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Germania Anno Zero – La sofferenza di tutti e la morte del futuro

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IL PRESENTE FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

È il 1947, Agosto. Roberto Rossellini arriva in mezzo a ciò che resta di Berlino; con la sua troupe e l’attrezzatura necessaria passeggia tra le macerie di quella che, fino ad un paio di anni prima, era stata la capitale del naziolnalsocialismo, per girare le scene di ciò che diventerá Germania Anno Zero nel febbraio 1948.

Ancora una volta, l’attenzione del Maestro del Neorealismo viene catturata dagli sconvolgimenti del presente, che lo obbligano a volgere il suo sguardo indagatore verso la sofferenza individuale e collettiva degli uomini del suo tempo. Condensando assieme i principi della produzione documentaristica con la potenza dell’arte cinematografica in un sottile equilibrio che mai viene abbandonato durante l’intera durata della pellicola, Rossellini riesce a dare visibilitá a ciò che egli stesso pronunció come principio: “Il realismo non è altro che la forma artistica della verità”.

Una “verità”, quella di Rossellini, mai assoluta e sempre instancabilmente ricercata dal regista attraverso gli strumenti propri della cinematografia e le tematiche di base del neorealismo (attori non professionisti, lunghe riprese in esterni, storie di gente comune, attenzione ai bambini), con cui egli interroga la realtá e, con essa, gli uomini che la possiedono. Rossellini sembra dire agli uomini della Seconda Guerra Mondiale – a coloro che l’hanno voluta e combattuta così come a chi l’ha inevitabilmente subita: guardate cosa abbiamo fatto a noi stessi. Non è un monito, nè una presa di posizione e nemmeno un sermone fatto nascondendosi dietro una cinepresa pieno di falsi moralismi. È un invito a prendere atto della realtà. Una realtà non interpretata, bensì raccontata così com’è, così come si era presentata agli occhi del regista e delle sue cineprese nel 1947, la stessa che era lì fuori ad attendere gli spettatori all’uscita delle sale cinematografiche.

Puntando la macchina da presa sulle macerie di una città dove, come dice la voce fuori campo all’inizio del film, le persone “vivono nella tragedia come nel loro elemento naturale”, Rossellini mette quelle stesse persone di fronte ad un bivio sin dal titolo della pellicola: Anno Zero può essere inteso sia come un nuovo punto di partenza, la possibilità e la necessità di ricominciare a vivere, dopo il nazismo e dopo la guerra, in maniera diversa; sia come l’ultimo approdo di una società che sembra ormai non essere più in grado di vivere, che vaga allucinata in una realtà che, come un limbo, sembra precedere appena l’annullamento totale di tutto.

Allontanandosi dalla realtà italiana, Rossellini tenta di dar voce alla universalità della sofferenza, utilizzando come protagonisti della sua storia proprio coloro i quali erano ora visti da tutto il mondo come i principali responsabili di quella stessa sofferenza, dando nuovamente prova del suo grande umanismo.

La storia è quella di Edmund Koeler, un ragazzino di appena tredici anni che vive di espedienti in una desolante Berlino del dopoguerra. Con il padre costretto a letto da una grave invalidità, il fratello disertore e ricercato come ex nazista e la sorella che si guadagna favori e regali prostituendosi con i soldati delle truppe alleate, Edmund si aggira per i palazzi distrutti in cerca di cibo e di lavoro di qualsiasi genere per sostentare la famiglia, che vive tutta assieme nell’unica stanza di un appartamento di proprietà altrui.

Le cineprese che filmano la precarietà di questa famiglia come normalità, come regola quotidiana, seguendola nella quotidianità dei gesti, dei pensieri, delle azioni, scoprono una realtà più vasta e una verità più grande, riprendendo anche ciò che avviene intorno, raccogliendo in ogni singola scena il particolare ed il generale, l’individuale ed il collettivo, il personaggio ed il contesto, contribuendo a rendere universale e senza nazionalità la storia di un giovane tedesco, fisicamente prototipo della razza ariana.

Edmund un giorno incontra un suo vecchio maestro, un ex nazista non più abilitato ad insegnare; il viscido docente lo affascina con le sue teorie secondo cui “i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere“. Edmund torna a casa e, influenzato dai discorsi del maestro e dall’atteggiamento vittimistico del padre, di nascosto avvelena il genitore uccidendolo. Quando torna dal maestro per confessare il suo delitto, questi, terrorizzato e temendo di essere coinvolto, gli dà del pazzo e dell’assassino.

Il ragazzino, sconvolto dalla reazione del maestro e dal senso di colpa per l’errore commesso, non ha il coraggio di tornare a casa, e comincia a vagabondare per la città. Il suono di un organo esce da una chiesa senza tetto, a rappresentare metaforicamente il pentimento e, forse, ancora la presenza, seppur piccola, di un ultimo appiglio morale di un popolo travolto da un istinto autodistruttivo e pieno di disperazione.Il vagabondare porta Edmund su un campanile pericolante da cui vede trasportare via la salma del padre e da cui il bambino si butta poi nel vuoto.

La recitazione, soprattutto dell’ultima parte della pellicola, quasi priva di espressività, assieme al suicidio di una così piccola vita, rafforzano la visione di una realtà talmente orrenda da far pensare che non possa esserci nulla di peggiore. Il suicidio di Edmund rappresenta metaforicamente anche la morte del futuro ed è un forte richiamo dell’attenzione rivolto a tutti; una denuncia estrema di una condizione umana paradossale, quasi surreale. Come anche in Roma Città Aperta, la presenza di giovani personaggi, in questo caso addirittura protagonisti della storia narrata, vuole essere un monito ad un presente enormemente ferito dal passato, ma con ancora la possibilità di un futuro migliore.

Il film è dedicato alla memoria di Romano Rossellini, il figlio del regista prematuramente scomparso a 9 anni nel 1946.

Le musiche del film sono di Edgardo Micucci. Il film è stato girato in prima battuta in tedesco e poi doppiato in italiano a cura di Sergio Amidei.

Vincitore del Primo Premio al Festival di Locarno del 1948.