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(di Giovanni Campi su La dimora del tempo sospeso)

 

per specchi speculando trovo corde
tese e sottese come precordiali
ricordi di cordoni ombelicali
il nodo stretto e costretto discorde

 

dono di vita di morte diventa
o di morte in vece di vita dono
concorde il nodo s’inventa perdono
e l’imaginario l’imago tenta

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove flesso

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

*

né testo né testa resta del resto
o rapporto indice di relativo
a che inciso su rifratto da privo
e privato non che soffre di questo

anzi s’offre per quel che è questo che sia
o se e pure per cosa che ha chi che abbia
o se ancora una volta ancora rabbia
d’una volta senza volta né poesia

in vece questa volta c’è una volta
c’era una volta come dire in fine
a capo pagina volta rivolta

a chi flesso o fratto devia dal fine
la fine di cosa non ha inizio o se
e di chi inizio inizia ad essere ed è

*

di nota ignota di musica muta
la grazia o le grazie leggere muse
lettere vocate al sono che inuse
sono consonante al dissono acuta

mente ottusa vocale che è chiave
di volta la volta che pare che apra
la chiusa in chiosa di cosa sossopra
a chi che pare che chiuda la grave

aperta di volta in volta ancora
una volta e poi nessuna più o meno
il numero che è il nome del pieno

vuoto di tutto ma giunto l’ignora
congiunto a nulla se pieno di vuoto
raggio della ruota del destino ruoto

*

e voca e invoca vocale muta
di verbo qual sia quel che è questa volta
aperta mente grave capovolta
musica mente chiusa nota acuta

accento senza accento simillimo
di segno ma senza senso disegno
figura di senso ma senza segno
parte di parti è l’uno di plurimo

che sia ancora d’allora e d’ora
e di poi lo stesso plurimo d’uno
diverso sì ma senza verso alcuno

non d’estro né sinistro qual Ora
dèa prima sesta tessa tonda trama
quadra linea curva chi cosa chiama

*

di storie senza storia alcuna né re
né regni sì ben sapendo soltanto
il non che sia fola capriccio canto
muto speculo velo velato a sé

svelo d’incanto qual segno disegno
tale tratto ritratto a tutto tondo
colui colei tesso di steso mondo
disteso in estremo distinto regno

di sesto di sé dissesto se a stento
tela di tela di ragna chi amata
cosa manifesta mente velata

svelata mente occulta cosa tento
chi amando verbo di nome universo
copia verso impresso esemplare inverso

*

diverso verso raggio in finito uno
qual somma tratta detratta minima
differenza aggiunta tal che plurima
singolare disgiunta da nessuno

riverso infinita se dividendo
multiplo chi cosa piena di tanto
vuota copia poco esemplare quanto
questa di quel che l’è parso minuendo

vice versa in verso converso addendo
quella di questo oltre modo misura
cosa chi colmo di poco figura

esemplare vuota copia crescendo
tanto di qua quanto di là principio
finito in infinito participio

*

essendo in medio non esser finita
come dire né participio essente
o stato di grazia presente
passata disgrazia porre infinita

essere somma sottratta di male
dire bene detta image d’imago
copia speculare esemplare vago
di cosa chi o cosa di chi ora tale

ora quale ora mai sempre riaffiora
nota di sé a sé nota se consono
sono d’io che son chi o cosa dissono

sono di te dio che sei non disfiora
sì bene dire male image vuota
muta nulla creando giro di ruota

*

fin ché chi o cosa sia tutto finito
una volta per sempre ora mai dire
chi volto rivolto a cosa ridire
ancora una volta muta infinito

speculo image vaga speculare
copia in scala di grado in grado copia
figura chi figura cornea copia
esemplare l’oculo mio esemplare

visto detto miope vista minima
mina massima sistema la pigra
cifra cosa capovolta denigra

formato bianco che nero elimina
nero su bianco giù per l’asse come
dire di vita è dare vita al nome

*

quali siam noi o quali son sono e quanti
coloro d’oro colui cosa amando
chi mente porta da dove chi amando
cosa porta mente a dove davanti

l’un l’altro o dietro è lo stesso se stesso
capo volto uguale e di verso giunto
estro riflesso nel punto congiunto
in verso se flesso o sé fratto adesso

irriflesso inverso vede presente
diverso speculo infinito infinito
speculare passato se finito

finito sé passato assenza assente
in contro verso per verso memorie
appunto di note che si fan storie

*

di memorie di storie senza storia
tesa è la corda dal tocco sottesa
di punta nel punto toccata illesa
ferita o lacuna riempita gloria

di vita anzi che non di morte incontro
di morte non che di vita qual dono
senza dono perdono se perdono
non c’è l’insieme ma insieme di contro

canto son sono le corde d’accordo
di note qual note che sian o ignote
imagi di lune e lunule vuote

o plene e plenissime nel ricordo
di chi era colui e di cosa colei
ora che son chi sono e cosa che sei

*

che appare apparente ma che dispare
altero punto oltre modo punto minimo
simillimo apparente qual massimo
posto supposto in punto di che pare

tocco e toccato d’acuto e d’acuzie
di volta in volta nei cieli le volte
o dei è dir lo stesso se colte
o incolte forma di dee minuzie

minute o d’idee speculare copia
di copia speculare in tra nebula
e nebula di gravida lunula

e di grave toccata e tocca propria
d’impropria grazia essendo tale d’astro
la disgrazia quale pure il disastro

*

più spesso tale quale meno spesso
l’un l’altro moto immoto e sì e no muove
movendo principio di fine e nove
e nove se adesso è dire lo stesso

dire speculo speculare o copia
copia d’idea di dea cornea impropria
mente propria ora che Ora ad esso propria
mente impropria cornea copia di copia

o speculare di speculo e nome
e nume e numero imagi d’imago
fuoco d’ali e l’angolo più o men vago

vagando e le punte sue in punto come
unite unendo l’arco di principio
fine in fine essente che è participio

 



Enzo Campi - L’immane inane. Dello speculo e dei simulacri.
(Uno sguardo su “Speculo imaginario” di Giovanni Campi)


irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove, flesso,

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

Il detto esemplare è il detto poetico, il diktat che si fa suono (tocco, rintocco, colpo). Il detto diviene esemplare nel suo dettarsi, ma anche nel suo toccare-toccarsi. Se è vero che bisogna partire sempre dall’inizio (per quanto l’inizio qui si riannodi alla fine, sembra quasi che provenga dalla fine), bisogna dire che il cominciamento è qui emblematico e, per così dire, irriducibile.
Si rende doppiamente irriducibile da un lato, nel mettere in comunicazione il penultimo verso della premessa [“secante la linea curva esemplare” (come a dire: un inizio già finito in sé)] al penultimo verso dell’ultimo speculo [”unite unendo l’arco di principio” (come a dire: una fine, impossibilitata a finirsi e condannata al ri-cominciamento)], e dall’altro lato instaurando la catena dei significanti lungo la quale imbastire il transito poetico. Una catena necessariamente discontinua, si potrebbe dire claudicante (per quanto fluida e armoniosa) e strozzata (per quanto espulsa in puri suoni allitterativi e paronomastici), riflessa e rifratta in deterritorializzazioni speculative di corpi, tempi e luoghi.
In primis dunque i corpi ove soppesare il proprio toccarsi, ove testare il proprio tastarsi, ma anche i corpi in cui ricevere il colpo, ove farsi toccare e soppesare. A seguire i tempi, immoti eppur vivi e pulsanti, tempi innumeri in cui vanificare l’ora e il “prima d’ora”, ovvero: l’immediato in cui speculare e il «pre», l’anteriorità a partire dalla quale si costituisce la speculazione. E infine i luoghi in cui mettere in posa i vari e svariati simulacri attraverso i quali entriamo in contatto con la nostra alterità. Luoghi da significare attraverso un processo di riempimento e tracimazione, ma anche da svuotare, quasi da azzerare

arco volta valva e limen cui tende
supero o infero che sia il numero
del vago imago imaginario zero

Le toucher innanzitutto, nel doppio tocco (toccare-toccarsi) e nel rintocco (risonanza in sé e fuori di sé). Entrambi, sia il tocco (il verso) che il rintocco (l’eco nella quale si dissolve-risolve il verso), sono a poco a poco audìti e conclamati perché provengono da quell’inconosciuto che è in noi innato. Suggestionando, si potrebbe dire che l’innato sia la tendenza al poetico e che questo poetico si possa costituire solo a partire da un’effrazione nell’inconosciuto. In quest’ottica l’inconosciuto è il poematico che rende possibile l’esistenza del poetico.
Il problema, se ce n’è, viene a galla (o affonda) quando poematico e poetico non si limitano alla sola co-abitazione, ma cercano di fondersi l’uno nell’altro per fomentare un processo di disconoscimento, per generare il passaggio-non passaggio di un’indecidibilità di fondo. Quest’indecidibilità – essenzialmente aporetica – permette di non sbilanciarsi in maniera definitiva ne verso l’uno né verso l’altro, né verso lo speculo né verso il simulacro.

In prima istanza lo speculo restituisce lo sguardo, nelle sue innumerevoli accezioni: guardo, vengo guardato, mi offro allo sguardo, mi sottraggo allo sguardo, cerco con lo sguardo, mi cerco con lo sguardo, ecc.
In seconda istanza lo speculo restituisce il colpo. Qual è il colpo che qui si vagheggia? È presto detto (per l’appunto dettato): la risonanza. Qualsiasi speculo degno di quest’appellativo e di identificarsi in siffatta marca deve connotarsi non solo nella restituzione dell’uguale, ma anche nell’amplificazione della differenza in cui decodificare e vanificare l’uguale, quella differenza che può permettere l’entrata in campo dell’ennesimo processo aporetico: la coesistenza del riconoscimento e del disconoscimento.
Una delle questioni (in)naturalmente, volutamente e lucidamente irrisolte che caratterizzano l’andirivieni linguistico del poema concerne la dicotomia complementare tra il non tanto e il quanto. Non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice, non tanto dell’uguale e quanto basta del diverso, non tanto della ripetizione e quanto basta della differenza.

Tutto ciò che opera per simulacri al lavoro (messi in opera) conosce i procedimenti che permettono al linguaggio di danzare su quella linea (“di nuovo arco ratto forse dal forse”) che mette in comunicazione

il medio tocca toccato è in giro
tondo come corda che concorde uno
a uno unisce o che discorde due a uno
pur unisce quel che miro e rimiro

il supplemento e la detrazione: non tanto del troppo e quanto basta del poco. Supplemento come protesi e amplificazione. Detrazione come innesto e mise en abîme.
Se la protesi è la copia copiosa di se stesso

secondo l’io discende ma risale
espresso esemplare di copia impresso
in punto d’estro sinistro complesso
qui l’inespresso che l’un l’altro vale

l’innesto è l’auto-disseminazione

insemina com’è chi pare o appare
come se da sé la mina minima
aggetta a ciò che miniata traspare

Ed è proprio a partire da questo processo – che nessuno si sognerebbe di ridurre ad un mero processo linguistico – che comincia a prendere vita e forma l’indagine speculativa, ovvero il percorso in cui vanificare quello sguardo e quel colpo che hanno aperto le danze e che, in verità, saranno destinati anche a chiuderle. La chiusura, in questo poema, è l’inevitabilità della ri-partenza. L’abbiamo già accennato, quello che qui conta è anche il principio ellittico che avviluppa la scrittura, quella sorta di cerchio smussato, de-formato e de-normato in cui tracciare l’apologia sia del transito che di quell’aporia che ci permette il riconoscimento attraverso il disconoscimento.
E tra la “fine in fine essente” e l’arco ellittico del principio (apparentemente assente) si snoda il percorso da compiere, per meglio sostanziarsi e/o per meglio vanificarsi. Percorso di memorie fugate e trafugate, di “storie senza storia”, di statue, scheletri, totem, feticci, insomma (e in soma): tutta la serie dei simulacri in cui conclamare lo speculo.

Quello che a noi preme è evidenziare come la poetica (e la poematicità) campiana si situi – blanchotianamente – «entre-deux», in un luogo sempre da situare, in un aver-luogo sempre da differire. Questo luogo, che possiamo definire transitante e risonante, si alloca (senza risiedere) proprio tra lo speculo e l’imagine, tra il velamento e lo svelamento, tra la copia e il simulacro. Qui quello che abbiamo definito come inconosciuto poematico (e che rende possibile l’accesso al poetico) risponde proprio ai dettami blanchotiani: “L’inconnu ne sera pas révélé, mais indiqué”.
Questo procedimento ci indica le strade da battere ma non si sogna nemmeno lontanamente di dire “questa è la strada giusta”. Nello svelarsi ci si vela, nel disegnare il gesto ci si sottrae ad esso.

La serialità di cui questo poema si fa portavoce si snoda attraverso un raro – e oramai desueto – processo di mera matematica rimatica e allitterativa, una matematica poematica volta allo speculo, là dove ciò che viene letteralmente sottoposto o, se preferite, sottoscritto all’indagine speculativa è proprio il linguaggio. Linguaggio speculare e speculativo, riflesso ma anche deformato (e denormato) nei vari punti di fuga e negli svariati punti di inabissamento. Perché ad ogni fuga verso il fuori corrisponde – per converso – un’invaginazione, un andare all’interno, un condursi al fondo. Qui il «converso», se da un lato ci apre la porta che conduce all’alterità, dall’altro lato – nutrendosi della sua stessa desinenza – ci fa capire che la disseminazione si dà e accade «verso a verso», in un processo di stampo paratassico ove le singole frasi e parole sembrano snodarsi in una disposizione armoniosa e consecutiva.

Parafrasando il titolo, non quello dell’opera ma quello che abbiamo inteso dare a questo nostro excursus effrattivo, si potrebbe dire che abbiamo qui almeno due grandi serie: quella crescente dell’immane e quella decrescente dell’inane. Entrambe sono sottoposte alle coercizioni dei simulacri che le costituiscono e dell’indagine speculativa dettata dalla restituzione-amplificazione dell’imagine. Se l’imagine mette in gioco lo sguardo immane in cui amplificare la mancanza, il simulacro mette in gioco il colpo, il colpo inane in cui rendere apologetica una sorta di ricerca dell’inutile, una necessaria e urgente pulsione alla vacuità. Ma, sulla falsariga del toccare-essere toccato, il colpo, cosiddetto semplice, diviene il doppio colpo da sferrare verso un fuori e da ricevere in sé. L’utilità di siffatta pratica risiede proprio nei doppi movimenti (non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice):

dire tra l’uno e l’altro se rifratto
devia se stesso adesso compreso
compresso l’inespresso ma incompreso
prima l’espresso sfatto e poi sì fatto

da farsi non ora scritto mai visto
sempre per sempre se vocare il suono
o suonar la voce singolo io sono

plurale noi dato concetto misto
di quel mio che pare nostro memoria
di questa in vece non intesa storia

L’utilità dell’inutile risiede in quel “concetto misto” che è riconducibile al concetto del “neutro” blanchotiano, quel neutro che può esistere solo se contaminato in sé da un doppio movimento, che non può ridursi all’unica accezione. E quel “plurale noi dato” è il simulacro che mette in discussione il “singolo io sono”, che sferra il colpo dell’alterità: dallo speculo all’imagine e viceversa.

(Enzo Campi – Reggio Emilia – Febbraio 2010)




Natalia Castaldi interpreta “Speculo imaginario” di Giovanni Campi

“Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l’espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono, in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità.
Nella lingua non si potrebbe isolare né il suono dal pensiero, né il pensiero dal suono.”

Ferdinand de Saussure

L’io riflesso è sdoppiamento/risposta (cit. Enzo) “aporetico/a” di sé, soggetto attivo che nell’atto dello specĕre si con-cede lasciandosi ri-generare otticamente in alter ego “appiattito”, de/formato “qualitativamente” in (pluri)unidimensionale effige.

Se è vero che la dimensione restituita appare “finita”, circoscritta e limitata, quale sunto imaginis et formae, è altrettanto vero che essa presenterà ogni volta una diversa qualità imaginis et formae sì circoscritta e limitata, eppure diseguale a se stessa, porzione di uno spazio, effetto-risultato ottico.

Specchio – spécio – guardare – specĕre …

Se mi specchio mi spécio e se mi spécio mi specchio, ma attraverso cosa mi spécio e mi specchio? Attraverso l’organo della vista, gli occhi, che sono lo speculo che mi restituisce ciò che vi si riflette, quindi a loro volta organo generante porzioni di spazio, circoscritte e limitate all’ottica ed alla prospettiva.

per specchi speculando trovo corde
tese e sottese come precordiali
ricordi di cordoni ombelicali
il nodo stretto e costretto discorde

Ora qui la parola chiave dell’io è “ri-cordo”, ricordo che è corda che pre-cordialmente lega, annoda, avvin-ce … e seppure co-stretto nella corda del ricordo che l’io stesso riflette, l’io è costretto ad essere dis-corde, una corda scissa, assistendo allo spec-taculo de-forme di un sé che è sé d’Es circoscritto e re-ducto rispetto alla sua stessa origine.

Origine?
La madre? Il padre? O un Es che sia assoluta e comune origine, inizio e fine continua? Parabola di sé o parabola di vita?

dono di vita di morte diventa
o di morte in vece di vita dono
concorde il nodo s’inventa perdono
e l’imaginario l’imago tenta

Cosa diventa “dono” – se invertiamo le sillabe otteniamo un “nodo” – di vita di morte … o di morte in vece di vita … per-dono cui l’imago tenta/aspira?

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove flesso

Lo speculo per assolvere alla sua azione generatrice di immagini veritiere, occorre che abbia una duplice faccia, la prima quella che comunemente intendiamo ci speculi, deve presentare una superficie piana e limpida come un velo d’acqua, la seconda al contrario deve formare una lamina d’ombra, oscura, che non la lasci attraversare da alcuna luce, restituendo alla superficie il “simulacro” del sé.

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

Ma se lo speculo non può che restituire l’illusione dell’idea di un Es cercato dal sé e mai interamente restituito se non come “inane” imago, come conciliare l’aporia della “speculazione” al frutto partorito dalla stessa? Là dove la risposta non giunge all’occhio dalla ragione il sé speculandosi si flette e si ripiega in “curva esemplare” partecipandosi e rendendosi attore della conciliatrice μέθεξις.

Come partecipare all’intelligibile se non attraverso l’atto della creazione da sé? Facendo offerta di sé da sé, creando, rendendosi fabbro e poeta, artigiano che forgia, martella e scalpella, metro dopo metro, “colpo” (cit. Enzo) dopo colpo.

Dunque la scelta della forma, quantomeno simile alla perfezione, dentro la quale dar respiro alla dimensione del proprio se-es, nous e logos affinché concilî, compartecipando all’atto creativo in partenogenesi, le domande nelle risposte, seppur intatte nella loro questionante ed irrisolta bellezza, creativa ed umana.

né testo né testa resta del resto
o rapporto indice di relativo
a che inciso su rifratto da privo
e privato non che soffre di questo

anzi s’offre per quel che è questo che sia
o se e pure per cosa che ha chi che abbia
o se ancora una volta ancora rabbia
d’una volta senza volta né poesia

in vece questa volta c’è una volta
c’era una volta come dire in fine
a capo pagina volta rivolta

a chi flesso o fratto devia dal fine
la fine di cosa non ha inizio o se
e di chi inizio inizia ad essere ed è

Ed ecco il sonetto, la ri-creazione della forma che ontologicamente sia pelle della sostanza, suono della parola, ritmo del pensiero, illusione della perfezione nella perfezione consapevole della propria ombra dietro l’apparente luce, compartecipe di un nulla che giustificandosi trova se stesso ed è nel suo stesso ricercarsi e nella sua stessa irrisolta domanda.

di nota ignota di musica muta
la grazia o le grazie leggere muse
lettere vocate al sono che inuse
sono consonante al dissono acuta

mente ottusa vocale che è chiave
di volta la volta che pare che apra
la chiusa in chiosa di cosa sossopra
a chi che pare che chiuda la grave

aperta di volta in volta ancora
una volta e poi nessuna più o meno
il numero che è il nome del pieno

vuoto di tutto ma giunto l’ignora
congiunto a nulla se pieno di vuoto
raggio della ruota del destino ruoto

Dunque, laddove non arrivano ratio e fede, giunge la poesia (che è ratio ed in se stessa fede), dono che annoda dando senso alle origini ed alla corda, a quel’ombelicale cordone che si dipana attraverso il labirinto del ricordo e del mistero, rigenerandosi, ricercandosi, in ogni lineamento che ne faccia riaffiorare la memoria, in cerca di un senso che nella parola dia suono al pensiero con la consolazione della grazia che “elimina / nero su bianco … come /dire di vita è dare vita al nome” , comunque.

fin ché chi o cosa sia tutto finito
una volta per sempre ora mai dire
chi volto rivolto a cosa ridire
ancora una volta muta infinito

speculo image vaga speculare
copia in scala di grado in grado copia
figura chi figura cornea copia
esemplare l’oculo mio esemplare

visto detto miope vista minima
mina massima sistema la pigra
cifra cosa capovolta denigra

formato bianco che nero elimina
nero su bianco giù per l’asse come
dire di vita è dare vita al nome

(di Artur Scantini su Microcenturie)

Caro Gloriagloom,
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E’ così che sono sparito, ma in fondo non è stata una fuga vera. In questo momento sta calando piano il sole e le zanzare della notte danno il cambio a quelle del giorno. Anche i pensieri della notte danno il cambio a quelli del giorno, a quelli visibili nel campo, al sogno del trattore e delle semine. Ieri la luna sembrava una zuppiera di pop corn sul punto di debordare, ma tu piuttosto avresti detto che aveva l’osteoporosi.
Ti ricordi, io sapevo che non avrei mai fatto alcun tipo di carriera, tu invece dicevi che un giorno avrei diretto una struttura complessa di sette trattori. Eccomi qui, naturalmente non dirigo niente, e a volte mi sento inutile come un impianto di irrigazione nella foresta pluviale. Al posto del trattore ho una piccola motozappa arancione, va a gasolio, ed è piuttosto lei che dirige me. A me piace seguirne il solco, l’odore, spesso ci vengono dietro una decina di galline, cercano i loro grossi bachi nella terra rivoltata. Tutti insieme facciamo un bel corteo. “Sogni bagnati ci remano contro”, quel racconto che iniziavo e non finivo mai adesso lo chiamerei “cronache dal mondo inzuppo”, e naturalmente non lo finirei. Qui piove spesso e ormai non mi ubriaco più col vino o con la birra. Bevo la pelinka, il padre peppe, il nocino. Le droghe no, lo sai, le ho sempre rifiutate, ricordi quando dicevamo quanta tristezza un contadino che usa la cocaina, oppure un contadino in una chat room. A proposito di chat, come vedi, questa lettera la scrivo a mano perchè un po’ di tristezza, a pensarci, la fa anche un contadino che manda le mails.
Sono qui, e quando viene la sera a volte ti penso, mi vengono questi pensieri sconclusionati, sarà la solitudine, a volte mi viene da sorridere , mi metto a leggere sul divano. Qualche volta mi viene anche un poco di quella tristezza, ed è allora che magari bevo qualche bicchierino di quei liquori strani, come il kapriol , ti ricordi il kapriol?. Ricordi il vecchio sogno di fare il vino? I sogni ho imparato a ridimensionarli, non ancora ad abbandonarli. La vigna qui è piccola, non mi azzardo a vendemmiarla, non so se è pudore o pigrizia, e per ora faccio la birra. E’ divertente, se un giorno verrai a trovarmi sono sicuro che ti piacerà, farla e berla. E’ bello macinare i grani, misurare le temperature, è bello, specie la notte col silenzio sentirla fermentare, ricordi i discorsi sui fermenti, sul vivido, sul lavorio dei microrganismi, i cicli, la vita. E’ la vita che ci cresce accanto, la osservo tutti i giorni, tutte le settimane guardo i germogli. Mi piace perchè sono cicli e non rotatorie. Adesso riesco ad osservare anche questo mio isolamento, e so che finirà senza morire, si trasformerà in un’altra stagione e cosi via, fino a quando… Non è che ho voglia di raccontarti tutto, tutto quello che è successo, che ci faccio qui e perché sono sparito quel giorno. Soltanto lo osservo, come osservo gli innesti, che a volte prendono ed altre no, e le gemme in questa stagione, quelle che daranno frutto e quelle legno. Ricordi il vecchio discorso della voce bella delle ragazze irlandesi che fanno il pane in casa, osservo così.
Ad esempio stamane mi sono svegliato che la radiosveglia trasmetteva in una lingua incomprensibile. Era come se la sintonia stesse miscelando un notiziario di radio carinzia ed uno di radio reikiavic (ammesso che si scriva così). Ho avuto la precisa, certo non nuova, percezione di un’altra giornata che inizia ed io non ci capisco un cazzo. Ma poi ho sentito invece l’inizio di qualcosa, sentivo dabbasso il rumore che fa il gorgogliatore della birra e da qualche parte è nato il pensiero di scriverti.
Se fossimo sostanze disciolte tu saresti il litio, io probabilmente il berillio. Sono sempre stato contro la specializzazione, a volte mi sento come quei ragazzi che guardano il cielo con un telescopio giocattolo, pianto a terra salcini per aumentare la quantità di giallo-arancione di questo nostro mondo. Oggi è stata una giornata strana, con una luce a risparmio energetico, la terra era un po’ secca, come le mani quando fa freddo e ti verrebbe voglia di dargli la pomata. Sono passati due anni, anche di più, e sento che è il momento giusto.
Ieri ho sognato che chiedevo ad un girasole cosa ne pensa della luna. So che domani riprenderò a sognare di jazz e incontrerò Miles nei suoi giri allucinati in cerca di puttane, poi sognerò Lady Day senza denti. So che dopodomani farò il Vino del Mastro Birraio, perché sono sempre stato contro le specializzazioni e mi piace ancora essere un dilettante. Adesso so che presto ci rivedremo e ci faremo delle risate, parleremo delle trattorie con le pergole, del vino buono, sparleremo dei grandi ristoranti, di tutta quella finta eleganza e di quelli che scrivono terroir e surmaturo ed hanno sempre le unghie pulite.
A presto Gloriagloom, ti abbraccio forte e ti aspetto qui a primavera ormai inoltrata. Mi raccomando, porta l’ultimo disco che stai ascoltando. Se c’è una cosa che qui mi è mancata è stata la musica. Se c’è una cosa più triste di un contadino con la radiosveglia è un contadino senza lo stereo.

Sincerely A. Scantini

Due racconti inediti di Cristina Annino apparsi sulle pagine di Anterem – Carte nel Vento.

 

 

Cristina Annino, nata ad Arezzo, vive e lavora a Roma. Nel 1968 pubblica il libro Non me lo dire, non posso crederci, edito da Techne a Firenze, città nella quale si laurea in Lettere moderne. Nel 1977, Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli. Nel 1979, Boiter, con Forum, Forlì, (romanzo). Nel 1980, Il cane dei miracoli, Foggia, Bastogi. Nel 1984, L’Udito Cronico, in “Nuovi poeti italiani n. 3″, Torino, Einaudi. Nel 1987, Madrid, Corpo 10, Milano, libro vincitore del Premio “Russo Pozzale” nel 1988. Nel 2001, Gemello Carnivoro, Faenza, e nel 2002, a Prato, in collaborazione col pittore Ronaldo Fiesoli, Macrolotto. Nel 2008, Casa d’aquila, Bari, Levante Editori. Ancora inedito il libro di racconti Una Magnifica Giovinezza. Numerose le plaquettes, recensioni e pubblicazioni in prosa, poesia, saggistica, in molte riviste e antologie sia italiane che straniere. Da alcuni anni si occupa anche di pittura.

(di Stefano Guglielmin su Blanc de ta nuque)

Specchio delle brame da tardo impero, piccolo Eliogabalo arbasiniano, che attraversa l’età trista contemporanea, schizzando fuori dalle orbite i propri figli irriconoscenti, pagati bene solo se imbraghettati nel signor sì di regime, la tv italiana, mai come ora, mostra tutto il suo sugo da porcile a condire un bilateralismo catodico, dove la virtù infiamma nelle scoregge seriali – dai pacchettari raiuno ai caini analfabeti, dai tgquattro nazional-populisti ai baccanali linguastici camuffati da talk show – ed il vizio s’incarna nella debolezza troppo umana (Morgan che s’infatua per il miraggio olfattivo, mortificando le vibrisse; Marrazzo che cerca la rima fra le gambe, a Vigna Clara) o nello sberleffo sopraffino, come quando, a La prova del cuoco, Beppe Bigazzi, (ex amministratore delegato della Lanerossi) insegna a cucinare il gatto, strappando l’anima e l’ostia a tutti i buoni della penisola, vicentini compresi. Il problema sta nel fatto che la schizofrenia veste il medico o, se si preferisce, il prete, anziché il paziente: l’acqua santa s’è incarnata nei diecimila quiz che fanno cultura e liberano dal male del pensiero; la medicina lega le sinapsi alla pepsi, alle bollicine che euforizzano il sangue, mortificando il resto, che è un mondo pieno di possibili soluzioni, di vie da praticare, laddove invece la retta via s’intorta nel panem et circenses, le cui due ciliegine perbene (qui sta l’impiccio schizofrenico) si chiamano sacra famiglia e vita forever. Ora però che il pane scarseggia, pare che il circo abbondi solo nella bocca degli applausi, s’imblobbi per i canali pubblici e privati quale unico rimedio al nulla che sta sotto.

Diciamolo meglio: nulla, qui, non è da intendere quale principio d’ogni cosa che è, fecondo nucleo creativo cui prescindere è delitto, bensì vale quale miserrimo niente che infesta i cerebelli del potere, garantendo loro – mutatis mutande – zecchini nelle tasche e veline sulla pelle. E’ un niente sospetto, dunque, un falso vuoto, che maschera invero i fili dei capocomici. Non sto gridando al complotto, tuttavia; questo infatti è azione che parte da chi non ha potere, ma lo brama. Intendo invece, papale papale, che stanno cercando di ricacciarci dentro la caverna platonica, “con le gambe e il collo in catene (massmediatiche), sì da dovere star fermi e guardare solo dinanzi” a noi, in quella scatola che ci plasma e ci svuota. Quello che vediamo, tuttavia, non è la nostra ombra, la sagoma scura d’un corpo sano che potrebbe superare montagne; quello che vediamo ora è – nelle intenzioni dei capocomici – il mondo delle idee, la forma cui dovremmo pensare allorché prefiguriamo il bene e il bello. Tornare a distinguere le ombre dal vero è necessario. Dirlo ovunque, pure. Anche in questo antro, così periferico da non interessare i guardiani, per il momento…

(di Antonella Foderaro su Filosofipercaso)

Vorrei tenerti per mano quando il tuo cuore stanco si arrenderà al nero volo del disincanto e confusa avrai perso la direzione dei sogni.

Non vorrei parole né una penna che macchi d’inchiostro la tua essenza. Un pennello piuttosto e colori a sufficienza per raccontare favole ai tuoi occhi.

Vedrai, non ci sarà più la guerra ad appesantire i passi, ma te ne starai sospesa e lieve su una cartuccia di vernice gialla che ti ridisegna il sole tutto intorno ed il cielo sarà il tessuto di ogni cosa e noi una miniatura che sfuma nella calda fantasia del giorno.

Non vedi? una piccola promessa ci corre incontro con fare lieto, ha esili le braccia ma lunghe gambe. Qualcuno là più in basso attende ad una finestra chi forse non può far ritorno mentre io, che vorrei restituirti l’antico come nuovo, dipingo mille ed una notte sulla tela perché il mattino, appena sveglia, non ti scopra sola persa nel paesaggio e tu possa vestirti senza fretta – come un tempo – ancora una volta di noi due senza rimpianto.

Freccia e corda fedele del mio arco non puoi sapere con quali sguardi inseguo la curva musicale del tuo volo chiedendomi, colmando la distanza tratto a tratto, se amerai più il vento del bersaglio e l’artista più dell’uomo.