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A proposito di “Addio alle Armi”

 

In tal modo all’infinito, attraverso il tempo, gli esseri del mondo si odieranno
e contro ogni simpatía manterranno il loro feroce appetito.

Michel Foucault

 

[Per i complottisti ed i sospettosi valga la seguente avvertenza: nessun invito alla massoneria o ortodossia poetica. Per i cinici ed i paranoici solo pacche sulle spalle e consigli medici in privato.
Queste parole e quelle che seguono sono di chi scrive. Ad esse si aggiungeranno, di giorno in giorno, quelle di tutti coloro che avranno qualccosa da dire. lb]

È necessario fare uno sforzo perché la poesia torni ad essere una cosa seria: questo il “leitmotiv” che ci ha accompagnati durante l’incontro di Verona di qualche giorno fa.
Uno sforzo non perché la poesia possa dettare le regole – come forse mai è riuscita a fare, ma perché torni ad aprire dei varchi. Non una questione di potere, dunque, ma di possibilità.

Far rientrare dalla finestra del retro la poesia (e, suvvia, i poeti!) che Platone fece uscire dalle porte principali della sua Repubblica – chiusa a più mandate da un cartesianismo trasformato in scientismo senza scrupoli – potrebbe essere una alternativa (o una soluzione) al “loop” tautologico in cui ci ha rinchiusi il linguaggio operativizzato del nostro secolo, coerente solo rispetto a se stesso ed alle sue regole interne che tendono sempre più a separare definitivamente l’enunciato dall’enunciazione e dall’enunciatore, ovvero: dall’esperienza.

In un mondo dove la unica dimensione pare essere quella tecnologica, in cui il reale è razionale, il razionale è funzionale e il funzionale è operativo, il rischio è quello di assistere all’estinzione dei concetti, rimpiazzati da un insieme di operazioni che descrivono senza sfumature, senza dare spazio ad altre possibilità. Già nel 1928 c’era chi affermava che «non ci permettiamo più di usare come strumenti, quando pensiamo, i concetti di cui non possiamo dare una descrizione adeguata in termini di operazioni» [1].

La pertinenza di tale osservazione ci riguarda tutti, indistintamente e da vicino, nella misura in cui le conseguenze della sua verità si ripercuotono sullo stile[2] nell’accezione jüngeriana del termine, ovvero sull’esercizio, all’interno di una necessità storica, di quella libertà che decide delle sorti di un popolo.
Per questo motivo, ogni epoca letteraria è una involontaria confessione della società che l’ha prodotta[3]: le sue opere sono una dichiarazione di poetica, mentre gli stili rappresentano la direzione verso cui la stessa società ha scelto di spingere l’esercizio della sua libertà. Per lo stesso motivo, la portata etica di ogni atto di scrittura e lettura si manifesta in tutta la sua evidenza. Continue reading A proposito di “Addio alle Armi”

Addio alle Armi (Charles Vidor, 1957)

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QUESTO FILMATO E’ DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO

 

E’ del 1957 la seconda versione cinematografica del bellissimo romanzo di Hemingway Addio alle armi, a cui si ispira liberamente (forse un po’ troppo) il regista Charles Vidor.

La presenza di Jennifer Jones (all’epoca più verso i 40) nelle vesti della giovane crocerossina Catherine Barckley di Hemingway potrebbe supporre sia dovuta al suo vincolo matrimoniale con il produttore David O. Selznick, che con il fiasco commerciale e di critica di questo film chiude definitivamente la sua carrierera. A Rock Hudson è affidata la parte del protagonista della vicenda, il giovane giornalista americano Federico Henry.

La pellicola non rispetta affatto il ruolo di speranza e di catarsi salvifica che Hemingway affida alle storie di amore all’interno dei suoi racconti di guerra, trasformando Addio alle Armi in una patetica storia d’amore di impronta hollywoodiana in cui la Grande Guerra assume un carattere del tutto secondario e di sottofondo.

A questo va aggiunta la poca rilevanza attoriale degli interpreti dei protagonisti, il cui ruolo principale non riesce a contrastare la potenza artistica di un De Sica in piena forma nei panni del chirurgo Alessandro Rinaldi, a cui verrà assegnato il Premio Oscar come miglior attore non protagonista.

Ad ogni modo, il film merita di essere visto, anche per godere della freschezza interpretativa di un allora giovane Alberto Sordi nella parte di Padre Galli, il quale si lascerà morire assieme ai feriti abbandonati mentre tutti scappano a seguito di un attacco nemico e che provocherà il cedimento psicologico di De Sica-Rinaldi portandolo alla fucilazione. Questi, a mio avviso, gli unici due momenti veramente degni di nota dell’intera pellicola.

Nel cast compare anche Bud Spencer che indossa le vesti di un carabiniere.