Sbraita bene e “congressa” male. Poi, parla per quarantasei minuti e quarantadue secondi.
(Antonio Di pietro docet)
Sbraita bene e “congressa” male. Poi, parla per quarantasei minuti e quarantadue secondi.
(Antonio Di pietro docet)
Mi hai deluso perché per trentanove minuti e venti secondi hai parlato delle ultime dichiarazioni di Ciancimino, hai ricostruito per l’ennesima volta il percorso che lega la mafia alla politica nelle persone di Dell’Utri e Berlusconi, hai riassunto ancora una volta la vita processuale del Presidente del Consiglio passo dopo passo, hai fatto i tuoi conti e tirto le tue somme – giustissime, per carità! – rispetto alla situazione della magistratura ed al ricatto a cui viene ripetutamente sottomessa dagli organi legislativi del nostro Paese.
Ma non hai speso una solo parola per la vicenda Di Pietro – De Luca. Non un solo commento sull’eclatante fallimento dell’unico partito che sembrava riuscire a farci sperare. Non un battito di ciglia sul boato che questo enorme fracasso dell’IDV ha provocato con le sue recenti “scelte politiche” (o scelte obbligate?). Leggendo i tuoi articoli, mi è sembrato che tu stia ancora in un limbo decisionale, come se dovessi ancora capire bene quello che è successo. O, forse, stai solo cercando ancora le parole giuste per dirlo. Spero che tu riesca a fartene una idea – mentre io cerco di farmene una ragione – da farmi ascoltare o leggere la prossima settimana.
Un altra interessante puntata di Ballarò con ospiti il ministro dei beni culturali Sandro Bondi, il leader dell’IdV Antonio Di Pietro, il presidente della commissione finanze del Senato Mario Baldassarri, Bruno Tabacci di Alleanza per l’Italia, l’economista Giacomo Vaciago, la direttrice dell’Unità Concita De Gregorio. Si è discusso di Lodo Mondadori, deposizione del pentito Spatuzza, udienza del processo Mills, riforma della giustizia, economia e legge finanziaria.
Giovanni Floris ha raccolto anche un intervento del Presidente della Camera Fini, tirato in ballo nella trasmissione con l’ormai famoso fuori onda di Repubblica. Ancora una volta,Gianfranco Fini ha dimostrato di essere un politico capace ed equilibrato, l’unico ancora in grado di rappresentare una destra che sa riconoscere gli estremi e li tiene ben lontani.
L’inchiesta comincia dalla pubblicazione del famoso video napoletano che ha sollevato molti interrogativi sulla fiducia che i cittadini nutrono nei confronti delle istituzioni cui viene affidata la loro sicurezza. Dal reportage emergono carenze e problemi delle forze di polizia, aggravati dai tagli che la crisi impone alle politiche sociali. Nel capoluogo campano la protesta dei poliziotti e’ più forte non solo per le condizioni economiche della categoria, ma anche per l’impossibilità di poter operare al meglio delle loro capacità professionali. E sempre a Napoli esplode la vicenda del sottosegretario all’economia Nicola Cosentino: il Gip ha chiesto alla Camera l’autorizzazione all’arresto dopo le accuse dei pentiti a Cosentino di essere “a disposizione dei clan dei casalesi”. Ospiti della puntata il leader dell’Italia dei Valori Antonio di Pietro, il vicepresidente della Commissione Antimafia Fabio Granata del Pdl, il direttore di Libero Maurizio Belpietro e il giudice Piercamillo Davigo.
Certo, chi non ha scheletri nell’armadio? Pochi, se non proprio nessuno. Ognuno ha i propri, riposti più o meno ordinatamente nel proprio ripostiglio. Fino a che… Fino a che qualcuno quel ripostiglio non lo apre, o non ci capita casualmente sulla soglia e una sbirciatina la dà. Poi, già che c’è, ed ha il telefonino che filma, gira pure un clip. E già che si ritrova con il clip inizia a pensare a come utilizzarlo. Fatto 30, il passo è breve per fare 31.
Ormai la privacy tanto acclamata e legiferata è diventata merce di scambio al mercato delle vite, politiche e non. Le notizie somigliano sempre di più a scoop di fatti di gossip o a sospetti dossier di dubbia origine e provenienza. Sembra il Grande Fratello della politica: fra un po’ aboliremo le elezioni e inizieremo a nominare i nostri politici con il televoto. È solo questione di tempo, quello che serve agli italiani ad abituarsi anche a questo, dopo tutto il resto.
Oppure – e peggio – sembra il Grande Fratello, quello di Orwell. Quello che ti vede ovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo, e che ha la pazienza di attendere anche a lungo prima di convertirti alla sua ragione per poi distruggerti.
È una situazione incredibile, surreale che, nonostante i richiami, i commenti allucinati e le facce sbigottite, sta prendendo piede, avvicinandosi pericolosamente alla normalità, al socialmente accettato. Io lo faccio a te, tu lo fai a me. Tu non dici nulla, io non dico nulla. Tu parli, io parlo. In una catena che piano piano, un anello alla volta, ha agganciato ed unito centinaia di migliaia di italiani tutti sulla stessa barca. Anzi, tutti schiavi della stessa catena.
Il livello di ricattabilità della nostra classe politica – di tutta la nostra classe politica che predica bene e razzola malissimo – e anche di buona parte della classe imprenditoriale come della società civile in genere, ha raggiunto il culmine e sta iniziando a dare i suoi frutti, mettendo in moto una caduta di teste a catena che potrebbe pericolosamente trasformarsi in una sconvolgente valanga. Una di quelle valanghe ciniche e cieche che travolgono tutti e tutto senza distinzione alcuna, per lasciarsi alle spalle solo nulla e disordine. Le valanghe non si possono controllare. Basta un piccolo errore di previsione, un richiamo involontariamente a voce un soffio più alta del dovuto nella valle, che viene giù tutto come se non avesse aspettato altro.
Io, sinceramente, tutto questo lo spero vivamente. Perchè non è rimasto nulla, neanche quel poco che potrebbe farci dire: d’accordo, salviamo il salvabile. Non c’è proprio un cazzo da salvare. E sinceramente, non ne posso più.