Tutto iniziò quando i poeti della domenica pomeriggio (come me) tappezzarono il web di rime cuore-amore, dilettando una ristretta cerchia di amici, a loro volta poeti della domenica pomeriggio.

Fu così che i poeti – quelli veri – hanno iniziato a chiedersi come riuscire ad andare oltre il romanico pollice all’insù di Faccialibro ai singoli componimenti galleggianti nella rete. Fu così che i poeti – quelli veri – hanno iniziato a chiedersi come fare in modo che la poesia non diventi, col tempo, un mero sfogo egonico, una pratica pseudo-masturbatoria del più sterile solipsismo.

C’è stato Vimercate, poi Verona. Dopo una serie di lunghi ed accesi dibattiti, si son tirate le somme, e le conclusioni* a cui si è momentaneamente giunti sono:

1. la poesia, per la sua natura sempre meno adatta ai tempi che (letteralmente) corrono, non si presta al consumo né ad una ampia diffusione facilitata da un elevato tasso di commerciabilità – escludendo alcuni (fortunatamente) sporadici casi – e di questo bisogna farsene una ragione e tenerne conto;

2. la rete è l’amplificazione spettrale della realtà: se le rime cuore-amore prolificano, è segno che la cultura poetica, molto poco appoggiata da un contesto che non si può definire “accogliente”, ha fallito in qualche modo nei suoi obiettivi, nel tentativo di proporsimporsi in qualcosa di diverso dall’incolonnare piccole frasi, a volte in rima a volte no;

3. dunque si è capita la lampante necessita di costruire una rete di “addetti ai lavori” che lavori sinergicamente sul territorio, con l’obiettivo futuro di vedere i risultati dei suoi sforzi riprodotti anche sugli schermi dei PC. Read the rest of this entry »