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La “catena dei favori” – non quella virtuosa e a fin di bene del famoso film – che caratterizza il tessuto sociale italiano ha tanti pregi e qualche difetto. Il più grosso è proprio quello di essere una catena: rotta una maglia, tutti gli altri anelli si incrinano e il giocattolo si sfascia.

Almeno, questo è ciò che si sperò accadesse ai tempi di Manipulite nel lontano ’92. Ad oggi, possiamo dire senza il timore di azzardare ipotesi fantasiose, che la catena che tutti speravano si rompesse in realtà resistette più di quanto ci si aspettasse (per vari, varissimi motivi) e, abbandonate le maglie ormai inutilizzabili, ne acquisì di nuove, fino ad allungarsi a noi, ai nostri giorni. Da qualche annetto a questa parte, infatti, questa catena è riemersa con qualche maglia qui e lì in separate “congetture giudiziarie” dei soliti magistrati antropologicamente diversi; maglie che sembravano non avere nulla a che vedere l’una con l’altra ma che erano invece parte della medesima e lunghissima catena che dai favori è passata ai ricatti.

La faccenda di Bertolaso, degli appalti, dei conflitti di interessi, della Protezione Civile SpA e delle leggine ad-hoc (segreti di Stato, ristretto accesso alle informazioni, diritto di priorità) ha fatto emergere del gran marcio di cui fino ad ora se ne poteva sentire solo la puzza. Scoppierà il tappo indicato da Mieli ad Annozero? Rotoleranno teste? Le scommesse sono aperte.