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Il 27 Ottobre del 1962, esattamente 47 anni fa, l’aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris in volo sulla tratta Catania – Milano precipitò nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, proprio mentre si stava apprestando all’atterraggio presso l’aeroporto di Linate. Moriva, così, in un incidente aereo il Presidente dell’ENI Enrico Mattei.

Tutte le prime pagine dei giornali e gli altri media che riportarono la notizia si chiesero, sin dai primi istanti, se quell’incidente fosse semplicemente una disgrazia oppure un attentato ben riuscito, come poi risultò dalle indagini riprese nel 1994 e concluse nel 2005.

Tutto svaporò in pochi giorni: i media smisero presto di occuparsene, i pezzi dell’aereo – accuratamente lavati prima di essere esaminati – vennero fusi, l’autopsia non rivelò nulla degno di considerazione e l’indagine fu archiviata. Ma con il passare del tempo e l’aggiungersi di fatti nuovi, anche a distanza di tanti anni, l’indagine viene riaperta: i pentiti di Mafia Buscetta e Iannì, durante un interrogatorio del 1993, affermano che il giornalista Mauro De Mauro, incaricato da Francesco Rosi di fornirgli tutto il materiale possibile sull’inchiesta Mattei per la realizzazione del suo film, fu fatto sparire dalla Mafia nel 1970 perchè in possesso di documenti che avrebbero provato il sabotaggio dell’aereo su cui viaggiava Mattei. Così, la Procura di Caltanissetta passa tutta la documentazione a quella di Pavia, che il 20 Settembre 1994 riapre le indagini sul caso Mattei. Ad indagare c’è il Sostituto Procuratore Calía, che si ritrova quasi a mani vuote: i pezzi dell’aereo su cui effettuare nuove perizie non ci sono più, perchè fusi trent’anni prima; molti dei documenti dell’inchiesta precedentemente archiviata sono spariti. Ad un’ intervista ad un testimone, Mario Ronchi, del giornalista Rai Bruno Ambrosi viene tolta la parte audio nel momento in cui Ronchi dice di aver sentito un boato e visto del fuoco nel cielo prima che l’aereo precipitasse. Ronchi, che successivamente ritrattò le sue dichiarazioni, affermando che era a lavoro e impossibilitato a sentire alcunchè dal rumore del trattore, verrà accusato di falsa testimonianza da Calì, il quale scopre che la SNAM assunse Ronchi come custode del sacrario di Mattei e la figlia venne assunta da un’altra ditta legata al successore di Mattei all’ENI, Eugenio Cefis, ex Comandante del Servizio Segreto Fascista e uomo molto potente molto vicino agli ambienti della CIA.

Sembra tutto un grosso calderone con ingredienti che sembrano non avere nulla a che vedere l’uno con l’altro e, tuttavia indisticabilmente legati tra loro. Ma come ci insegna Pasolini, chi vuole capire, l’intellettuale, è colui che “cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. E, infatti, anche l’assassinio di Pasolini nel 1975, potrebbe avere a che fare con questa brutta storia. Poichè anche lui si interessava di petrolio nel modo sbagliato, come Mauro De Mauro. Ed anche come Mattei, la cui colpa fu quella di venderlo alle persone sbagliate, nel momento sbagliato, alle tariffe sbagliate e senza chiedere il permesso. Ma il permesso a chi? L’Italia non era forse un Paese libero ed indipendente che aveva appena scoperto di poter contare sulle proprie forze energetiche proprio grazie a Mattei? La risposta è no.

L’Italia, quando Mattei cominciò la costruzione di quello che diventerà l’impero ENI nel 1945, era appena uscita sconfitta dalla guerra e la sua sopravvivenza, materiale e politica, era nelle mani degli alleati, soprattutto USA e Inghilterra. Che, guarda caso, erano anche le patrie delle Sette Sorelle, definizione proprio di Mattei, e che si mostrarono prima interessate a che l’Agip venisse privatizzata (era totalmente statale) e poi molto interessate al suo acquisto, di cui Mattei avrebbe dovuto commissariare la liquidazione. Fortunatamente, Mattei non eseguì mai i compiti per cui era stato chiamato, salvandoci da una dipendenza energetica verso le potenze Americane che avrebbe potuto distruggerci economicamente e avrebbero potuto ridurci politicamente a mera base coloniale alla loro mercè, ancor più di quanto non lo siamo oggi.

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Ma essere il Presidente dell’ENI non significa occuparsi solo di petrolio. Significa, più o meno direttamente e più o meno volontariamente, fare politica. Poichè il petrolio è soprattutto diplomazia e rapporti internazionali. È per questo che l’idea di Mattei di offrire ai Paesi produttori il 75% del ricavato dell’accordo, il fatto di offrire loro condizioni più umane e meno subalterne e coloniali, il rompere gli accordi della linea rossa in Medio Oriente, il fare affari con la Russia, il propendere per una neutralità se non per una fuoriuscita dell’Italia dalla NATO, preoccupano e destabilizzano il blocco Occidentale in piena Guerra Fredda, con la Terza Guerra Mondiale alle soglie e con la crisi dei missili di Cuba.

Sempre durante il corso delle indagini riaperte nel 1994, emerse un rapporto della CIA firmato da Thomas Kameramessinas, il quale scrive che l’obiettivo di fermare Mattei va raggiunto anche a costo di misure estreme.

Purtroppo come molte altre, l’indagine di Mattei non ha portato alla scoperta degli attori principali di quello che resta a tutt’oggi un mistero. È stato acquisito come fatto accertato che la morte di Mattei non fu un incidente, almeno. Resta da scoprire chi questo incidente lo ha voluto e provocato. C’è Eugenio Cefis, ci sono Thomas Kameramessinas e la CIA, c’è la OAS algerina, ci sono le multinazionali del petrolio, c’è una parte della DC politicamente contro. È vero, non si sono trovati i colpevoli di questa strage. È indubbio, però, che ci sia l’imbarazzo della scelta.

Oggi, l’ENI è un’azienda in parte privatizzata. Una quota del 30% appartiene ancora allo Stato Italiano, mentre il resto è nelle mani di migliaia di azionisti. Ovviamente, di queste migliaia di azionisti, non tutti possiedono la medesima percentuale di azionariato. Sarei proprio curioso di sapere chi sono i principali azionisti, subito dopo tutti noi.

Azionisti Numero di azionisti n° di azioni possedute % sul capitale

Italia (incluso il Ministero

dell’Economia e delle Finanze) 327.587 2.177.559.208 54,37

UK e Irlanda 783 140.955.951 3,52

Altri Stati UE 1.954 280.244.956 7,00

U.S.A. e Canada 1113 255.852.802 6,39

Resto del Mondo 860 121.998.590 3,04

Azioni proprie alla data del

pagamento del dividendo 382.953.240 9,56

Azioni per le quali non sono state

fornite le segnalazioni nominative n.d. 645.782.965 16,12

Azioni per le quali non è stato ancora chiesto il pagamento del dividendo n.d. 11.164 (…)

Totale 332.297 4.005.358.876 100,00


Ripartizione dell’azionariato Eni per fascia di possesso risultante dal pagamento del dividendo a saldo dell’esercizio 2008 (21 maggio 2009)

Azionisti Numero di azionisti n° di azioni possedute % sul capitale

> 10% 1 813.443.277 20,31

3% – 10% 1 400.288.338 9,99

2% – 3% (*) 2 220.183.315 5,50

1% – 2% 6 311.000.223 7,77

0,5% – 1% 3 67.273.758 1,68

0,3% – 0,5% 7 117.360.132 3,71

0,1% – 0,3% 30 215.661.099 5,38

≤0,1% 332.247 831.401.365 20,76

Azioni proprie alla data

del pagamento del dividendo 382.953.240 9,56

Azioni per le quali non sono

state fornite le segnalazioni nominative n.d. 645.782.965 16,12

Azioni per le quali non è stato ancora chiesto il pagamento del dividendo n.d. 11.164 (…)

Totale 332.297 4.005.358.876 100,00

(*) I Gruppi Intesa San Paolo e BNP Paribas hanno comunicato la riduzione del possesso azionario al di sotto del 2% rispettivamente in data 27 maggio 2009 e 9 giugno 2009. In data 14 settembre 2009, entrambi i Gruppi hanno comunicato il superamento della soglia del 2% del possesso azionario. Entrambi i Gruppi hanno comunicato la riduzione del possesso azionario al di sotto del 2% rispettivamente in data 25 settembre 2009 e 7 ottobre 2009.


Ma se non si può sapere chi sono i maggiori azionisti, si può accedere alle informazioni sul Consiglio di Amministrazione, nel quale sono evidenti i personaggi ed i loro conflitti di interessi. Un esempio su tanti? Paolo Andrea Colombo, commercialista milanese, 45 anni, è: sindaco di Banca Intesa (azionista ENI di punta) e di alcune sue controllate, sindaco dell’Eni e della Saipem, consigliere di Mediaset e della controllata Publitalia (entrambe propietà del Presidente del Consiglio, che a fine Maggio lo ha promosso a Presidente del collegio sindacale ENI), consigliere di Aurora assicurazioni, di Rcs Quotidiani, presidente di Rcs Investimenti, consigliere di Tim Italia, Bormioli Finanziaria, Gianni Versace, da alcuni mesi è presidente di Partecipazioni Italiane, sindaco di Pirelli Labs e di Miotir, la cassaforte di Cesare Romiti.


Recentemente Berlusconi è andato a far visita a Putin (a Putin?! Ma il Presidente non è Medvedev?). La motivazione è il canale south stream che dovrebbe portare il gas in Europa (e in Italia) passando per la Turchia e evitando, in tal modo, gli annosi problemi che ogni inverno o quasi emergono con l’Ucraina e la Georgia. Indovinate chi sarà responsabile per il 50% della costruzione del canale? La nostra amata ENI. Che recentemente è riuscita ad accaparrarsi anche la licenza per il giacimento iraqueno di Zubair, dopo aver perduto quella per il giacimento di Nassiriya a favore dei giapponesi. Iraq? Nassiriya???? Vuoi vedere che le nostre non sono proprio missioni di pace, allora? Se così fosse, la domanda mi sorge spontanea: perchè nessuno ha ancora rotto i maroni ad alcuno nonostante Berlusconi faccia accordi d’oro con la Russia, nè si è cercato di far precipitare l’aereo su cui viaggia l’amministratore delegato della ENI? La risposta potrebbe essere che i tempi cambiano, ma i poteri forti restano. E sono sempre gli stessi.


Dalle telecamere di Pandora, Web TV indipendente, Giulietto Chiesa lancia un appello al Presidente della Rai Paolo Garimberti: mandare a casa il neo Direttore del TG1 Minzolini che, contravvenendo alle promesse fatte a seguito della sua nomina in nome della libertà informazione, è riuscito ad oscurare completamente il più grande scandalo di Stato di cui oggi sono a conoscenza i principali Paesi del mondo. Tranne il nostro.

Firma la petizione per mandare a casa Minzolini!

Minzolini a casa!



IL FATTO

Dacché la persona di Berlusconi è divenuta di dominio pubblico (di quello ampio, non di elite), lo si ricorda sempre imputato di qualcosa, perennemente sotto accusa nei Tribunali di mezza Italia (anche se lui non ci va). Ciò che invece non è sulla bocca di tutti – perché non è sulle prime pagine dei giornali – sono le sentenze di tali processi.

Ebbene, se si ascolta l’appuntamento di oggi di Passaparola e si va ad approfondire ancora un po’ la questione, magari leggendo attentamente qualche raccolta di sentenze “politiche” degli ultimi dieci anni e qualche libro di Travaglio&C., e poi si fa 2+2 il risultato è la fotografia non solo del pratica della Giustizia nel nostro Paese, ma anche la fotografia della nostra società.

IL TRUCCO

Grazie ai motti “così fan tutti” e “ogni scarrafone è bella ‘a mamma sua” si è graziato Mr. B. & C. da accuse pesantissime che avrebbero portato alla rovina chiunque altro. Invece, di fronte la legge alcuni sono più uguali degli altri. E questo sta scritto sulle sentenze emanate dai giudici che hanno graziato ed assolto Berlusconi ben più che una volta.

Le sentenze sono a dir poco fantasiose e di una faziosità talmente tanto esplicita che solo il fatto che a priori si sappia che non siano di dominio pubblico (perché certe cose non si dicono) le esulano dall’essere un’offesa all’intelligenza umana.

Le conseguenze dell’insostenibile leggerezza della giustizia (e dell’ interpretazione della legge).

CHIEDILO A TRAVAGLIO

1- Esiste un luogo dove vengono pubblicate tutte le sentenze emanate dai tribunali italiani? e se si, perchè non si invia una email ai giornalisti per metterli al corrente?

2- Se un’accusa, così come una difesa, deve basarsi su prove tangibili per poter sostenere la propria posizione, quale principio determina che lo stesso possa non avvenire quando si scrive una sentenza?

3- Siamo messi molto peggio di quello che sembra oppure è solo una mia impressione?

IL FATTO

Prendete la frase “l’intercettazione si può disporre solo quando assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine” e cercate di unirla, senza creare alcun conflitto logico, a quella che dice, sempre riferendosi alle intercettazioni, che esse vanno fatte “solo quando sussistono gravi indizi di colpevolezza”. Se ci siete riusciti, mandate pure il vostro curriculum vitae al Ministero della Giustizia: nonostante questo tempo gramo di vacche magre, lì c’è sempre posto per qualche maiale e le sue porcate.

Ovviamente si sta parlando della nuova e contestatissima legge sulla regolamentazione dell’utilizzo delle intercettazioni e delle modifiche che sono state apportate al testo che Travaglio, nel suo Passaparola di oggi, definisce delinquenziale. Non è una esagerazione ma un eufemismo assolutamente fuor di metafora che definisce realisticamente questa proposta di legge. Secondo il nuovo testo di legge, le intercettazioni non potranno più esser disposte da un solo giudice (GIP) ma da un collegio di tre giudici – questo in un Paese con 10 mila giudici e alcuni tribunali con non più di 20 magistrati e, quindi, l’elevato rischio di ricusazione del giudice che si vedrà incaricato di diverse mansioni in conflitto tra loro (GIP, GUP, Riesame, Intercettazioni…). La seconda modifica ha intaccato la durata delle intercettazioni. Questa non dipenderà più dal vaglio della proposta del PM da parte del GIP, ma avranno un limite massimo di 45 giorni, estendibili in casi assolutamente eccezionali ai 60. Come dire: se decidi di giocare la carta delle intercettazioni (e ne ottieni il consenso dal collegio dei tre giudici) devi sapertela giocare usandola al momento giusto. Da qui in poi l’esito delle indagini è nelle mani del fattore C. Se durante quei 45 giorni non si è riusciti a carpire nessuna informazione: ciccia. La legge contiene una terza modifica – questa oserei definirla “bekettiana” – che definisce meglio i luoghi delle intercettazioni. La suddetta modifica suggerisce che le intercettazioni vengano effettuate “solo in posti dove si ha il fondato sospetto che si commettano dei reati”. In altre parole, se il fattore C sta per culo e determina il grado di utilità delle intercettazioni, il fattore P, che sta per preveggenza, risulta indispensabile alla determinazione dei luoghi d’indagine. Dulcis in fundo, ciò che dicevamo all’inizio: le intercettazioni si potranno disporre “solo quando sussistano gravi indizi di colpevolezza”. Attenzione: qui si è parlato di colpevolezza e non di sospetto, e le parole in giurisprudenza ed in un testo di legge hanno un peso assolutamente determinante.

IL TRUCCO

Quello che si deduce da tutto ciò è il fatto che l’intercettazione è stata declassata da strumento d’indagine per l’acquisizione di prove di reato, a strumento di “conferma” di eventuali capi di imputazione acquisiti in altri modi. Quali, non ci è dato sapere.

Ricapitolando, prima di fare una intercettazione abbiamo bisogno di:

  1. forti indizi di colpevolezza di colui che vogliamo intercettare – ossia dobbiamo essere quasi certi che la persona che vogliamo intercettare abbia commesso o stia per commettere il reato; l’intercettazione deve solo aiutare a fornire ulteriori elementi di prova e non a formarne di nuovi.
  1. Appurato (con quali strumenti, Dio solo lo sa) che X è coinvolto in uno specifico reato, dobbiamo capire dove il reato è avvenuto o avverrà, per non correre il rischio che la nostra richiesta vada contro la definizione di “luogo adatto all’indagine” stabilito dalla legge.
  1. Fatto questo, dobbiamo intuire quando, approssimativamente, l’indiziato parlerà del reato (da commettere o commesso) con qualcuno e proprio nel posto da noi previsto (vedi punto due).
  1. In ultimo, bisogna sperare che il collegio di tre giudici, non solo sia d’accordo con le nostre intuizioni-deduzioni dimostrate, sia unanime nella decisione di rilasciarci il permesso di proseguire l’indagine con l’utilizzo delle intercettazioni.

Come Travaglio ha illustrato nel suo Passaparola, formalmente l’utilizzo dell’intercettazione non è stato eliminato dalla lista dagli strumenti d’indagine. Di fatto, però, esso è stato reso pressoché  inaccessibile. Allo stato delle cose, visti non solo i tempi giuridici ma anche le condizioni che dovrebbero fungere da fondamento all’ottenimento del consenso all’utilizzo di tale strumento, le intercettazioni sono uscite dall’ambito giuridico per entrare a far parte di quello religioso: sono un miracolo, mentre le modalità ed i presupposti per ottenerli sono misteri della fede. In altre parole, se questa legge passerà e diventerà effettiva, sarà più probabile che Dell’Utri e Berlusconi vengano esorcizzati dal Vescovo Williamson piuttosto che accusati a fronte delle loro chiacchierate.

CHIEDILO A TRAVAGLIO

1-     Supponiamo che questa proposta di legge passi: avrà alcun effetto retroattivo sui processi in corso? E se si, quali? Intaccherà in qualche modo le indagini ad essa precedenti?

2-     È lecito sospettare, senza cadere in contorte dietrologie, che una legge così impostata non solo limiti l’utilizzo effettivo delle intercettazioni, ma allunghi ulteriormente i già lunghi tempi processuali, aumentando la possibilità della prescrizione del reato?

3-     Se questa legge passa vuol dire che non solo il parlamento (ovvero la nostra classe politica) ma anche la magistratura, attraverso il nulla osta della Corte Costituzionale, ha ritenuto tale legge opportuna. Se non mi sto sbagliando, dovremo preoccuparci? Chi sono i pazzi?, loro o noi?