Poesia 2.0

 

La Poesia è morta! La Poesia muore!

Anche la nostra epoca, come tutte quelle che l’hanno preceduta, grida la morte della Poesia. Ma la Poesia non è mai stata viva se non nella sua agonia.

Ab aeternum la Poesia parla all’uomo in limine mortis, poiché è nella natura stessa della

 

Poesia l’essere agonizzante, agonia del poeta che muore la vita impossibile che non ha mai vissuto.

La Poesia è canto della perdita, poiché canta ciò che non è mai stato.

L’uomo vede ciò che non ha e per questo soffre. Il poeta vede ciò che non c’è e per questo soffre.

La Poesia sta al margine. La Poesia è il margine: il limite di contenimento del reale oltre il quale tutto sarebbe ontologicamente poetico e impossibile: irreale.

Lo scopo della vita è conservare se stessa, autodeterminandosi logicamente attraverso l’azione razionale basata sul principio dell’utile, con una efficiente economizzazione delle risorse: il lavoro.

Lo scopo della Poesia è consumare se stessa nell’arco di un verso rispondendo al principio del piacere nell’istante stesso dell’urgenza che produce, urgenza dell’inconoscibile che si svela esercitando una pressione su tutto il resto che muore: il desiderio.

La Poesia è contro la vita come la conosciamo poiché tende all’origine. È igienicamente anti-economica, geneticamente fondata sulla destituzione di ciò che è dato. È linguaggio che insorge contro le sue stesse regole.

Non v’è sorpresa, dunque, dinanzi al margine a cui essa viene relegata dalla vita.

La nostra epoca, nonostante il livello di conoscenza raggiunto, non è riuscita ancora ad eliminare maghi e stregoni; non è stata capace di uccidere la fede, qualunque sia il suo oggetto di culto. Conoscere non rende l’uomo più felice né più libero, ma schiavo di ciò che scopre di non poter cambiare.

Morire è un tabù che non ci possiamo permettere.

La realtà sopraffattoria di marcusiana memoria ha invaso tutti i campi dello scibile umano; il positivismo scientifico è ormai fine a se stesso, noi le sue bestie sperimentali. Si è infiltrata ovunque tranne che nella Poesia, ancora capace di invocare la luna nonostante Neil Armstrong.

Il potere della parola è infinitamente più grande della realtà che nomina. Il linguaggio determina e distrugge, fa vivere e morire, struttura e destruttura, definisce ed allude, indica ed evoca.

La parola è magica e i poeti sono degli stregoni. Il verso è un alchimia a cui non interessa l’oro: annulla, azzera e distrugge e dalle macerie crea il nuovo che esiste lungo l’intero attimo prima dell’a-capo. Se si rilegge è nuovo ancora una volta.

L’altro è sempre alla porta del verso che canta il suo arrivo: trapassa, trafigge il reale che detona in mille frammenti di cristallo in cui si riflette il possibile. I detriti esplosi fanno il rumore del vuoto quando toccano la cima dell’abisso sprofondato dalla gravità. L’io ferito si da del tu al suo funerale.

Il metro non misura più lo spazio, ma il tempo dell’essere altro da sé quando si legge. Il suono è quello della caduta vertiginosa e poi lo schianto.

Il mio nome in mille pezzi. Le mani che tremano nel ricomporlo.

Oggi come ieri, solo più veloce: Poesia 2.0.

 

(liberamente ispirato al saggio breve di Alessandra Pigliaru su GCSI e varie letture delle ultime settimane sull’argomento)

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