Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti

Lo scorso mercoledì, a Roma, all’interno della meravigliosa cornice della Biblioteca Vallicellianasorry, niente foto: quando ho tirato fuori la macchina fotografica, la responsabile della sala mi ha guardato come se stessi sgozzando suo figlio – ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a Letteratronica, una conferenza sulla letteratura ai tempi del web organizzata da Tiziana Colusso (formafluens.net) e Marco Palladini (retididedalus.it).
Conferenza che viene poco dopo l’eBookLab di Rimini e che inserisce – per fortuna e più che dignitosamente! – all’interno del discorso sul digitale la figura dello scrittore accanto a quella dell’editore.

Tutti i numerosi relatori presenti all’evento hanno messo sul tavolo questioni di fondamentale importanza, tutte fra loro differenti e complementari. A cominciare dalla direttrice della biblioteca Maria Concetta Petrollo Pagliarani e il problema di una archiviazione sistematica dei contenuti, fino al direttore de Le Reti di Dedalus Marco Palladini e il profilo degli scrittori e degli agenti culturali del XXI secolo, passando per Tiziana Colusso (Forma Fluens) e Sara Crimi (Quiappuntidalpresente) e il problema della lingua, Paolo Ruffini e l’esperienza della rete e Carlo Infante (Urban Experience)e le scritture mutanti, ciascuno ha contribuito a formulare la impegnativa domanda a cui tutti siamo chiamati a rispondere: come (ci) sta cambiando la letteratura nell’era di internet? Continue reading Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti

Sere Operaie

 

(“Referendum Mirafiori, vincono di misura i sì. Camusso: Bocciato modello autoritario”, ilfattoquotidiano.it)

Dietro ogni fatto si cela sempre una storia.

A tutti gli operai ed ai loro figli.

La sala da pranzo di casa non è grande. Però è accogliente ed ha due balconi da cui entra tutto il sole del sud, la mattina. È ampia abbastanza per ricevere un tavolo rotondo, quattro sedie, un divano, una poltrona, la dispensa a muro con il buco per il televisore nuovo. Mio padre.

Se lo vedo è perché è ora di cena. Se è a cena è perché non ha il turno di notte. Nessuno sa mai se non gli tocca lavorare o se è in cassa integrazione: lui non dice nulla e noi abbiamo imparato a non chiedere. Continue reading Sere Operaie

Pier Paolo Pasolini: Relatos

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(Attendi qualche secondo per consentire al video di caricarsi)

 

I Jornada de Análisis Textual “Pier Paolo Pasolini: Relatos”

Dirección: Lorenzo Torres. Colabora: Asociación Cultural Trama y Fondo.
Organiza: Departamento de Comunicación Audiovisual I – URJC.
Lugar: Universidad Rey Juan Carlos (campus de Vicálvaro)
Fecha: 23 de noviembre 2009.

Prof.  Jesús González Requena.

Un esempio storico*

Nel suo amore per la libertà, Socrate si sdegnava d’esser soggetto alla legge della gravità. E pensava che il bene stesse nell’indipendenza dalla gravità. Poiché è questa – pensava – che ci impedisce dal sollevarci fino al sole.–
Essere indipendenti dalla gravità vuol dire non aver peso: e Socrate non si concedette riposo finché non ebbe eliminato da sé ogni peso. – Ma consunta insieme la speranza della libertà e la schiavitù – lo spirito indipendente e la gravità – la necessità della terra e la volontà del sole – né volò al sole – né restò sulla terra; – né fu indipendente né schiavo; né felice né misero; – ma di lui con le mie parole non ho più che dire.

Platone vide questa meravigliosa fine del maestro e si turbò. E poiché egli aveva lo stesso grande amore, pur non essendo d’una sì disperata devozione, si concentrò a meditare. Conveniva trovare un meccanismo * per sollevarsi fino al sole, ma – ingannando la gravità – senza perdere il peso, il corpo, la vita; lungo tempo meditò e inventò il macrocosmo. La parte principale della strana macchina era un grande globo rigido, d’acciaio, che con le sue cure più affettuose per l’alto  Platone aveva riempito d’Assoluto – gli aveva levato l’aria, diciamo noi ora. – Con questo mirabile sistema egli si sarebbe sollevato senza perdere del proprio peso – senza diminuir la propria vita.

La partenza fu lieta d’ardite speranze; e l’areostato si sollevò rapidamente dai bassi strati dell’atmosfera.
“Vedete come noi saliamo per la sola volontà dell’assoluto» esclamava Platone ai suoi discepoli ch’erano con lui, e accennava al globo scintillante che li trascinava nella sua rapida salita. «È per sua virtù che noi andiamo verso il sole dove la gravità non domina più, e dai legami di questa, via via ci liberiamo”.
( – Veramente noi diciamo ora che la causa della salita dell’areostato non è «il suo voler salire bensì la caduta dell’aria più pesante di lui. – ) Ma Platone esultava per l’ebbrezza dell’esaltarsi e accennando al globo pieno d’assoluto esclamava: «mirate l’anima nostra!”.
E i discepoli che non capivano ma sentivano le vertigini e la nausea della salita, guardavano sbigottiti il maestro, e il globo, e la terra che fuggiva sempre di sotto. –
Quando giunsero ai limiti dell’atmosfera però l’areostato diminuì la sua velocità, ondeggiò e si fermò del tutto, equilibrato nel mare d’aria. Fuori dell’atmosfera non si va – bisognerà accontentarsi di galleggiare. E le speranze? e il sole? e l’indipendenza? I discepoli guardarono il maestro con muta richiesta. –
Allora Platone guardò al basso ed ecco gli si spalancò la magnificente visione di tutto il tempo e di tutto l’essere (Platone, Repubblica, 486 a.) ed egli si compiacque e disse ai suoi discepoli ch’erano con lui: «Ecco che noi siamo in alto; vedete giù le cose del basso mondo, esse sono in basso perché sono pesanti, perché hanno il peso, noi invece» e accennò al globo che galleggiava immobile sulle loro teste «noi invece abbiamo ‘la leggerezza’, noi siamo qui soltanto perché abbiamo ‘la leggerezza’”. I suoi discepoli anch’essi si curvarono sul parapetto, ma lo sgomento del vuoto li vinse così che ritiratisi vicini a venir meno, non ardirono più di sollevarsi dal fondo della navicella. «Noi» seguitò a dire il maestro «in quanto siamo qui partecipiamo anche noi della leggerezza ed ognuno di noi ha ‘ la leggerezza’, abbiamo corpo e peso ma secondo ‘la leggerezza’”. «Maestro» disse uno dei discepoli riavutosi un po’ dal peso dello sgomento e dello stupore, – «maestro, com’è fatta la leggerezza?”.

“La ‘leggerezza’» prese a dire Platone contemplando il mirabile spettacolo delle cose, che al suo sguardo più forte erano chiare come se fossero state vicine «la ‘leggerezza’ contiene tutte le cose; non come sono col loro peso nel mondo basso, ma senza peso; e come il peso appartiene al corpo, alla leggerezza appartiene ‘l’incorporeo’; e se al corpo appartiene l’estensione, la forma, il colore, tutto ciò in cui gli uomini in terra sono implicati, alla leggerezza appartiene l’inestenso, l’informe, l’incolore, lo spirituale. Colla sola contemplazione della leggerezza, noi che abbiamo la leggerezza, vediamo e possediamo tutte le cose non come appariscono in terra ma come sono nel regno del sole”.
– I discepoli ascoltavano in silenzio, con l’occhio intento all’abbagliante splendore dell’acciaio, e nessuno voleva confessare di non vedere niente; ma di tratto in tratto incitavano il maestro a dir di più. Ed egli allora parlò delle maraviglie occulte agli altri e che il suo sguardo acuto discerneva, apparendogli le cose sulla superficie della terra per la profondità vertiginosa in vari e nuovi e mirabili modi aggruppate. Queste nuove creature egli chiamava idee e diceva di loro ch’esse erano tutte chiuse nella «leggerezza”, – e che ognuno poteva vederle. – I discepoli che nulla vedevano s’abbandonavano alla suggestione delle sue visioni. E se la terra di notte s’oscurasse, se le nubi gli togliessero di vedere, se i suoi occhi si stancassero, ma egli nel suo trasporto seguitava pur sempre a narrare cavando dalla memoria le più riposte imagini e, a bizzarre fantasie congiungendole, sé e gli altri nutriva di parole.

Ma passavano i giorni, i mesi, gli anni – la vita non mutava – e speranza non c’era di mutamento. Gli abitanti della leggerezza e Platone stesso invecchiavano: infatti il regno del sole era lontano e lo splendore riflesso della macchina piena d’assoluto – come non dava né la gioia né la pace né la libertà così non dava l’eterna giovinezza. I discepoli nella mancanza d’ogni via di salvezza, d’ogni attività cui fossero stati sufficienti – s’erano abbrutiti in un oscuro torpore disperato. Ma un giorno – uno di loro più ardito e meno riverente avendo osservato che il maestro parlando aveva gli occhi sempre fissi alla terra lontana, si curvò ancora sul parapetto e vide il vuoto; sforzò il suo sguardo in ogni maniera per discernere qualche cosa ma non vide altro che, come una nebbia lontana, il luccicare delle acque alternato colle masse oscure della terra; e ciò non aveva la più lontana somiglianza con quello che il maestro descriveva. Ma non era egli persona da dissolversi per la paura del vuoto come gli altri compagni. La paura si maturava in lui in piani determinati e nell’effettuazione di questi spiegava una irresistibile alacrità. D’altronde male soffrì nel suo cuore geloso d’essere cieco là dove il maestro vedeva chiaramente, e fermò fra sé il proponimento di trovare un modo per poter tornar sulla terra. Da quel giorno egli si mise a studiare con ogni attenzione la macchina geniale che li aveva sollevati, e con abili domande ottenendo dal maestro le informazioni necessarie, in breve si ebbe acquistata una conoscenza minuziosa di tutti gli ingegni.

Allora fattosi innanzi così parlò al vecchio Platone:
“Maestro, tu dici che noi abbiamo la leggerezza?”.
“Altrimenti almeno non saremmo invero qui su” disse Platone.
“E noi siamo leggeri per la presenza della leggerez-za?”.
“Certamente”.
“E ogni cosa in quanto è leggera è tale per la presenza della leggerezza?”.
“Senza dubbio”.
“E all’inverso la leggerezza è tale da poter render leggera ogni cosa per la sua presenza”.
“Allo stesso modo”.
“Maestro, perché non potremmo noi prendere un po’ dell’aria che è qui attorno e metterla nella leggerezza? secondo il discorso su cui ora ci siamo accordati, essa perderebbe la sua natura di pesante e parteciperebbe anch’essa della leggerezza”. E tacque. – Platone lo guardò a lungo negli occhi miopi coi suoi occhi che vedevano lontano, e vide ch’egli lo tradiva. Ma il giovine discepolo conosceva il meccanismo, e ragionava diritto e Platone non poteva sottrarsi alla conclusione. D’altronde egli conobbe quanto e dove egli stesso aveva errato – né poteva egli ormai vecchio negar la vita al giovane discepolo. –
Egli chinò tristemente il capo e disse al giovane: «Va bene, fallo!”. Il discepolo s’affaccendava intorno alla valvola, e Platone seguiva melanconicamente i suoi movimenti. Ma d’altronde anche per lui l’altezza vertiginosa, l’aria irrespirabile – la mancanza di tutte le care cose della vita, e del commercio degli uomini – l’immobilità di tutte le cose nel giro dei giorni e delle notti – aveva un sinistro senso di vuoto cui le sue parole non riescivano a riempire – e che non era molto dissimile dalla paura.
Sicché quando l’aria cominciò a fischiare penetrando impetuosamente nel globo e svegliò i poveri discepoli dal loro torpore, anche Platone si sentì allargare il vecchio cuore mentre la sua asciuttezza s’inumidiva di desideri lontani.
L’areostato scendeva, i discepoli erano tornati alla vita. «Scendiamo!» «Scendiamo!» altro non potevano pronunciare e questa parola non si saziavano di ripetere che antecipava loro la gioia della quale avevano ormai disperato, la gioia d’aver la terra sicura sotto i piedi, d’esser per sempre fuori, salvi da quella terribile, vertiginosa solitudine.

E mentre Platone suo malgrado era assorto a osservar come l’aria penetrava nel globo, animati dal cambiamento e dalle nuove speranze e resi più curiosi dalla varietà delle cose ch’essi incominciavano a intravvedere ora sulla superficie della terra, gli si strinsero intorno e con maggior insistenza lo richiesero che parlasse ancora.
E Platone e per l’amore dei vecchi a novellare e per l’abitudine in lunghi anni contratta, continuò a descrivere ciò che gli si svolgeva sotto lo sguardo. Ma come ormai c’era l’aria terrestre nell’involucro rigido dell’areostato, come ormai la vista era più bassa, così i suoi discorsi non riuscirono più puri e convenienti a ciò ch’egli avreva sempre insegnato. Ma il più vicino e il più lontano, e l’orizzonte più ristretto e sempre vario, e le varie prospettive delle stesse cose lo preoccupavano. – Del resto poco abituato – all’aria più grave ben presto egli morì.

– Intanto la terra s’avvicinava, e gli sguardi dei discepoli ardevano d’impazienza. Con autorità naturale il traditore prese il posto del maestro e con gli stessi modi di lui, come quello che conosceva a fondo il meccanismo, cominciò a parlare per quanto nulla vedesse di distinto, ma per la pratica presa e parlando più del modo come il meccanismo funzionava e del comportamento dell’aria nella leggerezza che di ciò che appariva alla vista. – Quando giunsero in terra egli comincio a introdurre l’una cosa e l’altra nel globo e predicò di tutte la «leggerezza”, poi cominciò a osservarle nelle loro vicendevoli relazioni e poiché era fra loro e non sopra loro, andando da una in l’altra col suo meccanismo, cominciò a teorizzare su tutto l’essere. Tutta la gente accorreva da lui per prendere la merce che veniva dall’assoluto; egli ch’era uno spirito pratico prendeva la merce ch’era più in voga e che più s’adattava alla vista, al bisogni, ai gusti del pubblico, poi ci metteva su la marca di fabbrica coll’emblema della «leggerezza”. E il pubblico era felice di poter dire che la merce veniva dal cielo e di potersene servire proprio come se fosse stata merce di questa terra.

Quell’uomo era Aristotele.

Il suo sistema, che allora ebbe il più largo seguito, ancora vive fra noi, se pur sotto nuove vesti, in quanti sul terreno positivo la voce delle cose ripetendo quale dai modi vicini e dalle vicine necessità è data, nel nome dell’assoluto sapere la elaborano e s’affaccendano a teorizzar sulle cose. –

1 È per sé stesso chiaro, che come io non pretendo che davvero Platone abbia fatto l’areonauta, così non voglio aver fatto congetture sulle sue relazioni con Aristotele come in fatti avvenissero. Ma certo che gli ultimi dialoghi e specialmente il Parmenide sono animati da uno spirito aristotelico e sembrano un preludio alle categorie e alla metafisica d’Aristotele. Di platonico non hanno più che le frasi fatte del platonismo. Si può dire anche apertamente che non li ha fatti Platone – ma uno che non aveva niente da dire, e s’affannava ad accordare il sistema delle idee con le necessità d’un dire multiforme quale poi s’afferma nelle opere aristoteliche e che si doveva già sentire nell’aria – fosse poi l’autore Platone stesso – ma un Platone vecchio, dimentico di sé, o un qualunque suo discepolo. Il dissolversi del mondo delle idee nella infinita trama delle forme, – del quale questi dialoghi (Parmenide, Sofista, Politico) segnano un punto intermedio rivelatore, – quale avvenne allora nel lavorio filosofico degli idealisti, è una necessità che pur sotto altre apparenze si ripete ogni qual volta degli uomini seguendo materialmente la via d’un uomo migliore, s’affaccendino coi concetti per loro ormai privi di valore.


(La persuasione e la rettorica, Carlo Michelstaedter, Adelphi 1982)

Lettera a tutti i miei genitori

Care mamme,

Cari papà,

Siccome sono lontano, vi pensavo.

Vi pensavo con freddezza. E non per mancanza d’amore, ma per quel senno di poi che involontariamente ho ereditato crescendo, mentre un varco spazio-temporale si intrometteva silenziosamente tra i nostri percorsi, intercettandoli. È così che vi siete incurvati un po’ alla volta ad ogni mio nuovo pelo di barba o capello bianco, gli uni quasi all’insaputa degli altri, se non fosse per quelle poche occasioni in cui quel varco si restringe momentaneamente in un abbraccio che accoglie ed allo stesso tempo congeda.

Pensavo che se io ho all’incirca trent’anni, voi dovreste averne in media tra cinquantacinque e sassantacinque. E pensavo che se ciò è vero, nel fatidico biennio 1968-70 avevate tra i quindici e i venticinque anni. Eravate degli adolescenti, dunque, o dei giovani adulti quando, assieme ad altri giovani e meno giovani, scoprivate il mito della libertà, l’etica dell’uguaglianza, il governo di una autentica democrazia, il potere e la responsabilità del singolo individuo nei confronti della società a cui appartiene, il corpo nudo, Woodstock, il comunismo e la musica rock, i Beatles e i Rolling Stones, gli acidi e l’ LSD, i Pink Floyd e la cultura psichedelica, i diritti del popolo. Eravate più giovani di me mentre lottavate e morivate davanti le scuole e le Università, quando vi avventavate contro i cordoni di poveri poliziotti poveri due volte, quando votavate il PCI e quando smettevate di votarlo. Eravate più o meno miei coetanei sotto il palco di Berlinguer, oppure accalcati in via Caetani dietro i fascioni della polizia. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci. Continue reading Lettera a tutti i miei genitori

Cari intellettuali… – una lettera aperta

Dunque, dopo mesi di dibattito non siete ancora giunti ad una conclusione. Questo accade quando il problema è fittizio oppure è mal posto.

Vi lamentate che la vostra voce resti inascoltata, e questo vi preoccupa e vi offende. Vi preoccupa perché è giusto pensare che una società che non ascolti la voce dei suoi intellettuali è più probabilmente destinata ad un percorso infelice; vi offende perché vi fa sentire inutili, invalorati, come un giocatore perennemente in panchina o un operaio annoiato che fissa il suo mostro meccanico in silenzio.

Lamentate la mancanza di spazi che, però, io vedo ancora numerosi: basti considerare quelli che hanno accolto negli ultimi mesi i vostri rumorosi rimbrotti. Lamentate la mancanza di mezzi e qui, forse, potrei darvi ragione, a patto di considerare come mezzi solo quei canali da voi considerati e che sono quelli istituzionali.

Viste le premesse ed essendo io in buona fede, voglio pensare non che il problema sia un modo come un altro di parlare di qualcosa per avere visibilità, come un attore fallito che partecipa ai talk show parlando del proprio fallimento, ma che il problema sia mal posto.

I vostri ragionevoli piagnistei si volgono dal lato del potere, dove spesso le lacrime vengono confuse col sudore: cercate appoggio e comprensione dalla parte sbagliata del mondo, dove difficilmente sarete ascoltati.

Sognate di andare in TV a dire al mondo che la TV è una incantatrice di serpenti e che la ricerca della verità deve essere portata avanti altrove. Ma già ci fu qualcuno, anni fa, che lo fece. Ed è proprio per questo che non ve lo lasciano più fare. Anelate ad un rinvigorimento delle terze pagine morte e sepolte su giornali che ogni giorno perdono sempre più credibilità. Lamentate le porte chiuse a più mandate delle Università, dove da tempo non si insegna nulla che vada oltre la riproduzione di un mondo sempre più uguale a se stesso.

Io non vi rimprovero ciò che dite, ma il modo in cui lo dite e, soprattutto, a chi vi rivolgete. Non potete continuare a pensare di poter cambiare il mondo o la vostra situazione con invettive lanciate dalle colonne di un qualunque periodico. Il tempo in cui gli articoli risuonavano come bande è passato da un pezzo. Oggi siamo in democrazia (?), dove ognuno è libero di dire quel che vuole e proprio per questo ciò che dice subisce un ridimensionamento che forse non potete (o volete) accettare. Le voci che hanno qualcosa da dire si sono moltiplicate a dismisura, ed anche questo ha infiacchito la forza delle parole di tutti. Non sto dicendo che ciò che dite abbia perso di senso, né che tutti abbiano sempre qualcosa di interessante da dire. Ma chi riuscirebbe ad apprezzare un’Aria sulla A14 il week end di Ferragosto?

Ecco dunque la prova, a mio avviso, che il problema è mal posto. Io e, credo, tanti come me, siamo i primi a volere, desiderare e pretendere un rinvigorimento della vostra voce in una Italia plebiscitaria e chiacchierona. Ma per poter arrivare a ciò bisogna prima fare un poco di silenzio intorno. Certo, non potete mica mascherarvi di notte per andare a sabotare le antenne televisive e occupare le redazioni dei giornali, ma il silenzio che prepara all’ascolto va conquistato stappando le orecchie di chi volete che vi ascolti.

Dunque: chi volete che vi ascolti? A chi si rivolgono i vostri discorsi? Se il vostro auditorium si trova all’interno dei palazzi, allora vi state lamentando inutilmente e fareste bene a dibattere meno: risparmiate carta, siate almeno ecosostenibili. Se invece il vostro auditorium è la Nazione di cui fate parte, allora voltatevi di 180 gradi, perché avete la faccia dal lato sbagliato, e continuiamo a discutere.

Perché le vostre parole siano ascoltate, c’è bisogno di orecchie pronte a riceverle e niente affatto supinamente. Ma molte orecchie della nostra Nazione sono sorde a qualunque vostro richiamo: troppo rumore c’è intorno e pochi sono il tempo e i mezzi per riuscire a distingure i suoni nella confusione.

La comunicazione non è solo una questione di linguaggio: certo, parlare la stessa lingua aiuta, ma c’è bisogno di un metalinguaggio e di obiettivi comuni per una predisposizione ad un ascolto che non rimanga fine a se stesso. Tale metalinguaggio non è affatto condiviso, cosa che non sorprende nessuno – a parte gli ingenui – viste le condizioni sempre peggiori dello stato di cultura in Italia (che non è un caso fortuito, ma un obiettivo da alcuni raggiunto a pieno). Non potete allora sorprendervi se quando voi parlate nessuno sembra disposto ad ascoltarvi. Tutto intorno e dentro la loro vita è costruito ad hoc perché non vi ascoltino e nemmeno si ascoltino.

Se davvero volete riguadagnare credibilità rispetto al vostro auditorim-Nazione, c’è bisogno che non parliate per esso ma con esso; dovete scendere in campo per offrire la prova della vostra esistenza con una presenza che sia fisica; avete bisogno di educare all’ascolto prima una piccola cerchia ristretta di persone ancora con qualche possibilità e poi, tra queste, “reclutare” coloro che possono aiutarvi a diffondere il seme della cultura e del senso critico sostituendolo all’ormai germinato seme delle ferie esotiche e dei centri commerciali. C’è bisogno di inculcare nella popolazione il bisogno di ricordare il passato non per usarlo come strumento di mistificazione di quella porzione di presente che appartiene ad una fantomatica fazione opposta alla propria, ma per determinare un punto da cui partire per poter iniziare un percorso di attraversamento e superamento.

Mi rendo conto che questo mio, pur con tutte le sue buone intenzioni, è un discorso profondamente retorico che non risponde alle due domande fondamentali: che fare e come farlo. Quello che riesco a proporre personalmente in proposito è: se Maometto non va alla montagna, allora sarà la montagna che cercherà di raggiungerlo. Non siate un bar: non aspettate con la porta aperta che entrino i clienti. È demoralizzante. Scendete in campo, abbandonate di tanto in tanto le vostre scrivanie per qualcosa che non sia solo la presentazione di un vostro nuovo libro o di un numero di una vostra rivista. Siate capaci di unirvi senza lobbismi di sorta, organizzatevi per attività concrete sul territorio, pensando in piccolo, per quartieri. Visitate le scuole e le Università, anche se non vi hanno voluti come docenti. Rivolgetevi a quella classe dirigente che ancora ha qualche possibilità e lavorate con essa. Utilizzate in maniera diversa le strutture urbane, qualunque esse siano. Ma soprattutto cercate: cercate il guizzo negli occhi della platea e non fermatevi al moto d’orgogliosa soddisfazione che esso vi provoca: andategli incontro e chiedetegli di non spegnersi, di non ritornare a fissarsi nel vuoto: quel guizzo può essere prezioso per voi, per la ricerca di altri guizzi.

Se metto da parte il lirismo a cui mi sono volutamente lasciato andare, mi rendo conto che gli intellettuali non sono degli dei – per quanto a me piacerebbe tantissimo e a voi non dispiacerebbe affatto – ma degli esseri umani, con i loro limiti, le loro capacità e soprattutto le loro necessità. Dunque: il denaro. Non sono stupido e l’idealismo privo di pragmatismo l’ho abbandonato da qualche tempo. Non c’è dubbio che recuperare fondi è forse più difficile rispetto a tutto il resto. Ma voglio continuare a credere che l’unione faccia la forza, almeno fino a prova contraria, e che di persone disposte ad aiutarvi davvero ce ne sono. D’altronde, se si continua di questo passo senza rimboccarsi le maniche, ci saranno sempre meno persone a comprare i vostri libri e le vostre riviste, e quei pochi giornali che ancora hanno qualche intellettuale all’interno delle loro redazioni penserà a loro ogni volta che ci sarà un problema di ingressi o di copie. Pensatelo come un investimento a lungo termine e sperate di vederne i frutti prima di passare a nuova vita: magari non sarete diventati ricchi, ma avrete (o avrete cercato di) cambiare una Nazione. E questo vi farà onore.

Con stima e affetto,

Luigi Bosco

Antologia “Poetarum Silva”: Alessandro Assiri

Il linguaggio di Alessandro Assiri è semplice, misurato. Il gioco poetico dei suoi componimenti si sviluppa quasi totalmente a livello sintattico, attraverso una struttura capace di unire in maniera impercettibile il passaggio logico al salto pindarico, con un utilizzo mimetico della metafora all’interno di un discorso che dà l’impressione di lesinare le parole. Più che dal classico “lavoro a togliere”, è dal bisogno di essenzialità che a me sembra nascano direttamente i versi di questo poeta. Ed è proprio grazie a questi versi “scarni” che la poesia di Assiri guadagna in immediatezza: ogni verso è un suggerimento, un indizio ben preciso a cui segue il successivo; sta al lettore tenere il passo, unire i puntini per ritrovarsi sorpreso di fronte ad una figura scolpita nella carta, dal taglio netto, sincero nonostante una considerevole dose di ambiguità. Se le poesie di Assiri fossero un romanzo non avrebbero trama, ma solo un lungo colpo di scena. Come sassi levigatissimi, viaggiano veloci privi di attrito, raggiungendo prima il colpo.

 

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io non vado, ti anticipo
non lascio, preparo
ogni passione è a primavera,
quando la vita dovrebbe sbocciare
invece spesso si infligge,
passione è farsi uomo
dove non occorre nulla
per descriversi
difendersi senza cambiarsi il nome

 

*

 

Se ti immagino salire
vedo la fatica
di dar le spalle al mare,
ma poi ripenso che tutto nasce
da un digiuno
e che si mangia per tradire.
Il resto è farsi mondo
che poi è il rischio nostro
di scoprire il letto vuoto,
di domenica quando i giochi sono fatti
ma adesso che si è compiuto quasi tutto
e ogni padre fa supplenza,
siamo ancora schiavi tra gli schiavi
naufragati nel ritorno
quando somigli sempre meno

 

*

 

è una sera da dietro,
dove il tuo viso
è una misura per i vivi
e tutto il tempo
che si prende i lunedì
lo riduco a barchette
o a raffreddori
che sono solo scuse
per non andare a vela
e far finta che ci sia il motore
rottamo qualche inizio al giorno,
il nuovo mi disturba
approfondisce troppo il niente
chi scrive lo fa per non marcire
e allora ci contiamo
per sembrare meno,
un intermezzo di continua
a ridarci il benvenuto

 

 

 

Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962, vive nel Trentino. Ha pubblicato, per Aletti Editore, Morgana e le nuvole (2004) e Il giardino dei pensieri recisi (2006). Per Lieto Colle ha pubblicato Modulazione dell’empietà (2007) e Quaderni dell’impostura (2008). Con Chiara De Luca ha pubblicato, per Fara Editore, Sui passi per non rimanere (2008). Co-curatore del progetto Poeti a Nord-Est che si occupa di creare sinergie tra artisti prevalentemente del territorio e di portare la parola poetica all’interno delle scuole, con seminari e dibattiti. Fa parte della redazione della Kolibris Edizioni e del comitato editoriale di Opera prima. Collabora con riviste cartacee e telematiche. Promotore del Festival “Terzolas in poesia”.
È rintracciabile su http://www.lettereanessuno.splinder.com/