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Un esempio storico*

Nel suo amore per la libertà, Socrate si sdegnava d’esser soggetto alla legge della gravità. E pensava che il bene stesse nell’indipendenza dalla gravità. Poiché è questa – pensava – che ci impedisce dal sollevarci fino al sole.–
Essere indipendenti dalla gravità vuol dire non aver peso: e Socrate non si concedette riposo finché non ebbe eliminato da sé ogni peso. – Ma consunta insieme la speranza della libertà e la schiavitù – lo spirito indipendente e la gravità – la necessità della terra e la volontà del sole – né volò al sole – né restò sulla terra; – né fu indipendente né schiavo; né felice né misero; – ma di lui con le mie parole non ho più che dire.

Platone vide questa meravigliosa fine del maestro e si turbò. E poiché egli aveva lo stesso grande amore, pur non essendo d’una sì disperata devozione, si concentrò a meditare. Conveniva trovare un meccanismo * per sollevarsi fino al sole, ma – ingannando la gravità – senza perdere il peso, il corpo, la vita; lungo tempo meditò e inventò il macrocosmo. La parte principale della strana macchina era un grande globo rigido, d’acciaio, che con le sue cure più affettuose per l’alto  Platone aveva riempito d’Assoluto – gli aveva levato l’aria, diciamo noi ora. – Con questo mirabile sistema egli si sarebbe sollevato senza perdere del proprio peso – senza diminuir la propria vita.

La partenza fu lieta d’ardite speranze; e l’areostato si sollevò rapidamente dai bassi strati dell’atmosfera.
“Vedete come noi saliamo per la sola volontà dell’assoluto» esclamava Platone ai suoi discepoli ch’erano con lui, e accennava al globo scintillante che li trascinava nella sua rapida salita. «È per sua virtù che noi andiamo verso il sole dove la gravità non domina più, e dai legami di questa, via via ci liberiamo”.
( – Veramente noi diciamo ora che la causa della salita dell’areostato non è «il suo voler salire bensì la caduta dell’aria più pesante di lui. – ) Ma Platone esultava per l’ebbrezza dell’esaltarsi e accennando al globo pieno d’assoluto esclamava: «mirate l’anima nostra!”.
E i discepoli che non capivano ma sentivano le vertigini e la nausea della salita, guardavano sbigottiti il maestro, e il globo, e la terra che fuggiva sempre di sotto. –
Quando giunsero ai limiti dell’atmosfera però l’areostato diminuì la sua velocità, ondeggiò e si fermò del tutto, equilibrato nel mare d’aria. Fuori dell’atmosfera non si va – bisognerà accontentarsi di galleggiare. E le speranze? e il sole? e l’indipendenza? I discepoli guardarono il maestro con muta richiesta. –
Allora Platone guardò al basso ed ecco gli si spalancò la magnificente visione di tutto il tempo e di tutto l’essere (Platone, Repubblica, 486 a.) ed egli si compiacque e disse ai suoi discepoli ch’erano con lui: «Ecco che noi siamo in alto; vedete giù le cose del basso mondo, esse sono in basso perché sono pesanti, perché hanno il peso, noi invece» e accennò al globo che galleggiava immobile sulle loro teste «noi invece abbiamo ‘la leggerezza’, noi siamo qui soltanto perché abbiamo ‘la leggerezza’”. I suoi discepoli anch’essi si curvarono sul parapetto, ma lo sgomento del vuoto li vinse così che ritiratisi vicini a venir meno, non ardirono più di sollevarsi dal fondo della navicella. «Noi» seguitò a dire il maestro «in quanto siamo qui partecipiamo anche noi della leggerezza ed ognuno di noi ha ‘ la leggerezza’, abbiamo corpo e peso ma secondo ‘la leggerezza’”. «Maestro» disse uno dei discepoli riavutosi un po’ dal peso dello sgomento e dello stupore, – «maestro, com’è fatta la leggerezza?”.

“La ‘leggerezza’» prese a dire Platone contemplando il mirabile spettacolo delle cose, che al suo sguardo più forte erano chiare come se fossero state vicine «la ‘leggerezza’ contiene tutte le cose; non come sono col loro peso nel mondo basso, ma senza peso; e come il peso appartiene al corpo, alla leggerezza appartiene ‘l’incorporeo’; e se al corpo appartiene l’estensione, la forma, il colore, tutto ciò in cui gli uomini in terra sono implicati, alla leggerezza appartiene l’inestenso, l’informe, l’incolore, lo spirituale. Colla sola contemplazione della leggerezza, noi che abbiamo la leggerezza, vediamo e possediamo tutte le cose non come appariscono in terra ma come sono nel regno del sole”.
– I discepoli ascoltavano in silenzio, con l’occhio intento all’abbagliante splendore dell’acciaio, e nessuno voleva confessare di non vedere niente; ma di tratto in tratto incitavano il maestro a dir di più. Ed egli allora parlò delle maraviglie occulte agli altri e che il suo sguardo acuto discerneva, apparendogli le cose sulla superficie della terra per la profondità vertiginosa in vari e nuovi e mirabili modi aggruppate. Queste nuove creature egli chiamava idee e diceva di loro ch’esse erano tutte chiuse nella «leggerezza”, – e che ognuno poteva vederle. – I discepoli che nulla vedevano s’abbandonavano alla suggestione delle sue visioni. E se la terra di notte s’oscurasse, se le nubi gli togliessero di vedere, se i suoi occhi si stancassero, ma egli nel suo trasporto seguitava pur sempre a narrare cavando dalla memoria le più riposte imagini e, a bizzarre fantasie congiungendole, sé e gli altri nutriva di parole.

Ma passavano i giorni, i mesi, gli anni – la vita non mutava – e speranza non c’era di mutamento. Gli abitanti della leggerezza e Platone stesso invecchiavano: infatti il regno del sole era lontano e lo splendore riflesso della macchina piena d’assoluto – come non dava né la gioia né la pace né la libertà così non dava l’eterna giovinezza. I discepoli nella mancanza d’ogni via di salvezza, d’ogni attività cui fossero stati sufficienti – s’erano abbrutiti in un oscuro torpore disperato. Ma un giorno – uno di loro più ardito e meno riverente avendo osservato che il maestro parlando aveva gli occhi sempre fissi alla terra lontana, si curvò ancora sul parapetto e vide il vuoto; sforzò il suo sguardo in ogni maniera per discernere qualche cosa ma non vide altro che, come una nebbia lontana, il luccicare delle acque alternato colle masse oscure della terra; e ciò non aveva la più lontana somiglianza con quello che il maestro descriveva. Ma non era egli persona da dissolversi per la paura del vuoto come gli altri compagni. La paura si maturava in lui in piani determinati e nell’effettuazione di questi spiegava una irresistibile alacrità. D’altronde male soffrì nel suo cuore geloso d’essere cieco là dove il maestro vedeva chiaramente, e fermò fra sé il proponimento di trovare un modo per poter tornar sulla terra. Da quel giorno egli si mise a studiare con ogni attenzione la macchina geniale che li aveva sollevati, e con abili domande ottenendo dal maestro le informazioni necessarie, in breve si ebbe acquistata una conoscenza minuziosa di tutti gli ingegni.

Allora fattosi innanzi così parlò al vecchio Platone:
“Maestro, tu dici che noi abbiamo la leggerezza?”.
“Altrimenti almeno non saremmo invero qui su” disse Platone.
“E noi siamo leggeri per la presenza della leggerez-za?”.
“Certamente”.
“E ogni cosa in quanto è leggera è tale per la presenza della leggerezza?”.
“Senza dubbio”.
“E all’inverso la leggerezza è tale da poter render leggera ogni cosa per la sua presenza”.
“Allo stesso modo”.
“Maestro, perché non potremmo noi prendere un po’ dell’aria che è qui attorno e metterla nella leggerezza? secondo il discorso su cui ora ci siamo accordati, essa perderebbe la sua natura di pesante e parteciperebbe anch’essa della leggerezza”. E tacque. – Platone lo guardò a lungo negli occhi miopi coi suoi occhi che vedevano lontano, e vide ch’egli lo tradiva. Ma il giovine discepolo conosceva il meccanismo, e ragionava diritto e Platone non poteva sottrarsi alla conclusione. D’altronde egli conobbe quanto e dove egli stesso aveva errato – né poteva egli ormai vecchio negar la vita al giovane discepolo. –
Egli chinò tristemente il capo e disse al giovane: «Va bene, fallo!”. Il discepolo s’affaccendava intorno alla valvola, e Platone seguiva melanconicamente i suoi movimenti. Ma d’altronde anche per lui l’altezza vertiginosa, l’aria irrespirabile – la mancanza di tutte le care cose della vita, e del commercio degli uomini – l’immobilità di tutte le cose nel giro dei giorni e delle notti – aveva un sinistro senso di vuoto cui le sue parole non riescivano a riempire – e che non era molto dissimile dalla paura.
Sicché quando l’aria cominciò a fischiare penetrando impetuosamente nel globo e svegliò i poveri discepoli dal loro torpore, anche Platone si sentì allargare il vecchio cuore mentre la sua asciuttezza s’inumidiva di desideri lontani.
L’areostato scendeva, i discepoli erano tornati alla vita. «Scendiamo!» «Scendiamo!» altro non potevano pronunciare e questa parola non si saziavano di ripetere che antecipava loro la gioia della quale avevano ormai disperato, la gioia d’aver la terra sicura sotto i piedi, d’esser per sempre fuori, salvi da quella terribile, vertiginosa solitudine.

E mentre Platone suo malgrado era assorto a osservar come l’aria penetrava nel globo, animati dal cambiamento e dalle nuove speranze e resi più curiosi dalla varietà delle cose ch’essi incominciavano a intravvedere ora sulla superficie della terra, gli si strinsero intorno e con maggior insistenza lo richiesero che parlasse ancora.
E Platone e per l’amore dei vecchi a novellare e per l’abitudine in lunghi anni contratta, continuò a descrivere ciò che gli si svolgeva sotto lo sguardo. Ma come ormai c’era l’aria terrestre nell’involucro rigido dell’areostato, come ormai la vista era più bassa, così i suoi discorsi non riuscirono più puri e convenienti a ciò ch’egli avreva sempre insegnato. Ma il più vicino e il più lontano, e l’orizzonte più ristretto e sempre vario, e le varie prospettive delle stesse cose lo preoccupavano. – Del resto poco abituato – all’aria più grave ben presto egli morì.

– Intanto la terra s’avvicinava, e gli sguardi dei discepoli ardevano d’impazienza. Con autorità naturale il traditore prese il posto del maestro e con gli stessi modi di lui, come quello che conosceva a fondo il meccanismo, cominciò a parlare per quanto nulla vedesse di distinto, ma per la pratica presa e parlando più del modo come il meccanismo funzionava e del comportamento dell’aria nella leggerezza che di ciò che appariva alla vista. – Quando giunsero in terra egli comincio a introdurre l’una cosa e l’altra nel globo e predicò di tutte la «leggerezza”, poi cominciò a osservarle nelle loro vicendevoli relazioni e poiché era fra loro e non sopra loro, andando da una in l’altra col suo meccanismo, cominciò a teorizzare su tutto l’essere. Tutta la gente accorreva da lui per prendere la merce che veniva dall’assoluto; egli ch’era uno spirito pratico prendeva la merce ch’era più in voga e che più s’adattava alla vista, al bisogni, ai gusti del pubblico, poi ci metteva su la marca di fabbrica coll’emblema della «leggerezza”. E il pubblico era felice di poter dire che la merce veniva dal cielo e di potersene servire proprio come se fosse stata merce di questa terra.

Quell’uomo era Aristotele.

Il suo sistema, che allora ebbe il più largo seguito, ancora vive fra noi, se pur sotto nuove vesti, in quanti sul terreno positivo la voce delle cose ripetendo quale dai modi vicini e dalle vicine necessità è data, nel nome dell’assoluto sapere la elaborano e s’affaccendano a teorizzar sulle cose. –

1 È per sé stesso chiaro, che come io non pretendo che davvero Platone abbia fatto l’areonauta, così non voglio aver fatto congetture sulle sue relazioni con Aristotele come in fatti avvenissero. Ma certo che gli ultimi dialoghi e specialmente il Parmenide sono animati da uno spirito aristotelico e sembrano un preludio alle categorie e alla metafisica d’Aristotele. Di platonico non hanno più che le frasi fatte del platonismo. Si può dire anche apertamente che non li ha fatti Platone – ma uno che non aveva niente da dire, e s’affannava ad accordare il sistema delle idee con le necessità d’un dire multiforme quale poi s’afferma nelle opere aristoteliche e che si doveva già sentire nell’aria – fosse poi l’autore Platone stesso – ma un Platone vecchio, dimentico di sé, o un qualunque suo discepolo. Il dissolversi del mondo delle idee nella infinita trama delle forme, – del quale questi dialoghi (Parmenide, Sofista, Politico) segnano un punto intermedio rivelatore, – quale avvenne allora nel lavorio filosofico degli idealisti, è una necessità che pur sotto altre apparenze si ripete ogni qual volta degli uomini seguendo materialmente la via d’un uomo migliore, s’affaccendino coi concetti per loro ormai privi di valore.


(La persuasione e la rettorica, Carlo Michelstaedter, Adelphi 1982)

Luce d’agosto – William Faulkner, 1932

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Prima d’ora non conoscevo William Faulkner e mai mi era capitato tra le mani un suo romanzo o sotto gli occhi il suo nome.

Decisi di leggere Luce d’agosto’ per caso, un giorno, leggendo ‘Viver para contarla’ dove Gabriel Garcia Marquez scrive:

“Yo habìa comprado en el puerto una buena provisiòn de cigarillos de los màs baratos, de tabaco negro y con un papel al que poco le faltaba para ser de estraza, y empecè a fumar a mi manera de entonces, encendiendo uno con la colilla del otro, mietras releìa Luz de agosto, de William Faulkner, que era entonces el màs fiel de mis demonios tutelares”.

Non terminai di leggere il romanzo di Marquez e corsi in libreria a comprare quello di Faulkner.

Non saprei dire quanto il bisogno di leggere Luce d’agosto sia dipeso dal fatto che uno scrittore del calibro di Marquez stesse rileggendo questo autore a me sconosciuto, o se piuttosto non abbiano influito su di me maggiormente le circostanze ed il modo con cui Faulkner mi è stato introdotto. D’altronde, anch’io sono un fumatore accanito che sfoglia con le dita ingiallite dal tabacco le pagine in cerca del suo “demone tutelare”. E credo di averne trovato un altro, nonostante quasi un secolo di distanza.

Forse perché negli stessi anni (a partire dal 1930) Faulkner iniziò a collaborare con Hollywood scrivendo sceneggiature, o forse perché fa parte del suo stile (a cui, quindi, sarebbe dovuta tale collaborazione), la scrittura di questo autore ha un potere evocativo sorprendente che, personalmente, non avevo ancora incontrato. La facilità con cui emergono, involontariamente e senza sforzo, le immagini di cui si sta leggendo stupisce molto di più di quanto sia scritto sulle pagine: si riesce a costruire la scena con una semplicità incredibile, come se fosse un atto tra lo spontaneo e il volontario, come se la si stesse inquadrando con una telecamera. Lo stesso accade con i personaggi, descritti da pochi tagli decisi, netti, che tuttavia riescono ad offrire una figura completa e con una personalità affatto evanescente o indefinita.

Allo stesso tempo – e questo è quanto di più io abbia apprezzato dello stile faulkneriano – al lettore rimane una grande libertà del dettaglio: come se l’autore avesse delineato solo i tratti principali della trama, dei paesaggi, dei personaggi, mentre al lettore è lasciata la possibilità di definirli nel particolare a seconda delle proprie esperienze: un paesaggio già visto, un associazione di un volto che per qualche ragione alberga la sua memoria, una voce che non si sa perché appartiene proprio al vecchio del bar con la sigaretta in bocca e la canotta sporca.

La scrittura è asciutta, essenziale. La sua semplicità e totale mancanza di fronzoli stilistici è segno più di una chiarezza di vedute che adattamento alla semplicità contadina del contesto che descrive. La lucida consapevolezza dell’autore traspare a piccole dosi in affermazioni di poche righe nascoste in un fiume di pagine che scorrono a prescindere e che, attraverso un linguaggio assolutamente non forbito, svelano i segreti di cui egli è custode.

Leggere Faulkner è come guardare dal buco di una serratura dispiegarsi un mondo immenso di scene legate tra loro, dinamiche, realissime e crude, vive. In un paio di frasi riesce ad offrire al lettore una immagine che non è uno scorcio: “la stanza, pulita e spartana” che “sapeva di Domenica”; Byron Bunch che crede che “tutti, uomini o donne, sono motivati da quelli che crede sarebbero i suoi stessi motivi se fosse tanto folle da fare ciò che stanno facendo gli altri”; Joe Christmas che, ramingo, si porta dietro il suo “essere senza radici” come “una bandiera, con un che di spietato, di solitario, e quasi di orgoglioso”; oppure la città che “si dispiacque di essersi rallegrata, come a volte la gente si dispiace per coloro che alla fine ha costretto a fare come voleva”.

Faulkner, dunque, accompagna Christmas nella sua fuga dal suo “sangue nero”, dal suo passato e da se stesso, con il freddo distacco della rassegnazione prevista di chi non si è arreso, ma che semplicemente sapeva – sin dall’inizio – che sarebbe andata così. Una testarda determinazione nell’assumere che non ci sono sempre spiegazioni. A volte possono esserci solo storie, di quelle dove un uomo, verso la fine, pensa:

“Eppure sono arrivato più lontano in questi sette giorni che in tutti i trent’anni. Ma non sono mai uscito dal cerchio. Non sono mai sfuggito dall’anello di quello che ho fatto e non potrò mai disfare”.

Con la stessa semplicità e scioltezza, Faulkner sciorina ai quattro venti verità inopinabili sulla vita e sull’Uomo, sulla natura degli uomini e delle donne, sentenze micidiali sulla società di quel tempo e sulle sue abitudini, come fossero banalità o ovvietà note a tutti.

Nonostante “la vita aveva cominciato a correre così veloce che accettare avrebbe preso il posto di capire e di credere”, Faulkner non perde la sua lucidità d’analisi del mondo che lo circonda, fatto di gente buffa che “non riesce a continuare a pensare o a fare una cosa in un certo modo a meno che ogni tanto non le si dia un nuovo motivo per farlo. E poi quando hanno un nuovo motivo, poco ma sicuro, cambia lo stesso”.

Probabilmente deve la sua chiarezza di vedute al fatto che egli continua a capire, all’aver capito che l’uomo è “dotato di inventiva al fine di potersi fornire in momenti di crisi di forme e di suoni con i quali difendersi dalla verità”, perché “la mente ha la felice capacità di liberarsi di quanto la coscienza si rifiuta di assimilare”.

E a volte, per farlo, scrive.