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Il Dio Thoth – Massimo Fini, Marsilio 2009

Matteo, un mite impiegato di TeleWorld, è il protagonista de Il Dio Thoth, il primo romanzo di Massimo Fini, Direttore Politico del giornale La Voce del Ribelle e autore di diversi altri libri e saggi, tra cui La ragione aveva torto? recensito qualche tempo fa su questo sito.

Il contesto urbano in cui il romanzo è ambientato – luoghi completamente  artificiali e palazzi altissimi che si ergono come imponenti monoliti verso il cielo – ricorda quello di Blade Runner, anche se meno tetro e con un appeal futuristico molto più ridimensionato, riconoscibile. Questi luoghi sono abitati da un popolo molto tecnologizzato, anche se orwellianamente assopito nella coscienza. Di entrambe le opere menzionate (Blade Runner e 1984), Il Dio Thoth condivide anche un atteggiamento assolutamente critico nei confronti di un mondo che pare faccia di tutto per cercare la propria distruzione. Però, lo sviluppo (quasi) necessariamente distopico che attraversa interamente il romanzo di Fini si distingue per il finale “a sorpresa”, oserei dire “nitzschiano” per l’ “eterno ritorno” a cui pare faccia implicitamente riferimento; o, forse, è solo un finale pessimista, tragicomicamente ineluttabile.

Matteo non è un eroe, perché in questo romanzo non vi sono eroi. Sicuramente è il “buono”, perché in questo romanzo ci sono i “cattivi”. Questa, forse, l’unica cosa che mi è dispiaciuta: d’altronde, non sarebbe potuto essere altrimenti, visto che Il Dio Thoth non è che l’ennesimo tentativo di Fini di esprimere il suo pensiero (per chi non lo conoscesse è il caso che rimedi al più presto) in forma di romanzo, piuttosto che di saggio o articolo di giornale.

La società de Il Dio Thoth è composta da persone la cui mente è ottenebrata e la coscienza assopita da quel fenomeno assolutamente moderno conosciuto come “information overload”. Al centro dell’esteso agglomerato di palazzi, ponti, strade e laghetti artificiali campeggia l’edificio, visibile da ogni angolo della città, della TeleWorld, la società globale di telecomunicazioni: una gigantesca piramide sul cui vertice gira, giorno e notte, un enorme dado illuminato da una luce al neon verde sul quale campeggia la scritta “IL FATTO È LA NOTIZIA/LA NOTIZIA È IL FATTO”.

Matteo è un impiegato della TeleWorld ma, nonostante questo, sembra essere riuscito a conservare la capacità di trasformare l’informazione in ricordo e il ricordo in conoscenza. Come se nella sua persona fosse rimasto il germe non estinto degli Uninformed: gente abietta che vive ai margini della città e della società, come dei selvaggi a detta degli Informed. Nel mondo de Il Dio Thoth, tutto gira intorno all’informazione, pur senza che questa contribuisca ad un briciolo di conoscenza. Cosa tanto vera, che ormai l’informazione ha sostituito di fatto la realtà, e se un evento non compare sui giornali elettronici accessibili ovunque (via internet, via etere, nell’i-Pod, negli schermi dei sedili delle metropolitane) allora non è mai successa. È un mondo in cui la realtà che ha saputo superare la fantasia è stata a sua volta superata dal virtuale: la gente si accorge della concretezza della vita nei limiti della personale fisiologia. Tutto il resto è vissuto attraverso un rifrazione della realtà, che la ripropone dopo una adeguata operazione di filtraggio. È un mondo in cui la gente che assiste indifferente ad un omicidio in pieno giorno è la stessa che poi ne parla scandalizzata qualche ora dopo se la notizia viene riportata dai servizi di TeleWorld. Come l’omicidio del pederasta accaduto davanti agli occhi di Matteo, da cui tutto (o la fine) ha inizio.

Matteo, nonostante percepisca la presenza di un problema, non può e non pensa di fare nulla: non crede di poter salvare il mondo perché non è un eroe. Si limita personalmente a non sottovalutare questa sua percezione, sicuro che la cosa migliore che possa fare sia conservare a tutti i costi l’incolumità della sua coscienza. Non sa, però, che il prezzo che dovrà pagare per questo sarà la vita.

(Il Dio Thoth, Massimo Fini – Marsilio Editore 2009, pag. 192, euro 15,00)

Blade Runner – Ridley Scott (1982)

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Il presente filmato è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.

Quando a Philip Dick fu proposto di adattare il suo Do Androids Dream of Electric Sheep? (Gli androidi sognano pecore elettriche?) per una trasposizione cinematografica, lo scrittore si mostrò piuttosto scettico. Non è difficile, d’altronde, intuire le ragioni di una tale riottosità all’idea, visto che il risultato fu Blade Runner.

Ora, prima che qualcuno tra i fan della pellicola mandi in segno di disapprovazione un replicante al mio indirizzo, voglio dire che questo mio commento non cerca di sminuire il valore della pellicola in sé, bensì  vuole sottolineare quanto poco abbiano a che fare tra loro il film ed il romanzo a cui esso si ispira. Detto questo, tralasciamo l’opera letteraria per concentrarci su quella cinematografica che, con buona pace dei tifosi, di difetti holliwoodiani e mancanze grossolane pure ne ha qualcuna (come l’immancabile The end consolatorio del lieto fine, con l’eroe e la sua amata diretti verso miglior vita).

È difficile credere il fatto che il film cult Blade Runner, a fronte del successo che a distanza di più di un quarto di secolo non ancora lo abbandona, abbia segnato un flop ai botteghini. Allo stesso tempo, ciò non dovrebbe sorprendere, visto che questo è il destino riservato a tutte quelle opere che non trovino un pubblico ancora preparato ad accoglierle.

Novembre 2019: Los Angeles è una città iper-urbanizzata, ultra- artificiale e super-tecnologica. Tutti gli edifici si sviluppano in altezza come enormi monoliti, con un contesto urbano che ricorda, nel suo complesso, la Metropolis di Fritz Languna. La scenografia è particolarmente curata, tanto da indurre Dick stesso ad affermare che il mondo che era stato creato per girare Blade Runner somigliava esattamente a quello che lui aveva immaginato.

Un giovanissimo Harrison Ford interpreta i panni del poliziotto senza divisa Deckard, un agente dell’unità Speciale Blade Runner incaricato di dare la caccia a sei replicanti Nexus 6 (riproduzioni assolutamente fedeli dell’uomo, a parte la loro incapacità nel provare emozioni) fuggiti dalle colonie extramondo ed approdati a Los Angeles in cerca di una modifica genetica che li aiuti a vivere più dei quattro anni per cui sono stati programmati.

La trama, unita agli effetti per quell’epoca (1982) assolutamente speciali, risulta senza ombra di dubbio avvincente, pur non rappresentando la parte più interessante del film. I piani narrativi di Blade Runner sono molteplici e, oltre all’azione scandita dal classico schema eroe-antieroe-ostacolo-risoluzione con una postilla amorosa, fanno riferimento a molte questioni, filosofiche e spesso cervellotiche, che riguardano l’uomo e il significato di essere umano.

Il fatto che i replicanti siano così simili agli uomini che li hanno creati amplifica la portata della domanda, già di per sé piuttosto importante, su cosa sia l’uomo, cosa significhi essere umano. In un mondo in cui esistono entità così simili agli uomini, risulta necessario ripensare l’umanità come caratteristica esclusiva dell’essere umano in quanto tale. Allo stesso tempo, questa somiglianza produce un elevatissimo livello di intercambiabilità tra i personaggi umani ed i replicanti, sia nei luoghi cinematografici proposti dal film, sia nei luoghi interpretativi di chi lo guarda. Anche se all’apparenza potrebbe sembrare il contrario, nella pellicola di Ridley Scott non vi sono buoni e cattivi. Lo scontro, infatti, non avviene sul piano etico o morale, ma su quello esistenziale: a confronto ci sono due condizioni – quella umana e quella replicante – che non possiedono una chiave interpretativa definita e non consentono una netta separazione tra ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Piuttosto, entrambe le condizioni a confronto costringono lo spettatore a porre continuamente e alternativamente in questione ora l’una ora l’altra posizione, nel tentativo di scoprire un eventuale metro di giudizio che possa identificarle e definirle.

L’intera pellicola possiede una ambiguità di fondo che non risparmia nessuno, nemmeno il protagonista Deckard, chissà anch’egli un replicante inconsapevole, proprio come Rachel (Sean Young), un androide di ultima generazione. A tal proposito, è interessante il dialogo tra Dereck e Rachel che ha luogo in casa del primo, durante il quale l’agente Blade Runner freddamente rivela alla affascinante replicante la sua vera natura, provocandone la delusione e il pianto. Uno dei tanti esempi di inversione dei ruoli e di intercambiabilità uomo-replicante che vorrebbero spingere lo spettatore a chiedersi: chi è l’umano tra i due? Da cosa lo riconosco? Come lo distinguo?

Quando Deckard si incontra con Tyrell, il magnate della produzione dei replicanti (“più umano dell’umano è il nostro motto”), si fa cenno nella discussione ai ricordi. Si è scoperto che i replicanti possono sperimentare alcune emozioni se forniti di un sostrato che funga loro da memoria. Sono allora forse i ricordi a renderci umani? È forse la nostra percezione di continuità a fare la differenza? Può darsi. Sicuramente, però, i ricordi contribuiscono a fornire a ciascun individuo la sua identità. Allora è forse questo che ci rende umani rispetto a tutto il resto che pure esiste? O, forse, il segreto della nostra umanità è custodito nella coscienza: coscienza di essere noi, coscienti di essere vivi perché coscienti della morte.

Il discorso finale tra il replicante Roy Batty (Rutger Hauer) e Deckard è, a mio avviso, piuttosto eloquente. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”: in queste poche ma fondamentali parole c’è una delle possibili risposte alla domanda “cosa è un uomo?” In questa breve frase è condensato il significato di una vita intera: vedere cose con i propri occhi e che l’Altro non potrebbe immaginarsi. Esperire la vita, sperimentare ciò che essa ci propone e poi conservarne il ricordo per raccontarlo, perché tutto quanto si è vissuto, tutti quei “momenti” non vadano perduti “nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

Dunque la vita come arma contro l’oblio, il ricordo come testimonianza di un passato che è esistito perché si è vissuto, il racconto che diventa memoria condivisa, storica, e che ci permette di vivere al di là della nostra presenza. Una memoria capace di costruire quel sentimento di umanità che racchiude in sé ogni elemento del vissuto attraverso il suo corrispettivo elemento del discorso che si tramanda.

È, forse, questa la ragione per la quale Roy Batty salva la vita di Deckard appesa al tetto sul quale si trovano: non perché quella morte sarebbe stata vana, in quanto non avrebbe significato più vita per Roy, ma perché più vita per Deckard significa anche più vita per Roy, che può continuare attraverso il ricordo di un altro, unica arma capace di sconfiggere definitivamente l’oblio, la morte assoluta. È solo allora, dopo averla superata, che Roy Batty riesce a consegnarsi serenamente alla sua natura e ad accettare il fatto che “è tempo di morire”. Anche per lui.

(Qui un’altra interessante interpretazione del film)