate fuori dalle statistiche e che smettiate di rivolgervi a lui in termini di numeri di copie vendute. Se volete davvero che il lettore diventi il vostro interlocutore non dovete far altro che parlargli: vi risponderà, ne sono certo.

Con sincera stima

Luigi Bosco

Cara vecchia novità

[Questo intervento sul rapporto tra Letteratura e Web, già su Poesia 2.0, è stato pubblicato assieme a quelli di altri relatori all’interno degli atti del Convegno “Letteratronica” tenutosi lo scorso 9 Marzo e che sono stati ora raccolti in un e-Book che pubblicheremo a breve anche sulle nostre pagine.]

 

Il rischio che si corre quando si affrontano certi temi è quello di cominciare a parlare (o scrivere) senza poter mai riuscire a raggiungere quella sensazione di pienezza e soddisfazione che ti fa tirare il fiato e ti spinge a digitare l’ultimo punto. Questi sono i tipici discorsi che alle innumerevoli domande da cui originano rispondono con altrettanto innumerevoli domande e via così, in un infinito concatenarsi di punti interrogativi.
Quello sulla letteratura e il web fa sicuramente parte di questo genere di discorsi senza (una) risposta e molti questiti e a maggior ragione, visto che origina e si sviluppa in un ambiente la cui struttura è una apologia del panta rei: internet.

Dato lo stato delle cose (almeno dal mio punto di vista), credo che il modo migliore che ho di approfittare della disponibilità di chi mi ha invitato a questo dibattito e della pazienza del lettore sia quello di proporre una rassegna di temi che considero imprescindibili quando si voglia parlare di web e letteratura.

In principio era il Verbo

In principio era il Verbo e il poeta il suo guardiano. Protettore di un sapere tradizionale la cui veridicità era garantita dalle Muse, il poeta non inventava, ma ripeteva un repertorio di temi ereditati dalla cultura a cui apparteneva e che erano il riflesso della società che li aveva creati.

In tale contesto, il cambio è un evento straordinario e impercettibile piuttosto che cercato ed ordinario, ed ha sempre una natura sociale.

Con l’avvento della scrittura si genera una spaccatura all’interno della tradizione, restando il sapere sempre più indissolubilmente legato allo stile personale di chi s’incarica di trasmetterlo, lasciandolo esposto alla critica: nasce la letteratura – che, come molti affermano, non è fatta dai libri ma dai discorsi sui libri.
Allo stesso tempo, si forgia un nuovo modo di affrontare il passato ed il presente: la poesia aquisisce una rinnovata libertà ed originalità che fanno del poeta un creatore piuttosto che un cantore del sapere, all’interno di un contesto in cui l’ispirazione è molto più che memoria.

L’introduzione della scrittura e la nascita della critica illuminista nella cultura ellenica, conferendo un carattere critico e ludico alla letteratura e installando in questa una tendenza a cercare il nuovo, il sorprendente, l’originale, minano irrimediabilmente il fondamento mitico del sapere tradizionale – emblematica è, in tal senso, la cacciata dei poeti dalle città nella Repubblica di Platone.

Sotto questo punto di vista, la crisi della tragedia, come sottolinea anche Nietzsche, rappresenta la crisi del sociale, del sapere tradizionale come fondamento della collettività da cui origina. Tutto un modo di interpretare il mondo cede sotto gli attacchi del razionalismo sofista: la rovina del sapere tradizionale, ovvero la perdita della fede nel mito, apre una ferita nella coscienza collettiva che le deboli conquiste dell’individualismo critico e dell’illuminismo sofista non sono in grado di rimarginare, poiché difficilmente possono soddisfare le ansie dei cittadini in preda ad una profonda crisi di valori, che a quei tempi coincise con l’agonia della polis ed oggi prosegue sotto le mentite spoglie di una crisi delle democrazie.

Se la parola non basta

Ma la crisi della collettività è la crisi della coscienza dei signoli individui che la compongono, la quale, ritrovandosi a poggiare su una parola che non può più essere riconosciuta come vera – e, dunque, come fondante – si rifletterà in una crisi del discorso e, per ciò, della parola.

Il vuoto lasciato dalla caduta del mito cederà il posto al dogmatismo che caratterizzerà tutto il mondo occidentale fino al medioevo.
Sarà il Rinascimento che opporrà al dogmatismo un nuovo modo di ricercare e raggiungere la verità, proponendo una alternativa che restituisce al mito una dignità simbolica in grado di rifondare un discorso sul mondo. E lo farà con l’ausilio di una ampia iconografia che accosterà l’immagine alla parola, inaugurando una pratica che si estenderà fino ai nostri giorni.

Contemporaneamente, l’invenzione della stampa a caratteri mobili dell’era gutenbeg cambierà profondamente l’approccio semiotico al testo, che da allora in poi si vedrà obbligato ad includere lo spazio come ulteriore dimensione sintattica soggetta ad analisi.

La conversione del significante di un enunciato in un segno grafico e iconografico trasforma la parola in un oggetto a tre dimensioni, con una rinnovata materialità che viene a contrapporsi alla evanescenza di una natura arbitraria, privata del fondamento in grado di giustificarla.
I testi allegorici dell’epoca barocca, con molti precedenti medioevali e rinascentisti, normalizzano questa classe di spazio visuale attraverso geroglifici, emblemi, lemmi o calligrammi che propiziano l’apparizione e pervivenza di una densa cultura verbovisuale nella quale la contaminazione tra registro linguistico e immagine favorisce tanto la iconizzazione del verbale come la verbalizzazione dell’iconico.

La narrazione come fondamento di sé

Se, da un lato, gli sforzi di un certo umanesimo verso il recupero di una dimensione sacra delle origini costituiscono la base delle tensioni romantiche scaturite poi nella gesamtkunstwerk wagneriana e nel silenzio rimbaudiano, dall’altro il loro fallimento facilita l’imporsi della dimensione positivista del pensiero in ogni ambito dell’esperienza umana.

L’uomo moderno (e postmoderno) si caratterizza in tal modo per la rinuncia di qualunque tentativo di ricerca delle proprie origini in un sistema di ordine superiore, abbandonandosi completamente alla propria immanenza che gli impedisce di risalire gli anelli della catena della propria geneaontologia e lo installa nella circolarità dell’eterno ritorno di se stesso.
Una circolarità che, in quanto determinata formalmente e strutturalmente dalla sua stessa immanenza, è destinata ad un continuo rinnovamento, pena la disintegrazione.
Ciò spiega anche la benjaminiana perdita dell’aura dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ed il necessario passaggio dalla qualità (ormai resa impossibile dal rifiuto di qualsiasi assoluto) alla quantità (necessaria alla sopravvivenza).

In tale contesto, la narrazione diventa il principale strumento indispensabile al fondamento di sé.
Non che non lo sia mai stato, al contrario: da sempre la natura narrativa della soggettività ha spinto l’uomo a raccontarsi. Ma gli stravolgimenti esistenziali dello stare al mondo, alla luce di quanto detto fin’ora, hanno cambiato profondamente la natura delle narrazioni che produciamo ormai quasi compulsivamente.
Se nell’antichità bastava una unica storia per tutti, oggi ciascuno ha bisogno della propria, di una narrazione di sé che sia capace di sostenere e giustificare l’arbitrarietà della propria presenza nel mondo, in una reiterata formula di aggiornamento costante che va di pari passo al vissuto personale.

Potrebbe spiegarsi così l’esponenziale crescita del numero dei blog sul web e della nascita dei siti in tempo reale. Ovviamente internet non è solo blog e siti in tempo reale: sarebbe estremamente riduttivo ed ingenuo pensarlo.
Allo stesso tempo, però, non riesco a sorprendermi di fronte alle enormi potenzialità che questo strumento offre, poiché non sono in grado di percepire in esse che un cambio formale, piuttosto che sostanziale, di una mutazione antropologica in atto da almeno 200 anni e che, a mio avviso, non è in alcun modo adducibile alla rete.
Però è legittimo chiedersi: cosa cambia con il web?

Cosa cambia col web?

Sin dai tempi in cui l’uomo si è fatto anche umano, con l’uso del linguaggio in qualunque natura e forma, la sua principale preoccupazione è stata sempre quella di rispondere all’interrogativo più vecchio della storia: cosa ci faccio qui?

Viviamo nell’insospettabile certezza di morire prima di quanto ci aspettassimo, senza avere ben chiaro il perché lo abbiamo fatto – vivere e morire, s’intende.
La storia ha più volte stravolto la dimensione simbolica dell’esistenza, ed ora che abbiamo scelto (più o meno consapevolmente) di vivere senza una verità su cui fondare tutti i discorsi, prede della convenzionalità del linguaggio che parliamo essendo parlati, la parola è diventata un vuoto in cui giace l’eco della materialità sonora che la origina, e a cui tutti ci aggrappiamo come all’ultimo appiglio di consistenza che ci resta prima della totale dissolvenza.
Il rumore, solo il rumore, ci tiene ancora in vita – umanamente.

Il fallimento dell’illuminismo sofista dell’antichità si ripete, ma la dimensione positivista del pensiero contemporaneo non lascia spazio ad un recupero della sacralità, ad un nuovo rinascimento.
Come un’araba fenice, ci costringe a risorgere dalle nostre stesse ceneri, ed è lì che noi stiamo scavando. Ed è proprio questo scavare che, sotto il nome di sperimentalismo d’avanguardia, ha caratterizzato il secolo scorso non senza conseguenze per quello attuale.

Nei primi anni del ‘900, il futurismo, padre di tutte le avanguardie e di tutti gli sperimentalismi, avanzò numerose soluzioni-prototipo per una nuova forma di ricerca della verità e di fondamento della realtà basate sui miti del tempo assoluto della velocità e delle spinte pulsionali dell’uomo che sono l’origine della creazione intesa come assalto delle forze ignote per ridurle a prostarsi davanti all’uomo.
Nonostante l’enorme energia generata dal motore del secolo breve, non è stato possibile impedire ciò che oggi viene definito come “crisi del soggetto liberale”, per il semplice (credo) motivo che non può esservi soggetto senza un terzo che lo fondi, come affermerebbe Lacan.

Detto tutto ciò, e correndo il rischio di apparire arrogante, mi chiedo e vi chiedo: cosa dovrebbe sorprendermi del fenomeno di internet? La quantità di utenti iscritti a Facebook? Non riesco a sorprendermene, perché mi basta pensare che l’intera cultura occidentale deriva dalla mitologia greca e che in quel tempo così limitato nelle possibilità tutti sapevano tutto quanto c’era da sapere, per far diventare Facebook un intrattenimento senza fondamento di alcuni aficionados dell’informatica.
Allo stesso modo, come sorprendermi di fronte al fenomeno Twitter e della letteratura a 140 caratteri, o ad altri registri linguistici come il googlism, il flurfing etc., se penso alla brevità dei testi ed al paroliberismo futurista?
Nemmeno riesco a vedere una vera rivoluzione nelle possibilità ipertestuali offerte dalla tecnologia digitale, che interpreto come una naturale evoluzione dell’utilizzo degli spazi che ha origini ben più antiche. Non è forse un testo barocco un ipertesto? Non sono le installazioni e gli sperimentalismi delle avanguardie e delle neoavanguardie degli ipertesti? Non fu forse Wagner a parlare per primo di arte totale? E allora dov’è la rivoluzione e, dunque, la sorpresa di una poesia recitata in un video con foto e sottofondo musicale che posso vedere su YouTube?

Tengo a precisare che il mio non è un modo di sminuire il fenomeno del web; semplicemente vuole essere un tentativo che mira a ridimensionarne l’impatto rivoluzionario, cercando di riportare l’attenzione su quei fronti che riescono inspiegabilmente a prescindere dalle mutazioni socioculturali, rimanendo sostanzialmente gli stessi da sempre.
Ciò non toglie il fatto che internet possa rappresentare la principale causa di importanti stravolgimenti in atto che intervengono non solo in ambito letterario.

Restingendo il campo a ciò che in questa sede ci interessa, sono numerosi i cambiamenti, sia formali sia strutturali, che potremmo elencare e che riguardano la produzione così come il consumo della letteratura.
Penso, ad esempio, a SIC, il progetto di Scrittura Industriale Collettiva che a breve proporrà il primo romanzo al mondo scritto da circa 100 autori; oppure all’iniziativa di Quintadicopertina che da qualche mese offre un abbonamento allo scrittore. Penso a Giuseppe Genna ed al gruppo (pseudo)anonimo dei Wu Ming, tra i primi a confrontarsi dal punto di vista autoriale con il web, e penso al gruppo GAMMM ed alle infinite possibilità che la rete e la tecnologia digitale gli offre per le loro performance sperimentali e/o installative.
Penso a Nazione Indiana, che proprio in questo periodo si sta occupando di una verifica dei poteri 2.0, a il Primo Amore, a Alfabeta2, a DoppioZero e a decine di altre riviste e siti di cultura che hanno fatto leva sul potere di diffusione del web e sull’esiguità degli investimenti che esso richiede per raggiungere un elevatissimo numero di lettori che probabilmente mai avrebbero raggiunto.
Penso a AbsoluteVille, a Blanc de ta nuque, alla Dimora del tempo sospeso, a Compitu Re Vivi, a La Poesia e lo Spirito, a Imperfetta ellisse, a Poetarum Silva e a numerosissime altre esperienze, individuali e collettive, di diffusione della poesia sul web – un servizio alla società troppo grande e troppo sottovalutato di cui io sono stato uno dei beneficiari, motivo per il quale non li ringrazierò mai abbastanza.
Penso a Issuu, Scribd, Bookliners e decine di servizi di lettura simili che, grazie alle innovazioni tecnologiche ed al potere degli strumenti digitali e della rete, hanno letteralmente portato il libro sul web.
Penso ad Amazon ed al suo Kindle, che ha dato inizio alla guerra degli ebook, ed al cambio epocale che stanno vivendo le case editrici di tutto il mondo.
Penso a Google, al suo sistema di ricerca per parole chiave, ai suoi algoritmi e a come questo influenzi qualunque scritto in termini di creatività autoriale sin dalla scelta del titolo.
Penso ai commenti ed alle discussioni online, alle molteplici possibilità che il lettore ha di interagire come agente attivo con un’opera e con il suo autore.
Penso alla critica e al canone, ancora in fase di assestamento; penso al sapere e a Wikipedia; penso alla cronaca sempre più simile ai racconti ed ai racconti sempre più simili ad un articolo di blog ed alla vita in diretta; penso alla scissione dell’idea dal corpo assente; penso all’ologramma che ti fa le previsioni del tempo e poi ti racconta una storia; penso a photoshop e a quella luce bianca sullo sfondo che non esiste.

Quando penso ad internet, penso tutto ciò e, nonostante tutto, non posso evitare di pensare: cara vecchia novità….

Riferimenti e bibliografia

Introducción a la mitología griega, Carlos García Gual, Alianza Editorial, 2010.
Futurismo. La explosión de la vanguardia,
Alessandro Ghignoli e Llanos Gómez, Vaso Roto, 2011.
L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
, Walter Benjamin, Einaudi, 2000.
Il grado zero della scrittura
, Roland Barthes, Einaudi, 2003.