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Bebe e Io

Rotolai per un po’ prima di ritrovarmi quasi a testa in giù, con la schiena poggiata contro una parete del vagone rosso ruggine del treno merci su cui saltammo. Stavo ancora cercando di recuperare il senso dell’orientamento, quando mi ricordai di Bebe. Non che la avessi dimenticata, ma tutto quel trambusto e quel ruzzolare mi fecero schizzar fuori dalla testa ogni pensiero, che ora stava rimbalzando indietro al suo posto con violenza, come se fosse rimastomi attaccato al cervello con un elastico tutto il tempo. Scrollai la testa per riprendermi e cercai di alzarmi per vedere se fosse lì da qualche parte. Probabilmente lo feci troppo velocemente perché la testa mi si mise a girare, barcollai un po’ e mi venne da vomitare.

Quando la vidi, ero in piedi, appoggiato con un fianco alla parete in fondo al conteiner, mentre la guardavo rigirarsi su se stessa, anche lei un po’ confusa. Batteva gli zoccoletti sul pavimento di legno, facendo un rumore terribile, perché il vagone dentro cui ci eravamo letteralmente lanciati era vuoto e rimandava una eco metallica infernale. Fui felice di vedere Bebe più del fatto di essere riuscito a non farmi taglizzare dalle ruote affilate del treno. Per lei avrei fatto qualsiasi cosa: anche saltare su un treno merci in corsa senza conoscerne la destinazione.

Bebe è una capra, ma non una qualsiasi: Bebe è la MIA capra. Non intendo, con questo, rimarcare nessuna specie di diritto o di possesso su Bebe. È solo che Bebe è come quelle cose che capitano per caso e che il tempo spinge chi le incontra a credere che gli appartengano. Invece ognuno non è altro che il contenitore dell’esistenza dell’altro, senza il quale nessuno esisterebbe o saprebbe di esistere (che poi è uguale). Bebe, dunque, è mia nel senso che io sono il contenitore in cui il caso – e poi la scelta – ha deciso di riporre la sua esistenza e viceversa.

Il giorno che incontrai Bebe, ricordo che la trovai incastrata in un enorme rovo dal quale non sarebbe riuscita a saltar fuori se non lasciandoci l’equivalente in lana di una dozzina di maglioni. E Bebe non avrebbe mai lasciato che un rovo sfibrasse un solo batuffolo, seppur piccolo, della sua lana, che era per lei la cosa più importante perché la distingueva da tutte le altre capre e da tutti gli altri animali. La vidi che cercava di liberarsi da quell’intreccio di rami e spine mordicchiando qui e lì, piano, un poco alla volta, preferendo sacrificare alle punture delle spine le labbra e la lingua, piuttosto che la sua preziosa lana. Cercai così di aiutarla: districarsi in quell’intreccio di folti rametti spinosi che si infilavano dappertutto non fu semplice nemmeno per me, nonstante con le mani riuscissi a muovermi più facilmente. Quando finalmente riuscimmo ad uscir fuori da quella gabbia di legno e uncini appuntiti, Bebe mi ripagò non abbandonandomi mai più. E così feci anch’io.

Il fatto è che tutti in città avevano un animale: c’erano i pochi che lo avevano ereditato dai loro padri, alcuni che lo avano ricevuto in dono, altri che lo ebbero in pegno, altri ancora in cambio di qualcos’altro. La maggior parte, però, comprava il suo animale. Era trascorso lungo tempo dacchè non si riusciva più ad incontrare per caso un animale in giro da tenersi stretto e farsi amico, come accadde a me e Bebe. Un tempo talmente lontano che l’occhio già miope della memoria non sarebbe mai più stato in grado di vedere fin laggiù. Fu così che, non trovandoli più per strada, si iniziarono a comprare gli animali, e i mercanti cominciarono a veder formarsi, davanti alle porte dei loro negozi, code sempre più lunghe di clienti pronti ad acquistare il loro animale, convinti di fare la cosa più normale che si sarebbe potuta fare. Il dubbio se i loro padri ed i padri dei loro padri avrebbero potuto giudicarli dei folli non li sfiorava neanche. D’altronde, quando nella memoria degli uomini il passato si restringe, il presente tende a prenderne il posto. È così che anche le cose più incredibili sembrano le più ovvie, solo perché ciò che sta accadendo è il ricordo più lontano che si possiede. E non si riesce ad immaginare nulla di diverso da ciò che si vede.

Ma questa non era la cosa più bizzarra. La cosa più sorprendente era che gli animali venduti venivano prodotti. C’erano i produttori di mucche, quelli di asini, di cavalli, di cani, di gatti, di criceti, di pappagalli, di animali esotici di ogni specie. E di capre, ovviamente – una faccenda che Bebe non poteva sopportare. Tutti gli animali prodotti venivano fuori tutti uguali gli uni con gli altri entro la stessa specie: stessa taglia, stesso peso, stesso colore, stesso tono del verso. A volte, anche specie differenti venivano fuori simili perché il produttore era lo stesso ed utilizzava gli stessi strumenti per la produzione di specie diverse per “tagliare i costi”. A volte capitava che una mucca avesse la criniera e nitrisse e che un gatto fosse piccolissimo e squittisse. Errori di produzione a cui sempre meno possessori di animali facevano caso; un po’ per la gran confusione generale in cui ci si abituava a vivere, un po’ perché si cambiava facilmente di animale e questo contribuiva a dare a tutto meno importanza. E se poi qualcuno lamentava il fatto che due specie differenti si assomigliassero, la risposta era che “già il fatto stesso di avere due nomi diversi indica una bella differenza”.

La cosa, in fin dei conti, sembrava funzionare, perché nessuno se ne lamentava più di tanto: il nome era diverso, le personalizzazioni possibili erano numerose e poi a ciascuno sembrava la differenza maggiore la facesse il semplice fatto che l’animale fosse il proprio e non di un altro. Questo bastava, anche se molto spesso capitava che ci si confondesse di bestia, soprattutto di domenica quando tutti erano a spasso con il loro animale. Fortunatamente non v’erano quasi mai liti perché, nonostante le personalizzazioni e i differenti nomi, nessuno si accorgeva dello scambio. Si litigava più spesso, invece, al momento dell’acquisto: se, ad esempio, c’era una sola vacca e molti acquirenti desiderosi di possederla, si scatenava un putiferio. Solo l’intervento diplomatico di un mercante navigato con una lunga esperienza poteva risolvere questo tipo di discussioni, solitamente guadagnando più del normale. Il mercante, infatti, riusciva a vendere ad uno l’ultima mucca a prezzo doppio, convincendolo della rarità del suo acquisto, mentre a tutti gli altri – spacciandola per ultima moda – vendeva qualche bestiola che aveva in disavanzo perché nessuno voleva, eliminando in tal modo un po’ di deposito che stava invecchiando. Insomma, alla fine tutti tornavano a casa felici, convinti di aver fatto la scelta migliore. Così, la gente non solo non si preoccupava più del fatto che gli animali fossero prodotti in serie e venissero venduti invece che incontrati per caso, ma non sembrava imbarazzata nemmeno dal fatto di essere uscita di casa pensando di comprare un gatto per poi ritornare con un criceto.

Nonostante le bestiole prodotte fossero una riproduzione piuttosto fedele di quelle reali, i loro fabbricanti e mercanti erano perennemente a caccia degli ultimi animali veri e liberi ancora in giro nella zona. Ciò accadeva perché i fabbricanti, una volta entrati in possesso di un qualche animale reale, lo utilizzavano per effettuare i loro test di produzione, e come originale a cui fare riferimento per la progettazione e produzione delle loro copie. I mercanti, invece, catturavano gli ultimi animali veri ancora liberi per venderli ai fabbricanti e fare affari, e per evitare che i loro clienti si lamentassero e richiedessero il rimborso del prodotto acquistato. Infatti, gli animali che i mercanti vendevano, al contrario di quelli reali, si consumavano e necessitavano di un periodica e costosa manutenzione, quando non la totale sostituzione. Consentire che i loro clienti potessero venire a conoscenza dell’esistenza di animali senza alcun bisogno né di manutenzione né di sostituzione sarebbe stato un rischio troppo alto per i loro affari.

Venni a conoscenza di tutte queste cose solo dopo che ebbi aiutato Bebe ad uscir fuori da quel rovo. La mia Bebe, infatti, era rimasta lì nascosta per settimane, fino a quando i mercanti e i fabbricanti non terminarono la loro periodica battuta di caccia. Dopo averla liberata, a distanza di qualche giorno, iniziò a visitarmi un signore per bene, dall’aspetto distinto e cordiale. Era molto affascinato dalla bellezza di Bebe e dalla qualità della sua lana. Mi fece molte domande su dove l’avevo trovata, come diventammo inseparabili, cosa mangiava. Più volte mi chiese diesaminare la sua lana e tenerla un po’ con sé. Avendo notato una certa ritrosia di Bebe, cercai di allontanarlo senza essere scortese. Fu allora che il signore distinto mi disse che gli sarebbe piaciuto acquistarla e che avrebbe considerato qualsiasi offerta che io gli avessi proposto. Prima che potessi rispondere qualsiasi cosa, Bebe mi stava già tirando per un lembo dei pantaloni lontano da quel signore, che divenne improvvisamente duro e aggressivo, e che mi minaccio dicendomi che sarebbe stato meglio che io gli avessi fatto un’offerta, perché la sua poteva essere solo quella di scegliere tra il dargli l’animale o la mia vita.

Così, una notte, svegliai Bebe e insieme corremmo verso la piccola stazione della città. Aspettammo nascosti dietro una siepe di ginepri fino a che non sentimmo il fischio del treno merci annunciare il suo arrivo. Balzammo fuori dalla siepe ed iniziammo a correre seguendo i binari nella stessa direzione in cui stava correndo il treno. Appena fu abbastanza vicino contai fino a tre e vi saltammo su. Quella notte non sapevo dove il treno si stesse dirigendo, ne cosa ci avrebbe atteso una volta giunti a destinazione. Però ero felice di essere lì, ancora insieme alla mia Bebe.

Questa è la storia mia e di Bebe, e di come arrivammo qui – dove tu sei nato – tanto tempo fa. Ora, bambino mio, Bebe è tua: corri fuori e gioca con lei.