Sere Operaie

 

(“Referendum Mirafiori, vincono di misura i sì. Camusso: Bocciato modello autoritario”, ilfattoquotidiano.it)

Dietro ogni fatto si cela sempre una storia.

A tutti gli operai ed ai loro figli.

La sala da pranzo di casa non è grande. Però è accogliente ed ha due balconi da cui entra tutto il sole del sud, la mattina. È ampia abbastanza per ricevere un tavolo rotondo, quattro sedie, un divano, una poltrona, la dispensa a muro con il buco per il televisore nuovo. Mio padre.

Se lo vedo è perché è ora di cena. Se è a cena è perché non ha il turno di notte. Nessuno sa mai se non gli tocca lavorare o se è in cassa integrazione: lui non dice nulla e noi abbiamo imparato a non chiedere.

La mamma non glielo chiede perché sa che comincerebbe ad imprecare. Ormai credo che abbia imparato ad intuirlo da impercettibili indizi che solo lei è in grado di captare. Mio fratello non chiede perché non sa nemmeno cosa vuol dire cassa integrazione. Il suo più grosso problema è trovare il modo di avere una playstation, di quelle taroccabili per usare i giochi copiati dagli originali degli amici.

Io, so solo che insalata con tonno in scatola vuol dire cassa integrazione e pollo alla piastra con patate al forno o fritte qualcos’altro, sicuramente migliore. Io non chiedo perché mio padre è a cena. A tavola non si parla di lavoro. Almeno questo è quello che mi sono sempre sentito ripetere e, alla fine, a me sta bene: mio padre è a cena, e questo è quanto.

Non che senta una particolare necessità di averlo lì, alla mia sinistra, seduto con le braccia che dalle spalle si srotolano sulle ginocchia e la faccia stanca che scruta verso il basso, le dita che giocano sotto la tovaglia, in attesa che arrivi la mamma con le porzioni. Però mi piace la messa in scena di una certa ritualità che trasforma una cena qualunque in una cena con mio padre.

Per esempio, se è a cena, è lui che taglia il pane. Lo fa come se fosse un compito complicatissimo e pericoloso, da cui ci difende prendendo in mano la situazione, agguantando coltello e pagnotta e chiedendo chi ne vuole una fetta. Come se non sapesse che, quando non c’è, il pane lo tagliamo noi. Un’altra possibilità è che lo sappia e cerchi di rimediare con un tono di sacralità.

Spesso mi diverto ad osservarlo, ad osservare la serietà con cui assolve questo compito tanto semplice quanto necessario, cercando di capire come gli è andata la giornata dal modo in cui affronta la pagnotta: in verticale, poggiandoci su il coltello con perizia e precisione, come fosse una sega su un pezzo di legno pregiatissimo; oppure, sempre in verticale, come fosse una testa, infilzandoci su il coltello a metà lama, come fosse un’accetta su un collo.

Sia come sia, il pane è per lui motivo di orgoglio. Sempre.

Quando si appresta a tagliarne, spesso si alza in piedi per avere più leva, mentre i suoi gesti trasformano quell’enorme, piatto discovolante marrone in una ostia gigante o una specie di opera d’arte.

Questo è ciò che vedo attraverso gli occhi di mio padre quando afferra a due mani il suo orgoglio operaio, figlio di una virilità vecchio stampo che gli permette di sentirsi uomo, padre, marito: degno.

Quando arriva la mamma con i piatti, lui ha già distribuito il pane a tutti, procurando di conservare per lei la parte iniziale con la crosta che le piace tanto. Mi ha sempre provocato una certa sorpresa vedere provenire da un uomo come lui, piuttosto chiuso e rigido anche se non eccessivamente burbero, questa serie di attenzioni semplici e affettuose.

Cominciamo a mangiare con la TV che fa da sottofondo al silenzio, interrotto solo da piccoli gesti delle braccia o movimenti della bocca. Riempita la fame con i primi bocconi, la concentrazione che avevamo riposto ciascuno sul proprio piatto viene interrotta dalla mamma che elenca le cose che bisogna fare e da mio padre che chiede come è andata a scuola.

A mio padre interessa sapere come ci va a scuola, anche se potrebbe sembrare di no perché il suo sguardo sprofonda nel piatto come se un interlocutore importantissimo si nascondesse sotto il cibo. Io so benissimo che quell’interlocutore è nella sua testa e che sta facendo di tutto perché zittisca. Così comincio a dire qualcosa per me assolutamente privo di importanza, ma che interessa molto mio padre, perché quello che gli racconto non rientra nella sua normalità. So per certo che molte delle cose che gli racconto, lui, non le capisce. E forse è proprio questo che lo rende felice, proababilmente perché crede che occuparmi di cose che non comprende mi renda migliore di lui.

Quando mi capita di vederlo un po’ giù di corda, so che la cosa migliore che possa fare non è chiedergli cosa c’è che non va: non mi risponderebbe mai e, probabilmente, rischierei di ferirlo, scoprendo quella vulnerabilità che cerca di nascondere, per dignità o per orgoglio, per farci sentire protetti. Così comincio ad elencare quei pochi buoni risultati scolastici di cui posso vantarmi, sperando che non si accorga di qualche interrogazione riciclata da altre occasioni, guadagnando un padre un poco più sollevato.

Ma lo sguardo colmo di scuse per non essere migliore che mi ritrovo addosso, fissandomi trasognato e triste al tempo stesso, è insostenibile.

Improvvisamente le sue spalle mi sembrano più curve, i suoi gesti più timidi, le sue mani più fragili, i suoi occhi più lucidi. Allora vorrei dirgli “papà, io sono orgoglioso di te”, ma non lo faccio e spero che in un modo o in un altro lui lo capisca.

A volte la sua frustrazione operaia è così grande che giunge fino ai confini della mia piccola persona ancora troppo indefinita, e la voglia di riscattare mio padre dalla catena di montaggio che gli ha indurito le mani e le scarse carezze sovrasta la voglia di riscattare me stesso.

Così scappo e mi rifugio nel bar del quartiere, alienandomi nell’acchito del pallino sul tavolo verde del biliardo, ripetendo il movimento una due dieci volte, fino a quando non rientro in possesso della certezza delle cose, di alcune cose.

Ieri, come tutte le sere, sono rientrato per la cena. Mio padre era in casa, ma non è venuto a tavola. L’ho sentito di là che piangeva. Che diceva a mia madre “hanno vinto i si”.

Io ho mangiato un panino e sono andato a letto presto, senza dire niente.

(pubblicato su Poetarum Silva)