[singlepic id=183 w=600 float=center]
Ieri (28 c.m.) Londra era diversa.
Certo: le strade, i palazzi, i negozi, gli Starbucks e i Caffè Nero erano sempre lì, come tutti i giorni. Anche l’orribile London Eye era lì, adagiato sulla sponda del Tamigi come un’enorme ruota di un mulino a vento che non c’è. Dev’essere perchè non ci sono Don Chisciotte in questa città, avrei pensato fino a ieri l’altro. Fortunatamente, ho dovuto ricredermi.
[singlepic id=232 w=320 h=240 float=right]
Sembra che siano scesi a manifestare 35,000 persone, circa tre volte quelle previste dalle associazioni organizzatrici della protesta. Put People First è un movimento nato recentemente che comprende differenti associazioni come Trade Unions e ONG a cui si sono unite associazioni ambientaliste e movimenti politici. Certo, 35,000 persone non è un gran numero, considerando che la crisi economica che ci ha investiti coinvolge un numero di persone a sei zeri e, a quanto pare, destinato ad aumentare. Sarebbe stato bello vederle tutte lì, queste persone, almeno per trasformare i numeri delle statistiche (che in questo Paese non mancano mai) in dati di fatto tangibili, visibili e, soprattutto, udibili.
La manifestazione è iniziata all’urlo di “One solution: Revolution”, non armata – si intende, partendo da Temple e sfilando per il centro della città fino ad Hyde Park, a testimonianza di un bisogno sociale (che si spera diventi presto forza sociale) di cambiare le cose: “Whose the streets? Our streets. Whose the City? Our City. Whose the World? Our World” è il mottetto che mi è piaciuto di più, insieme a “The rich, the rich, we’ve got to get rid of the rich” e “Unemployment and inflaction aren’t caused by immigration. Bullshit, get off it: the enemy is profit”.
[singlepic id=172 w=320 h=240 float=right]
D’altronde, il nome stesso della manifestazione dice tutto: Put People First. Ed è questo ciò che si è chiesto nelle 3 ore di tranquilla e pacifica passeggiata: mettere prima di tutto le persone, ovvero coloro senza cui nulla potrebbe esistere. Non so quanti bancari ci fossero a sfilare. Non credo siano stati molti i banchieri a farlo. E di esponenti del governo e dell’opposizione: nemmeno l’ombra. Ma va bene comunque così, visto che hanno iniziato da tempo a raschiare sul fondo delle tasche dei cittadini, senza che nessuno di questi reagisse, per salvare banche come la Royal Bank of Scotland, il cui ex dirigente – Mr. Goodwin – ha riempito fino a qualche tempo fa le pagine di tutti i giornali del Regno Unito per aver sfacciatamente richiesto il suo bonus di circa £700,000, ma sempre con l’applombe ed il fair play tipicamente Inglesi. Chissà, forse nella speranza che nessuno si sarebbe messo lì a calcolare il risultato di 2bn di sterline meno le sue 700,ooo. E, a quanto pare, ha avuto quasi ragione, visto che solo uno sparuto gruppetto di irriducibili (o irriducibilmente incazzati) si è appostato davanti casa sua per qualche giorno, attirando i giornalisti come il miele con le api.
[singlepic id=201 w=320 h=240 float=left]
Fatto sta che c’è stato il silenzio più assoluto riguardo l’ideona di salvare i banchieri con i soldi pubblici. Alla fine, ogni mondo è Paese: quante dimostrazioni ci sono state in Italia quando si è deciso di salvare l’Alitalia nel modo in cui è stata salvata? Quati si sono opposti alla scelta del governo di salvare imprese come Fiat (dove abbiamo perso i conti ormai), Merloni e tantissime altre aziende e imprenditori “sull’orlo del fallimento”? Nessuno. Non si è visto nessuno, a parte qualche timido mugolio lamentoso la mattina, al bar, di fronte la prima tazzina di caffè.
Sembriamo tutti ipnotizzati, intorpiditi, intontiti. La realtà, invece, è che siamo assuefatti. Assuefatti a questo sitema di cose, alle finte libere regole del mercato che ripagano il nostro produci-consuma-crepa con false libertà, di cui tanto ci pregiamo ma che non usiamo, perchè non ne abbiamo tempo e perchè, fondamentalmente, non esistono. Assuefatti allo status quo, incapaci di meravigliarci di fronte a stipendi a nove zeri di bancarottieri fraudolenti e agli accattoni nelle strade, vedendole come normalità di cui abbiamo bisogno per orientarci nella realtà, per sapere di essere svegli. Inebititi da uno stile di vita che non è nostro, e che tuttavia ci appartiene. O meglio: noi apparteniamo ad esso, lasciamo che esso ci possegga, ci acquisti e faccia di noi ciò per cui ci siamo lasciati comprare, fino a che l’usura non lo spingerà a riporci in un angolino ed a guardare i nostri figli.
[slideshow id=1]
Alla fine è in tale sistema che nasciamo ed in esso viviamo, imparando a farlo nostro, ad amarlo. Diventa parte di noi fino a sostituirne dei pezzi, fino a costituirne dei pezzi, fino a costituire noi stessi. Fino a fare in modo che in esso ci si identifichi e, dunque, sia impossibile attaccarlo, rinnegarlo, chè sarebbe come attaccare la propria idetità, il proprio Io. E allora ci si prodiga per esso, lo si difende e lo si protegge, come si farebbe con un genitore “cattivo”, che non si sceglie ma che nemmeno si può fare a meno di “amare”. Allora lo si giustifica, dicendo che nessuno è perfetto, che ha i suoi difetti ma ha anche i suoi pregi, che non ancora se n’è visto uno migliore, quindi ci si accontenta di ciò che si ha. E gli economisti hanno ragione a dire che “bisogna spingere il consumo per supportare la produzione”. Non importa se per questo vadano fatti sforzi, ci si debba impegnare in rinunce, ci si costringa a vivere un quarto d’ora al giorno, si lascino crescere i propri figli a degli estranei. Nonostante tutto, queste son cose che vanno fatte, per mandare avanti il sistema, perchè questa è la vita. E se non lo si fa si è igrati. E bisogna stare attenti ad essere ingrati col Sistema, questo genitore un po’ Dio, che ci ha dato la vita, l’identità, e che allo stesso modo può togliercela se distrutto.
Questa mattina Londra era uguale a se stessa. Come tutti i giorni. Però ci son stati dei giorni in cui è stata diversa. Io c’ero. E cerco di farmelo bastare.
[...] dei cavi d’acciaio di Tower Hill, assieme ad altre migliaia di persone marciando al grido di Put People First. Ero lì quando la rabbia incandescente dell’impotenza esplodeva contro le vetrate della Royal [...]
Ciao Grace,
Domani 1 Aprile dalle 16 presso la University of East London e dopodomani 2 Aprile all’Excel Centre.
Per maggiori info visita questo link e questo. Oppure vai qui.
Se puoi, partecipa!
mi potreste die quando ci sarà la prossima, intendo a Londra? grazie e buon lavoro!