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Ma la modernità ci ha resi davvero migliori? – La Ragione aveva Torto?, di Massimo Fini

Pubblicato per la prima volta nel 1985, La Ragione aveva Torto? è un pamphlet contro la modernità.

Quanto ho appena scritto descrive in poche e superficiali parole il contenuto dell’opera di Massimo Fini e, allo stesso tempo, rappresenta la principale ragione per cui questo libro sia stato relegato in fondo ad uno scaffale perchè profondamente frainteso o, peggio, sottovalutato. Chiunque non riesca a leggere nelle parole di Fini oltre il “si stava meglio quando si stava peggio” della introduzione è anche colui che non riesce a vedere oltre la punta del suo naso.

La Ragione aveva Torto? è sicuramente un inno all’antimodernità, ma non è affatto una lode nostalgica verso l’età della pietra. Ciò che, infatti, Massimo Fini mette in discussione non è la modernità in sè, ma il modo in cui essa è stata portata avanti fino a noi e la direzione futura che noi le stiamo dando. Va da sè che, letto in questa prospettiva, La Ragione aveva Torto? risulta essere un ammonimento profetico. Tant’è che, a fronte del suo iniziale insuccesso, lo stesso libro è giunto alla sua sesta edizione (Marsilio).

Nel suo La Ragione aveva Torto?, Massimo Fini sottopone a una puntigliosa e radicale critica questi nostri tempi moderni, attraverso un “imbarazzante confronto” – dati alla mano – tra la società moderna figlia della Rivoluzione industriale con “una società realmente esistita, concreta, verificabile quale fu quella dell’ancien régime”. Lo fa affrontando sette distinte e fondamentali tematiche (la vita, la morte e l’anima; la fame, la casa, il tempo; identità e felicità; gli analfabeti; l’uguaglianza; leggittimazione, democrazia e potere; un tempo inesistente: il futuro) che, a differenza di quanto siamo abituati a pensare, sono quelle che più influiscono sulla qualità di vita degli individui. Peccato siano state tolte tutte dal paniere ISTAT e da molti altri panieri che, a questo punto, non saprei davvero cosa contengono e cosa misurano.

Il raffronto serrato col passato vede il nostro tempo uscirne sconfitto. Nonostante questo, però, il nostro tempo continua a sembrare sempre più forte, come per una sorta di autodifesa che il sistema che ci siamo creatie di cui abbiamo deciso di far parte ha costruito per autoproteggersi e, soprattutto, autoriprodursi in una specie di meccanismo ri-produttivo impazzito. Che l’uomo occidentale moderno sia riuscito a costruirsi un mondo abbastanza invivibile, credo sia sotto gli occhi di tutti, anche di chi lo stesso sistema è disposto a difenderlo a spada tratta. Il fatto, però, che si viva in un mondo ancor più invivibile di quello precedente alla rivoluzione industriale è, forse, noto solo a pochi.

Dai dati storiografici e numerose ricerche demografiche, emergono fatti eclatanti. Non è vero che la nostra vita è più lunga, e se anche lo fosse sarebbe di qualche anno che paghiamo a caro prezzo. A che pro, infatti, una lunga vita se di essa non se ne può disporre?. La nostra qualità di vita, infatti, non è affatto superiore a quella dei nostri predecessori: essi avevano più tempo e ne disponevano liberamente; lavoravano duro, certo, ma lavoravano meno a guadagno di una vita sociale più fitta e meno alienante. Tutti possedevano una casa, vi erano territori pubblici comuni a disposizione della comunità e l’essenziale non mancava che in alcuni casi: coloro che vivevano, come oggi diremmo, al di sotto della soglia di povertà erano proporzionalmente la stessa quantità presente ai nostri giorni.

L’analfabetismo non era così grave come ci viene insegnato ufficialmente e veniva compensato da meccanismi di conoscenza condivisa, del passaggio di conoscenza tra generazioni e dell’utilizzo dell’oralità, a fronte di un falso alfabetismo odierno, preda di un’acculturazione priva di cultura e dell’information overload che ci porta a saltare da una cosa all’altra dimenticando quasi tutto. I nostri “antenati” sapevano quello che facevano, dove vivevano e come funzionava quello che usavano. C’era consapevolezza nelle loro azioni, cosa che manca totalmente oggi, anche nella semplice azione di guardare la TV.

I padri dei padri dei nostri padri conoscevano chi li governava. Vi era un rapporto molto più diretto, meno distante tra re e popolo rispetto a quello che c’è ora tra parlamentari e cittadini. Le responsabilità erano diffuse: tutti avevano il diritto, e soprattutto il dovere, di interessarsi dell’area e della comunità nelle quali vivevano. Le classi sociali si mischivano molto più tra loro, con una conseguente elevata mobilità sociale. Cosa che noi, oggi, moderni uomini del XXI secolo, siamo riusciti ad affrontare con i Co.Co.Co e i contratti a progetto.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che va tenuto in considerazione la diversità dei due contesti. Però io mi chiedo: e se fossimo riusciti a costruire un contesto differente? Se avessimo utilizzato la nostra modernità per arrivare a risultati diversi? Se avessimo affrontato l’esistenza in maniera distinta?

Non è un caso il fatto che La Ragione aveva Torto? porti nel titolo un punto interrogativo. Un segnale di intelligenza dell’opera e di chi l’ha scritta, che mettono sí in discussione il loro tempo, ma sempre conservando il beneficio del dubbio. Il dubbio: non vi è critica più forte e migliore all’Illuminismo industriale, “esattamente ciò che gli stolidi epigoni dell’Illuminismo hanno dimenticato”. Tenendo sempre bene in mente questo, forse un modo per cambiare lo stato attuale delle cose sarebbe ammettere – a se stessi e agli altri – che la Ragione aveva Torto.